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Kenshin - Memorie del passato

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Kenshin - Memorie del passatoKenshin – Memorie del passato è una serie oav di quattro episodi che mostra il passato del personaggio creato dalla matita di Noboru Watsuki. Gli autori di questi episodi si distaccano dalle gag e dai toni scherzosi del manga e della prima serie anime, creando un’atmosfera malinconica e nostalgica. Tutto inizia con il piccolo Shinta, il vero nome del protagonista, in viaggio con una carovana assieme a tre sorelle che l’hanno adottato dopo la morte per malattia dei genitori contadini. Siamo alla fine del periodo Tokugawa, un tempo cruento caratterizzato dalla guerra civile che portò la fine dello shogunato. Assaliti dai briganti, tutti i membri della carovana vengono uccisi e le tre sorelle si sacrificano per salvare la vita di Shinta; un sacrificio che si sarebbe rivelato inutile se non fosse stato per l’arrivo di Hiko Seijiro, maestro della scuola Hiten Mitsurugi, che elimina tutti i banditi.
Il maestro, dopo aver salvato il bambino, se ne va per la sua strada, lasciandolo al suo destino; ma quando ripassa per la stessa strada dove ha combattuto, rimane sorpreso che il piccolo non solo ha seppellito le donne che si prendevano cura di lui, ma anche tutti i membri della carovana e i banditi. Colpito dalla determinazione del giovane, decide di prenderlo come suo allievo e d’insegnargli la tecnica di spada che conosce. Prima di fare ciò, decide di cambiargli nome, perché Shinta è un nome troppo tenero per un guerriero: da quel momento in avanti si chiamerà Kenshin.
Il bambino cresce e impara in fretta, ma presto si trova a scontrarsi con il suo maestro perché, mosso dall’idealismo della sua giovane età, vuole usare la spada per fare del bene. Ne scaturisce un dialogo (uno dei tanti) profondo, che mostra il disincanto di Seijiro.
“La tecnica Mitsurugi non va forse utilizzata per proteggere gli altri proprio in momenti come questi?”
“Stupido, non hai imparato niente. Cosa credi di ottenere andando a sfidare da solo il caos? Mirando a cambiare questo mondo in tempesta finiresti per affiliarti a qualche fazione, ma ciò significherebbe lasciarti sfruttare da un potere. E non è certo per questo che ti ho insegnato la tecnica Mitsurugi. Non badare a quello che accade all’esterno: impegnati negli allenamenti e basta.”
“Ma davanti ai miei occhi io vedo solo gente che soffre, tanta gente implorante dallo sguardo afflitto: come posso ignorarla?”
“Quella di Hiten Mitsurugi è una tecnica di combattimento senza pari, una nave nera calata sulla terraferma.”
“Appunto per questo è ora di usare la sua forza per difendere i deboli oppressi da quest’epoca di guerra, la scuola Mitzorughi esiste…”
“Quella di Mitsurugi è un’arte mortifera e omicida: puoi nasconderla con belle parole, ma è questa la verità. Salvi una persona e ne sventri un’altra, perché uno viva un altro viene ucciso. Questo è il principio dell’arte della spada. Quando ti ho salvato non ho forse sterminato a colpi di spada decine di banditi? Eppure anche loro erano persone; cercavano solo di vivere in questo mondo dissoluto. Fuori da questa montagna ti aspetta solo un infinito spargimento di sangue, dove ognuno dei contendenti crede di essere nel giusto, ma se ti lasci imprigionare da questa logica, la scuola di Mitsurugi farà di te soltanto un massacratore.”

Le parole di Seijiro, purtroppo, risulteranno profetiche.
Kenshin lascia la montagna, dove ha vissuto e si è addestrato con il suo maestro, e torna nel mondo, finendo per schierarsi dalla parte dei filo-imperialisti del Chosu guidati da Kogoro Katsura che si oppongono allo shogun di Edo; colpiti dalla sua tecnica di combattimento, i capi decidono di usare la sua spada per eliminare le guide degli avversari. La sua efficacia nel combattimento gli porta ad aver il nome di Battousai, un assassino che non solo non permette alle sue vittime di ferirlo, ma non lascia nemmeno il tempo di gridare.
Tuttavia, un giorno, mentre sta eliminando un bersaglio, incontra un giovane, Akira Kyosato, capace di ferirlo; Kyosato non è un valente combattente, fa da guardia del corpo perché non si sente all’altezza della ragazza che vuole sposare e vuole fare qualcosa di degno per meritarla, e proprio mentre sta morendo, sapendo di perdere quanto più vuole, mosso da grande odio manda a segno un colpo che ferisce Kenshin alla guancia. Una ferita che, secondo una credenza, non guarirà mai e continuerà a sanguinare per via della potenza del rancore di chi ha inflitto il colpo.
Il destino vuole che Kenshin incontri proprio la promessa sposa di Kyosato, Tomoe Yukishiro, durante un attacco nemico; svenuta perché ubriaca, Kenshin la porterà nella locanda dove alloggia. La situazione diventa sempre più violenta in città, al punto che i leader devono lasciarla; anche Kenshin si deve allontanare e viene accompagnato da Tomoe perché c’è una spia nell’organizzazione. Vengono fatti passare per una coppia di contadini che vivono in campagna e vendono i prodotti della terra. Kenshin in una quotidianità tranquilla lontano da sommosse, violenza e omicidi, scopre una vita migliore, a cui è disposto adattarsi assieme a Tomoe, di cui si è innamorato. Un giorno però la sua vita viene sconvolta: Tomoe se n’è andata. Ignaro di tutto, non sa che la ragazza era con i nemici per vendicare il promesso sposo e trovare il punto debole di Battousai, il samurai più temuto del Giappone. Anche lei però è ignara di essere stata usata: infatti è lei il punto debole di Kenshin, visto che la ama. Sicuri che la andrà a cercare, i ninja ingaggiati per eliminarlo gli tendono una trappola.
In una battaglia epica e senza esclusione di colpi, al limite delle sue forze, Kenshin arriva da Tomoe. Lo scontro per lui volge al peggio e pare non ci sia niente da fare per evitare la fine. Ma pure Tomoe si è innamorata di lui: tormentata dal senso di colpa di essere la causa della morte di Kyosato (è per lei che lui ha deciso di fare la guardia del corpo) e di aver tradito il suo ricordo innamorandosi del nemico, straziata dal vedere Kenshin star per soccombere, si getta in mezzo allo scontro facendo da scudo con il proprio corpo al giovane e impedendo che il ninja lo pugnali mortalmente. Kenshin, stremato dagli scontri, non si accorge che lei si è intromessa e oltre a trapassare il nemico, trafigge anche la povera Tomoe. Dilaniato dal dolore, tiene l’amata tra le braccia mentre sta morendo, con lei che in un ultimo gesto fa un taglio sulla cicatrice che già aveva sulla guancia, andando a formare la ferita a forma di croce che tanto lo ha reso famoso. Una ferita fatta con amore che va ad annullare l’altra fatta con odio, così che lui non debba più sanguinare per quanto fatto in passato.
Kenshin combatterà ancora per la fazione imperialista, fino al sorgere della nuova era, ma poi si ritirerà, divenendo un samurai vagabondo in cerca di espiazione per tutte le persone che ha ucciso, che lotterà ancora, ma senza uccidere (infatti sarà famoso per brandire una spada dalla lama invertita, col taglio sul dorso).
Kenshin – Memorie del passato è un’opera grandiosa, drammatica, poetica, calata perfettamente in un contesto storico reale (a questo va aggiunto che il protagonista è ispirato alle vicende di un samurai realmente esistito, Kawakami Gensai, assassino imperialista vissuto sotto lo shogunato Tokugawa). Disegnata magnificamente, accompagnata da una musica evocativa, guidata da una regia sapiente, con una caratterizzazione dei personaggi di alto livello, risulta essere una serie matura, toccante, che va a elaborare temi come la caduta delle illusioni e dell’idealismo, la presa di coscienza degli errori commessi, il trovare il senso della vita. Assolutamente da vedere.

Patlabor

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Quando si parla di serie animate sui robottoni, non si pensa subito a Patlabor, bensì a Daitarn 3, Gundam, Evangelion, cartoni dove gli scontri la fanno da padrone e i combattimenti sono al centro dell’attenzione. Non è così per Polizia Mobile Patlabor; naturalmente i robot hanno un ruolo di primo piano nella serie e l’azione non è certo assente, ma il fulcro della storia non è certo affrontare nemici sempre più forti, quanto il vedere come queste gigantesche macchine abbiano influenzato la vita quotidiana delle persone. Proprio questa scelta dà spessore a Patlabor: il vedere come lo sviluppo tecnologico di labor (i robot) ha influito sulla società, il loro utilizzo nei lavori di tutti i giorni quali il costruire edifici o spegnere incendi, la competizione tra le varie compagnie per realizzare Labor sempre più evoluti e conquistare le fette di mercato maggiori, diversificano la serie da altre che l’hanno preceduta e mostrano i robot come macchine di utilizzo quotidiano, senza essere simboli di resistenza o baluardi contro invasori.
PatlaborSe da una parte l’avvento dei labor ha portato innovazione e aiutato l’uomo in certi lavori, dall’altra ha anche creato disoccupazione e una maggiore pericolosità della malavita e di teroristi che ora hanno mezzi più potenti per portare avanti i loro piani; dinanzi a questi scenari, anche le forze di polizia si sono attrezzate ed è sul Secondo Plotone della Seconda Sezione della Veicoli Speciali di Tokyo che s’incentrano le vicende di Patlabor.
Dopo una prima serie oav di sette episodi dove viene mostrata la nascita della Seconda Sezione e viene data un’idea di quale sarà l’impronta della storia che alterna eventi comici ad altri più drammatici per vedere la risposta del pubblico, arriva quella televisiva molto più ampia (47 episodi) e strutturata. Rispetto alla precedente sono rimasti solo alcuni spunti e la storia riparte praticamente da zero, con la Seconda Sezione già istituita e la storia che inizia con l’arrivo di un nuovo membro, Noa Izumi, una ragazza vivace con una gran predilizione per i labor, al punto che chiama Alphonse il suo Ingram, come gli animali domestici che ha avuto. Noa va così a creare il gruppo che accompagnerà per tutte le puntate e farà squadra con Asuma Shinohara, operatore di controllo dell’Ingram che la ragazza guida, figlio del capo dell’importante industria di robot Shinohara e dotato di diversi talenti, e Hiromi Yamazaki, addetto al vettore dell’Ingram e persona mite nonostante l’aspetto imponente. A completare il gruppo c’è l’altro pilota di Ingram, Isao Ota, un patito di armi impulsivo e volto sempre all’attacco, il secondo addetto al vettore Mikiyasu Shinshi, e l’operatrice di controllo Kanuka Clancy, donna di grande capacità che verrà sostituita da Takeo Kumagami dopo i suoi sei mesi d’istanza a Tokyo (tornerà nella polizia di New York). A guidarli c’è il capitano Kiichi Goto, in apparenza apatico e svogliato, ma in realtà molto capace e grande stratega, mentre di supporto alla manutenzione dei mezzi c’è il team di meccanici guidati dall’esperto Seitaroh Sakaki.
Lentamente vengono mostrati i vari aspetti del carattere dei vari personaggi e viene approfondito l’intreccio del mondo d’affari che ruota attorno ai labor, in special modo nella realizzazione del Progetto Babylon e soprattutto con l’arrivo del Griffon, un misterioso e potente labor con tecnologia avanzata che mette in difficoltà non solo le forze di polizia ma anche quelle dell’esercito, il tutto sempre restando nell’ambito del quotidiano, fatto di persone comuni che affrontano piccoli e grandi problemi della vita. Una narrazione che non vede eroi o superuomini ma che mostra gente con pregi e difetti, con le sue piccole ossessioni ma anche piena d’impegno e dedizione per il lavoro che fa.
Al termine della serie televisiva è seguita un’altra serie oav di sedici puntate che va a concludere le vicende viste in precedenza col Grifon, oltre a mostrare la vita quotidiana del plotone quando non è impegnata.
Si ritiene da molti che il successo di Patlabor sia dovuto ai film realizzati dai due film realizzati da Mamoru Oshii (Ghost in the Shell, The Sky Crawlers), ma occorre dare una possibilità anche alle varie serie perché sono una visione godibile, intelligente e capace di far ridere, e perciò da non sottovalutare.

La Casa del Tempo Sospeso

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La Casa del Tempo Sospeso«In questo bellissimo romanzo c’è la magia. Non le pozioni allucinogene e i draghi volanti, ma la magia delle parole che spinge a rileggerlo subito dopo averlo finito…». E’ il commento di Ksenija Rozdestvenskaja presente sulla copertina di La Casa del Tempo Sospeso , il romanzo scritto da Mariam Petrosjan.
Sostanzialmente tendo a diffidare di simili frasi, ma terminata la lettura del libro, mi trovo d’accordo con quanto scritto. L’autrice riesce a suscitare con il suo stile un’atmosfera di sospensione della realtà (anche se di realtà parla) che trasporta all’interno della Casa, avvolgendo il lettore e coinvolgendolo nelle vicende dei ragazzi che vi abitano, facendolo immedesimare ogni volta nel punto di vista di chi sta parlando. La magia è presente, non è solo una parola per attirare lettori con la propensione per il fantastico, ma è qualcosa di sottile e sfuggente, un elemento invisibile di cui s’avverte impercettibilmente la presenza, che è sempre dietro l’angolo, ma non si riesce mai a cogliere fino a quando non è lei a decidere di rivelarsi. Una magia che appartiene alla Casa, la vera protagonista delle vicende del romanzo, dove i ragazzi che vi vivono sono il mezzo per mostrarla al lettore.
La Casa, il vero mondo per quei ragazzi non voluti dalle famiglie, tenuti lontano dai loro occhi perché un fastidio, perché diversi (come piace ai più dire “diversamente abili”) da quella che è considerata la normalità. Quella normalità così alienante che i ragazzi sono terrorizzati a tornarci, che vedono come un incubo, perché è questo per loro l’Esteriorità, il cosiddetto mondo degli adulti, della maturità.
Forse è come dice l’autrice: «I miei protagonisti hanno il mio stesso complesso, non vogliono staccarsi dalla loro infanzia. In fondo il libro parla di questo,; in buona parte, se non del tutto, la loro è la paura di crescere.». Ma c’è anche dell’altro: il rigetto di un mondo brutale dove per crescere si deve sacrificare una parte importante di sé: l’innocenza, la capacità di sognare, di sentirsi vicini ai propri simili. Un mondo fatto di chiusura ed egoismo, dove non c’è comprensione.
Perché nella Casa, anche se ci sono divisioni, lotte, scontri fra gruppi e divergenze di opinioni, ci si aiuta, ci si supporta l’un con l’altro, non si viene lasciati soli, non si è dimenticati; ragazzi che fungono da guida ad altri ragazzi (a dimostrazione di come troppo spesso i giovani sono abbandonati a se stessi), dove gli adulti hanno solo il ruolo di comparse e macchiette che si potrebbero definire comiche se non fossero desolatamente grottesche nel mostrare tutte le mancanze del crescere in una società dura e vuota, tutta la loro assenza di comprensione e conoscenza del mondo dei giovani che gli fa perdere per sempre la loro fiducia (l’unico capace di avvicinarsi a una parvenza di empatia con loro, arrivando a essere considerato quasi un dio, subisce il caro prezzo che comporta la rottura dell’idealizzazione). Un mondo imperfetto, questo è certo, come imperfetti lo sono i ragazzi protagonisti, anche duro e crudele, ma reale, non certo ammantato d’ipocrisia e illusione come lo è l’Esteriorità; un sistema con regole diverse da quelle conosciute, dove niente è casuale, nemmeno i nomi dati nella Casa ai ragazzi (un altro segno di distinzione e distacco dall’Esteriorità): ognuno di essi indica la parte più caratterizzante dei suoi abitanti. Con Sfinge ci si riferisce all’intensità dello sguardo, capace di andare nel profondo dell’animo, quasi di trafiggere; con Lupo al possedere una brama quasi predatoria, spietata, che ottiene quello che vuole senza curarsi degli altri e delle conseguenze; con Strega si indica una ragazza con un equilibrio, una comprensione del prossimo, un discernimento fuori dal comune che molti lo ritengono quasi magico. Questi sono alcuni esempi per capire l’importanza che hanno i nomi di persone e luoghi in questo libro.
Luoghi quelli della Casa, come il Bosco, il Sepolcreto, il Solaio, il Tetto, Il Crocicchio che vedono Lord, Fumatore, Sciacallo, Cieco, Rosso, Macedone e tanti altri intraprendere un viaggio dall’infanzia fino all’età adulta, facendogli scoprire l’amicizia, la fiducia, l’odio, il sesso, la morte; un percorso che proprio in momenti come la Notte delle Storie, la Notte Più Lunga vede rivelata l’essenza della Casa; momenti in cui ogni ragazzo si troverà a fare la propria scelta. Scelte su cui ogni persona s’è soffermata a rifletterci sopra almeno una volta nella vita.
Chi non ha immaginato, o desiderato, che il tempo si soffermasse in un certo momento della propria esistenza e che questo momento durasse per sempre, facendo rimanere immutate le cose.
Chi non ha sognato di partire alla scoperta del mondo, un viaggio dove tutto è solo avventura, dove non si hanno né legami né pensieri, non si deve niente a nessuno: un vivere il momento presente senza preoccuparsi del futuro, di quello che verrà, un cercare una strada senza sapere quale essa sia, ma che farà costruire qualcosa di nuovo.
Pensieri che difficilmente s’ammettono per timore d’essere tacciati d’immaturità o anche di vigliaccheria, ma si è davvero certi che se da giovani si avesse la possibilità di vedere se stessi adulti, si avrebbe un’immagine di sé piacente? La si accetterebbe o la si rigetterebbe con raccapriccio?
Troppo spesso quello che si era viene perduto, ci si allontana in una maniera che si diventa irriconoscibili, persino ai propri occhi. E quei legami che si ritenevano così forti, capaci di durare in eterno, non sono che vecchie foto che spesso non si vuol più vedere perché ricordano troppo ciò che si è lasciato andare.
In fondo, è così sbagliato non voler perdere una parte di sé che si ritiene importante, preziosa? Voler restare, o tornare, in quel posto che si chiama casa? Quel posto dove ci si sente accettati, dove si avverte un calore sempre presente, un calore che nessun tempo potrà raffreddare perché è senza tempo. Sottile, difficile da scovare, quasi inesistente se non per chi sa cercare; un po’ come la magia che scivola nelle pagine di La Casa del Tempo Sospeso: un soffio leggero che si può quasi afferrare, ma che è elusivo e non si fa mai scoprire del tutto per non perdere quel potere di cui è impregnato.

(questa recensione su La Casa del Tempo Sopseso era stata scritta e pubblicata anni fa per Fantasy Magazine, ma ho deciso di riproporla perché si tratta di un libro che merita di essere letto).

Somali e lo spirito della foresta

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Somali e lo spirito della foresta volume 1Somali e lo spirito della foresta è un manga di Yako Gureishi iniziato nel 2015 e attualmente in corso con sei volumi pubblicati (di cui cinque tradotti in italiano). Il genere è fantasy e la storia risulta abbastanza semplice: un golem, che è protettore di una foresta sacra, trova una piccola umana incatenata e la libera, prendendola sotto la sua ala protettrice. La fa vestire con un cappuccio con delle finte corna, per farla spacciare come cucciolo di minotauro, in modo che gli Altraforma (animali strani e parlanti) non riconoscano la sua vera natura. Il motivo è molto semplice: in passato umani e Altraforma vivevano in pace ma poi scoppiò un conflitto, pare scatenato dagli umani, che vide questi ultimi sconfitti. In seguito a ciò, gli umani vennero cacciati e braccati, il più delle volte per essere mangiati.
Il golem, ormai al termine dei suoi mille anni di esistenza, parte con lei in un lungo viaggio per riportarla dai membri della sua specie. Un viaggio difficile perché non solo dovrà proteggerla da insidie e nemici, ma perché dovrà farle anche da padre e dovrà imparare un ruolo di cui non sa nulla, trovandosi costretto a sviluppare un’individualità lui che, come i suoi simili, non possiede. Nel loro lungo peregrinare incontreranno (ci si riferisce ai quattro volumi letti per la recensione) un vecchio che vive nella foresta in compagnia solo di uccellini per non essere preso dagli Altraforma, un demone che fa il medico e l’assistente che si occupa di lui, un villaggio di streghSomali e lo spirito della foresta volume 2e bibliotecarie dove trovare indizi per trovare gli esseri umani, una simpatica famigliola di ristoratori, un essere umano che si accompagna a una piccola arpia, una tribù che vive in una foresta bruciata.
Somali e lo spirito della foresta è una storia di crescita, un percorso iniziatico che vedrà maturare non solo la piccola Somali ma anche il golem attraverso le conoscenze che fanno nel loro viaggio, le storie che apprendono dagli altri personaggi; storie raccontate con leggerezza ma permeate spesso di solitudine, sofferenza, perdita, paura. Un manga che affronta la paura del diverso, che spinge alla comprensione e alla conoscenza come unici mezzi per vincere i conflitti con chi non è della stessa specie; niente che non sia già stato visto. La narrazione è lenta ma piacevole, delicata, ma non si deve pensare che sia una storia per bambini, visti i temi trattati e la cruenza di certe scene mostrate; benché ben narrato, al manga manca quel qualcosa in più per fare presa sul lettore, per colpirlo e coinvolgerlo completamente.
Sotto l’aspetto visivo Somali e lo spirito della foresta è qualcosa di notevole: ogni tavola è curata e piena di dettagli ai massimi livelli, il tratto preciso e ricco, curato nei minimi dettagli (siamo ai livelli degli ultimi numeri di Berserk di Kentaro Miura), facendo della grafica il punto di forza del manga.

Le Cronache di Corum

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Le Cronache di CorumRhalina, novantaseienne e bella, era morta. Corum aveva pianto per lei. Erano passati sette anni e ne sentiva la mancanza. Iniziano così Le Cronache di Corum, trilogia scritta da Michael Moorcock che va a concludere la storia del principe e ultimo superstite del popolo dei Vadhagh. Dopo aver sconfitto gli Dei del Caos e liberato la Terra dall’influenza delle divinità, Corum ha trascorso anni felici con la sua amata, la cui morte l’ha fatto estraniare da tutto quello che lo circonda; solamente il ritorno del suo amico Jhary-a-Conel, il Compagno degli Eroi, riesce a riscuoterlo e a spingerlo a rispondere all’invocazione d’aiuto che sente giungere nei suoi sogni. Si ritroverà in un futuro molto lontano del suo mondo, dove poco rimane di ciò che ha conosciuto: i Mabden (gli esseri umani) non credevano quasi alla sua esistenza dalle leggende che narravano le sue imprese, ma il disperato bisogno d’aiuto li ha fatti ricorrere all’uso della magia per essere salvati dai Fhoi Myore, giganti provenienti dal Limbo, che stanno distruggendo loro e il mondo in cui vivono. Queste strane e abominevoli creature non agiscono consapevolmente, ma le loro azioni per ritornare da dove sono venuti o trovare la morte, hanno risvolti nefasti sugli uomini.
I sette giganti portano un inverno perenne ovunque vadano, facendo presagire il loro arrivo col giungere della nebbia, guidando le loro legioni di cani mostruosi ed esseri vegetali alla rovina dei pochi superstiti umani. Corum si erge a difensore dei Mabden, trovandosi a scontrarsi ancora con Gaynor il Dannato, indossante le armi del Caos, e a intraprendere una serie di ricerche eroiche che lo porteranno a trovare oggetti di grande potere capaci di aiutare il popolo oppresso nella lotta contro le creature del Limbo.
I primi due libri di Le Cronache di Corum, Il Toro e la Lancia, La quercia e l’Ariete, prendono nome dagli oggetti che Corum deve trovare; nel terzo, la Spada e lo Stallone, ciò che viene citato nel titolo serve a scoprire ciò che porterà alla vittoria finale. Un finale epico ma drammatico, dove si compirà quanto profetizzato da un Oracolo sul destino di Corum: “Temi l’Arpa. Temi la bellezza. E temi il fratello.”
Le Cronache di Corum è una trilogia che affonda le sue radici nella mitologia celtica e irlandese: il calderone che guarisce e fa rinascere, i Sidhi che sono una deformazione del celtico Seidh (elfi), i Fhoi Myore che richiamano i Fomori Celtici, il Dagda, la lancia di Assal che non manca mai il bersaglio e ritorna al suo possessore, sono solo alcuni elementi che Moorcock usa per creare la sua opera. Un’opera lineare, senza grandi colpi di scena (tranne nel finale dove si compie la profezia dell’oracolo) che vede Corum compiere grandi imprese e affrontare nemici e tradimenti assieme a Jhary, al nano Goffanon (che tanto nano non è) e Ilbrec; il testo di Moorcock è godibile, ma il suo stile risente del passaggio degli anni e manca del mordente di certi autori moderni. Tuttavia, è innegabile che si respira un’atmosfera epica in tutte le pagine, con i temi tanti cari all’autore che si riconoscono fin da subito: le energie superiori che giocano con i mortali, il Fato che è sempre amaro per chiunque e non c’è consolazione per nessuno, l’eroe che non trova pace nemmeno dopo tutti i sacrifici che ha fatto. Corum, incarnazione del Campione Eterno, figura tanto usata dallo scrittore britannico, si erge a difensore degli oppressi e riportatore dell’equilibrio, ma i suoi sforzi non sono ripagati, vittima com’è di un fato che appare nefasto fin da quando giunge in un tempo che non è più il suo. Forse non l’opera migliore di Moorcock, eppure va dato merito a questo autore con le sue idee di aver ispirato autori come Martin (i suoi Estranei ricordano i Fhoi Myore, esseri venuti da un altro mondo e che portano l’inverno), Erikson (non è difficile capire da chi prende Anomander Rake), e di aver dato un contributo importante al mondo del fantasy.

L'ultimo viaggio di Dio

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L'ultimo viaggio di DioL’ultimo viaggio di Dio è un romanzo di James Morrow che ho conosciuto grazie a Bruno Bacelli e che ho trovato in un mercatino dell’usato: un buon acquisto e soprattutto un bel romanzo. La storia è abbastanza semplice: Dio è morto e il suo gigantesco corpo è precipitato nell’oceano. Gli angeli, per empatia, muoiono a loro volta ma non prima di aver chiesto alla Chiesa e al capitano Van Horme di dare sepoltura al Creatore, portandolo nell’Artico dove hanno preparato la Sua bara nel ghiaccio. Nessuno sa il motivo del Suo decesso, ma ognuno che partecipa alla missione ha le sue ragioni. Per Padre Thomas Ockham è scoprire questo segreto affidandosi alla filosofia e alla scienza, per Anthony Van Horme è trovare una sorta di redenzione dopo aver fatto sbattere una superpetroliera contro gli scogli e aver causato un disastro ambientale che ha portato alla morte centinaia di animali.
Radunato un equipaggio, il difficile non è tanto individuare il corpo di tre chilometri di lunghezza o difenderlo dai predatori che vogliono cibarsi di esso o trainarlo per migliaia di chilometri, ma mantenere uniti gli uomini che cominciano a risentire psicologicamente della vicinanza del cadavere. A questo si aggiunge che senza preavviso (ma probabilmente causato dalla presenza del corpo di Dio) dalle profondità marine sorge un’isola piena di rifiuti e di idoli pagani che non solo fa incagliare la nave e perdere il prezioso carico trainato, ma scatena gli istinti più primitivi e beceri di molti membri dell’equipaggio che si ammutinano. Esecuzioni in stile gladiatori nell’arena romana, orge, baccanali sfrenati, fanno perdere ogni senso morale alla maggior parte dei marinai e a nulla valgono le esortazioni di Padre Thomas a ritrovare la ragione. Ma dove non può la ragione, può la necessità: la fame e il provvidenziale ritorno del cadavere, cui dei pazzi di carne sono usati, dopo essere stati consacrati, come sostentamento, fanno ritornare il personale tra i ranghi che, di buona lena, libera la nave permettendo di riprendere la navigazione.
Naturalmente le cose non possono andare lisce e non può non mancare un attacco organizzato da Cassie, una naufraga salvata dalla superpetroliera, che cerca di distruggere il corpo di Dio per dare un colpo letale a quel patriarcato che esso ben rappresenta e che tanti danni ha portato (per lei) alle donne. Non mancheranno colpi di scena, come non mancherà la risposta tanto cercata di questa morte eccellente.
L’ultimo viaggio di Dio è un’opera intelligente, pervasa in tutte le sue pagine di un’ironia che non risparmia nessuno; non è facile spiegare un qualcosa che non vuole prendersi sul serio ma che allo stesso tempo affronta con una certa profondità temi come la perdita di fede, l’etica, la morale e che cosa guida i pensieri e le azioni degli uomini. Certo fa sorridere vedere gli angeli che sfruttano per il loro volere (un volere che nulla ha a che fare con quello di Dio) il senso di colpa degli uomini o che seppelliscono Dio come farebbero certe persone con i propri animali domestici mettendogli accanto gli oggetti cui erano più affezionati; a qualcuno potrebbe far storcere il naso che la morte di Dio sia spiegabile con il suicidio, rasentando l’eresia o la blasfemia, o che il suo corpo sia davvero eucarestia, visto che viene usato per sfamare gente moribonda. Tuttavia non bisogna soffermarsi all’apparenza, perché L’ultimo viaggio di Dio è molto di più di quello che una lettura superficiale potrebbe suggerire: il romanzo va a scavare sulla natura umana, mettendo in mostra il meglio e il peggio (sia in fatto di crudeltà che d’imbecillità), intrattenendo il lettore ma anche spingendolo a riflettere e a porsi delle domande su come si reagirebbe se venissero a mancare credenze, pensieri, consuetudini su cui ha fondato la propria esistenza.
Una piccola chicca e ringrazio Bruno di avermela fatta scoprire.

Il bosco

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Piccola prefazione. Questo racconto è nato per gioco per il contest di Halloween di Writer’s Dream; visto che la partecipazione era anonima e si poteva provare a indovinare chi fosse l’autore del racconto, per non farmi riconoscere ho cambiato stile e approccio. Il racconto non aveva intenzione di fare paura, ma sfruttava il contesto horror per fare ironia, cercando di creare un’atmosfera in stile “Vita da vampiro”; anche “Quella casa nel bosco” ha avuto la sua influenza, ma l’intenzione è rimasta solo (in parte) nel titolo. Per quanto riguarda il linguaggio scurrile, vorrei che fosse qualcosa d’inventato, ma purtroppo la realtà spesso super l’inventiva e quanto si legge è il riportare di conversazioni sentite per davvero. Volendo, si può vedere il racconto come una sorta di giustizia contro l’uso della maleducazione.

Il silenzio del bosco fu rotto dal fragore di una scoreggia.
«Fabio, ma sei proprio un letamaio!» sbottò Dario.
«È tutta salute» sorrise compiaciuto Fabio massaggiandosi il ventre che avrebbe fatto invidia a una donna incinta. «E poi come si dice, meglio fuori che dentro.»
«Forse meglio per te» borbottò Umberto. «Per noi mica tanto. Ma che hai mangiato? Bimbi morti con contorno di copertoni? Ci farai scappare tutta la selvaggina!»
Beppe imitò Fabio e ne mollò una ancora più potente.
«E che cazzo, andate a scoreggiare da un’altra parte!» disse seccato Luca.
«Tanto siamo all’aperto» protestò Beppe allargando le braccia.
«Sì, bravo, continua così. E già che ci sei, perché non ti caghi anche addosso? Tanto cosa vuoi che sia, siamo all’aperto» rimbeccò Luca.
«Non esagerare» intervenne Dario. «Se dovevamo fare gli educatini, tanto valeva che fossimo restati a casa con quelle cagacazzo delle nostre mogli, a romperci i coglioni ogni tre per due.»
«Non far questo, non far quest’altro» disse Fabio. «Solo perché c’hanno la figa, pensano di dettare legge come vogliono.»
«Hai ragione» gli andò dietro Beppe. «Ma se vuoi che te la diano un po’, devi fare quello che vogliono, altrimenti devi andare di mano.»
Luca si voltò a guardarli incazzato. «Siamo venuti per una battuta di caccia o per fare i cazzoni?»
Fabio sbuffò dal naso. «Accidenti te e la caccia. E facci rilassare un po’» disse allontanandosi dal sentiero.
«Dove stai andando?» gli chiese Beppe.
«A pisciare. O preferite che la faccia qui?»
I quattro si andarono a sedere sul tronco di un albero caduto lungo il bordo del sentiero.
«Ma quanto cazzo ci mette?» sbottò Luca.
«Ma che hai oggi? Sei più incazzoso di una biscia cui hanno pestato la coda» protestò Dario.
Luca si guardò intorno. «Si tratta di questo bosco: mi sento sempre osservato.»
«Da chi? Dagli alberi?» lo prese per il culo Beppe.
Luca parve non fare caso alla battuta. «È come avere sempre degli occhi addosso, che ti seguono dovunque vai.»
«Per me hai solo dormito male stanotte e ti sei svegliato con la luna storta» fece spallucce Beppe.
«Quello storto sei tu e il tuo uccello» ribatté sgarbato Luca.
«Guarda che se non la pianti t’impallino.» Beppe portò la mano al fucile che aveva a tracolla.
«Piantatela tutti e due» intervenne Dario. «Probabilmente s’è fatto suggestionare dalle storie che circolano su questa zona.»
«Quali storie?» fece Luca.
«Minchiate da vecchi e gente superstiziosa.» Dario scosse il capo sorridendo. «Qualcuno dice che questo bosco è infestato dagli spiriti della terra risvegliati da una discarica abusiva che ha inquinato il terreno. Altri dicono che tra questi alberi si aggira il fantasma dell’uomo che vi è stato ucciso due anni fa.»
«Quale uomo?» domandò Luca.
«Ti ricordi di Sandro che in un incidente di caccia ammazzò un tipo e il suo cane mentre facevano una passeggiata?»
«Sì.»
«Bene, è questo il posto» disse Dario.
«Cazzo» sussurrò Luca osservando i punti più fitti della vegetazione.
«Se fosse qui, Sandro ti assicurerebbe di averli visti passeggiare in mezzo agli alberi anche dopo la loro morte. Peccato che ci sia rimasto con un infarto l’anno scorso» concluse Dario.
«Proprio mentre faceva una battuta di caccia qua vicino» aggiunse Umberto facendosi serio. «C’è anche un’altra storia, la peggiore di tutte: questo bosco sorge su un cimitero indiano.»
A Luca si bloccò il respiro in gola, ma quando vide comparire un sorrisetto agli angoli della bocca di Umberto, si alzò in piedi. «Andate tutti a cagare, voi e le vostre stronzate.» Si avviò lungo il sentiero, non prima di essersi voltato indietro. «Ehi Fabio, ne hai per molto?»
«Mi si è impigliata una braga negli spini» sbraitò l’altro.
«Quello è buono di essersi impigliato anche l’uccello negli spini» borbottò Luca. «Noi andiamo, vedi di muoverti.»
«Andate a farvelo dar nel culo voi e il non aspettare.»
«Non prima di te» ribatté Luca subito seguito dagli altri tre lungo il sentiero.
Procedettero a passo spedito in mezzo al bosco, seguendo le tracce lasciate dai caprioli. Dopo un’ora si fermarono.
«Vai a vedere che sta combinando Fabio» disse Dario a Beppe. «Quello è capace di essersi perso.»
«Per me è tornato indietro» fece Beppe.
«E allora vai a controllare: non mi va di mettermi a cercarlo pensando che gli è capitato qualcosa.»
Masticando una bestemmia, Beppe tornò sui propri passi.
I tre rimasti stavano per mettersi a sedere quando un gruppo di dieci caprioli gli sfrecciò accanto.
«Non me li faccio scappare» Dario imbracciò il fucile e partì di corsa dietro di loro.
Umberto lo seguì a ruota.
Luca stava per imitarli quando percepì un movimento alla sua sinistra. Pensò che potesse essere un altro capriolo, ma guardando meglio vide che tutto era immobile. Si mise a osservare ma niente si muoveva. Provò ad ascoltare ma gli unici rumori che sentì erano i rami e le foglie pestati dai caprioli in fuga e da Dario e Umberto che li inseguivano.
Lentamente sfilò il fucile dalla spalla e lo puntò davanti a sé. Rimase in quella posizione per due minuti, mentre i rumori della caccia s’attenuavano.
La sensazione di essere osservato tornò a farsi sentire.
Sobbalzò quando due spari in contemporanea squarciarono l’aria. L’immobilismo che l’aveva pervaso lo lasciò e prese ad avanzare. Aggirata una grossa macchia di pungitopi, si trovò in un’area dove gli alberi erano più radi e il sottobosco meno fitto.
“Deve essere stato uno scherzo dell’immaginazione.” Luca prese a respirare più liberamente. S’avviò per raggiungere Dario e Umberto, sperando che avessero preso qualcosa e non si fossero lasciati sfuggire il branco. Seguire la pista che avevano lasciato non fu difficile: anche un bambino ce l’avrebbe fatta. Stava per sbucare in una radura quando trovò Dario steso a un paio di metri dal sentiero: la camicia era un lago di sangue.
«Cazzo.» Si precipitò sul compagno e gli mise due dita sul collo. «Merda» imprecò scuotendo il capo. Fu allora che scorse un paio di stivali che spuntavano dietro un cespuglio dall’altra parte della radura. Si avvicinò temendo il peggio ma non era preparato allo spettacolo che gli si parò davanti: la faccia di Umberto era devastata in una poltiglia informe e sanguinolenta. Si voltò di scatto per non vomitare e la radura parve farsi più cupa e scura. Chiuse gli occhi e fece dei lunghi respiri per evitare di svenire. Quando fu sicuro di essersi ripreso, decise di tornare indietro e andare a cercare Beppe e Fabio.
Scorse qualcosa muoversi nel bosco, qualcosa fatto di grigio e di verde. Un istinto irrazionale lo colse e prese a correre, sentendo sempre l’attenzione su di sé di occhi che non lo mollavano un istante. Immagini di spiriti e fantasmi presero ad accavallarsi nella sua mente.
“Sono solo puttanate: dev’essere quello psicopatico del mio vicino che vuol farmela pagare perché ho sparato al suo gatto dopo averlo scambiato per una lepre.” Mentre cercava di scacciare anche questo pensiero, le parole dell’altro non facevano che perseguitarlo. “Ammazzerò te e tutti i cacciatori di merda.”
Un luccichio splendette nella parte più scura del bosco, dove il sole non arrivava. Scostando le felci lo raggiunse, scoprendo che si trattava del fucile di Beppe. Poco distante se ne stava il proprietario, il cranio fracassato contro una roccia.
Preso dal panico, corse all’impazzata, pensando solo a raggiungere il più in fretta possibile l’auto. Riuscì a scorgere un lampo con la coda nell’occhio prima d’inciampare, finendo lungo disteso su foglie e rami secchi. Lanciò un urlo quando vide che ciò che l’aveva fatto cadere era un braccio che spuntava da sotto un cespuglio. Gli occhi di Fabio lo fissavano a un metro da lui, uno spesso rovo serrato intorno alla gola.
A gattoni Luca si allontanò dal cadavere, rimettendosi a fatica in piedi. Nell’attimo in cui tornò a posare lo sguardo sul sentiero, le viscere con tutto il loro contenuto si riversarono sulle scarpe.
«Merda» fu l’ultima parola che pronunciò prima che il buio calasse sulla sua mente.
Il silenzio tornò a calare nel bosco.

ciechi e guide di ciechi

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uno dei tanti ciechi del mondoSono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso! 1
Questa è una delle frasi più conosciute del Vangelo e ben si presta alla situazione attuale: viviamo un tempo e una situazione difficile che hanno dimostrato l’incapacità di tutta la classe politica dei vari paesi. E non si tratta di maggioranza od opposizione, di un paese o dell’altro, ma di come chiunque ricopre o può ricoprire un ruolo di guida per una nazione, sia incapace di gestire un evento che va fuori dall’ordinario come l’epidemia del Covid-19. Già prima erano in difficoltà in una situazione ordinaria, ora non sanno proprio come gestire qualcosa di nuovo; continuano a ripetere errori, a non imparare le lezioni appena apprese.
La prima ondata era qualcosa di nuovo, che ha colti impreparati (anche se in certi paesi, come il nostro, poteva essere affrontata meglio, non fosse stato che per anni non si è fatto altro che tagliare sulla sanità), ma la tregua data in estate aveva lasciato il tempo per prepararsi a quello che si sta verificando adesso. Purtroppo si è creduto di aver superato la fase peggiore, di essere ormai salvi, e non solo si è abbassata la guardia, ma si è tornato a fare come prima della pandemia; eppure si sa che un virus non sparisce in così breve tempo. Perché si doveva andare in ferie e occorreva far riprendere la marcia della macchina economica, si è voluto pensare che il virus si fosse spompato, non fosse più pericoloso e il risultato di questa mentalità lo si sta vedendo.
I politici hanno interessi da difendere e proprio per questo si fanno accecare e non vogliono vedere (o peggio: non gli importa) la realtà; la gente (o almeno la maggior parte), per pigrizia o incapacità di usare la testa, si affida a loro e si fa guidare. Tante persone, sentendo politici che inneggiavano al non usare la mascherina, a non mantenere la distanze di sicurezza (e tanti altri piccoli accorgimenti) in nome della libertà (una fantomatica libertà sbandierata solo per ottenere consensi), hanno lasciato perdere buon senso e prudenza, comportandosi come si comportavano prima. Ancora adesso, nonostante la seconda ondata e i numeri crescenti di contagi e morti, i governanti non parlano di salvaguardare e salvare vite umane il più possibile, ma di permettere alla gente di poter andare in giro a Natale, uno dei periodi dell’anno dove si fanno più compere e si spende di più.
Tutto ciò dovrebbe aver mostrato lo sbaglio di aver fiducia in simili persone e dovrebbe far pensare, quando si tornerà a votare, a chi dare il voto. Invece la gente continua ad affidarsi a loro, individui che invece di cercare una soluzione per uscire da questo periodo non fanno altro che darsi contro, screditarsi, smontare il lavoro altrui in una guerra continua per accaparrarsi sostegno.
Come si può pensare di uscire da questa situazione, se chi guida è accecato dal dio-soldo? E come si può pensare di cambiare guide se chi ha il potere di sostituirli non sa sceglierli?
Ci si trova in un circolo vizioso, dove chi guida condiziona la massa e la massa condizionata si affida sempre a chi la condiziona. Perché la situazione mutasse occorrerebbe un cambiamento che viene da basso, ma perché questo avvenga occorre consapevolezza, ma come si può ottenere consapevolezza se tutto intorno spinge a ottundere l’intelligenza e il buon senso e lo si lascia fare?
Il potere del cambiamento è in mano alle persone, ma se esse non sono capaci di compiere questo atto, come potrà esso verificarsi?
Non potrebbero essere più adatte a queste situazione le parole di questo altro brano del Vangelo: Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. 2
Le persone sono il lievito di questa società, quelle che la possono far crescere e rendere migliore (Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata. 3), ma se il lievito è andato a male, il pane non potrà certo venire bene.

1. Vangelo secondo Matteo 15,14.
2. Vangelo secondo Matteo 5,13
3. Vangelo secondo Matteo 13,33

Edit. Visto il seguito che hanno certi individui sui social e il potere che hanno le parole, da seguire la piattaforma Smask.online per combattere certe falsità che vengono dette.

Vokid il piccolo virus

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virusC’era una volta Vokid, un piccolo virus che cercava disperatamente di trovare il proprio posto nel mondo. Nonostante i percorsi formativi fatti a scuola e i vari corsi d’indirizzamento seguiti, non sapeva che strada prendere. I suoi genitori non facevano altro che dirgli di non crucciarsi, di non prendersela in quella maniera, che prima o poi avrebbe trovato la via da seguire.
La facevano facile, loro, che avevano già raggiunto una bella posizione tra i virus. Ma lui come avrebbe fatto a riuscire con una famiglia ingombrante come la sua?
Zio Eb era uno dei migliori cecchini in circolazione: difficilmente sbagliava bersaglio. “Un colpo, un morto” non faceva che stimarsi. E a ragione: chi riusciva a sopravvivergli portava i suoi segni per tutta la vita.
Per non parlare di zia Colly che aveva imperversato in intere nazioni, facendo scappare tutti quanti quando arrivava.
O nonno Pes che, nonostante fosse ormai in pensione, la faceva fare sotto a chiunque appena metteva il naso fuori dalla porta e andava a fare un giretto.
Come poteva essere alla loro altezza? Come poteva fare qualcosa che fosse al livello delle imprese dei suoi parenti?
Ci pensava e ripensava, ma ogni idea che aveva impallidiva dinanzi all’agire di chi l’aveva preceduto. Più s’impegnava a trovare qualcosa d’eccezionale e più capiva che non sarebbe stato altro che la loro misera ombra. Si deprimeva sempre di più.
Poi un giorno era in compagnia dei suoi cugini Influ e Raffy. Taciturno e di umore nero, ascoltava i due che facevano i fenomeni l’uno con l’altro.
«Ne ho mandati due milioni a letto con la febbre» si stimava Influ.
«Seeeeee… quisquilie» diceva Raffy. «Io ne ho fatti ammalare quindici milioni.»
«La tua è poca roba: i miei devono stare a letto con un bel male alle ossa» ribatteva Influ.
«Ma sai quanto è più fastidioso avere il naso chiuso, o che cola, e il mal di gola?» controbatteva Raffy.
Il piccolo Vokid smise di seguire il confronto tra i due per vedere chi ce l’aveva più lungo, fino a quando sentì, quasi per caso, un commento di Influ.
«Peccato che solo gli stupidi non si ammalino mai.»
Lì per lì, tutto quello che Vokid pensò, fu che non era giusto che si ammalassero solo gli intelligenti: era qualcosa di discriminatorio. Non dovevano esserci privilegiati, tutti dovevano essere uguali, senza disuguaglianze. Mentre faceva queste riflessioni, fu colto da un’illuminazione: se gli stupidi non si ammalavano mai, allora lui sarebbe stato il primo virus a farlo. Sarebbe riuscito dove altri avevano fallito e tutti allora avrebbero riconosciuto il suo valore.
Più determinato che mai, dimentico della tristezza e del malumore che per tanto gli avevano fatto compagnia, si mise al lavoro. Gli ci volle del tempo, ma alla fine riuscì nel suo intento: un numero sempre maggiore di persone prese ad ammalarsi per merito suo. Stupidi, imbecilli, deficienti, mentecatti, minchioni cadevano sotto i suoi colpi.
In men che non si dica divenne l’orgoglio della famiglia. Zia Colly e Nonno Pes facevano a gara a fargli i complimenti. Zio Eb gli aveva regalato una delle sue medaglie. I suoi genitori andavano in brodo di giuggiole quando leggevano il numero di contagi cui dava vita. Per Influ e Raffy era diventato un eroe, l’esempio da seguire.
La sua fama non faceva che crescere, fino a quando sorse un problema: tutta la popolazione umana si era ammalata e il numero di morti cresceva a dismisura giorno dopo giorno.
La preoccupazione nella comunità dei virus cominciò a crescere: andava bene far ammalare le persone, ma se fossero tutte scomparse, loro cosa avrebbero poi fatto?
Il presidente della comunità lo convocò.
«Siamo orgogliosi di te, hai fatto un ottimo lavoro, però a tutto deve esserci un limite: dicci come annullare il tuo operato, quale medicina o vaccino si deve usare.»
«Niente di più facile» spiegò Vokid. «Per guarire, le persone devono fare cose intelligenti.»
Purtroppo, la specie umana aveva smesso di essere intelligente da tempo e non era più in grado di usare la testa. Non ci fu nulla da fare per lei: si estinse in un batter d’occhio.
Vokid, così esaltato per un certo tempo, venne insultato ogni volta che veniva incontrato perché aveva reso disoccupati tutti quelli della sua specie.