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Cos'è che gli uomini ritengono più prezioso?

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Arguzia iniziò a suonare l’enthir. «Conversiamo per passare il tempo. Ditemi. Cos’è che gli uomini ritengono più prezioso negli altri?…
«Ebbene?» chiese Arguzia, interrompendo la musica. «Che ne pensate? Se un uomo o una donna avesse un talento, quale sarebbe il più stimato, il più apprezzato, quello considerato di maggior valore?»
«Ehm… la musica?» disse infine uno degli uomini.
«Sì, una risposta comune» disse Arguzia, pizzicando alcune note basse. «Una volta posi questa domanda ad alcuni studiosi molto saggi. Qual è il talento che gli uomini considerano più prezioso? Uno menzionò l’abilità artistica, come tu hai indovinato con tanto acume. Un altro scelse l’intelletto. L’ultimo scelse il talento di inventare, la capacità di progettare e creare congegni meravigliosi…
«Genio estetico,» disse Arguzia «inventiva, acume, creatività. Nobili ideali davvero. Molti uomini sceglierebbero uno di questi, se stesse a loro farlo, e li definirebbero i più grandi fra i talenti.» Pizzicò una corda. «Che bellissimi bugiardi siamo.»
Le guardie si lanciarono occhiate a vicenda; le torce che ardevano sui supporti alla parete le dipingevano di una luce arancione.
«Voi pensate che sia un cinico» disse Arguzia. «Pensate che stia per dirvi che gli uomini affermano di stimare questi ideali, ma in segreto preferiscano talenti più volgari. La capacità di fare soldi o di affascinare le donne. Be’, io sono un cinico, ma in questo caso penso davvero che quegli studiosi fossero onesti. Le loro risposte parlano per le anime degli uomini. Nei nostri cuori, noi vogliamo credere in grandi talenti e virtù, e sono ciò che sceglieremmo. Ecco perché le nostre menzogne, in particolare verso noi stessi, sono così belle.»

Uno dei soldati si schiarì la gola. «Allora qual è il talento più prezioso che un uomo può avere?» Suonava sinceramente curioso.
«Non ne ho la più pallida idea» disse Arguzia. «Per fortuna non era questa la domanda. Non ho chiesto quale fosse il più prezioso, ho chiesto quale gli uomini ritengono più prezioso. La differenza tra queste due domande è allo stesso tempo minuscola e vasta quanto il mondo stesso.»
Continuò a pizzicare la sua canzone. Non si strimpellava un enthir. Era una cosa che non si faceva e basta, per lo meno non da persone con un qualche senso del decoro.
«In questo,» disse Arguzia «come in tutte le cose, le nostre azioni ci tradiscono. Se un’artista crea un’opera di poderosa bellezza-usando tecniche nuove e innovative – verrà lodata come una maestra e lancerà un nuovo movimento estetico. Eppure se un’altra, lavorando in modo indipendente e con quel preciso livello di capacità, dovesse ottenere gli stessi risultati solo il mese successivo? Troverebbe lo stesso plauso? No. Direbbero che la sua è arte derivata.
«Intelletto. Se un grande pensatore sviluppa una nuova teoria di matematica, scienza o filosofia, noi lo definiremo saggio. Siederemo ai suoi piedi a imparare, e registreremo il suo nome nella storia perché a migliaia lo riveriscano. Ma se un altro uomo determina la stessa teoria per conto proprio, poi ritarda la pubblicazione dei suoi risultati di una sola settimana? Verrà ricordato per la sua grandezza? No. Sarà dimenticato.
«Inventiva. Una donna costruisce un nuovo progetto di grande valore… un fabrial o una prodezza di ingegneria. Verrà conosciuta come un’innovatrice. Ma se un’altra con lo stesso talento crea lo stesso progetto un anno dopo – non rendendosi conto che è già stato realizzato – lei verrà premiata per la sua creatività? No. Diranno che la sua è una copia, una contraffazione.»
Pizzicò le corde, lasciando continuare la melodia, contorta, ossessiva, eppure con una debole punta di scherno. «E così,» disse «alla fine, cosa dobbiamo determinare? È l’intelletto di un genio che veneriamo? Se fosse la loro abilità artistica, la bellezza della loro mente, non la loderemmo quand’anche avessimo visto il frutto del loro lavoro in precedenza?
«Ma non lo facciamo. Se ci vengono sottoposte due opere di maestosità artistica, che altrimenti avrebbero lo stesso peso, noi daremo maggior plauso a chi l’ha fatto per primo. Non importa cosa crei. Importa cosa crei prima di chiunque altro.
«Dunque non è la bellezza che ammiriamo. Non è la forza dell’intelletto. Non è l’inventiva, l’estetica o la capacità stessa. Il maggior talento che pensiamo un uomo possa avere?» Pizzicò un’ultima corda. «A me sembra che non sia nulla più della novità.

«Cos’è che riteniamo prezioso?» Mormorò Arguzia. «Innovazione, Originalità. Novità. Ma cosa più importante…tempismo.»

La Via dei Re – Brandon Sanderson

Così è da sempre: il primo che arriva a una meta è quello che più viene ricordato, quello che ha più successo, quello che trova la ricchezza maggiore.
Per gli altri ci sono solo le briciole e il dispiacere di dover costatare di non appartenere alla prima categoria.
Ma sempre più spesso ormai ci si ritrova a fare i conti di non appartenere neppure alla seconda, di essere messi fuori, di non avere neppure un piccolo spazio dove stare: si è privati di tutto, costretti a vedere che altri s’appropriano di più di quanto possono usare, più di quanto abbiano bisogno. Una disuguaglianza schifosa dove la forbice si fa sempre più larga, dove intere fette d’umanità vengono buttate nella spazzatura come se fossero erbacce secche. E non si guardi solo a paesi del terzo e quarto mondo, quanto detto sta accadendo nelle nazioni cosiddette evolute, basti guardare cosa si sta facendo nel mondo del lavoro, come i casi della Sigma Tau e della Omsa, solo per citare alcuni esempi fra le centinaia di situazioni simili che si stanno verificando, perché la sopraffazione non ha nazionalità, è dovunque c’è l’uomo.
Non parliamo poi di rapporti tra simili, dove si è talemente viziati e capricciosi che si pensa d’avere il diritto di comportarsi come si vuole, dove tutto può essere preso, dove non si ha rispetto ed educazione, dove ci si fa calpestare dai prepotenti, si viene aggrediti e quasi si chiede scusa per le ingiurie subite, mentre si sputa sopra a gentilezza e comprensione come se fossero peste.
Per un’umanità del genere non c’è speranza; con la mentalità attuale davvero non può esserci che una Grande Desolazione, si sta andando oltre ogni misura di sopportazione e, come direbbe John Coffey in Il Miglio Verde di Stephen King
Non ne posso più del dolore che sento e vedo, capo. Non ne posso più di vivere in strada, solo come un pettirosso sotto la pioggia. Mai un amico da andarci assieme, un amico che mi dice da dove veniamo e dove stiamo andando e perché. Non ne posso più della gente cattiva che si fa del male. Per me è come cocci di vetro piantati nella testa. Non ne posso più di tutte le volte che ho voluto rimediare e non ho potuto. Non ne posso più di stare al buio. Soprattutto è il dolore. Ce n’è troppo. Se potessi smettere di sentirlo, lo farei. Ma non posso.

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