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L'Ultimo Potere - Preludium - III Credenze ipocrite e cieca follia - parte 2

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La porta del bar sbatté con violenza, facendo trasalire tutti gli astanti.
Il sacerdote si voltò verso la fonte del rumore, contrariato dall’imprevisto che aveva sviato l’attenzione del suo pubblico. Un cipiglio seccato comparve sul volto, richiedente una spiegazione per l’interruzione.
«Un fatto tremendo.» Disse l’uomo trafelato avvicinandosi al bancone. «Un crimine mai visto.»
La folla cominciò a sussurrare sbigottita, avvicinandosi morbosamente per ascoltare la notizia.
«Che è successo? Parla!» Intimò con fretta il sacerdote.
«Una ragazza del centro di benessere aperto poche settimane fa.» L’uomo deglutì per inumidire la gola riarsa dalla corsa.
L’aspettativa della folla crebbe impaziente.
«E’ stata trovata in fin di vita all’interno degli spogliatoi della palestra.»
Le donne trassero sospiri strozzati; gli uomini si fecero più vicini.
«Chi era?»
«Cosa le è successo?»
«Quando è accaduto?»
Piovvero le domande da tutte le parti.
«Una ragazza del personale, assunta da appena una settimana. E’ stata ritrovata dalla donna delle pulizie questa mattina. Stuprata.»
Gridi soffocati squittirono nell’aria.
«Com’è potuto succedere?»
«Non si sa ancora: la ragazza è in coma all’ospedale. Dalle indagini della polizia, qualcuno è entrato nella palestra quando era ancora aperta e ha aggredito la ragazza che si stava apprestando a chiudere il centro. Pare sia stata drogata: sono state trovate sulle panche tracce di polvere bianca.» L’uomo guardò la gente che l’attorniava con occhi sbarrati. «E’ stata violentata tutta la notte, fino a essere ridotta in fin di vita.»
L’indignazione esplose in un urlo.
«Chi è stato?» Il sacerdote si mosse in avanti con fare inquisitorio.
L’uomo scosse il capo. «Non si sa ancora.»
«Che crimine orrendo!» Mormorò esterrefatta una donna. «Chi può aver osato fare una cosa del genere?»
«Un criminale, senza dubbio.» Sputò la sentenza un uomo.
Molte voci convennero all’affermazione.
«Chi può essere stato?» Sussurrò tremante una donna minuta e nervosa. «Forse uno di noi?»
«Sciocchezze.» Disse categorico un uomo dalla camicia bianca. «Nessun membro della comunità farebbe male a un suo fratello.»
«E’ stato lo straniero!» Ululò l’uomo con i lustrini arancione.
«Impossibile.» Lo corresse il barista. «E’ stato nel locale tutta la notte di ieri, senza mai muoversi di qui. Ci sono testimoni.»
Diverse teste assentirono.
«Il colpevole va trovato!» Strillò una donna vestita con un lungo abito bianco quasi trasparente.
«Le parole del sacerdote ce lo rivelano già!» Si fece sentire una voce dal fondo. «E ci dicono che il male è in mezzo a noi!»
Facendosi largo tra le fila degli avventori del locale, lo stilista si portò davanti alla folla.
«Fa male ammetterlo, ma il colpevole è uno della comunità.» Disse con occhi invasati.
«Chi?» La cerchia di persone si strinse attorno a lui, come tenebra attorno a una candela.
«Qualcuno che vive ai margini della società, vicino a boschi.» Insinuò velenoso, lasciando che le sue parole facessero presa nell’animo della gente attorno a lui.
«Allora vuoi dire che…» Sussurrò allibita la donna minuta e nervosa.
«Aspetto dimesso, poco curato: il suo essere è l’identikit di un criminale. E’ lui quello che stiamo cercando.»
«Aspettiamo le indagini della polizia. Se è poco curato è perché vive in una famiglia poca agiata, che è sempre vissuta nelle difficoltà.» Suggerì il professore, ma il suo intervento fu schiacciato dalla voce quasi urlante dello stilista.
«Il colpevole è quel poco di buono conosciuto da tutti: è stato lui ad aggredire la ragazza!» L’arringa incalzò feroce la folla. «Un segnale inequivocabile della sua palese malvagità. La povertà è un segno di Dio per mostrarci che è un essere maledetto: se fosse benedetto, la sua condizione sarebbe differente. Non è forse così?» Si voltò verso il sacerdote.
«Certamente.» Asserì il ministro divino con uno sguardo carico d’intesa.
«Avete sentito? Che bisogno d’altre conferme abbiamo? Avete sentito la bocca della verità.»
«Sì!» Urlarono in risposta gli avventori.
«Un crimine è stato commesso!» Inveì furioso lo stilista. «E nessuno fa niente, lasciandolo libero e impunito! Quella ragazza merita giustizia!»
«Sì!» Urlò di nuovo la massa.
«Chi è con me?»
Un boato esplose nel locale.
Il sacerdote si portò al fianco dello stilista. «Fedeli, andiamo a rendere giustizia a Dio!» Tuonò spiritato. «Andiamo a prenderlo!»
Ruggendo, la folla sciamò come una fiumana, avanzando nelle strade come una mandria impazzita.

Adagiati agli schienali dell’auto, i due poliziotti se ne stavano all’ombra del vicolo ascoltando la musica trasmessa dalla radio.
«Che afa.» Brontolò l’uomo alla guida allentando il colletto della camicia.
«Siamo in estate: che altro ti aspetti?» Rimbrottò il compagno con un giornale posato sul volto.
«Lo so, ma non sopporto il caldo.» Si lamentò l’altro. «Ti si appiccicano i vestiti addosso, sei sempre sudato. E non è bello mandare cattivo odore.»
«Usa i deodoranti.» Un foglio di giornale vibrò sopra la voce impastata.
«Certo che li uso.» Fu la protesta lamentosa. «Ma non riesco a sopportare il fastidio d’appiccicaticcio sulla pelle.»
«E tu non ci pensare: vedrai che non ti accorgerai di sudare.» Suggerì stancamente il compagno.
«Ma che diavolo…» Sbottò il poliziotto alla guida.
«Cos’hai questa volta?» Disse sonnacchioso l’altro. «Il sudore ti è andato negli occhi?»
«Tira via quel giornale dagli occhi e guarda.»
Seccato, il secondo poliziotto fece scivolare sul petto il paraocchi improvvisato. Sbigottito vide nel sole del mezzogiorno una folla sfavillante sciamare lungo il marciapiede, invadendo per buona parte la corsia stradale. Alcune auto strombazzarono inviperite schivando il corteo.
«Porcaccia…ma che stanno combinando?» Mormorò trattenendo il fiato.
Con la radio che suonava un blues di qualche decennio prima, fissarono inebetiti la fiumana che si allontanava, ascoltando il riecheggiare delle urla.
«E adesso che si fa?» Chiese perplesso il poliziotto sul lato passeggero.
Il conducente avviò l’auto. «Li seguiamo e teniamo d’occhio la situazione.»
Uscita dal vicolo la macchina s’immise nella strada principale, seguendo a debita distanza il corteo brulicante che s’ingrossava a ogni isolato. Molta gente s’affacciava alle finestre dei palazzi, facendo domande e ascoltando le urlate risposte rabbiose. Alcune persone rimasero sui balconi a osservare il fluire della folla; in gran numero si riversarono nelle strade, andando a unirsi alla calca. Cominciarono a fare la loro comparsa spranghe e bastoni.
«Riesci a capire cosa sta succedendo?» Chiese il poliziotto sul lato passeggero.
Il conducente lo zittì con un gesto, reclinando il capo verso il finestrino abbassato. «Parlano di uno stupro e di andare a prendere il colpevole.» Mormorò preoccupato.
Arrivati ai margini della periferia, la folla occupava tutta la carreggiata. Lame alzate al cielo mandarono feroci bardagli sotto il sole.
«E quelli da dove saltano fuori?»
Il conducente non rispose al compagno: con il volto scuro fissò la folla trepidante che avanzava senza posa.
«Vogliono fare un linciaggio.» Sussurrò sgomento il poliziotto sul lato passeggero, afferrando il megafono.
«Che vuoi fare?» Il conducente gli prese saldamente il polso.
«Dobbiamo fermarli.» Rispose stupito l’altro. «Prima che sia troppo tardi.»
« Non l’hai capito?» Lo rimproverò sgarbatamente il compagno. «E’ già troppo tardi.»
«Uccideranno qualcuno!»
«E uccideranno anche noi se c’intromettiamo!» Abbaiò il conducente. «Li hai guardati? Vogliono veder scorrere il sangue e solo quando ciò sarà avvenuto, la loro furia si placherà. Ma non capisci?» Lo scrollò con forza. «Niente li farà ragionare finché non otterranno quello che vorranno.»
«Dobbiamo mantenere l’ordine: altrimenti a cosa serve il nostro ruolo?»
«L’ordine non c’è più: ormai siamo solo una figura rappresentativa di ciò che è stato un tempo. Siamo un ornamento, delle statuine da decoro, nient’altro. Lascia stare: non possiamo fare nulla contro quella folla. Non vale la pena rimetterci per gli altri: pensa a tirare avanti come meglio puoi.»
Il compagno lo fissò titubante, ancora indeciso sul da farsi.
«Lascia stare.» Insistette il conducente.
Lentamente la mano che teneva il megafono s’abbassò.
«Non te la prendere: non ci si può fare niente.»
Il compagno volse lo sguardo fuori dal finestrino. «Per lo meno vediamo di capirci qualcosa di più in questa faccenda.» Mormorò rassegnato all’ineluttabile.

Il futuro che non ci sarà

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Osservo.
Osservo la gente, guardo come si muove, come si comporta e penso al futuro. A quel futuro che non ci sarà.
Almeno non con connotazioni positive.
Il mondo sta cambiando, si è giunti alla fine di un epoca e il cambiamento è necessario.
Ma com’è questo cambiamento?
Un’incognita, ancora tutto un divenire, che si trasformerà in base a come si agirà.
Ma da quello che vedo nella gente, il pensiero che si forma nella mente non è positivo. Per niente.
Perché?
Perché la gente non prende tra le mani il proprio destino: si affida agli altri, sperando nella loro comprensione, nella loro “bontà”. Istituzioni, politici, associazioni: sperano che risolvano i loro problemi, che facciano il “miracolo”, che li tolgano dai guai, che gli diano “tranquillità”, che li rassicurino. Sono solo illusioni: chi è all’interno di gruppi di potere cerca di mantenere gli equilibri che sfruttano gli individui perché ha un tornaconto, per non rischiare e assumersi responsabilità.
Ho visto la gente non avere più dignità, più rispetto per se stessa: nel lavoro, nella quotidianità, nello sport, nel momento dello svago. In qualsiasi ambito l’ho vista farsi calpestare dai prepotenti, dai prevaricatori, dagli irrispettosi, dai maleducati, da individui pieni di ego che, per ricoprire una minuscola fetta di potere, si sentono superiori agli altri e li trattano come pezze da piedi, come merde da schiacciare.
Ho visto la gente sotto l’aggressività verbale e lo spregio di simili individui non fare niente, subire e arrivare a provare sensi di colpa, sentirsi sbagliata, inchinandosi a chiedere scusa quando era l’altro a doverlo fare. Basta semplicemente fare la voce grossa, dura, minacciosa, effettuare un attimo d’intimidazione, che la gente si ritira dal campo, rinuncia a esigere quel rispetto che merita, ma che non è scontato, per cui bisogna sempre stare attenti e pronti a difendere, perché in questo mondo non è un diritto acquisito, c’è sempre qualcuno pronto a portarlo via. Un evitare lo scontro che non è perché si è “gente di pace”, ma perché c’è apatia, codardia, un subire per non entrare in attrito, per evitare patemi e non incrinare l’ “armonia”.
Ma questa “armonia” è ipocrisia, è falsità: un’armonia basata sul lasciare fare per non avere da pensare, da lottare, per non prendere posizione, e’ quanto di più sbagliato ci sia. Tutti i tiranni, le dittature, gli orrori, sono nati e stati possibili perché li si è lasciati fare, perché si voluti rimanere fermi per essere tranquilli, per non darsi da fare, per non avere “pensieri”.
Nonostante gli insegnamenti della storia, le lotte d’individui che si sono battuti per insegnare questa lezione, si continua a procedere in questa direzione. E’ una causa persa perché non c’è speranza, non c’è niente, nemmeno un moto di rabbia.
Si dice che bisogna capire che questa è la vita, che non bisogna prendermela, che occorre lasciare andare.
No: questa non è vita e non essendo tale non va accettata. E neppure bisogna lasciare andare.
Sì: occorre prendersela e pure di brutto. Non si potrà fare molto come semplici unità, ma innanzitutto non si sarà complici di questo schifo. E non bisogna escludere che facendo e cercando d’educare, altri non s’incammino in questa direzione, capendo che la dignità, il rispetto sono tutto.
Senza queste basi, non c’è futuro per il mondo, ma solo un continuo arrancare nel fango e nei liquami più schifosi prodotti nella mente ormai malata di quell’essere chiamato uomo che si crede in cima a tutto quanto.

La Via dei Re - Primo volume del ciclo Le Cronache della Folgoluce, di Brandon Sanderson

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La Via dei Re è il primo volume del ciclo Le Cronache della Folgoluce. Un romanzo che porta lo stesso titolo di un libro presente all’interno del mondo di Roshar, l’ambientazione creata da Brandon Sanderson. Un libro antico, di tempi andati, di cui sono rimaste poche tracce, tant’è che vengono considerati solo dei miti, delle leggende.
Ma è proprio su questo libro che l’Altoprincipe Dalinar, e così suo fratello il re Gavilar Kholin prima di lui, che sta basando la propria vita, facendone la guida del proprio essere, mettendo in pratica i Codici, gli insegnamenti scritti in quelle pagine. Insegnamenti che sono in contrasto con la mentalità dei nobili e della società di Alethkar, che lo fanno passare per un uomo dalla mente instabile, per un pazzo, ma che percepisce come la via da seguire per poter realizzare il sogno del fratello.
Uniscili, è la voce che sente in continuazione, che lo esorta a riunire sotto la guida del nipote e rendere una cosa sola gli altri Altoprincipi del regno, uniti solo in apparenza perché la realtà li vede divisi da interessi personali, impegnati a competere e primeggiare gli uni sugli altri, totalmente privi dei valori cavallereschi che invece appartenevano ai Radiosi. Valori dove chi era alla guida delle nazioni non doveva essere servito, ma doveva servire il popolo, mettere la propria vita al servizio di chiunque, dove l’esempio era necessario per far sì che anche gli altri prendessero spunto da azioni che avrebbero reso grande e florido un regno. Valori che se ci si pensa sono sempre attuali e possono essere attuati nella realtà e non solo nel mondo fantastico, perché sono la strada per costruire un mondo migliore; e se si continua a pensare, ci si accorge che quanto narrato nel mondo di Roshar non è altro che uno specchio della realtà che noi viviamo.
Non combattere mai altri uomini tranne quando vi sei costretto in guerra.
Lascia che siano le tue azioni a difenderti, non le tue parole.
Aspettati onore da coloro che incontri e dà loro la possibilità di esserne all’altezza.
Governa come vorresti essere governato.
Un monarca è controllo. Fornisce stabilità. E’ il suo servizio e il suo mestiere. Se non riesce a controllare se stesso, allora come può controllare le vite degli uomini?
Ideali in cui è arrivato a credere, anzi, che ha cominciato a vivere in prima persona, sempre più convinto che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti li vivessero e li attuassero. Ma perché questo si verifichi occorre che siano conosciuti e perché siano conosciuti occorre che ci sia chi dia l’esempio.
Un uomo Dalinar, conosciuto come lo Spinanera (facendo riferimento a uno degli animali più feroci), un tiranno, un guerrafondaio, che dopo anni come uomo d’armi, nel periodo del crepuscolo della propria vita si ritrova a cambiare, a non sentire più attrazione per la battaglia, ma a provare disgusto per essa. Un uomo che non riesce più a vedere come l’Eccitazione (il piacere e il desiderio della guerra), come la più grande delle arti maschili del popolo Alethi (diventare un grande guerriero), siano così nobili se il fine di esse è l’uccidere, portare morte. Sempre più con forza si fa largo in lui che le Stratopiastre e le Stratolame (le armi più potenti presenti su un campo di battaglia) una volta erano fatte per proteggere, per essere al servizio delle persone e non per portare distruzione, per essere usate in guerre logoranti per difendere l’onore nato dal tradimento e dall’assassinio, che portano solamente un dispendioso uso di energie e di uomini, indebolendo la forza della nazione in cui vivono. Un uomo che arriva a comprendere che in un mondo brutale e spietato, per difendere e diffondere gli alti ideali di cui è arrivato a vedere il valore e l’importanza per creare un sistema più saldo ed equo, non basta l’esempio, non è sufficiente a influenzare le persone e a farle cambiare, perché gli Altoprincipi non sono altro che bambini, incapaci di discernere cosa è giusto, qual è la via da percorrere: e fintanto che sono così occorre esigere che facciano quanto è giusto, finché non siano cresciuti abbastanza da compiere le proprie scelte; occorre dare con fermezza un livello minimo di onore e dignità, occorre che sia impartita un’educazione, anche se solleva proteste, anche se rende impopolari. La comprensione e l’apertura, e così pure il rispetto, sono una gran cosa, ma se sono eccessive si trasformano in permissivismo e portano a essere sopraffatti e calpestati, distruggendo quello per cui si è lavorato. Non si può commettere l’errore di ritenere la gente intelligente quando è priva di comprensione, di maturità, essendo solo superficiale e viziata (una lezione da imparare e applicare anche nella società attuale, dato che quanto mostrato nel libro è un altro specchio di ciò che si trova nella realtà: assenza di valori e dignità, dove si vive capricciosamente, sopraffacendo e disprezzando gli altri e la vita).

Sullo stesso fronte di guerra per dare compimento al patto di Vendetta (il motivo per cui Alethi e Parshendi sono in conflitto, oltre naturalmente per il controllo delle cuorgemme, la preziosa risorsa necessaria per creare gli Animutanti), ma con una condizione differente, è presente Kaladin, venduto come schiavo e divenuto pontiere, la più infima casta presente sul terreno di scontro, a cui appartiene la feccia dell’umanità: ladri, assassini, traditori. Una vita breve e senza speranza quella dei pontieri, divisi in squadre e costretti a trasportare sulle spalle pesanti ponti di legno, necessari per poter superare i precipizi che separano l’uno dall’altro gli Altipiani dove gli abissali tessono le crisalidi contenenti le preziose cuorgemme; una vita che non ha nessun valore, dove c’è solo disperazione e solitudine, dove non vale la pena nemmeno conoscere il nome del vicino, dato che l’unico loro destino è quello di non sopravvivere.
Eppure le cose cominciano a cambiare proprio con l’arrivo al Ponte Quattro di Kaladin, apprendista medico ed ex-caposquadra tra le forze del Luminobile Amaran. E’ con l’alternarsi di capitoli ambientati ora nel presente, ora nel passato, che si conosce come è divenuto uomo un giovane con grandi capacità in campo medico e un talento innato nel maneggiare la lancia, diviso da una scelta che è stato costretto a compiere per il capriccio di quella nobiltà che tanto considera inferiore chi non è come loro e che non fa altro che tradire la fiducia delle persone. E’ attraverso il percorso di maturazione e le esperienze fatte che si vede un ragazzo inseguire dapprima i sogni di gloria tipici della gioventù (divenire un eroe, conquistare una posizione rispettata nella società) e poi comprendere come gli insegnamenti del padre (e quanto si aspetta da lui) siano più giusti, come sia più giusto salvare e proteggere, salvo poi sacrificare questa scelta, questa comprensione, per un senso di responsabilità verso chi gli è affezionato. E’ questa scelta che lo porta prima a raggiungere una certa posizione e poi dopo a subire una caduta che lo trascina sempre più in basso facendolo letteralmente arrivare sull’orlo di un precipizio, pronto a compiere l’ultimo passo spinto dalla disperazione e dal non trovare più un senso nella propria esistenza. E’ proprio nel punto più basso che avviene la rinascita, che ritrova una ragione che lo spinga oltre tutti i fallimenti che sente d’aver compiuto; una sorta di resurrezione che lo salva e salva anche coloro che gli stanno attorno, facendo riscoprire cosa significhi vivere.

Sempre la salvezza, questa volta però della propria famiglia, è alla base del viaggio intrapreso di Shallan per raggiungere Luminosità Jasnah, figlia dello scomparso re Gavilar Kholin, e divenire sua pupilla. E’ nella città di Kharbranth che avviene la sua iniziazione per essere erudita nella conoscenza della storia, della filosofia; un tirocinio che le piace sempre più, ma che la porta a straziarla, a dividerla interiormente per via di quello che deve fare: compiere un furto per salvare la propria casata dal disastro finanziario cui sta andando incontro e tradire così la fiducia di chi è arrivato a fidarsi di lei. E’ attraverso queste esperienze che anche lei, come Gavilar e Kaladin, cambia il proprio punto di vista sul mondo, arrivando a scoprire un passo alla volta, quasi per caso, una realtà sconosciuta; una risposta a quanto stava cercando e che tuttavia la spaventa per il modo in cui arriva, sconvolgendo un’esistenza tranquilla fatta di studi e convinzioni radicate dalla tradizione e da quelli che era venuti a essere considerati semplicemente miti, allegorie di un passato dimenticato.
E’ attraverso l’apprendistato di Shallan e la ricerca di Jasnah che Sanderson, come aveva già fatto nella trilogia Mistborn, fa comprendere quanto sia importante la conoscenza del passato e della storia dei popoli, dato che in essi sono celate conoscenze preziose (che i più spesso accantonano troppo facilmente) nelle quali sono racchiuse le basi per la costruzione di un futuro migliore. Ma non è solo attraverso queste due donne che lo scrittore americano sottolinea l’importanza della conoscenza di culture differenti e della loro divulgazione: l’aveva fatto in Mistborn attraverso i Custodi (ben incarnati in Sazed), lo fa in questo mondo attraverso i Cantamondo, individui addestrati a diffondere la conoscenza di culture, popoli, pensieri e sogni, a portare pace tramite la comprensione; un compito sacro che questo ordine ha ricevuti dagli stessi Araldi.

E’ seguendo le vicende di questi tre personaggi che si scopre un’ambientazione vasta, la cui conoscenza è soltanto all’inizio. Personaggi che fanno parte di un mondo in cui molto è andato perduto, dove molti sono i misteri da svelare, ma che sono soltanto alcuni dei protagonisti di un ciclo che come lunghezza, nelle intenzioni dell’autore, segue le orme di La Ruota del Tempo di Robert Jordan e della saga Malazan di Steven Erikson. Già negli interludi presenti tra le varie parti in cui è suddiviso il romanzo vengono mostrati nuovi personaggi e popoli con tradizioni completamente diverse da quelle dei tribali Parshendi o degli aristocratici Alethi (come i Purolacustri, abitanti della nazione che un tempo era conosciuta come Sela Tales, uno dei Regni Epocali, che vivono di pesca, o come gli Shin, un popolo dove i guerrieri occupano il posto più basso della società (come fossero una sorta di schiavi) e i contadini sono ricoperti di attenzioni e rispetto): tutto per far intendere la grandezza del mondo cui Sanderson ha dato il via.
Un mondo vivo, ben caratterizzato, dove molte sono le risposte da trovare e altrettante le domande da fare per fare nuove scoperte. Un mondo spazzato da tempeste dall’alto potenziale distruttivo, cariche di potere e dotate di volontà propria, che imperversano su una terra dove le stagioni si alternano senza uno schema preciso, l’erba si ritrae al passaggio di uomini e animali, e creature gigantesche vengono considerate delle divinità. Un mondo dove gli spiriti, gli spren, sono parte integrante della realtà materiale, vivono in tutte le cose; essenze che appaiono quando avviene un cambiamento (anzi, ne sono il cuore), quale può essere il sorgere di un’emozione o di una variazione climatica.

Sanderson continua a mantenere il proprio operato su alti livelli, intessendo una storia d’intrighi, combattimenti, ricerche e conoscenza, creando un’ambientazione epica dove lontane leggende prendono a sussurrare con sempre maggiore insistenza, coinvolgendo sempre più il lettore nello scorrere le pagine di La Via dei Re e affascinandolo con i contrasti delle dualità che mostra: la tranquillità dell’infanzia e adolescenza di Kaladin che si scontra con la brutalità del suo periodo da uomo; la preservazione della vita della sua natura di medico in contrasto con il portare morte nel suo essere soldato. La miseria delle caserme dei pontieri che si scontra con la bellezza del Palanaeum, la biblioteca di Kharbranth, una gigantesca struttura a forma di piramide vuota rovesciata al cui interno sono state ricavate alcove dove vengono custoditi preziosi libri. Il mondo di Roshar e quello di Shadesmar. Gli Araldi e i Nichiliferi.
La Via dei Re è un’ottima lettura, una storia che riprende temi già trattati e conosciuti come l’onore e la dignità, la guerra e gli intrighi politici, la fine di un mondo e l’inizio di un altro, la perdita e il ritrovamento di qualcosa che è stato dimenticato e perduto. Una storia che se si vuole non rinnova il genere, non immette niente d’originale, ma con tutto quello che si è scritto è cosa impossibile farlo, non solo guardando negli ultimi anni, ma osservando anche le vicende passate dei popoli che hanno preceduto la cultura nella quale viviamo (basta vedere i miti e scoprire come con vesti differenti raccontino tutti le medesime cose). Ma è una storia scritta e strutturata molto bene, che fa immergere nella lettura e, oltre a non annoiare, è capace d’arricchire visto come orchestra la sapienza del nostro mondo dopo averla rivestita d’abiti intriganti, capaci d’attirare la curiosità (e quindi l’attenzione) di chi gli si avvicina, dove niente viene scritto per caso e che al momento giusto trova la sua ragione e la sua collocazione (se ci si interroga sulle note all’inizio dei capitoli, che sembrano essere annotazioni di un qualche diario o registro, occorre aspettare uno degli ultimi capitoli per avere rivelazione e spiegazione della loro natura).

Piccola nota. In La Via dei Re compaiono due nomi, Hoid e Adonalsium, già citati nella trilogia Mistborn. A cosa si riferiscono lo si scoprirà precisamente solo andando avanti nella lettura della saga, ma da quanto fatto capire finora da Sanderson, pare che siano legati al potere della creazione. Il primo pensiero che sorge è che questo sia un modo per avere tra le proprie opere un legame, un punto in comune da cui è partito tutto, un’origine. Così è stato con Brooks che ha legato la saga del Verbo e del Vuoto con quella di Shannara; così hanno fatto Weis e Hickmann con i cicli di Dragonlance e Deathgate. Stessa cosa con King con la serie della Torre Nera, a cui ha legato eventi e personaggi di altri libri che ha scritto: un modo per avere un filo conduttore in tutta la creazione letteraria realizzata.

L'Ultimo Potere - Preludium: III Credenze ipocrite e cieca follia - parte 1

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Seduto all’angolo del bancone, il vecchio sorseggiava la birra, scrutando i movimenti delle persone riflesse nel grande specchio che ricopriva la parete davanti a lui.
Era bastato mettere piede all’interno del locale che diverse paia d’occhi gli si fossero incollati addosso e non lo avessero mollato un solo secondo; vedeva nelle persone sedute ai tavoli la titubanza a muoversi, ma sapeva che prima o poi l’agitazione che serpeggiava tra gli avventori del locale avrebbe spinto qualcuno a fare quel passo.
Nemmeno cinque minuti dopo, un uomo s’alzò in piedi, dirigendosi verso di lui.
«Ehi.» Si sentì chiamare.
«Cosa vuoi?» Chiese dopo aver tratto una lunga sorsata dal boccale.
«La tua presenza non è gradita.» I lustrini sull’abito scintillarono seguendo i movimenti dell’uomo.
«Davvero?» Riprese a bere senza degnare l’avventore di uno sguardo.
«Certo.» Disse l’altro convinto, ma non poté nascondere il tremito che gli scuoteva la mano.
«E di grazia, per quale motivo la mia presenza al bar è un fastidio?»
«Non sei tu a fare le domande!» Sbottò l’esile uomo. «Ti basta sapere che te ne devi andare da qui e subito.»
Allungò una mano per afferrarlo alla spalla, ma un’occhiata del vecchio lo bloccò.
«Nessuno può dirmi quello che debbo o non debbo fare.» Il tono gelido fece ritrarre l’avventore di diversi passi.
Alle sue spalle la folla cominciò a rumoreggiare, come di marea che saliva.
«E dal momento che non sto arrecando danno a nessuno, me ne andrò quando avrò finito di bere.»
La provocazione sortì effetto: diversi avventori si alzarono dalle sedie sollevando i pugni al cielo.
«Vattene da questo locale!»
«Non vogliamo forestieri nella nostra città!»
Il vecchio li ignorò, continuando a bere.
Le proteste s’andarono moltiplicando, mettendo in pochi attimi il bar in subbuglio. Sorseggiando tranquillamente, il vecchio osservò nello specchio la schiera di sagome luccicanti avanzare sempre più folta e numerosa.
«Signori, signori.» Un ometto si parò davanti alla folla. «Non dimenticate l’ospitalità.» La lunga sciarpa bianca di lino appoggiata sulle spalle ondeggiò a sfiorare le ginocchia.
La massa si chetò di fronte al sorriso bonario dell’uomo in nero. Compiaciuto, fece cenno con le mani alla gente di tornare a sedersi.
«Li deve scusare.» Disse rivolgendosi al vecchio. «Sono persone di buon cuore, ma ogni tanto si lasciano un po’ andare.»
L’uomo seduto al bancone gli scoccò una dura occhiata. «A me sembrano un gruppo di xenofobi pronto a saltare addosso a chiunque non rispecchi gli standard cui è abituato.»
«Caro fratello, il tuo è un severo giudizio. Non dovresti giudicare chi non conosci.» L’ammonì con un sorriso l’ometto.
«Non sono fratello di nessuno.» Lo ammonì il vecchio. «E giudico in base a quanto vedo: siete degli ipocriti. Vedete di non importunarmi.»
Mormorii di protesta tornarono a levarsi alle sue spalle.
Il sorriso dell’uomo vestito di nero si fece teso. «Il nostro Dio insegna la prudenza, sia con le parole sia con i fatti.»
Sotto la lunga capigliatura bianca striata di grigio e nero, il vecchio sfoggiò un sorriso rapace. «A quale dio ti riferisci? Mammom, il demone del denaro? O Asmodeo, il signore dell’odio? O forse Belial? Quali di questi dei adorate?»
L’ometto sgranò gli occhi, impallidendo all’improvviso. «Tu… » Sibilò lasciando cadere la maschera di bonarietà e tendendo i muscoli facciali in uno slancio di stupore e furia. «Come hai…»
Il vecchio lo inchiodò con lo sguardo, gli occhi del colore del ghiaccio che lo osservavano intensamente, come se stessero bruciando. Brutalmente lo scrutò senza dargli tregua, studiando la reazione dell’omuncolo.
«Ha insultato il sacerdote.» La frase passò da una bocca all’altra, un brusio che andò ad alimentare l’agitazione della folla.
«Guardate come osa, quel pezzente.» Presero a sibilare con astio le prime file.
Sotto la pressione delle feroci pupille del vecchio, il sacerdote cominciò a farfugliare, incespicando in una sedia mentre indietreggiava. Una mano lo sostenne perché non cadesse. Rincuorato dal contatto, si voltò verso la massa, allargando le braccia di scatto.
«Avete sentito!» Sbottò irretito. «Ha bestemmiato.» Puntò il dito disgustato.
«La colpa è vostra, non mia.» Rimbrottò il vecchio girandosi verso la massa e appoggiando la schiena al bancone.
«Che vai farneticando? Sei tu che hai pronunciato la bestemmia, non noi.» Lo accusò un uomo dalla camicia rosa con disegni fatti di lustrini bianchi.
«Ma voi siete la causa delle mie parole. Se non aveste parlato, vi avrei lasciato in pace: voi mi si siete venuti a cercare. E mi avete trovato.» Un semplice sguardo e molte bocche pronte a inveire si richiusero di scatto. «Ora voi dite che ho bestemmiato, ma è una questione di punti di vista; infatti quello che ho fatto è stato fare una semplice domanda. Domanda alla quale avete reagito in maniera spropositata. Al che viene da pensare che il problema non sia quello che ho detto, ma quello in cui credete. Solo che non vi va di ammetterlo.»
«Tu hai definito la nostra religione un culto di demoni!» Protestò una donna con un vestito giallo attraverso il quale si vedevano i capezzoli induriti.
«Infatti è così. Voi puzzate di Demoni: siete impregnati del loro lezzo immondo.» Gli occhi glaciali del vecchio tornarono a inchiodarsi sul sacerdote.
«Tu sei pazzo.» Inveì un’altra donna dalla mise spudoratamente sfacciata. «Tu continui a bestemmiare la religione in cui crediamo.»
«Vedete, non sono io il problema, ma la vostra religione. Perché se non esistesse, non ci sarebbe la bestemmia. La causa di tutto è quella commistione di credenze che osate chiamare religione. E scommetto che perseguitate chiunque osi insultarla.» Aggiunse sarcastico.
«Certamente!» Intervenne il sacerdote di nuovo padrone del proprio comportamento. «Bisogna far rispettare la legge…»
«Altrimenti nessuno la rispetterà più.» Concluse il vecchio per lui. «E vi siete mai domandati perché certa gente arriva a bestemmiare e insultarla?»
«Perché è gente malvagia!» Sbottò la donna dai capezzoli induriti, come se fosse una cosa ovvia.
«No, la colpa, ancora una volta, è solamente vostra.» Gli azzurri occhi impietosi smorzarono ogni replica. «Con i vostri atteggiamenti ipocriti e le imposizioni che gettate sulle persone, attirate l’odio della gente. Gli insulti che certi individui lanciano al cosiddetto vostro dio, sono fatti per spregio nei vostri confronti: vogliono infangare l’immagine che tanto idolatrate, perché è il simbolo di tutto ciò che voi rappresentate. Quelle persone non insultano nessuna divinità, ma voi. Solo che non se ne rendono propriamente conto; o più semplicemente, temono che insultarvi direttamente comporti una persecuzione peggiore.»
«Noi siamo gente per bene!» Inveì l’uomo che per primo gli aveva rivolto parola nel locale. «Tu ci tratti come se uccidessimo la gente!»
«Da come vi comportate, dubito che possiate essere considerata brava gente: siete pronti a scagliarvi come un sol uomo su di me. D’altronde, non sarebbe la prima volta che una cosa del genere accade.» Precisò con freddezza. «Nascondete sotto edulcorate parole la vostra natura perversa e malvagia. Voi non siete uomini retti: solo generatori di rancori e ossessioni. Voi venerate l’apparenza. E infatti date la priorità al modo di vestire, piuttosto che al modo di essere.» Puntò il dito sulla folla che lo accerchiava. «Sembrate manichini che sfilano, presi nel rimirarsi l’uno con l’altro.»
Il brusio tornò a levarsi come il frinire di cicale.
«Un buon credente deve vivere nel decoro, curando la sua persona, facendo sì che sia di bell’aspetto e presenza.» S’alzò la voce del sacerdote. «Questo è scritto nelle sacre scritture. Chi non mette in pratica questi insegnamenti non può essere che un delinquente dall’animo malvagio e la sua condotta merita vendetta davanti a Dio.» Proclamò con sicumera.
«Quindi un bel vestito ed è tutto a posto.» Il vecchio sollevò il boccale di birra alle parole del sacerdote, bevendo un sorso alla sua salute.
«Un abito cambia l’anima di un uomo.» Ribatté l’uomo vestito di nero. «Un aspetto piacente e piacevole da guardare è indice della bontà dell’uomo. Da tale caratteristica si riconosce se la vita di una persona sarà benedetta o maledetta da Dio, se è destinata ai patimenti o alle beatitudini eterne. Nella sua gran saggezza, Dio ha voluto darci i segni per riconoscere i malvagi.»
«Siete degli sciocchi se date fede a queste parole.» Saettò il brusco commento all’indirizzo del sermone del sacerdote. «Se anche un qualche dio avesse disposto una cosa del genere, l’uomo avrebbe trovato il modo per aggirare questa regola, riuscendo a ingannare i suoi simili. Come avviene con la chirurgia plastica: così siete convinti di trasformarvi in esseri migliori, d’avvicinarvi alla perfezione.» Le parole tagliarono l’aria come una frusta. «L’aspetto fisico non dice nulla della natura di un uomo. Una persona è un criminale o un innocente a prescindere dal corpo in cui si ritrova: ciò che decide il suo comportamento sono le influenze avute dall’ambiente in cui è nato, dagli incontri fatti per strada e dalla sua capacità di farsi condizionare. E soprattutto, dalla sua volontà di essere.»
Il sacerdote lo guardò con occhi pieni di livore. «Tu sei un vagabondo, un senza casa. Non appartieni a nessuna comunità, non hai radici, non sei legato a niente…»
«Mi ritengo molto fortunato di ciò.» Convenne l’interlocutore sollevando di nuovo il boccale di birra e trangugiando un’ampia sorsata del liquido biondo.
«Un miscredente che non partecipa alle sante celebrazioni e non ascolta i testi sacri, che vive per strada spostandosi da un posto all’altro, che può saperne della verità?»
«Avrei molto da dire sui testi sacri e sulle verità che i ministri religiosi stanno ben attenti a non divulgare, spacciando per rivelazioni le menzogne che invece si inventano.» Scosse il capo. «Ma non servirebbe a nulla con gente che non vuole vedere, che vuole credere a tutti i costi in ciò che gli fa più comodo. Una cosa però la posso dire: viaggiare è un bene, si apprendono molte cose e ci si confronta con molte realtà, più che restare racchiusi nel solito posto. La staticità rattrappisce il cervello.»
«Osi mettere a confronto le tue illazioni con la sapienza di Dio?»
«Sempre che quello in cui credi sia veramente un dio e non qualcos’altro. O qualcun altro.» Lo sguardo del vecchio si fece di nuovo intenso.
Questa volta il sacerdote non indietreggiò deciso a non rivelare di nuovo il suo disagio. «Creatura ignorante!» Sbottò imperioso. «Osi contestare le parole di un ministro divino? La legge di Dio è inequivocabile. Così sta scritto: un figlio di un delinquente sarà sicuramente un delinquente e la sua bruttura rivelerà la sua anima nera.» Intimò spiritato.
«Un altro esaltato.» Il vecchio socchiuse gli occhi indagatori. «O forse no?» Borbottò tra sé. «Forse le vostre scritture si riferiscono al brutto carattere, non a un aspetto fisico poco piacevole. Dovreste leggerle meglio.» Rispose riportando la voce a un tono che potesse essere di nuovo udito.
«Sacrilegio!» Sbottò indispettito il sacerdote. «Nella nostra religione abbiamo grandi maestri che hanno dedicato la loro vita allo studio dei testi sacri.»
«Se questi sono i risultati, allora è stata una vita spesa male.»
Una smorfia di disgusto contorse i lineamenti del sacerdote. «Sei da compatire se non sai vedere la grandezza di questi uomini, se non capisci quale dono d’amore e bontà ci hanno dato. Tutte le persone di buon cuore sanno riconoscere una verità del genere.»
Il vecchio rise di gusto. «Siete da compatire: è risaputo che con un’espressione devota e un atteggiamento pio, inzuccherate perfino i demoni e li fate passare per santi. O per il vostro dio. Chi si fa abbindolare da simili discorsi non è una persona di buon cuore, è solamente un bovino che non vede al di là dell’anello legato al naso. Sperando che questi animali non si offendano per il paragone.»
«Osi paragonare persone virtuose a delle bestie?» Un uomo con un lungo foulard verde e arancione avvolto attorno al collo affiancò il sacerdote.
«Non oso paragonare le persone virtuose agli animali, ma oso paragonare voi, perché non siete virtuosi, ma oppressori e persecutori. E verrà un giorno che quanti avete oppresso e perseguitato saranno vendicati.»
«Perché dovrebbero essere vendicati?» Chiese perplessa la donna dall’abito giallo. «E che male c’è nel seguire persone buone?»
Un sorriso da lupo solcò il volto ispido di barba. «Voi considerate buoni solo gli individui che assecondano le vostre perversità e con la loro omertà benedicono i vostri vizi. E lo stesso fanno loro con voi, così vi sentite considerati buoni a vostra volta. Una persona è buona, e perciò valida ai vostri occhi, solo se sta alle regole che voi e i vostri padri avete redatto per piegare il mondo al vostro volere. Le vostre regole non sono giuste e nemmeno eque: sono fatte solo per compiacervi.
Voi parlate d’amore e di bontà, le proclamate in continuazione perché non esistono nella vostra vita: e come può trovare spazio, se nel vostro animo siete violenti? Usate tali parole per coprire ciò che siete: se veramente quei due elementi fossero presenti nella vostra vita, non avreste bisogno di parlarne in continuazione. Ma così non è.
I tentativi per mascherare la verità e l’aggrapparvi a quello che credete d’essere, sono patetici. Avete creato un culto per giustificare il vostro senso di sottomissione verso le autorità. I vostri comandamenti, il vostro obbedire, sono l’espressione del senso di colpa che provate tutte le volte che siete spinti a dare forma alle vostre fantasie infami: un senso di colpa di cui non vi liberate mai, che volete imporre agli altri. E quando non ci riuscite, guardate con sospetto chi non si lascia toccare dalle vostre regole e sentite il bisogno di proteggervi, a qualsiasi costo.»
«Ma non siamo così!» Protestò una donna indispettita.
«La solita affermazione per mettere a tacere la coscienza, per negare l’evidenza; volete perseverare nel vostro operato, pretendendo dagli altri l’approvazione, perché ritenete che l’approvazione della maggioranza possa mutare un’azione deplorevole in un’azione meritevole. Un lavare i panni sporchi per apparire lindi e immacolati. Ma un diavolo rimane un diavolo: non si può cambiare la natura delle cose.»
Il sacerdote fece un gesto di scongiuro. «Tu sei l’incarnazione del maligno, venuto a traviarci. Ma la forza della nostra fede ti fermerà.»
La folla cominciò a rumoreggiare e dare segni d’impazienza.
«La forza della fede o la forza bruta? Prima che i vostri pensieri si tramutino in atti, vi suggerisco di ponderare le conseguenze che il vostro gesto comporterebbe. Siete numericamente superiori, ma tale vantaggio potrebbe risultare nullo di fronte a un uomo armato di mitragliatore. Ora, potete credere che stia bluffando, ma niente vi dà la certezza che sotto l’impermeabile non ci sia davvero questo delizioso strumento. Né avrò l’accortezza di mostrarvelo, dato che quando viene messo in vista, è solamente per essere usato. Volete appagare la vostra curiosità versando del sangue? Se è così, non avete che da mettere in pratica quanto stavate per fare.»
Un brusio si levò dalla massa; occhiate nervose corsero tra gli astanti.
«Vecchio, vattene da questo posto: non sei il benvenuto.» Lo apostrofò il sacerdote.
«Non era nelle mie intenzioni stabilirmici: ero solo di passaggio.» Tenne a precisare il vecchio. «E vista la brutta gente abitante la cittadina, non ho intenzione di soffermarmi un minuto di più.» Attento a non dare le spalle alla massa, s’avviò verso l’uscita, varcando la soglia senza più voltarsi indietro.

La piccola folla restò a osservare la sagoma dai lunghi capelli bianchi che usciva dalla porta e s’allontanava lungo il vialetto. Solo quando non lo videro più, gli animi si rilassarono e la gente cominciò a tornare al proprio posto.
«Stranieri.» L’uomo con la camicia dai lustrini arancione fece una smorfia di disgusto. «Maledetti vagabondi: non si sa mai cosa possa arrivare da fuori.»
«Di certo era un poco di buono. Non avete visto da quanto non si rasava il volto? Sarà stata la barba di almeno una settimana.» Squittì una donna dal vistoso rossetto viola.
«Sicuramente un tipo poco raccomandabile. Una persona dabbene non si permetterebbe di mettere in dubbio la parola di un ministro di Dio.» Convenne un attempato signore con gli occhiali dalla montatura d’oro, prima di voltarsi verso il sacerdote. «La preghiamo, ci spieghi come riconoscere questo genere d’individui: dobbiamo difendere le nostre case e la nostra comunità.» Supplicò con voce tremula.
Pieno di sé, il ministro religioso riacquistò la sua compostezza e il suo aspetto stoico, velocemente sparito di fronte alla nomina di un’arma da fuoco. «Avete ragione cari concittadini: bisogna sempre essere vigili. Se la vista fosse offuscata e aveste dubbi sulla bruttura di una persona, ci sono altri segnali che possono rivelare la natura malvagia delle persone: i criminali portano tratti anti-sociali, che si possono riscontrare già nei genitori e nei nonni. Sono caratteri che si trasmettono dalla nascita, per via ereditaria: gente che vive in solitaria, rifugge i momenti d’incontro nella comunità. Chi sceglie di vivere ai margini della società, vicino a boschi e foreste, lo fa perché ha da nascondere qualcosa e solo persone malvagie devono celare azioni oscure e disdicevoli. Dal loro comportamento e modo di vivere li riconoscerete.»
Uno scrosciante applauso scaturì dalla folla.
Se il vecchio fosse stato presente, avrebbe potuto dire che era in quella maniera che la verità veniva schiacciata e messa a tacere: il consenso della moltitudine poteva rendere vera anche una menzogna.
Così fu solo un consenso unanime, pervaso da sollievo, esaltazione e una sorta di delirio malato.

Uscito dal bar, il vecchio si diresse deciso verso la pianura. Tenendosi lontano dalle vie affollate, affrettò il passo per allontanarsi quanto prima da quel luogo.
Quanto visto era più di una conferma. La misura era colma, non si poteva tornare più indietro.
Non c’era salvezza, non c’era redenzione.
Perduta. Perduta per sempre assieme alla gente.
La città era condannata; non c’era niente che potesse fare per lei. Si era appestata troppo profondamente perché il suo futuro fosse diverso da quanto stava andando incontro.
I pezzi erano già stati mossi e la partita non poteva più essere fermata. Se c’era qualcuno che ancora non si era lasciato prendere da quella follia, che avesse l’accortezza di fuggire lontano.
Davanti alla distesa verde, lanciò un’ultima occhiata ai palazzi con le insegne accese. Ancora poco e si sarebbero fulminate per non brillare più. Davvero maledetto era chi viveva in quei giorni e in quel luogo: la tribolazione sarebbe stata immensa. Non poteva far altro che lasciare quella gente al suo destino; in fondo era quanto si era scelto. E lui aveva un compito più importante che mettersi a fare il paladino delle cause perse.
Inalò l’aria umida portata dai campi. Presto sarebbe piovuto.
Chissà questa volta dove la ricerca lo avrebbe portato.
E chissà se gli altri erano riusciti a scoprire qualcosa di nuovo.
Quesiti che da tempo aspettavano una risposta.
«Di nuovo in cammino dunque, verso la prossima meta.» Mormorò il vecchio scuotendosi la polvere dall’orlo dei pantaloni consunti.

Il significato di una storia

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«…Una storia non vive finché non viene immaginata nella mente di qualcuno.»
«Cosa significa la storia allora?»
«Significa quello che tu vuoi che significhi» disse Hoid. «Lo scopo di un cantastorie non è quello di dirti come pensare, ma di darti delle domande su cui riflettere. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.»
Kaladin si accigliò guardando a ovest, in direzione dei campi militari. Ora erano illuminati con sfere, lanterne e candele. «Significa prendersi le proprie responsabilità» disse Kaladin.

«Questa è un’interpretazione» disse Hoid. «Un’ottima interpretazione, in effetti. Dunque, per cos’è che non vuoi assumerti la responsabilità?»
Kaladin trasalì. «Cosa?»
«La gente vede nelle storie quello che sta cercando, mio giovane amico.»

La Via dei Re Primo volume del ciclo Le Cronache della Folgoluce Brandon Sanderson

Galaverna

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Ci sono giorni d’inverno in cui la nebbia arriva come un’ondata di marea, turbinando veloce con le sue volute che sembrano bianchi cavalloni, insinuandosi tra le colline come se fosse un drago che le vuole afferrare tra le sue spire, coprendo di un velo d’umidità ogni cosa.

Un mare che con l’avvicinarsi della notte diventa gelato, rendendo la sua presa più stretta mentre s’avvia verso le ore più fredde che precedono l’alba.
Allo spuntare dei primi raggi del sole, un bianco paesaggio si stende davanti agli occhi; un paesaggio di candidi prati e colline che sembrano ricoperte di alberi di cristallo.


L’aria che si respira è pungente, ma nell’inalarla s’avverte la purezza della coltre che s’è posata sulla natura. Una purezza affilata, che racchiude una bellezza che ricorda il nord, con regioni lontane dove solo pochi uomini hanno posato piede su terre selvagge e ancora incontaminate. Per un attimo si può quasi avvertire l’eco di un richiamo distante, quel richiamo della foresta che sussurra un ritorno alla primordialità, a quando la vita era più semplice e intensa, dove si era parte di quella natura che ora quasi non ci si fa più caso, ci si dimentica, chiusi fra le quattro mura di palazzi con finestre che poggiano lo sguardo su grigi pareti e strade asfaltate, dove tutto è noto, niente è scoperta.
Una visione fugace che si fa sempre più lontana con l’incedere della giornata, che si liquefa come il leggero manto bianco quando il sole sale nel cielo a scaldare la temperatura, lasciando sui rami gocce lucenti, che fanno sembrare gli alberi addobbati di minuscoli brillanti.

L'Ultimo Potere - Preludium: II Frivolezze - parte 2

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All’interno del bar, la sala era immersa in un bagno di luce. Una luminaria sfavillante faceva brillare come cristalli i sottili calici disposti sulle mensole. Lucidi vassoi d’argento rilucevano di scintillanti riflessi dietro il bancone.
I tre se ne stavano seduti attorno a un tavolino con le gambe di ferro battuto, lo sguardo posato sull’orologio dorato posto sulla superficie bianca.
«E’ costato un capitale, ma ne è valsa la pena.» Mormorò il ragazzo lisciandosi compiaciuto la testa rasata. «Guardate le fini cesellature del cinturino e il disegno sulla cassa. Non sono un capolavoro?»
«Uhm…sì, non male.» Convenne l’uomo con la cravatta. «Ma non è l’ultimo modello: la settimana scorsa è uscito quello nuovo. Se dovevi fare un investimento, ti conveniva aspettare: così hai una cosa vecchia.»
«Hai ragione.» Disse l’altro deluso. «Allora dovrò tornare al negozio e cercare di farmelo cambiare con l’ultimo uscito.» Sconsolato guardò l’orologio fino ad allora riverito come un giocattolo rotto.
«Non te la prendere.» Lo consolò l’uomo con la cravatta. «E’ vero che ti comporti come un bambino che vuole tutto quello che vede, ma non è colpa tua se sono più avanti di te: lavorando in banca, e venendo a contatto con molte persone, ho modo d’essere sempre aggiornato.»
«Ah.» Fu l’unico commento che uscì dalla bocca dell’amico abbattuto mentre si allacciava il cinturino al polso.
«E tu cosa ne dici?» Il banchiere esortò l’uomo con la barba a dire la sua.
L’interpellato si riscosse, perso nell’osservare le bollicine della bibita che aveva davanti. «Su che cosa?»
«Ma sull’orologio, naturalmente.»
«E’ un bell’oggetto: perché dovrebbe cambiarlo?»
«Ma non è alla moda!» Sbottò il ragazzo. «Possibile che tu non riesca mai a capire cosa significhi restare indietro, non essere come gli altri? Se non sei come la maggioranza, sei tagliato fuori, sei escluso.»
«Ed è così importante?» Disse l’uomo con la barba senza scomporsi.
«Certo che lo è: altrimenti non sei nessuno. Essere riconosciuto dagli altri è importante, è un valore.» Il ragazzo sgranò gli occhi come un sacerdote che sentiva una bestemmia. «Fare parte della società è un punto di forza per ciascuna persona.»
«E per essere qualcuno devi avere bisogno degli altri? Devi avere l’appoggio, l’approvazione altrui?» Il sopracciglio dell’uomo con la barba s’inarcò sbiecamente. «Per me è una grandissima puttanata.»
«Allora non capisci.»
«Già. Come non capisco perché ti metti tanti problemi per un orologio.»
Il ragazzo lo guardò di stucco. «E tu cosa avresti fatto allora?»
«Avrei cambiato orologio solo nel caso quello vecchio si fosse rotto. Se una cosa può ancora essere utile, perché devo cambiarla?»
Il ragazzo s’alzò in piedi. «Parlare con te è impossibile. Perché non puoi essere come gli altri? Che c’è di tanto male?» Disse acido. «Ti facciamo tanto schifo da voler essere così diverso da noi?»
«Sono solo me stesso.»
La banconota svolazzò sul tavolo. «Offro io. Ma sta attento: le tue idee prima o poi ti metteranno nei guai.» Mormorò il ragazzo mentre s’avviava verso l’uscita.
«Lo devi sempre far incazzare?» Domandò il banchiere.
«E’ lui che vuole farlo; io dico solo quello che penso.»
«Non puoi dire sempre quello che pensi: prima o poi ti metterai davvero nei guai.» Fu l’ammonimento senza rimprovero.
L’uomo con la barba trangugiò un lungo sorso della bibita gassata. «Sono solo parole: lasciano il tempo che trovano.»
Il banchiere lo squadrò pensieroso, sapendo che ogni tentativo di fargli cambiare idea era inutile. «Ho sentito che hai perso il lavoro.» Disse cambiando discorso.
L’uomo annuì. «La ditta ha chiuso: non riteneva remunerativo continuare a produrre apparecchiature di controllo per la sicurezza elettrica. Non hanno mercato, diceva la dirigenza. In fondo non ha completamente torto.» Costatò amaramente. «Ormai non si produce più nulla: tutti sono preoccupati di potersi vestire bene, d’essere abbronzati e depilati. Alla gente importa solo della propria bellezza, incurante che tutto il resto vada allo sfascio.»
«Perché ti preoccupi? Tanto non puoi farci nulla.»
«Quindi dovrei adeguarmi?»
«Sarebbe più facile.»
«E’ una cosa assurda.»
«Forse. Ma è il mondo in cui viviamo. O ti adegui…»
«O sei fuori.» Concluse l’uomo con la barba.
«Ora cosa pensi di fare?»
Passò un lungo momento prima che il bicchiere venisse posato sul tavolo. «Non lo so.» Disse l’uomo con la barba osservando il cubetto di ghiaccio sciogliersi. «Ho qualcosa da parte: per un po’ dovrebbe bastare.»
«E quando saranno finiti?»
«Allora ci penserò.»
«Non puoi pensare che durino in eterno.»
L’uomo con la barba sorrise. «Certo che no. Ma se continua di questo passo, non ci saranno alternative per il domani; con questo sistema non c’è visione di futuro.» Sottolineò passando un dito sul bordo del bicchiere. «Non si vuole che ci sia; hanno mandato a catafascio ogni cosa, hanno lasciato che tutto cadesse. Ma che importa? Come dici tu, perché dovrei arrabattarmi tanto?»
Il banchiere fece un sorriso, cogliendo la sfumatura. «Potresti provare a lavorare in uno di quei centri benessere: è un buon posto, per certi versi perfino piacevole.» Un’espressione compiaciuta si dipinse sul volto abbronzato.
L’uomo con la barba scosse il capo. «E’ un ambiente falso e malevolo: non riesco a restare là dentro per ore. Mi dà un malessere quasi fisico.»
«Cos’ha di così tremendo?» Domandò sorpreso il banchiere. «E’ un ambiente tranquillo, pulito, per nulla faticoso e pieno di belle ragazze: cos’altro potresti volere?»
L’uomo con la barba scosse il capo. «Non c’è niente d’umano: è tutto basato sull’apparenza. Le persone non contano per quello che valgono, ma per quello che appaiono.»
Il banchiere si portò una mano al mento. «Tu cerchi un lavoro che si basi sulle capacità.» Mormorò pensoso. «Ci sono!» Il volto s’illuminò di colpo. «Prova a farti assumere in banca: sai parlare e potresti convincere la gente facilmente. Inoltre, si guadagnano un sacco di soldi. Potrei mettere una buona parola per te.» Rivolse il palmo verso il compagno di bevuta a sottolineare l’offerta d’aiuto. «Ma sembra che a te questo non interessa.» Aggiunse vedendo lo sguardo spento.
L’altro serrò le labbra. «C’è qualcosa di più dei soldi. E quel lavoro è squallido, è un imbrogliare le persone.»
«Già, ma per lo meno potresti migliorare la tua posizione e farti considerare meglio dalla gente. Lo sai quello che si dice su te.»
L’altro annuì.
«Ma sembra che non te ne importi.» Il banchiere si lasciò scivolare sullo schienale della sedia. «Che cos’è che vuoi esattamente?»
L’uomo con la barba guardò fuori della finestra, osservando lo svolazzare delle farfalle attorno alle lampade. Sul davanzale, alcune erano già cadute bruciate. «Non sono ancora riuscito a capirlo. Qualsiasi cosa faccia, mi stanco dopo poco: è così limitato. Io voglio qualcosa di più e ci deve essere qualcosa di più. Ma non riesco a trovarlo o a capire di che cosa si tratta.»
«Non riesci a farti bastare quello che hai?»
L’uomo con la barba si voltò a fissarlo. «No.»
Il banchiere distolse lo sguardo. «Alle volte mi preoccupi.»
«Già: tutti trovano un posto nel mondo, tranne io. Forse perché un posto nel mondo per me non c’è.» L’uomo con la barba s’alzò in piedi.
«Vai già via? Non ti fermi a fare un’altra bevuta?»
«Non sono di gran compagnia stasera. E poi ho bisogno di fare due passi.» Si schermì l’altro, cercando di non far vedere il disagio che provava. «Ci vediamo presto.» Disse avviandosi verso l’uscita.
Varcata la soglia del bar, si sentì tornare a respirare: dentro sembrava di soffocare. Era riuscito a resistere il più a lungo possibile, ma aveva avvertito sin da subito l’impulso di scappare, di allontanarsi da quel posto.
Aveva fatto qualche passo, quando una voce lo raggiunse come una rasoiata.
«Sei ancora qui, pezzente?»
Si voltò di scatto, ritrovandosi quattro paia d’occhi che lo squadravano malevolmente.
«State parlando con me?» Chiese sorpreso.
«Certo che stiamo parlando con te.» Lo apostrofò acidamente l’uomo più vicino all’ingresso del bar. «Vedi altri pezzenti in giro?»
Gli altri tre risero divertiti.
L’uomo che aveva parlato lo fissò astiosamente. «A noi non piace avere intorno dei poco di buono: ci ammorbano l’aria, rendendola irrespirabile.»
«Non capisco cosa c’entro io con i vostri problemi.»
«C’entri, perché sei tu il nostro problema. E noi non vogliamo avere problemi. Quindi tu devi sparire, non devi più tornare. Non ti vogliamo più vedere qua intorno. Altrimenti la prossima volta non saremo altrettanto gentili.»
L’uomo con la barba fremette di sdegno, ma tutto quello che fece fu girare sui tacchi e andarsene. Continuò a sentire le loro voci denigratorie inveire contro di lui mentre s’allontanava. Senza accorgersene, andò quasi a sbattere contro una persona.
«Mi scusi.» Disse senza guardare.
«Ehi.» Lo apostrofò l’altro.
L’uomo con la barba si fermò, voltandosi verso l’individuo.
Un uomo dai capelli bianchi striati di nero che cadevano disordinatamente sul lungo impermeabile, lo fissava con occhi da rapace. La barba di diversi giorni e uno zaino issato su una spalla, davano la sensazione che venisse da un lungo viaggio.
«Non senti quello che ti dicono?» Lo apostrofò duramente lo straniero.
«Certo.» Fu tutto quello che riuscì a rispondere l’uomo con la barba, sentendosi a disagio sotto lo sguardo indagatore.
«E glielo permetti?»
«Sono soltanto parole: lasciano il tempo che trovano.»
«Fai pure, allora. Ma si comincia sempre con poco in tutte le cose. Anche nelle disgrazie.» Lo ammonì duramente lo sconosciuto. «Mai lasciar correre.»
L’uomo con la barba lo osservò mentre spariva nella notte. Uno straniero di passaggio. Di quei tempi era cosa rara vedere gente vagabonda: la maggior parte delle persone preferiva trovare un posto dove restare e una volta trovato, non lo lasciava tanto facilmente, a meno che non fosse costretto a farlo.
Un incontro davvero strano, come lo erano i tempi in cui vivevano.
Presto raggiunse la strada principale, cercando di stare a margine della fiumana di gente che si muoveva come una mandria migrante. Profumi di mughetto e incenso gli inebriarono le narici, mentre ragazze dagli spacchi vertiginosi alle gonne e generose scollature sul petto gli passavano accanto posando voluttuosamente sotto i suoi occhi le loro grazie, alla ricerca dell’attimo sfuggente di potere che l’ammirazione per il corpo femminile gli uomini donavano con il loro sguardo.
Sopra di lui le insegne sfrigolavano abbagliando con la loro luce intensa e sgargiante.
“Tutto questo non ha senso.”
Si guardò intorno per osservare la massa.
Le donne si muovevano avvolte in volute profumate e vaporose, pronte a essere colte, pronte a farsi mangiare. E a mangiare.
Gli uomini, incipriati e imbellettati, sfilavano per guardare e farsi guardare. Pomposi nel mostrare pezzi di pelle glabra attraverso camicie sbottonate fino allo sterno.
Esseri voluttuosi e vuoti perché così voleva la società. Vittime volontarie che sacrificavano se stesse perché gli altri così volevano.
Il marciapiede era una lunga passerella dove mettersi in mostra. Un mercato per scegliere la merce più pregiata e farsi comprare dall’offerente migliore.
“Dove va tutta questa gente? Dove corre? Per cosa corre? Non ha senso.” Ripeteva il leit motiv a ogni sguardo che si posava su una nuova fetta d’umanità in movimento. “Perché darsi da fare? Per cosa darsi da fare?” Continuava la mente a incalzarlo. “Per questo insensato corre? Per questo vuoto?”
Fissò i lampioni sfavillanti: impegnarsi per costruire cose effimere come le luci che lo circondavano, e poi vederle spegnersi e rimanere inutilizzate o messe da parte per qualcosa di più nuovo. Cosa erano serviti gli sforzi per costruirle, per farle funzionare? Tutto in fumo. La gente si dimenticava di ciò che aveva usato, non s’accorgeva nemmeno che era stato.
Che vita inutile e smodata. Una conquista dopo l’altra che andava a ingrossare il cumulo di trofei da mostrare; un cumulo per dire che si aveva lasciato un segno nel mondo e pertanto si era vissuto.
Ma questa era vita? Che significato aveva?
Tutto falsità, tutto apparenza. Un’accozzaglia di meri gusci vuoti.
Non c’era futuro in un mondo del genere. Solo vuoto: il nulla che rotolava sempre più in fondo a un cratere che non conosceva fine.
Non c’era speranza in quella e per quella società.
Voleva credere che tali pensieri fossero dovuti allo scontento per la sua situazione, ma sempre più spesso si trovava a costatare di assistere all’ultimo canto della cicala.
S’allontanò dalla zona delle boutique e dei centri per massaggi, scegliendo vie tranquille e silenziose.
Si sedette sulla panchina di un piccolo parco a metà strada del percorso per tornare a casa, rilassandosi alla luce blu dei lampioni che avvolgeva sobriamente gli alberi in un’atmosfera surreale, quasi fuori del mondo; una piccola oasi di pace in un vortice che non si riposava né di giorno né di notte. La violenza delle insegne sgargianti e pulsanti sembrava lontana, distante chilometri: quanto gli sarebbe piaciuto che quel momento durasse in eterno, ibernandolo in una stasi dove non sarebbe più stato morso dalle angosce del vivere.
Un suono di passi lo riscosse dall’abbandono in cui si era lasciato andare.
Due uomini in manica di camicia stavano passando lungo il marciapiede, conversando amabilmente. Dall’elegante ventiquattrore che avevano in una mano e dalla caratteristica cartella di plastica rigida che tenevano nell’altra, doveva trattarsi di medici.
«Sono fermamente convinto» stava dicendo l’individuo più vicino al muretto del parco «che rimodellare la forma del corpo, specialmente i lineamenti del viso, possa modificare il carattere di una persona. Gli studi che sto facendo vanno approfonditi, ma sono sicuro che una volta giunti a conclusione, rappresenteranno un grosso passo avanti per l’umanità.»
«In che senso?» Domandò perplesso quello più vicino alla strada.
«Non riesci a capire? In questo modo si possono eliminare i lati negativi delle persone: non ci sarà più delinquenza, la malavita sparirà. Crimini, cattiverie, menzogne: tutto sparirà.» Disse con enfasi il primo medico.
«Come fai a esserne così sicuro?» Obiettò il secondo medico.
L’altro lo guardò stupito. «Come fai a non capire? Ciò che è bello non può che essere buono. Un volto regolare è indice d’equilibrio, labbra carnose indicano lealtà, un mento largo indica un carattere vigoroso.» Fece notare con cura. «Andando a modificare la struttura del corpo, si può andare a correggere i caratteri malati di una persona.»
«Non credo che la chirurgia estetica abbia questo potere; non l’ha avuta nemmeno l’ingegneria genetica, la scienza al momento più evoluta in campo medico. Il corpo umano è un sistema troppo complesso da comprendere viste le tante variabili che contiene per poter essere modificato senza rischi; c’è chi ha provato a lavorarci sopra, con gli scompensi che si sono visti. Una soluzione così semplicistica come quella proposta dalla chirurgia estetica non può risolvere una questione irrisolta per secoli.»
«Ma è questo il punto. Si è scelto sempre la via più difficile, più tortuosa, quando bastava scegliere quella facile. E’ tutto così semplice. Basterà che la gente guardandosi allo specchio si veda più bella e si sentirà una persona diversa, migliore, perdendo in questa maniera la parte brutta del proprio animo.» Insistette il primo medico.
Il compare non parve per nulla convinto. «Questa teoria è un modo come un altro per cercare di attirare più clienti nella tua clinica di chirurgia estetica e aumentarne i profitti.»
«Ma perché la gente deve sempre pensare male? Perché deve essere così mal fidente? Siete dei corvi del malaugurio che ostacolano il benessere della gente: volete farla vivere nelle preoccupazioni e nell’amarezza. Molti esimi colleghi concordano con le mie idee e le sostengono.»
«Anche loro chirurghi estetici?» Obiettò il secondo medico.
La discussione si perse in lontananza mentre i due si allontanavano.
“Questa è follia, oltre che idiozia.” Pensò l’uomo con la barba mentre li perdeva di vista.
Un voler illudere la gente. Uno sfruttamento fatto di sorrisi ipocriti dietro i quali si celava un inganno premeditato. Un inganno permesso dalla gente che voleva credere a tutti i costi in qualcosa.
“Siamo tutti degli ingannatori. Quante volte illudiamo noi stessi, quante volte ci nascondiamo dietro delle maschere fatte di silicone, atteggiamenti costruiti, per non vedere e fare vedere ciò che si è realmente.” Pensò sconsolato riprendendo la via di casa. “Ostinatamente si cerca di coprire ciò che non va, facendo finta che tutto vada bene, quando invece non è così. Si finge d’essere quello che non si è, facendo passare per principi e principesse dei mostri. Maschere piacenti e delicate su golem grezzi e senza grazia; costrutti che si muovono senza volontà, mossi da fili che conducono su binari prestabiliti.”
Lontano dalla città, sulla strada affiancata da un ruscello gorgogliante, fissò la collina in lontananza, ascoltando il frinire dei grilli. Un pensiero lo raggiunse, leggero e fugace come la brezza serale.
“Perché si ha tanta paura di se stessi? Perché si arriva ad autodistruggersi pur di non vedersi?”
La risposta sembrò aleggiare nell’aria, pronta per essere raccolta.
E poi svanì, lasciando la domanda irrisolta.
Forse non era così importante.
Tagliando per i campi, attraverso l’erba alta, raggiunse la casa silenziosa.

Due pesi, due misure

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Leggo la notizia di un giovane romeno di venticinque anni che è stato arrestato e condannato a due anni per il furto di una barretta di cioccolato.
Le regole di una società vanno rispettate, perché altrimenti è solamente caos, e si va a creare un mondo di sopraffazione dove ha la meglio il più forte e il più furbo, mentre invece occorre avere etica e rispetto verso qualsiasi individuo.
Ma in questo caso ci sono due elementi che stridono.
Uno, la condanna è spropositata: due anni per una barretta di cioccolato sono troppi, specialmente quando si vedono crimini maggiori venire assolti o avere punizioni minori.
Due, se questa è la linea che si segue, perché per chi commette furti maggiori non si applica lo stesso metro? E’ una questione di nazionalità? O di casta?
Perché sinceramente vedere imprenditori evadere il fisco per centinaia di migliaia e anche milioni di euro, politici utilizzare soldi pubblici per i propri fini e passarla spesso liscia, quando si sta vedendo lo stesso reato commesso dall’uomo della notizia solo in scala molto più ampia, è una gravissima mancanza di rispetto alla dignità e all’intelligenza umana.
Ma si sa che cane non mangia cane, che tra simili ci si aiuta.
Ma in una civiltà se si vuole che le cose funzioni davvero, le regole debbono essere uguali per tutti, non devono esserci due pesi due misure.
Questa però è la storia umana che si continua a non imparare: chi è al potere sfrutta il potere e piega le regole ritenendosi al di sopra delle regole. Da sempre chi è al potere s’è arricchito alle spalle di altri: così ha fatto la nobiltà, così ha fatto la politica, dove si è guadagnato senza fare niente (basta pensare alle pensioni che hanno certe persone per aver “lavorato” per qualche mese senza fare nessuno sforzo), dimenticando che se il mondo è andato avanti, è evoluto, non è stato per merito loro, ma di tutte quelle persone che con il sudore del lavoro, dell’ingegno si sono impegnate per migliorare l’esistenza.
Questo stato delle cose deve cambiare se si vuole vivere una realtà diversa. Adesso è toccato a uno sconosciuto, ma chi può dire che un giorno l’ingiustizia non si abbatta su uno di noi, ritrovandosi a pagare in maniera spropositata quando chi è davvero colpevole invece la passa liscia, anzi, quasi ci manca che venga premiato?

La cavalcata dei Rhapsody of Fire

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Ci sono diversi modi per realizzare una saga fantasy: esistono libri, fumetti, serie televisive. Lo si può fare anche attraverso la musica.
Ed è quello che hanno fatto i Rhapsody of Fire in questi anni, a partire dal 1997 con i loro album, affermandosi a livello internazionale e arrivando a creare un nuovo genere, il Film Score Metal: è tra voli su draghi e unicorni alati, scontri tra demoni e morti, profezie nate da signori oscuri e angeli splendenti, che si sviluppano le saghe da loro create, la Emerald Sword Saga e la Dark Secret Saga.
Possono piacere o non piacere, ma è un dato di fatto che hanno lasciato un segno nel Metal, come ho scritto in questo articolo.