Strade Nascoste – Racconti

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Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Vento & Flipper

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Vento & FlipperVento & Flipper raccoglie le prime due opere scritte da Haruki Murakami, Ascolta la canzone del vento e Flipper, 1973 scritte nel 1979 e nel 1980. Spinto da un’ispirazione improvvisa assistendo a una partita di baseball, Murakami, di notte, seduto al suo tavolo di cucina al ritorno dal lavoro, scrisse i suoi primi lavori, non senza difficoltà, cercando di trovare un modo di scrivere che lo soddisfi. La ricerca giunge a buon fine quando decise per prova di scrivere il suo primo romanzo in inglese, dopo un tentativo non andato a buon fine. La poca conoscenza dell’inglese lo portò a scrivere frasi brevi, costringendolo a trasmettere i suoi pensieri con parole semplici, a essere sintetico. Il tentativo gli fece trovare un suo ritmo; comprese che per impressionare il lettore non era necessario usare parole difficili né servirsi di un linguaggio elegante (una lezione che dovrebbero imparare tutti quelli che vogliono scrivere). A quel punto a Murakami non rimase che trasportare il lavoro fatto in inglese nella sua lingua, facendo così emergere uno stile tutto suo. La sua prima opera, Ascolta la canzone del vento, vinse il premio per esordienti. Da lì cominciò la sua carriera di romanziere.
Che cosa dire di Vento & Flipper?
Si avverte che sono le opere di esordio di Murakami, uno scrittore non ancora maturo, ma in esse si trovano i semi delle sue opere future, con elementi che lo scrittore userà in altri romanzi come a esempio A sud del confine, a ovest del sole. Ascolta la canzone del vento e Flipper, 1973 narrano la crescita dei due protagonisti, che dai tempi della scuola passano all’età adulta. Viene mostrata la ricerca di trovare qualcosa di cui si sente il bisogno ma che non si riesce a definire, la perdita di qualcosa che più non torna quando si cresce. Tutto è pervaso da una malinconia alle volte dolce, alle volte feroce, dove i punti di partenza sono la fine delle esperienze che hanno portato fino a lì. Non si può non notare come i locali abbiano un ruolo importante nelle opere di Murakami (queste due non fanno certo eccezione), dato che per diversi anni lui ne ha posseduto e gestito uno. Come non si può non accorgersi che la musica fin dagli inizi per lo scrittore è un elemento essenziale per la narrazione delle vicende.
Vento & Flipper, non sarà il capolavoro di Murakami, ma per un esordio è qualcosa di davvero meritevole.

Il campo da basket

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Seduto sulla panchina, osservo la linea del tiro da tre punti: sbiadita, in alcuni tratti mancante.
Alzo lo sguardo sul tabellone dall’angolo sbrecciato. La retina del canestro è sfilacciata.
Il campo da basket ha visto tempi migliori, ma, per quello che devo fare, va più che bene. Anzi, direi che è adatto a un ex-giocatore alla soglia dei trent’anni.
Forse esagero a definirmi ex-giocatore: è un termine che si usa per i professionisti e io non mi sono neanche avvicinato a esserlo. Da adolescente ho incolpato il mio metro e novanta, ritenendolo troppo poco per poter giocare in serie A.
“Se fossi alto due metri, allora sì che cambierebbero le cose” continuavo a ripetermi.
Ma non è l’altezza a fare la differenza, come hanno insegnato Allen Iverson e Muggsy Bogues. Non la fanno neanche le doti fisiche da sole, anche se sicuramente danno una mano: questo l’esperienza sul campo me l’ha insegnato. Però, se a quei tempi avessi potuto allenarmi di più, invece di dovermi occupare dello studio come volevano i miei genitori, i miglioramenti sarebbero stati maggiori. Ma non sarei diventato un campione. Di Michael Jordan ne nasce uno ogni tanto e quell’uno non ero io, anche se l’io adolescente di allora non lo avrebbe ammesso. Mi consideravo un genio del basket, proprio come Hanamichi Sakuragi.
Hanamichi Sakuragi, genio del basketMi scappa da ridere: quanto avevo in comune con quel personaggio strampalato. L’avvicinarmi al basket per via di una ragazza, le prese in giro dei compagni di squadra perché all’inizio non conoscevo le regole, le cazzate in partita, le arrabbiature per le sconfitte, gli scontri con gli avversari.
Tiro fuori il pallone dallo zaino e comincio a palleggiare.
La mia vita come la storia di un fumetto.
Sembra qualcosa di unico, ma unico non è. Come me ce n’erano tanti.
Sembra qualcosa di divertente, ma non lo è stato come avrebbe dovuto. Non mi godevo il gioco per via della voglia di vincere sempre, anche se si trattava di un semplice allenamento.
“Quando si gioca con te sembra di essere in guerra” mi rinfacciò una volta un compagno di squadra a muso duro.
Aveva ragione. Ero troppo competitivo. Ma quella era anche la mia qualità migliore. Non mollavo mai.
“Sei un leone.” Ricordo ancora con orgoglio le parole che mi disse una volta un avversario. “Vorrei sempre avere in squadra giocatori con la tua volontà.”
Volontà. Qualità imprescindibile per emergere. Mi permise di ritagliarmi il mio posto in squadra. Non so quando avvenne di preciso, penso verso i diciotto anni, ma capii che non sarebbe bastata per compiere il salto di qualità. Con l’impegno e la costanza avrei potuto colmare le lacune che avevo, ma niente al mondo mi avrebbe fatto avere la lucidità necessaria nei momenti decisivi. Il mio limite è sempre stato di non sopportare la tensione. L’ansia di voler ottenere il massimo, essere il migliore, mi caricava di pesi che mi facevano rendere meno delle mie reali potenzialità e commettere errori quando non dovevano essere commessi.
Il rendermi conto del mio limite però non mi ha sconfortato, anzi, è stata una sorta di liberazione. Ho cominciato ad accettare che fare errori non è la fine del mondo. Cercare di migliorarsi è un bene, ma pretendere la perfezione porta solo a ossessioni.
Da quel momento il basket per me è diventato un piacere. Molti miei amici, superati i venti anni, hanno smesso di giocare, addirittura non hanno mai più toccato un pallone; ma io, anche dopo aver lasciato la squadra, tutte le volte che i miei impegni me lo permettevano, andavo in un campo di basket a fare qualche tiro.
Questo però è rimasto il mio preferito. Il torrente che scorre al suo fianco e che fa un gorgoglio piacevole. I tigli lungo il perimetro di gioco, verdi d’estate e gialli in autunno. Le colline boscose che circondano la zona.
E poi ci sono i ricordi.
Passai l’estate dei miei sedici anni ad allenarmi su questo campo. Rammento con piacere le giornate passate qui; quante partite con i miei amici. Quanto sudore ho lasciato su questo cemento.
Ma non c’erano solo fatica e agonismo. Alle volte, finito di giocare, mi sedevo sull’erba e guardavo il tramonto. Il sole che scendeva dietro le colline, il cielo che si colorava di sfumature dorate e pian piano degradava in colorazioni rosso-arancio, per poi sbiadire nel viola e mutarsi nell’azzurro-blu che precedeva il giungere della notte.
Allora non me ne resi conto, proteso in avanti com’ero, ma quello fu un periodo davvero felice, a tratti addirittura magico, dove tutto pareva possibile. Non ho più provato quelle sensazioni.
Mi alzo e sempre palleggiando vado a canestro con un terzo tempo. Quando i miei piedi toccano di nuovo il suolo, il ginocchio sinistro mi lancia una fitta. Lo massaggio e sistemo meglio la fascia.
“Meglio andarci piano.”
Un tiro dopo l’altro comincio a riscaldarmi. Osservare la parabola che la palla disegna in aria, sentire il ciaf della retina quando entra nel canestro, sono sensazioni che non possono essere spiegate a chi non ama il basket. Non avrò avuto il successo che desideravo, ma forse è meglio così, perché se fosse divenuto un lavoro avrebbe perso probabilmente tutto il suo fascino.
Ho un solo rimpianto. La finale regionale.
Quella sarebbe stata l’ultima partita che avrei giocato. Non pretendevo di vincerla, anche se ci tenevo: tutto quello che volevo era avere la possibilità di scendere in campo, impegnandomi al massimo delle mie possibilità. Volevo soltanto quell’opportunità.
Non sono riuscito neppure a mettere piede sul parquet. La partita fu sospesa a metà del primo quarto per una rissa tra un mio compagno e un avversario, che diede il via a una più grossa tra i genitori scesi in campo dagli spalti.
Quello era il mio momento di gloria e fu rovinato da persone che nulla ci avevano a che fare. Impotente, rimasi a guardare adulti che si prendevano a calci e pugni, senza riuscire a pensare a nulla. Solo quando tutto finì e venni a sapere che la partita, per gli incresciosi eventi, non sarebbe stata più disputata, non assegnando il titolo a nessuno, che provai una gran rabbia; avevo perso qualcosa cui tenevo senza averne colpa, senza avere neppure l’opportunità di averci provato.
Si dice che il tempo guarisce molte cose, ma ancora oggi provo la delusione di non aver potuto giocare quell’ultima sfida. Un’occasione mancata di un niente, proprio come il mio tiro sotto canestro che rimbalza quattro volte sul ferro prima di uscire.
«Ehi, zio» mi sento chiamare alle spalle «ti fai un uno contro uno?»
Mi volto e vedo un ragazzo abbronzato, sicuro di sé. Mi ricorda un po’ me, sempre pronto a sfidare chiunque per dimostrare di essere il più bravo. Solo che rispetto a me è più tatuato.
Mi avvicino a lui oltre la linea dei tre punti. «Vince chi arriva a ventuno?»
Abbozza un sorrisetto abbassando lo sguardo sulla mia fascia. «Sicuro.»
Sorrido in risposta. Mi considera un avversario facile da battere. «Ti va bene se comincio io?»
Allarga le braccia. «Fai pure.» Continua ad avere il sorrisetto dipinto sul volto.
Non ha minimamente capito quello che sta per accadere.
Il tiro in sospensione da tre punti parte senza che lui riesca a mettersi in guardia. La palla entra nel canestro senza toccare il ferro.
Il ragazzo mi guarda a bocca aperta.
«Vale la regola del chi segna regna?» gli chiedo.
«Certo» dice mentre si affretta a recuperare la palla e a riconsegnarmela.
Gli anni passano e molte cose cambiano. Ma ce ne sono alcune che non lo fanno; si possono dimenticare, rimanere assopite a lungo, ma prima o poi tornano a saltare fuori, perché certe nature non possono essere cambiate.
Scocco il tiro da tre punti sorprendendo di nuovo il ragazzo. Sorrido mentre il suono della retina che viene stracciata risuona sul campo.
Potrò anche essere più tranquillo e razionale di quando ero giovane, ma non ho perso la voglia di vincere.

Fuochi di una notte d'estate

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Fuochi di una notte d'estate

Fuochi di una notte d'estate

Fuochi di una notte d'estate

Fuochi di una notte d'estate

La follia che avanza

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“A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre” dice un famoso proverbio che spesso ci azzecca. Ma per l’attualità non serve affidarsi a vecchi detti: basta osservare un poco e conoscere la storia per sapere che corso prenderanno gli eventi. E con quello che sta accadendo adesso, è qualcosa di abbastanza prevedibile. Il caos ormai sta dilagando e se lo sta facendo è per colpa di una deriva nata da ottusità, ignoranza, arroganza, strafottenza e follia. Sì, ormai siamo alla follia. Il capo della Corea del Nord è un esempio. Trump non scherza di certo con il suo attaccare mezzo mondo e discriminare chi non è americano, arrivando a separare tra i migranti i figli dalle madri, rinchiudendoli in quelle che praticamente sono gabbie, tanto per dire uno dei tanti atti deplorevoli che sta attuando.
Guardando nel nostro orticello, le cose non vanno di certo meglio. Dopo la tragicommedia per creare un governo (dove le coalizioni di partenza sono state accantonate per crearne altre e andare al potere, a dimostrazione di cosa veramente importa ai politici), ogni giorno si deve assistere a scene che fanno sempre più capire dove si sta andando. Dopo i tanto sbandierati reddito di cittadinanza (con quali fondi si farà), decreto dignità, è la volta di Grillo (non si sa se per provocazione o se dice davvero sul serio) che si domanda se vivere in democrazia sia una buona cosa e se le nostre democrazie stanno funzionando bene (c’è per caso voglia di andare a creare una dittatura?), per poi passare a volere abolire le elezioni ed estrarre a sorte chi va a governare. Se questa non è follia e non è neppure una presa in giro, allora non si sa proprio come chiamarla.
Ma se tutto questo non bastasse per capire dove si sta andando, ecco l’ultima chicca: un lavoratore straniero chiede al suo datore di lavoro di andare in malattia e subisce insulti e minacce “Sei solo un bastardo islamico”. “Ti brucio vivo”. “Ora al potere c’è Salvini: posso anche ammazzarti”.
Fatti del genere, con un simile clima di odio, si erano già verificati decine di anni fa quando erano in auge fascismo e nazismo. Ora dicono che fascismo e nazismo non esistono più, sono morti; eppure la storia si sta ripetendo. A questo punto è chiaro che si sta venendo presi in giro e si cerca di celare la verità mentre la realtà prende sempre più piede. I segnali ci sono da tempo e da altrettanto tempo si sta mettendo in guardia dove si può andare a parare; poi non ci si meravigli, né si pianga né si recrimini, se si è andati a fare una brutta fine: ce la si è cercata.

Into the Legend

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Into the LegendInto the legend è l’ultimo album dei Rhapsody of Fire che vede come cantante Fabio Lione e come batterista Alex Holzwarth. Realizzato nel 2016, fa decisamente un passo avanti rispetto al suo predecessore, Dark Wings of Steel, che era tecnicamente ben eseguito ma privo di quel mordente che aveva caratterizzato. Sia ben chiaro: siamo ben lontani dell’epicità e dalla bellezza di Symphony of Enchanted Lands, ma Into the Legend è un buon album, con alcuni pezzi molto validi. Into the Legend è proiettato verso il futuro, ma non disdegna ritorni al passato ed elementi tipici dei Rhapsody, come ben si può vedere in In principio, con la sua melodia corale in latino che ricorda in alcuni passaggi le sonorità di Symphony of Enchanted Lands II. Potente e trascinante Distant Sky, con le chitarre vere protagoniste. Into the Legend, la canzone che dà il titolo all’album, vede il coro dare il via al cantato, a cui risponde l’ottima interpretazione di Fabio Lione, vero protagonista della traccia mentre il sound risulta meno incisivo del precedente pezzo. Winter’s Rain ha un incedere potente ma lento, con il coro vero protagonista, maestoso ed epico; molto bella la seconda parte, lirica ed evocativa.
Più delicata e ariosa, che ricorda molto le ballate medievali, A Voice in the Cold Wind, che vede come protagonisti indiscussi gli strumenti a fiato. Una parentesi di calma prima che si riparta con l’aggressivo Valley of Shadows, con la stupenda voce di Manuela Kriskak che dà il via al cantato; un brano che a tratti fa venire i brividi per il crescendo finale.
Altro momento di pausa con la dolce e malinconica Shining Star, per preparare l’ascoltatore al finale. Si comincia con Realms of Lights, un buon pezzo ma che non regge il confronto con la successiva Rage of Darkness che comincia subito forte, incalzando con il suo ritmo e un’interpretazione di Lione coinvolgente; notevole il solo di basso, chitarra e batteria. La miglior canzone di Into the Legend.
Si giunge così alla lunga suite conclusiva, The Kiss of Life: diciassette minuti pieni di cambi d’atmosfera e melodie, dove ci sono praticamente tutte le sonorità che hanno caratterizzato l’album. Qualità sempre notevole, anche se non è la suite dei Rhapsody che è più facile ricordare.
Into the Legend si può dire che è un ritorno alla tradizione dei Rhapsody of Fire, dove barocco, celtico e cori lirici si fondono con il roccioso power metal. Non sarà l’album più famoso di questo gruppo, ma è un lavoro che merita di essere ascoltato.

Luci di tramonto

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Luci di tramonto

Luci di tramonto

Haven

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HavenHaven è l’undicesimo disco (pubblicato nel 2015) della band metal americana Kamelot, il secondo con Tommy Karevik come cantante al posto di Roy Khan, che aveva lasciato per motivi di salute. Fare paragoni con il passato e il predecessore non sarebbe corretto, quindi occorre prendere atto che da Silverthorn è iniziato un nuovo corso. Karevik se la cava bene, anche se in tanti rimpiangono Khan; se l’album non convince nella sua totalità, non è certo per responsabilità sua.
Partiamo dalle note positive.
“Fallen Star” convince grazie al suono della chitarra di Thomas Youngblood, ben accompagnato dalla voce di Karevik. Malinconica e potente.
“Veil of Elysium” parte subito forte, coinvolgendo con un ritmo trascinante. Tutto funziona e il brano avanza in un crescendo continuo. La miglior canzone dell’album, seguita a ruota da “Liar Liar (Wasteland Monarchy)”, altro brano altrettanto potente che vede le chitarre grandi protagoniste e la partecipazione della voce growl di Alissa White-Gluz.
Bella, seppur non ai livelli delle due precedenti, “My Therapy”, una canzone dalle tonalità ossessive, malinconiche, che a tratti fa riecheggiare una sensazione di abbandono e disperazione.
Da menzionare “Under Grey Skyes”, ballad leggiadra dalle note celtiche, dolce e romantica, che vede la partecipazione di Charlotte Wessels. Interessante “Here’s to fall” un lento dove regnano le sinfonie per piano e violini.
“Revolution” vede di nuovo la partecipazione della voce growl di Alissa White-Gluz, in un brano Black Metal veloce e ossessivo ma non riuscito in tutte le sue parti.
Che cosa non ha funzionato in “Citizen Zero”, “Beautiful Apocalypse”, “End of Innocence”, “Insomnia”? Tecnicamente sono ben realizzati, ma dopo il loro ascolto non c’è una strofa, un passaggio di chitarra o batteria che si faccia ricordare.
In conclusione, Haven, seppur non raggiunga livelli di lavori come Karma ed Epica, è un buon album, con diverse canzoni veramente valide e alcune senza infamia e senza lode.

Tornano le opere di R.A. Salvatore in Italia

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Gauntldrym di R.A. Salvatore
In Italia tornano le opere di R.A. Salvatore pubblicate da di nuovo da Armenia. Dopo il fallimento della casa editrice e il ritorno sul mercato grazie alla sua acquisizione da parte del gruppo Il Castello, Armenia ha ripreso a pubblicare fantasy terminando la saga Malazan di Steven Erikson con la pubblicazione degli ultimi tre volumi mancanti (in realtà dell’ottavo era uscita la prima parte) e riproponendo tutti i precedenti in una nuova edizione. I fan dello scrittore canadese sono stati soddisfatti di poter terminare in italiano la famosa serie; non tanto quelli che seguivano le serie fantasy pubblicate dalla Wizard of the Coast, specialmente quelle sui Forgotten Realms, che si ritrovavano nell’impossibilità di leggere nuove avventure di quel mondo e di recuperare volumi che non possedevano.
Le cose però sono cambiate: da fine maggio in libreria è possibile acquistare un volume inedito finora in Italia, Gauntlgrym, che vede come protagonisti Drizzt Do’Urden e i suoi compagni. Ma questa non è l’unica novità: Armenia, oltre a romanzi non ancora giunti in Italia, ripubblicherà anche le opere già viste negli anni passati. Magari per i neofiti del fantasy Drizzt Do’Urden è un nome nuovo, ma per i lettori di fantasy degli anni ’80, ’90 e inizio 2000, era un personaggio conosciuto. Non solo per i lettori, ma anche per i giocatori di AD&D e delle edizioni successive di D&D, oltre che dei videogiocatori (chi ha giocato ai giochi creati dalla Black Isle, Baldur’s Gate 1 e 2, ha potuto fare il suo incontro); Drizzt Do’Urden, con le sue avventure, è diventato uno dei personaggi più famosi dei Forgotten Realms, una della tante (e forse la più famosa) ambientazioni del mondo di D&D. Questo grazie, e forse soprattutto, alla penna di R.A.Salvatore.
Sia ben chiaro: non si è dinanzi a capolavori della letteratura di genere, ma a buoni libri d’intrattenimento fantasy. Niente di complesso, profondo e stratificato come la saga Malazan di Erikson, ma di classiche avventure epiche dove la magia, le creature magiche, le varie razze e gli atti eroici sono i padroni incontrastati. Storie d’intrattenimento, ma di gran lunga superiori a tante pubblicazioni che sono state servite al mercato durante il boom del fantasy.
I lettori più esigenti del fantasy potranno storcere il naso dinanzi a queste letture, considerandole le tipiche storie di spada e magia ambientate in un classico mondo fantasy, roba ormai già vista, ma R.A. Salvatore è uno scrittore onesto, che fa il suo dovere (senza contare che alcuni suoi romanzi sono meritevoli davvero di essere letti). Certo, queste storie hanno avuto il loro momento di gloria in Italia quando hanno avuto diffusione i giochi di ruolo, senza contare che i videogiochi dedicati all’ambientazione Forgotten Realms (i già citati Baldur’s Gate 1 e 2, poi Icewind Dale 1 e 2, quelli dedicati a Newerwinter Nights) hanno fatto da traino (basti pensare a quanto è successo ai libri di Sapkoski, che hanno trovato grande diffusione grazie ai videogiochi della serie The Witcher), ma possono ancora ritagliarsi il suo spazio tra gli appassionati del fantasy.
Salvatore però non ha scritto solo opere ambientate nei Forgotten Realms: ha realizzato la serie The DemonWars Saga, che s’ispira alla terza edizione di D&D, introducendo personaggi che appartengono alla classe dei monaci (una delle classi immesse nell’edizione successiva alla AD&D che più ha fatto discutere i giocatori).
Per chi volesse conoscere le opere di R.A. Salvatore, su quali puntare?
Sono passati tanti anni da quando ho letto i libri di questo scrittore e quindi entrare nei dettagli diventa difficile, tuttavia le sensazioni sono rimaste.
Molto bella la Trilogia degli elfi scuri (Il dilemma di Drizzt, La fuga di Drizzt, L’esilio di Drizzt), che mostra la nascita di Drizzt, la sua crescita a Menzoberrazan, il mondo crudele del Sottosuolo, la lotta tra le casate e il rigetto che l’eroe ha di un mondo che non sente suo, fuggendo da esso e andando a vivere sul mondo di superficie. Storia avvincente e ben costruita, con ottima caratterizzazione dei personaggi.
La Trilogia delle terre perdute (Le lande di ghiaccio, Le lande d’argento, Le lande di fuoco) vede Drizzt unirsi al nano Bruenor, al barbaro Wulfgar e all’umana Cattie-brie nella lotta contro la malvagia reliquia Crenshinibon e nella ricerca di Mithral Hall (la patria di Bruenor); in questa serie fa la sua comparsa Artemis Entreri, che diverrà nemesi di Drizzt in continui scontri per dimostrare chi dei due è lo spadaccino migliore. Serie carina per l’entrata in scena di uno dei più grandi avversari dell’elfo oscuro, ma non eccezionale; s’intuisce che questo è uno dei primi lavori di R.A. Salvatore e che non ha raggiunto la profondità e lo spessore della trilogia successiva (La trilogia degli elfi oscuri sopra menzionata).
R.A. Salvatore dà il meglio quando usa come personaggi gli elfi scuri e lo dimostra con la quadrilogia L’eredità di Drizzt (L’eredità, Notte senza stelle, L’assedio delle ombre, L’alba degli eroi), con ciò che resta della famiglia d’origine di Drizzt che scatena una guerra per eliminare l’elfo scuro rinnegato. Storia epica e ben realizzata.
In I sentieri delle tenebre ((La lama silente, L’ora di Wulfgar, Il mare delle spade), il gruppo di eroi cerca un modo per distruggere Crenshinibon, mentre Wulfgar, ritornato dall’Abisso dove era stato imprigionato per lungo tempo, cerca di ritrovare se stesso. Storia gradevole ma che non coinvolge come le altre.
Di I soldati di ventura ho letto solo Il servitore della reliquia, ma non è nulla di trascendentale.
Per quanto riguarda The DemonWars Saga, molto bella la prima trilogia del Demone, soprattutto il primo libro (Il risveglio del demone) e il secondo (Lo spirito del demone) che mostra un gruppo di eroi guidati dal ranger Elbryan e dal monaco Avelyn combattere contro il Demone dactyl.
Mortalis e la seconda Trilogia del Demone non sono invece all’altezza della serie precedente: solo per chi è curioso di vedere come si chiude il cerchio di questa serie. Purtroppo, quando vengono a mancare personaggi cardine e ben riusciti, una saga ne risente sempre: o si è in grado di rimpiazzarli a dovere oppure diventa dura mantenersi agli stessi livelli mostrati in precedenza. Di buono questa serie ha come il Demone, una volta persa la sua manifestazione fisica, s’impossessi di qualcuno d’insospettabile per portare avanti i suoi fini: in questo Salvatore ha fatto delle valide scelte.
Concludendo, se qualcuno volesse conoscere questo autore, per apprezzarlo al meglio, è bene che legga La trilogia degli elfi scuri e La prima trilogia del Demone: non ne rimarrà deluso.

I nuovi mostri

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M’incammino lungo il vialetto inghiaiato, godendomi l’ombra dei pioppi che lo fiancheggiano. La grande e vecchia casa si para davanti a me: è un anno che mi ci sono trasferito. Anzi, ci siamo trasferiti. Dopo Francisco sono arrivati Alfredo e Jinko: pazienza per il primo, ma gli altri due avrebbero attirato troppo l’attenzione. Cambiare residenza è stato inevitabile.
Alle mie spalle risuona il rumore di tacchi a spillo che calpestano la ghiaia.
«Ti ho detto di non seguirmi.»
La tipa mi affianca, tirandosi su la minigonna; fra poco si vedrà il filo interdentale che usa per biancheria intima…sempre che indossi qualcosa là sotto. «Non tirartela…non ti ho chiesto la Luna!»
Scuoto la testa. «Ti ho già detto che non è interessato.»
La tipa si sbottona un altro po’ la camicetta azzurra troppo stretta per il suo seno rifatto. «Questo non lo puoi sapere senza che mi abbia vista!» sbotta stizzita. «Nessuno resite a un’eurognokka come me!»
Scrollo le spalle.
Si fa più civettuola. «Dai, fammi conoscere il tuo amico figo!»
Raggiunto il piazzale davanti alla casa, mi dirigo verso il gazebo che abbiamo montato da poco. Lui è lì, come ogni pomeriggio con il tablet, intento ad annusare una rosa appena colta.
«Francisco, c’è una che ti vorrebbe conoscere.»
Lui assume un’espressione stanca e sconsolata. «Un’altra…» sospira.
Se non mi tenesse sveglio ogni notte con i suoi commenti, i suoi gridolini, i suoi pianti mentre guarda le serie tv, avrei quasi compassione di lui.
«Stasera esci come me?» gli dice la tipa a bruciapelo, senza nemmeno presentarsi.
Le lancio una rapida occhiata: la sua espressione dice tutto. L’ha già spogliato e trombato con gli occhi.
«Stasera no, sono stanco» dice depresso, lo sguardo perso nel vuoto.
“Quante storie perché è finita la sua serie tv preferita…vediamo se così si risolleva un poco.” Gli porgo un piccolo sacchetto di carta. «È uscito il cofanetto speciale dell’ultima stagione di Walking Dead.»
«Che bello!» Francisco si ravviva di colpo: sprizza gioia da tutti i pori.
«Non accenderti!» sussurro vedendo che sta cominciando a luccicare peggio di un albero di Natale. «Ma non potevi essere come Dracula che se ne sta in giro solo di notte, invece di un vampiro alla Twilight?» La battuta mi parte prima che me ne accorga, ma la tipa è talmente sbavante a guardare i pettorali che s’intravedono dalla sua camicia aperta che non sentirebbe nemmeno le trombe del giudizio.
Francisco afferra il sacchetto, fa la sua tipica scossettina di culo e poi parte di corsa in casa. Io lo seguo a ruota, lasciando da sola la tipa come una pera troppo matura caduta dall’albero.
«Alfredo!»
«Signorino, non urli, la sento benissimo.»
Alfredo mi raggiunge, massaggiandosi un orecchio peloso con una mano mentre con l’altra tiene la scopa.
«Non mi dire che stai spazzando da stamattina» esclamo esterrefatto.
Alfredo estrae dalla tasca una spazzola e se la passa sui pantaloni, raccogliendo i peli che si sono attaccati sopra. «Lei è fortunato, signorino, non sa che seccatura il periodo della muta. Peli dappertutto. Pulire in questi giorni diventa un inferno.»
Per uno ordinato come lui, lo è davvero. E anche per noi: ce lo troviamo tra i piedi in continuazione.
Gli allungo le due borse di plastica mentre ci avviamo verso la cucina. «Ecco la spesa e quello che mi hai chiesto dalla ferramenta.»
Alfredo si china verso il lavandino. «Jinko, è arrivato il materiale per sistemare l’impianto idraulico.»
«Perfetto!» la voce di Jinko ci giunge dalla tubatura del lavandino. «Portamelo giù, che mi metto subito al lavoro.»
«Con permesso» dice Alfredo dirigendosi verso la cantina, dove sta sempre Jinko: dice che in casa l’aria è troppo secca e gli fa squamare la pelle. Alfredo si ferma sulla soglia della porta, tirando fuori dalla tasca del panciotto l’antico orologio da taschino. «Il the sarà servito fra mezz’ora in salotto. Ci sono anche i bignè ripieni, freschi di giornata. Devo dire che la crema di oggi è particolarmente gustosa.»
«Ehi, signorino» la voce di Jinko rimbomba nelle tubature. «Ne tenga qualcuno da parte anche per me!»
«D’accordo!» rispondo chinandomi sul lavandino.

La casa è stranamente silenziosa. La tv e il giradischi sono spenti, come tutte le luci delle stanze. Trovo Alfredo e Francisco seduti sulla terrazza, intenti a fissare la Luna piena. La cosa mi sorprende: solitamente a quest’ora bisticciano perché il primo vuole ascoltare i dischi di Schubert e Bach mentre l’altro vuole seguire le serie tv a tutto volume.
«Ci chiamano mostri perché siamo diversi» comincia a parlare Francisco. «Ma là fuori c’è di peggio» indica la città. «Quelli che ignorano i bambini e li abbandonano a se stessi. Quelli che picchiano le donne. Quelli che pensano solo ai soldi e a fregare gli altri. Quelli che non hanno più sogni.»
Sul suo viso è dipinta un’espressione intensa. “Non l’ho mai visto così, fa quasi spavento.”
«I veri mostri sono quelli che non ti aspetti, quelli che non si riconoscono al primo sguardo, che si rivelano solo con il tempo, quando ormai è troppo tardi per fermarli e poter rimediare a quanto hanno fatto» aggiunge Alfredo.
“Ma che gli è preso a questi due stasera?”
«Vede signorino, questa per noi doveva essere una notte di festa» continua Alfredo. «Una notte in cui le varie specie cui apparteniamo si radunavano per fare baldoria e raccontare le proprie esperienze.» Fa una pausa. «Ma ormai sono decenni che tutto questo non avviene. Troppo pericoloso. E poi siamo rimasti in pochi, ormai siamo specie in vie di estinzione. Fra poco dei mostri, di quelli originali, non ne rimarrà nemmeno uno. Abbiamo cercato d’integrarci in questa società multirazziale. Ma anche se i tempi cambiano, certe cose non sono destinare a cambiare: il diverso non sarà mai accettato, si cercherà sempre di schiacciarlo ed eliminarlo.»
«Da quando è stata creata la società, con i suoi costrutti, le sue regole, gli umani si sono sentiti superiori, assolvendosi per qualsiasi malefatta commessa. Guerre, deportazioni di massa, pulizie etniche, omicidi senza ragione…tutto questo gli umani hanno fatto, senza vergogna. Nonostante questo, hanno dato la caccia a quelli della mia specie etichettandoli come mostri assetati di sangue, solo perché, per sfamarsi, eliminavano alcuni di loro» interviene Francisco.
«Stessa cosa è successa a noi mannari e ai nostri cugini lupi» dice Alfredo. «Ci hanno definito belve spietate perché uccidevamo le pecore. Ma non ne abbiamo mai uccise più del necessario e delle prede che catturavamo non abbiamo mai sprecato un solo osso. Non ci divertivamo a fare quello che abbiamo fatto, a differenza degli umani, che con i loro safari, le loro caccie indiscriminate per fare soldi e creare fantomatici elisir per durare più a lungo a letto hanno ridotto all’estinzione decine di specie animali.»
«Anche noi figli dell’acqua abbiamo subito la stessa sorte» la voce di Jinko ci raggiunge dal tubo della grondaia. «Bastava avvicinarci agli umani per scatenare caccie sfrenate, peggio che in Lo squalo. Locky sono anni che non esce dalla sua tana, ormai è caduta in una depressione più profonda della Fossa delle Marianne.»
«Locky?» chiedo perplesso.
«Si riferisce alla creatura che vive nel lago di Ness» precisa Alfredo.
«Tutto ha una fine» dice tristemente Francisco. «Ma certe cose sono destinate a esistere sempre. Noi scompariamo, ma il nostro posto verrà preso da dei nuovi mostri.»
«E chi sarebbero?» domando intimorito.
«Gli esseri umani.»
Alfredo mi fissa per alcuni momenti vedendo la consapevolezza farsi largo sul mio volto. «La luna alla volte gioca brutti scherzi e fa dire cose strane. Non pensi più a questa conversazione, signorino. Sono solo riflessioni di specie sulla via del tramonto. Faccia un buon sonno e vedrà che domani tutto sarà come prima.»
Mi avvio verso la camera da letto, sapendo che le cose non saranno più come prima.