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L’Ultimo Potere – Preludium – IV Scintilla – Parte II

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Solo nella cella, rinchiuso nel suo essere, stava per esplodere. L’ira montava come una marea impetuosa.
Seduto sulla branda con lenzuola e coperte arruffate in un angolo, fissava il pavimento grigio sentendo il sangue delle tempie martellarlo come tamburi da guerra.
L’incredulità era stata presto sostituita dal dolore, un dolore cocente come una lama che trapassava la pelle; una ferita che non aveva sanguinato, ma che aveva lasciato le carni aperte, dalle quali erano scaturite fiamme che l’avevano avvolto come una febbre tropicale, rendendolo sempre più furente. Le ondate di calore lo avevano assalito in un impeto crescente, travolgendolo con un ritornello ossessivo.
E i suoi pensieri non lo avevano lasciato andare, lo avevano ripreso fomentandolo: cavalloni di un fiume che stava per straripare in una piena improvvisa.
Il processo era stato una farsa.
Non c’era stato nulla d’equo; non c’era stata speranza. Ogni possibilità d’appello gli era stata negata.
Il giudice non gli aveva posto alcuna domanda. Era rimasto alla sbarra come un’attrazione da circo che tutti potevano rimirare e guardare incuriositi; volti sconosciuti si erano alternati in un’escalation di disprezzo, ma anche facce conosciute, che solo fino a pochi giorni prima lo salutavano e che ora per lui avevano solo una smorfia di freddo distacco.
Non era mai stata data parola alla difesa e l’avvocato d’ufficio che gli era stato assegnato non aveva fatto nulla per prenderla, lasciando campo libero all’accusa: una lunga arringa che aveva fatto ingrossare la lista d’accuse che lo riguardavano.
Sentì il cuore battere a un ritmo sempre più martellante mentre la rabbia cresceva ripensando a quei momenti. E più ci ripensava e più l’odio cresceva.
Strinse i denti. Quella gente si era accanita contro di lui, una massa di deboli che si facevano forza l’un l’altro dandogli addosso. Un branco di vigliacchi che presi singolarmente non avrebbero avuto il coraggio di dire niente e che invece insieme avevano fatto la voce grossa, prendendo forza ad ogni ingiuria.
Avevano testimoniato il falso.
Avevano vomitato su di lui il livore di una vita repressa.
Avevano osato colpirlo.
Le mascelle si serrarono ancora con più forza, facendo stridere i denti.
Quei falsi ricettacoli di vita. Quel branco di fighette isteriche.
Sentì le vene delle tempie pulsare a un ritmo forsennato.
Come avevano potuto?
E poi c’era stato il sacerdote, l’essere piccolo e invidioso che finalmente aveva la possibilità di rivalersi su di lui. Un individuo che non c’entrava nulla con il processo, ma che aveva chiesto di avere parola, che aveva voluto dire la sua.
Una recita costruita, una commedia per incensarsi e incensare la folla plaudente che lo sosteneva. Un’arringa sulla natura del male e sulle sue misere origini: come se fosse un medico che spiegava ai colleghi la natura di un tumore o una malattia. Era stato considerato come un virus che poteva infettare la società; molta gente si era ritratta al sentire quelle parole. Una scena surreale, quasi tragicomica, se non fosse che stava per essere incriminato di qualcosa che non aveva commesso.
Ma il fine di quell’individuo non era ammonire la gente, metterla in guardia: quella persona non faceva nulla per gli altri. Quanto stava facendo era soltanto per sé, per appagare la sua sete di vendetta.
Una vendetta per non essere mai riuscito a piegarlo ai suoi voleri, a farlo sottomettere ai suoi dogmi, a fargli abbracciare le sue credenze. Una vendetta perché non riusciva a essere come lui: una persona libera.
Un misero essere mosso da piccolezza e invidia. L’invidia di dover basare il proprio valore sul consenso altrui, mentre lui non aveva bisogno di nessuno per valere.
Per questo il sacerdote voleva toglierlo di mezzo: perché la sua vista non fosse di scandalo e la sua presenza ricordasse in continuazione ciò che loro non sarebbero potuti essere. Perché ciò che non si poteva avere doveva essere distrutto. Con ogni mezzo.
Strinse i pugni fino a far diventare bianche le nocche, assalito da una vampata di furia più intensa delle precedenti. Come se stesse vedendo un film, le immagini del processo continuarono a scorrere nitide, i bordi velati di nero.
Il giudice aveva ascoltato la dissertazione del sacerdote, ma non la testimonianza della ragazza stuprata.
L’aveva vista avvicinarsi alla sbarra, facendosi largo tra la folla e tenersi in disparte in un angolo della sala, aspettando il momento per intervenire. Il sole che filtrava dalle finestre riluceva sulla capigliatura bionda come una piccola fiammella in un mare di buio; vestita con pantaloni e camicia chiari, risaltava vicino alla folla come un piccolo faro che mostrava la via sicura per raggiungere il porto.
Per diversi istanti non aveva capito chi fosse, ma l’espressione segnata dal dolore, dall’umiliazione e dalla decisione di avere giustizia, avevano svelato la sua identità.
Aveva sentito la speranza tornare a nascere. Con la sua testimonianza sarebbe stato scagionato e sarebbe stato libero.
Ma più il tempo passava e più si accorgeva che si trattava solo di un’illusione. Nessuno le stava prestando attenzione, nessuno prendeva in considerazione i tentativi che faceva per prendere parola; come se non esistesse, come se fosse un fantasma. Nessuno guardava nella sua direzione, ignorandola come s’ignora un bambino petulante nel tentativo di farlo smettere.
La fiammella della speranza era cominciata a scemare, lasciando di nuovo spazio alla rassegnazione.
Seduto nel suo angolo, con le braccia abbandonate sulle gambe, aveva assistito alla triste rappresentazione come se fosse un estraneo, uno spettatore che si era fermato per caso. Con gli occhi vacui e fissi, sentiva le dichiarazioni scivolargli addosso come fredde gocce di pioggia.
Distaccato, aveva visto i tentativi della ragazza di farsi ascoltare vanificati, ignorati dal suo avvocato difensore che l’aveva liquidata con un semplice sguardo e dal giudice che continuava imperturbabile nell’emettere il giudizio: la sentenza era stata emessa, il martello era calato. Sulle pareti era riecheggiata un’unica parola: condanna.
Era finita.
Aveva incrociato lo sguardo della ragazza.
Aveva visto in lei la sua stessa sensazione di sconfitta e resa di fronte all’ingiustizia; il peso dell’ineluttabilità si rispecchiava nei loro visi, marchiato sulla pelle e negli occhi come una profonda incisione.
Una profonda tristezza l’aveva invaso, per sé e per lei: vittime che vedevano negata la giustizia meritata, che non avrebbero avuto alcuna consolazione.
Le guardie si erano avvicinate per portarlo alla sua cella, dove si sarebbero ricordate di lui solo nell’orario dei pasti.
Lì, isolato dal mondo, era rimasto in compagnia dell’umiliazione e del dolore.
Ma presto il dolore aveva portato il ricordo e il ricordo ulteriore sofferenza.
E rabbia.
Una voce aveva cominciato a sussurrare, crescendo d’intensità fino a diventare un urlo di tempesta.
Era stato accusato ingiustamente e nessuno aveva voluto vedere la verità, nessuno si era dato la briga di verificare i fatti. A nessuno era importato di trovare il vero colpevole: volevano solamente incolpare lui per toglierlo di mezzo. Non c’erano prove, non c’erano indizi, ma era lui che volevano condannare, dato che non erano riusciti a ucciderlo.
La gente aveva spinto, fatto pressione per la sua condanna e le autorità, per non incorrere in noie e proteste, avevano acconsentito.
Nessuno voleva storie, nessuno voleva guai: solo far sì che la vita continuasse tranquilla.
Il giudice, gli avvocati avevano avuto fretta di finire, sbrigare la faccenda per poter andare alle loro frivolezze. Non gli importava di far giustizia: volevano solo chiudere il caso, avere un colpevole, non importava se era innocente, per poter dire di aver svolto il loro compito.
Per questo non avevano ascoltato la testimonianza della ragazza che lo avrebbe scagionato: farlo significava riaprire il caso ed essere costretti a fare un nuovo processo. E loro non ne avevano voglia: dovevano andare a divertirsi, occuparsi della loro frivola vita.
Il cuore pompò con forza.
Condannato senza aver fatto niente.
Le vene pulsarono con impeto.
Nessuno aveva mosso un dito contro il massacro dei suoi genitori. Nessuno era stato accusato e posto a giudizio. L’assassinio era stato sotto gli occhi di tutti: la polizia era stata testimone e non era intervenuta. Nessuno aveva voluto parlarne. Tutti avevano voluto dimenticare come se niente fosse.
I muscoli fremettero in un tremito incontrollato.
Non aveva senso. Non aveva alcun senso.
Cominciò a passeggiare avanti e indietro per la cella, sentendo di non riuscire più a trattenere la collera che lo pervadeva. Poggiò le mani a un muro, stringendole ad artiglio, lasciando sull’intonaco i segni delle unghie. Strusciò la fronte sulla parete, cercando di attenuare il calore con il fresco contatto del cemento.
Non servì a nulla. Sentì la febbre nelle vene crescere, montare in una carica forsennata.
La rabbia si mutò in ira, l’ira divenne furia.
Tutto cominciò a tingersi di nero e di rosso.
Si voltò di scatto, sferrando un calcio contro le sbarre.
La porta girò agevolmente sui cardini, andando a sbattere con fragore metallico.
Stupito, rimase a fissare la via libera.
Titubante, s’immise nel lungo corridoio lastricato di piastrelle di uno smeraldo slavato, guardandosi intorno stupefatto.
Era libero.
Si voltò udendo un cadenzato cigolio metallico.
La porta sul fondo s’aprì, sospinta da uno scalcinato carrello dietro al quale veniva un poliziotto con il capo a penzoloni, sbadigliante di noia.
Con calma rientrò nella cella.
Cominciò a ridere, un riso basso e controllato, di pieno compiacimento.
La pigrizia e l’inefficienza stavano per presentare il conto.

Il poliziotto arrivò ciondolando, spingendo svogliatamente il carrello del pranzo. Afferrò il vassoio sul ripiano d’alluminio incrostato d’unto rappreso e fece per infilarlo nello spazio apposito dove il detenuto lo avrebbe ritirato.
Si ritrovò il carcerato sulla soglia della cella aperta, un feroce sorriso stampato sul volto. Vide una mano scattare e afferrargli il collo.
«Grazie.»
Sentì dire prima di sentirsi sollevato e schiantato con forza contro le sbarre.
Udì uno schiocco e in un ultimo lampo di consapevolezza capì che gli era stato spezzato l’osso del collo.
Scivolò a terra senza un lamento, il volto che andò ad adagiarsi sulla gelatina di verdure che lo aveva anticipato di una frazione di secondo sul freddo pavimento.

Nell’angolo della cella, la figura invisibile sorrise soddisfatta.

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