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L’Ultimo Potere – Preludium – V Esplosione – Parte I

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Sull’uscio della casa l’aria tremolò arroventata prima della comparsa dell’uomo. Dietro di lui, nella penombra del corridoio, regnava il silenzio.
Con passi stanchi attraversò il portico. Appoggiato alla colonna del lato occidentale dell’abitazione, osservò la lunga scia di sangue che aveva lasciato sul suo cammino.
Corpi che avevano sfondato il parabrezza delle auto.
Corpi impalati sui bianchi steccati dei giardini, gocciolanti come rubinetti che perdevano.
Uomini e donne giacevano scomposti in mezzo alla carreggiata: un’interminabile serie di corpi spezzati gettati per terra come tante cartacce.
Nonostante l’odore di carne bruciata, alle sue narici continuava a pervenire profumo di mughetto. La città era talmente satura di quel profumo che ogni molecola del suo corpo ne era stata impregnata.
Fece una smorfia di disgusto. Chissà quanti bagni sarebbero occorsi prima di riuscire a liberarsi del dannato aroma.
Forse per farlo scomparire avrebbe dovuto mettere al rogo tutta la città.
Contrasse le dita.
Non era il caso di arrivare a tanto. Con l’arrivo delle piogge, l’odore sarebbe stato lavato via.
Scese gli scalini di marmo.
Quanto doveva essere fatto era stato fatto e di quanto sarebbe accaduto nella città non era affar suo. Il tempo di preparare i bagagli e se ne sarebbe andato a nord, verso le montagne: sarebbe andato a vivere in un cottage sui pascoli più alti, lontano dalla palude melmosa che era divenuta la civiltà.
L’erba si ritrasse quando mise piede nel giardino; perfino l’afa del giorno parve impallidire al suo passaggio.
In prossimità del cancelletto, una voce acuta, con una nota squillante nelle corde vocali, lo bloccò.
Incuriosito, tornò sui propri passi, girando l’angolo della casa e fermandosi dietro un alto ginepro. All’ombra della pianta fissò il bambino, poi il cane con il quale stava giocando: un animale dal pelo color caramello, gli occhi vivaci e le orecchie penzoloni, tipo cocker. Scodinzolava, un’espressione dolce sul muso.
Il bambino lanciò la palla, ordinando all’animale di andare a prenderla. Il cane scodinzolò felice, saltandogli intorno e spingendolo con le zampe, gioioso di poter giocare con il suo cucciolo d’uomo.
La maschera d’implacabilità vacillò mentre nell’aria risuonavano i bai del cane.
Il bambino non si era accorto di niente. Ignorava che la sua vita era cambiata di colpo, che d’ora in poi sarebbe stato un orfano, senza più nessuno che lo seguisse.
Aveva fatto a quel bambino la stessa cosa che era stata fatta a lui. Aveva ucciso i suoi genitori. Senza pietà, senza esitazione, agendo come una forza della natura, incurante delle conseguenze.
Una fitta di rimorso lo invase.
Aveva gettato un’ombra nell’esistenza di una giovane vita; un’ombra che lo avrebbe accompagnato e condizionato per sempre. Aveva perpetrato una catena di sofferenza e d’odio: accecato dalla furia non si era ricordato che odio generava odio, dolore portava altro dolore. Reso cieco dalla rabbia, aveva cercato di porre fine al male che gli era stato fatto eliminando chi ne era stato causa.
Follia. Pura e totale follia.
Un guaito lo riscosse dalla morsa del rammarico.
«Stupido cane!» Strillò il bambino. «Ti ho detto che devi prendere la palla! Devi obbedire!»
L’animale si raggomitolò, le orecchie abbassate, uno sguardo spaventato disegnato sul muso.
«Vai a prenderla!» Urlò isterico il bambino, battendo i piedi per terra con tigna.
La bestia si ritrasse ancora di più.
«Obbedisci!» Il bambino afferrò la mazza da baseball appoggiata al tavolo di marmo e cominciò a colpire il compagno di giochi con tutta la forza che aveva. «Devi obbedire!»
Ogni sentimento di compassione scomparve dal suo volto, diventando una maschera di pietra.
Distaccato, non vide più un bambino, ma qualcosa che per un capriccio torturava e perseguitava un altro essere vivente.
La dura verità del mondo lo raggiunse con forza.
La pietà non esisteva.
Ogni pentimento, ogni ripensamento svanì.
Non c’era redenzione per l’umanità.
Il sangue dei figli era lo stesso dei genitori. Non c’era speranza: solo il perpetrarsi dell’eredità dei propri padri.
Con sguardo gelido fissò l’accanirsi selvaggio del bambino sul cane. Ormai non si riusciva più a distinguere quale dei due fosse la bestia: il volto fanciullesco distorto in tratti animaleschi e il muso peloso simile a quello di un bimbo che implorava aiuto.
Dove erano arrivati?
“Il sangue dei genitori scorre nei figli.” Ripeté tra sé con freddo distacco. “Lo stesso identico sangue.”
Quando lasciò il giardino, gli strepiti e i guaiti erano cessati.
Con passo deciso tornò a dirigersi verso la città, il cane che gli saltava accanto leccandogli le mani.

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