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Jonathan Livingston e il Vangelo

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Responsabilità

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Responsabilità è una parola che ultimamente viene usata di frequente (specie dai politici), soprattutto nelle ultime settimane per quanto ha riguardato la questione Gaza e Flottilla. Ma più che responsabilità si tratta di un non fare nulla, non prendere posizioni, che è proprio l’opposto di ciò che tanto viene proclamato. Nel modo in cui è usato, il significato di questa parola viene travisato, trasfigurato, distorto, manipolato; sì, si può parlare di manipolazione, perché si tratta di un tentativo di condizionare le persone e il loro giudizio, far sorgere in loro ripensamenti, condizionamenti, sensi di colpa. Giocando sul fattore responsabilità si vogliono spingere le persone ad agire nel modo che si ritiene più opportuno. Questo non lo fanno solo politici e governo: lo fanno le imprese con i loro dipendenti, lo fanno le istituzioni religiose, lo si fa all’interno delle famiglie.
Sia chiaro: non si sta criticando la responsabilità, ma il modo in cui viene utilizzata, perché di responsabilità, quella vera, ce n’è tanto bisogno in questa società, parte dal basso fino ad arrivare in alto (giungendo così proprio a quei politici che danno degli irresponsabili agli altri quando dovrebbero tenere per sé questo termine).
La responsabilità però ha valore solo se è una scelta personale, non se è qualcosa d’imposto, di preteso dagli altri, d’inculcato nella mente da famiglia, organizzazioni, enti per far muovere l’individuo su tracciati che portano a un loro tornaconto; a questo punto la responsabilità non è più un valore, ma un peso, qualcosa che rovina la vita e che non porta buoni frutti, che alla lunga può sfociare in rancori e risentimenti.
La responsabilità deve essere una scelta libera, fatta con consapevolezza perché si capisce appieno il risultato che certe scelte, azioni e comportamenti portano, si comprende appieno un certo modo di agire. Logicamente, per avere degli adulti responsabili, occorre che si venga educati da piccoli per avere le maggiori probabilità di averla, ma deve essere un’educazione volta a fare l’interesse dell’altro, non di avere un tornaconto personale; pertanto, ogni tipo di condizionamento e manipolazione deve essere evitato. Solo così si avranno persone davvero responsabili e solo così si eviteranno orrori come quelli che si svolgono in tante parti del mondo; soprattutto si eviteranno regimi, estremismi e integralismi di ogni sorta.

Into darkness - Star Trek

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Into darknessCi sono film che sono meglio di quelli originali e devo dire che, per me, Into darkness – Star Trek, è tra questi; è vero che non può essere definito un remake di L’ira di Khan, ma prende diversi spunti da esso, così da continuare la realtà alternativa creata con Star Trek – Il futuro ha inizio. I fan puristi legati alla saga principale l’hanno criticato, alcuni sono arrivati a dire che Into darkness non è Star Trek ma, personalmente parlando, mi è piaciuto più del film del 1982.
Tutto ruota al villain principale, Khan, una sorta di superuomo geneticamente modificato (sia come forza, sia come intelligenza) risvegliato da un’ibernazione lunga trecento anni per sviluppare un’armamento bellico avanzato, dato che c’è chi all’interno della Federazione pensa sia tempo che essa si militarizzi per combattere i pericoli che la minacciano, come i Klingon. Purtroppo, Khan presto sfugge al controllo di chi l’ha risvegliato, causando attentati contro la Federazione, dato che reputa che il suo equipaggio sia stato eliminato da essa; supposizione errata, dato che i suoi membri sono stati messi in stato di ibernazione all’interno di settandadue missili.
Kirk, Spock e i membri dell’Enterprise, dopo un attentato che costa la vita tra gli altri all’ammiraglio Pike, si gettano all’inseguimento di Khan, rifugiatosi su Kronos (pianeta natale dei Klingon), e vengono salvati proprio da lui dopo che erano stati rintracciati e attaccati dai Klingon; saputo che sulla nave hanno i settantadue missili, si consegna spontaneamente a loro, rivelando come stanno realmente le cose.
Verità che viene confermata quando vengono raggiunti da un’astronave della Federazione molto più all’avanguardia dell’Enterprise e soprattutto più pesantemente armata; l’ammiraglio Marcus, a capo della Vengeance, vuole eliminare tutti i testimoni e riprendersi Khan, ma le cose non vanno come pensa, con Khan che riesce a prendersi la sua vendetta su di lui e a lanciarsi sulla Terra per infliggere un duro colpo alla Federazione. Solo grazie a un sacrificio (qui a parti invertite rispetto a al film del 1982) l’Enterprise riuscirà a fermarlo.
Sia Into Darkness sia L’ira di Khan sono stati soggetti a critiche; il secondo, perché fece morire uno dei personaggi principali, sollevando tante polemiche che nel film successivo fu fatto resuscitare; il primo, perché riprende la stessa scena ma ne cambia l’interprete. Se si analizza a fondo, entrambe le pellicole hanno dei punti che possono essere contestati, quindi nel mio giudizio mi limito semplicemente a basarmi sul fattore noia: in L’ira di Khan c’erano dei momenti di stanca, in Into darkness no. Forse Into darkness è troppo adrenalinico, ma centra in pieno il suo scopo d’intrattenimento; non sarà un caposaldo della fantascienza come Alien o 2001: Odissea nello spazio, ma scolge a dovere il suo compito.

Ritrovare la capacità di pensiero

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Ritrovare la capacità di pensiero è la nona fatica che ho scritto (neanche fossi Ercole…) ed esce a distanza di tre anni dall’opera precedente (Racconti delle strade dei mondi), un lasso di tempo un po’ lungo, dato che solitamente avevo una cadenza annuale riguardo le pubblicazioni. Le ragioni sono diverse: uno, ho portato avanti due lavori in contemporanea (l’altro è il quarto capitolo della serie di I Tempi della Caduta, anche se per finire Ritrovare la capacità di pensiero l’ho lasciato un po’ indietro, avendone realizzato su per giù un terzo del suo totale); due, dati gli impegni extra scrittori, il tempo è stato più limitato (e non avendo più le energie dei vent’anni, ho potuto fare meno rispetto al passato), ma la vita e ciò che la riguarda viene in primis; terzo, non ho un team di supporto, faccio tutto da solo, quindi la velocità rispetto a chi fa diversamente è differete (ogni riferimento a Brandon Sanderson non è casuale 😉 ).
Che cos’è Ritrovare la capacità di pensiero?
Non è narrativa né saggistica… allora cos’é? Si può dire un insieme di riflesssioni di svariato genere, dove alla base di tutto sta il pensare. Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti. Ed è molto importante che sia il più elevato possibile perché se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamento è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza sapendo usare la testa.
Senza voler essere una guida o un manuale per raggiungere un proprio equilibrio interiore, Ritrovare la capacità di pensiero, attraverso riflessioni che prendono spunto da letture, film, notizie con cui si ha a che fare tutti i giorni, ha l’intento, attraverso il confronto di idee, di mettere in moto la propria mente, aiutando e sviluppando così la capacità di pensare.
Quest’opera non cambierà il mondo (e non ha neppure l’intento di farlo) e neppure tante persone (probabilmente nessuna), però, andando al di là di essa, ritengo che sia oltremodo necessario, con tutto quello che sta succedendo, che il più gran numero di persone al mondo (soprattutto quelle nelle posizioni di potere), ritrovino la capacità di pensiero. (Visto che siamo in tema di pensare e riflettere, e dato che i media nazionali ciò non fanno, suggerisco di seguire il canale su Youtube Chora Media, perché oltre a essere interessante, ha molto da dare).

Occhi di gatto - La serie tv

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La serie tv di Occhi di gattoIn diversi della mia generazione (anni 80 o giù di lì) si ricorderanno dell’anime Occhi di gatto (era trasmesso quand’ero piccolo sulle reti Mediaset durante il programma Bim Bum Bam), tratto dal manga omonimo di Tsukasa Hōjō (lo stesso autore di City Hunter, opera successiva e in minima parte legata a Occhi di Gatto, dato che uno dei personaggi ha comprato il bar delle tre sorelle ladre); per chi non sapesse la storia, Sheila, Kelly e Tati gestiscono un bar che funge però da copertura per la loro reale attività, recuperare tutte le opere del padre, Michael Heinz, famoso artista degli anni ’40 scomparso e che sperano di ritrovare attraverso indizi ottenuti dalle opere che rubano. Sono passati tanti anni (troppi) da quando lo vedevo, ma da quel che ricordo, non c’era un finale, con ogni puntata dedicato a un furto e i tentativi vani della polizia (specie del detective Matthew Hisman, fidanzato di Sheila e completamente ignaro dell’identità della sua ragazza) di fermare le tre sorelle ladre.
Nel 2024 è stata realizzata una serie televisiva, adattata e ambientata in Francia. I nomi delle ragazze sono stati cambiati, così come quello del detective, ma si è rimasti sulla falsa riga dell’originale: le tre sorelle, dopo una separazione iniziale, si ritrovano e Sylia e Alexia devono costatare che Tamara aveva ragione, ovvero che il padre, collezionista d’arte, è stato ucciso, il rogo in cui è morto non è stato un incidente, ma un mezzo per coprire il furto delle opere che possedeva nella sua galleria. Attraverso il recupero di esse (in uno dei quadri è nascosta una scheda di memoria che il padre ha dato a Silya sospettando che stesse per succedergli qualcosa) si può fare luce su quanto accaduto.
Premesso che ho visto solo le prime due puntate trasmesse su Rai2, devo dire che la serie non mi è dispiaciuta (sinceramente, pensavo peggio): niente biglietti da visita usati come stelle ninjia, scarpe da tennis al posto di stivaletti coi tacchi a spillo (molto più adatte se si deve correre sui tetti e arrampicarsi o scedere dai palazzi), la serie tv ha una trama più precisa rispetto all’anime e soprattutto ha un unico nemico con cui aver a che fare. Certo non tutto è perfetto (i personaggi che scimmiottano altri personaggi non è proprio il massimo), ma Occhi di gatto è una visione godibile (almeno per il momento).

Il fantastico nella realtà e la realtà nel fantastico: alcuni esempi

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Visto il poco tempo che ho ultimamente per scrivere articoli (oltre agli altri impegni sto terminando di revisionare un ebook che vorrei far uscire a breve), ripropongo un vecchio articolo che avevo scritto anni fa su Fantasy Magazine.

L'Arazzo di Fionavar, esempio di letteratura del fantastico. Spesso la maggioranza delle persone ritiene che alla letteratura fantastica (fantascienza, fantasy e tutto ciò che è inventato e che non ha elementi inerenti la realtà) appartengono letture di serie b; una convinzione diffusa in tutto il mondo, ma che se si sta attenti ci si accorge essere ben radicata nell’orticello di casa nostra più che in altri posti. In Italia buona parte della critica sottovaluta e disprezza tali generi, molti lettori li ritengono una semplice lettura d’evasione e una bella fetta di scrittori si adegua a tale sistema, adattandosi alle regole del mercato, al massimo scimmiottando e realizzando brutte copie di opere famose del passato. Eppure ci sarebbe poco da disprezzare generi capaci dimostrare con grande lucidità la realtà, specialmente quella che appartiene al nostro paese.
Basti pensare a George Orwell che nel 1949 con l’opera 1984 racconta di una società dove gli individui sono totalmente controllati da un sistema governato da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto di persona, che li monitora in continuazione attraverso teleschermi (televisori forniti di telecamera, installati per legge in ogni abitazione). Li sorveglia e li condiziona, uniformandoli alla stessa linea di pensiero decisa da chi è al potere: libero arbitrio, obiettività, criticità, sono elementi che vengono perseguiti e condannati.
A decine d’anni dalla realizzazione del romanzo, la realtà descritta da Orwell non è tanto un’invenzione: senza andare a parlare di governi dove la libertà personale è fortemente ridotta (basta pensare alla Cina o ai paesi dove sono al comando dei regimi), non si può non notare quanto la tecnologia abbia avuto influenza nella vita delle persone e quanto essa sia un sistema di controllo, atto a indurre le persone a seguire certe vie. Attraverso la manipolazione delle notizie (pochi giornali e telegiornali fanno vera informazione raccontando la verità, il reale stato dei fatti) si cerca di manipolare la massa: generare la paura e l’insicurezza è solo uno dei mezzi usati per attuare tutto ciò. Un altro mezzo è la pubblicità con il suo continuo bombardamento, che cerca di generare nelle persone bisogni, desideri che non sono i suoi, inducendo in loro la necessità di acquistare determinati prodotti per alimentare il mercato e spingerli a spendere, a far arricchire chi sta dietro tutto questo, dando linfa a una macchina più grande di quel che sembra perché tante sono le persone che vi gravitano attorno e che vanno mantenute. E non vanno dimenticati i reality e tutte quelle trasmissioni che cercano d’indurre mentalità, atteggiamenti, modi di vivere che sono costruiti ad arte per dare il via a mode che in un modo o nell’altro portano sempre a spendere dei soldi.
Non bastasse questo, negli anni Internet ha preso sempre più piede, diventando parte integrante della vita degli individui. Una vera e propria rete e non solo per i suoi tanti nodi che si collegano l’uno all’altro e portano sempre a nuove connessioni, ma perché accalappia, imbriglia le persone e non le fa più scappare, rendendole prigioniere (non sono pochi i casi in cui si è creata una vera e propria dipendenza tale da richiedere veri e propri ricoveri in cliniche specializzate), proprio come succede nella pesca dei tonni. Sì, le persone vengono proprie pescate, divenendo cibo e alimento per questo gigantesco mezzo che è la tecnologia, che potrebbe essere un aiuto e un supporto, ma nella maggior parte dei casi è una trappola, un costrutto per risucchiare informazioni e dare una conoscenza a gruppi di persone per attuare condizionamento e sfruttamento.
La gente prende sottogamba questo stato delle cose, ritenendo che i social network, i siti dove occorre registrarsi siano qualcosa d’innocuo, ma non si rende conto di quanto nascondono. I dati personali di ognuno, con tutte le preferenze delle proprie navigazioni e le informazioni che vengono date con commenti, acquisti e click su “mi piace” sono monitorate e analizzate per fare studi di mercato, per capire cosa la gente vuole e quali prodotti può voler acquistare; a seguito di ciò non ci si deve meravigliare se si viene bersagliati continuamente da pubblicità, da spam di ogni sorta. Senza contare l’elevato numero di truffe in cui ci si rischia di trovare se non si ha un minimo di attenzione.
A tutto ciò va aggiunto il tentativo e la spinta dei governi di far effettuare pagamenti di ogni sorta attraverso carte di credito o bancomat, così monitorare tutti i movimenti economici dell’individuo: una questione di trasparenza e sicurezza, viene asserito, ma la verità va molto più a fondo e va a toccare gli interessi di chi è al potere, così da poterne accumulare ancora di più.

Starcrash

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StarcrashStarcrash è uno di quei film che conoscono in pochi e in tanti direbbero che è meglio così, dato che ha una regia, una sceneggiatura e una recitazione di così basso livello da far cascare le braccia. Eppure, è così trash che a me ha fatto morire dal ridere. Si tratta di una pellicola del 1978 e già dal titolo si capisce che si rifà al più famoso Star Wars di Lucas, senza avvicinarsi nemmeno lontanamente a questo lavoro; ma Star Wars non è l’unica cosa cui di riferisce: si cita il pianeta Arrakis anche se non c’entra nulla col Dune di Herbert, il villain ricorda quello di Flash Gordon (ma è molto più… scadente, diciamo così). Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una parodia alla Balle spaziali, ma purtroppo non è così: il film si prende sul serio. Eppure, con dialoghi che fanno cascare le braccia, attori con un’espressività pari a zero, trovate di regia che è meglio lasciar perdere, il film fa divertire per quanto è ricolo (la cosa probabilmente non è affatto voluta).
La piratessa spaziale Stella Star (…) e il suo fido compagno Akton (dotato di capacità supernormali…) dopo aver soccorso un’astronave dell’Impero, vengono catturati dal malvagissimo Conte Zarth Arn (!), che manda due ciofeche di robot a uccidere l’unico sopravvissuto che i due prigionieri hanno soccorso. Ma la nostra eroina (sigh) riesce a fuggire (con Stella Star da qui in poi quasi sempre mezzo svestita, anche quando va su un pianeta con migliaia di gradi sotto zero, arisigh…), salvo venire di nuovo subito catturata, Ma è una finta cattura: la polizia spaziale è venuta a liberarla perché li aiuti a combattere contro il conte; prima però bisogna salvare Akton. Detto fatto: un secondo dopo Akton ricompare libero (ma non l’avevano mandato su un altro pianeta? E la missione di salvataggio? Mah…)
Il capo della polizia Thorn e il robot Elle si uniscono al duo e partono per trovare la pericolosissima e temutissima arma del conte, così grande che ci vuole un intero pianeta per celarlo alla vista (…). Vanno su un pianeta ghiacciato e lì Thorn si rivela essere un traditore. Sopravvivono senza fare niente alla pericolossima arma del conte e arrivano su un altro pianeta dove Stella Star viene di nuovo catturata (e tre) da un gruppo di ominidi (chi ha detto Il pianeta delle scimmie?). Ma la nostra eroina viene salvata da un individuo misterioso che altro non è che… Michael Knight! No, è Mitch Buchannon! No, è… insomma avete capito che sto parlando dell’attore David Hasselhoff, che qui si rivela essere il figlio dell’imperatore. Scoprono che il pianeta dove sono è la base del conte, ma vengono di nuovo catturati (e quattro); si liberano di nuovo, ma Akton, ferito di striscio a un braccio, muore (ma che…). Arriva l’imperatore che ha poteri così grandi da fermare il tempo (ma se è così potente, perché non ha fatto tutto lui fin da subito?) e li fa partire in un attacco a sorpresa contro la base spaziale del conte; la vittoria arriva e la pace cala sull’universo.
Con un’eroina che viene catturata ogni tre per due (viene presa ancha da un gruppo di amazzoni che usano le lance ma non le sanno nemmeno tenere in mano (però stanno bene in costume)), battaglie ridicole (ce n’è pure una con un robot gigante con le tette… chi ha detto Aphrodite A?) che sembra uscire dal futuro Scontro tra titani (questo film arriverà nelle sale nel 1981), Starcrash è talmente una…, sì, lasciatemelo dire, una boiata che non ci si può non divertire.

30 giorni di buio

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30 giorni di buio30 giorni di buio è un buon film sui vampiri, con questi che fanno i vampiri (ogni riferimento a Twilight non è puramente casuale) e che non gioca su certi luoghi comuni, quindi niente croci, aglio, acqua benedetta e paletti per uccidere queste creature, che possono essere eliminate solo con la luce del sole (anche quella ultravioletta li può dannneggiare) oppure staccandogli la testa. Non che questa sia una novità, anche in Vampires di Carpenter c’era qualcosa di simile (i vampiri potevano essere uccisi solo con la luce del sole), ma in 30 giorni di buio i vampiri sono tornati a essere creature dell’oscurità, spietate, senza scrupoli e che fanno paura. Tutto si svolge a Barrow, una cittadina nel nord dell’Alaska, durante la notte polare, un periodo di trenta giorni in cui non sorge mai il sole; mentre buona parte della popolazione se n’è andata per questo periodo, i restanti debbono avere a che fare con una serie di sabatoggi che li vede isolati dal resto del mondo: telefoni, elicottero, persino i cani da slitta vengono uccisi perché così non si possa lasciare la cittadina o ricevere aiuto.
Il responsabile dei sabotaggi viene arrestato, ma il peggio deve ancora arrivare, dato che l’uomo è stato l’apripista per l’arrivo di un gruppo di vampiri. Con la centrale elettrica fuori uso, il massacro dei cittadini inizia, in una caccia sfrenata dove chi riesce a sfuggire alle loro grinfie (e ai loro canini) se ne sta nascosto ad ascoltare le urla di chi viene ucciso. Sono settimane di paura e tensione, dove l’unica cosa che gli uomini e donne sopravvissuti possono fare è cercare di restare vivi fino al ritorno del sole; quando il tempo sta per scadere, i vampiri, per non lasciare traccia del loro passaggio e sopravvissuti, decidono di bruciare l’intera cittadina per non far scoprire la loro esistenza al mondo. Per evitare ciò, lo sceriffo Eben, sapendo di non poter fermare diversamente i vampiri perché non ha la loro forza, estrae il sangue da uno dei suoi compagni morti infetti e se lo inietta, diventando come loro ma avendo ancora per qualche tempo il controllo sulla natura vampirica e affrontando il capo del gruppo; lo riesce a sconfiggere e a eliminare, costringendo i vampiri, senza più un leader e con l’arrivo del sole, ad andarsene dalla cittadina.
I sopravvissuti sono salvi ed Eben, che non vuole vivere come un vampiro, si siede a guardare la sua ultima alba, abbracciato alla donna che ama.
Senza essere innovativo, 30 giorni di buio è un buon film dell’orrore, che tiene lo spettatore sempre sulla corda. Visione consigliata.

22.11.63 - Miniserie

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La miniserie televisiva di 22.11.63Diversi anni fa ho letto il romanzo di Stephen King 22.11.63 e nel complesso ho apprezzato l’opera; di recente ho visto la miniserie tratta da esso e non è stata la stessa cosa. Premessa importante: è realizzata bene, gli attori li ho trovati ben calati nella parte e hanno fatto un buon lavoro e quindi la reputo nel complesso una buona miniserie. Nonostante questo, non è riuscita a coinvolgermi; anzi, in alcune parti mi sono annoiato, in altre mi sono infastidito e speravo che si passasse alla parte successiva della storia. E allora perché, rimanendo nel complesso abbastanza fedele al romanzo, la miniserie di 22.11.63 non è riuscita a coinvolgermi?
Penso che il problema sia perché la trama si concentra sostanzialmente su come arrivare al 22.11.63, ovvero il giorno in cui è stato assassinato Kennedy: lo spiare Oswald, capire sé è un lupo solitario o fa parte di un complotto più grande, tutto, praticamente ruota attorno a questo. Certo, ci sono eventi di contorno, ma sono molti meno rispetto al romanzo. Questo, se da una parte è logico che avvenga perché altrimenti si rischia di divagare e allungare troppo la storia, dall’altra toglie molto (a mio avviso) di quella che è la bellezza del libro; qualcuno potrà ritenere certi dettagli superflui con la trama principale, ma sono proprie le trame secondarie che danno maggiore spessore a quanto viene raccontato. Diversi viaggi nel passato che fa Jake sono eliminati, come sono eliminate diverse interazioni; soprattutto è eliminata la maggior parte della vita comune che Jake ha nel passato, concentrando tutto sull’essenziale delle vicende principali. Ed è proprio la mancanze delle parti della vita comune che fa perdere valore alla storia, perché non mostra le difficoltà, le piccole gioie, il ritrovare una vita più a misura d’uomo di un uomo che ha a che fare con qualcosa si più grande di lui e che cerca in tutti i modi di ostacolarlo; inoltre, voler tenere sempre lo spettatore sotto tensione alla lunga stanca e fa perdere mordente alla vicenda.
A molti la minisere 22.11.63 è piaciuta e benché reputi ottimo tutto il cast, consiglio di puntare l’attenzione sul romanzo e se poi si è proprio curiosi vedere la versione televisiva.

Il lungo Halloween

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Il lungo HalloweenIl lungo Halloween è una miniserie di tredici numeri di Batman scritta da Jeph Loeb e disegnata da Tim Sale che non mi ha particolarmente entusiasmato per i disegni (attenzione, non sto dicendo che siano brutti, semplicemente preferisco altri tratti), ma la cui storia ho trovato interessante e ben orchestrata. Se vogliamo essere sinceri, il copione è sempre lo stesso: Batman indaga su un criminale misterioso che sta imperversando a Gotham. La particolarità di questo criminale che è uccide durante i giorni di festa.
Il lungo Halloween, anche se scritta tra il 1996 e il 1997, racconta il primo anno da supereroe di Batman e si concentra sulla figura di Harvey Dent prima che si trasformasse in Due Facce: lui, Batman e il commissario Gordon stringono un patto per incastrare il boss mafioso Carmine Falcone. Nello stesso periodo membri del clan Falcone cominciano a essere uccisi duranti i giorni di festa, uccisi sempre da una calibro 22 che usa una tettarella come silenziatore.
Non bastasse questo mistero, Batman dovrà avere a che fare con alcuni dei suoi più acerrimi avversari: Joker, Poison Ivy, Spaventapasseri, Pinguino.
Le cose sembrano mettersi per il verso giusto quando Maroni, altro elemento della malavita di Gotham, decide di collaborare per incastrare Falcone, temendo che questi voglia eliminarlo. Ma durante il processo, Maroni lancia dell’acido contro Dent (datogli dall’assistente di quest’ultimo) e lo sfigura; Dent, con il volto sciolto a metà, fugge dall’ospedale e sì dà alla macchia: nasce così Due Facce.
Si comincia a sospettare che Holiday, il killer che tanto si sta cercando, altri non sia che Dent. Ma, sorpresa, non è lui, benchè alla fine sia lui stesso a uccidere Falcone e l’assistente che l’ha tradito; Dent si fa arrestare, ma prima di essere portato via da Gordon fa una rivelazione importante: gli Holiday erano due.
Il lungo Halloween è una buona storia, ricca di riferimenti cinematografici (su tutti Il Padrino) ma anche ispiratore per i film di Nolan sul Cavaliere Oscuro, specialmente il secondo da lui realizzato. A mio avviso una delle opere sul Crociato Incappucciato da recuperare.