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Il Ritmo della Guerra

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Il Ritmo della GuerraCon Il Ritmo della Guerra siamo al quarto capitolo di Le Cronache delle Folgoluce e Brandon Sanderson si mantiene sempre a livelli elevati. Molto elevati: tecnicamente parlando, si è di fronte al romanzo meglio scritto della serie. Anche se magari mancano momenti come quelli incontrati in La Via dei Re, Il Ritmo della Guerra, si scusi il gioco di parole, non manca di ritmo, tenendo incollati alle pagine; un tenere incollati che però non è adrenalinico, non per la maggior parte del tempo almeno, ma dovuto a segreti e rivelazioni che debbono essere fatti. Sanderson espande e approfondisce ancora di più Le Cronache della Folgoluce: si scopre che il mondo di Roshar è solo un campo di battaglia di qualcosa di molto più grande, che Onore e Odio sono elementi di qualcosa di più superiore e che non sono le sole entità superiori presenti nell’universo di Sanderson.
Per chi già conosce l’autore, questo non sorprende, ma si rimane sempre meravigliati nel vedere le capacità dello scrittore nello sviluppare una trama e nel far giungere il lettore a certi punti senza che lui se ne accorga, nonostante di indizi ne siano stati disseminati lungo la strada. Per chi non è avvezzo all’ambito scientifico, può risultare non subito facile la comprensione degli studi sui fabrial e gli esperimenti che vengono fatti su nichiluce e folgoluce: questo può essere additato come l’unico neo di Il Ritmo della Guerra, dato che va a inficiare un poco la scorrevolezza della lettura e dell’apprezzamento della storia.
Tolto questo (ma è un andare a cercare il pelo nell’uovo), quello che è andato a creare Sanderson va a dare una maggiore comprensione del mondo di Roshar, delle sue popolazioni e delle scelte fatte dai personaggi. Quella che era iniziata come una guerra tra umani e parshendi è in realtà qualcosa di più articolato e meno definito; si era già visto in precedenza che il fronte umano era diviso e quanto era stato difficile creare una coalizione per fronteggiare la minaccia che sta avanzando: in questo romanzo si viene a sapere che anche tra i parshendi ci sono diverse correnti, ognuna con le proprie idee e i propri scopi. C’è chi cerca di ritrovare il proprio passato, le proprie origini e di non essere asservito a Odio, c’è chi vuole conquistare tutti, mentre altri cercano in qualsiasi modo di porre fine alla guerra. Tra questi ultimi c’è Raboniel, temuta per i suoi metodi e le sue idee addirittura tra quelli della sua specie, al punto da essere chiamata la Signora dei Dolori: è lei che mette a punto il piano di conquista di Urithiru dopo che il traditore tra gli umani, Taranvagian, fa allontanare le forze di Dalinar, decisa non solo a eliminare il Fratello, lo spren ritenuto morto che anima la torre dei Radiosi, ma a scoprire anche una forma di luce capace addirittura di eliminare un dio. In questo, non avendo alternative, verrà aiutata da Navani, che attraverso gli studi cerca un modo per liberare Urithiru dalle mani del nemico e far risvegliare i Radiosi caduti in una sorta di coma dopo che i parshendi hanno rivolto contro di loro le difese della Torre in modo da annullare i loro poteri.
Navani, in quella che sembra un’impresa quasi impossibile, potrà contare solo su Kaladin, rimasto a Urithiru ad aiutare il padre nell’arte di medico dopo essere stato congedato da Dalinar perché bloccatosi diverse volte durante i combattimenti, Lift (entrambi con i poteri da Radiosi depotenziati a causa di ciò che è stato fatto alla torre) e un paio di membri del Ponte Quattro. Dovrà inoltre conquistare la fiducia del Fratello e scoprire i segreti della torre per contrastare il più possibile il nemico, dato che lui la avversa per gli studi e gli esperimenti che ha fatto sugli spren.
Nel mentre, Shallan e Adolin viaggiano a Shadesmar per giungere nella città degli onorespren e convincerli a stringere di nuovo un legame con gli uomini, dato che la maggior parte di loro reputa gli umani i responsabili di aver reso degli occhimorti gli spren legati a loro in passato. Adolin, impegnatosi a portare avanti il compito affidato dal padre, riuscirà con la sua caparbietà in qualcosa che sembra impossibile; Shallan invece dovrà avere a che fare, oltre con le altre sue due personalità (e una di cui ignorava l’esistenza) con il compito assegnatole dai Sanguispettri.
Lontani da Urithiru, Jasnah e Dalinar sono impegnati in una campagna militare per riconquistare terre al nemico: la prima dovrà essere la guida del suo popolo, il secondo dovrà scoprire i poteri da Forgialegami e convincere Odio a stringere un patto per far combattere i rispettivi campioni e coì porre fine alla guerra.
A tutto questo vanno aggiunti i piani dei Disfatti, le macchinazioni di Arguzia e gli Araldi fuori di testa a rendere ancora più complesse e ricche le trame di Il Ritmo della Guerra.
La spettacolarità non manca certo in questo romanzo, basti pensare agli scontri aerei tra i Corrivento e i Coalescenti, e neppure i colpi di scena, tenuti per un finale che è la risoluzione di un crescendo che è stato preparato per tutta l’opera, ma molto spazio è dato all’interiorità dei personaggi.
Il conflitto interiore di Shallan è ben mostrato con i dialoghi con le altre due personalità, Veil e Radiosa (senza contare Informe), dove viene rivelato quanto sia fragile l’equilibrio acquisito dalla ragazza dopo i fatti di un’infanzia che l’ha segnata per sempre, al punto che l’emergere della verità che ha voluto dimenticare le fa temere che chi le è vicino si allontani scoprendola.
Kaladin non sente di essere il Folgoeletto, la figura ispiratrice per gli altri, ma è un soldato logorato da tante battaglie e perdite, più un reduce che un eroe, dovendo fare i conti con l’oscurità che gli monta dentro e che lo sta portando a spezzarsi; è molto bello che lui, che è sempre quello che ha aiutato e salvato, arrivi a fare un passo indietro e capire che necessita a sua volta di un soccorso. E questo avviene aiutando coloro che sono nella sua stessa condizione, quelli che hanno ferite nell’anima che nessun dottore e fervente può aiutare (la cura per queste persone era essere recluse in luoghi bui e isolati, lontano da tutti, dove la malinconia poteva dilagare fino a portare alla disperazione): poter comunicare ad altri il proprio dolore è l’inizio di un percorso lungo che forse non porterà a una guarigione completa, ma aiuterà a rimanere saldi e a non perdersi.
Navani, la figura centrale di Il Ritmo della Guerra, mostra non solo una grande intelligenza e volontà, rivelandosi una donna forte, una vera regina, ma anche come, nonostante le sue capacità, sia sempre stata sottovalutata e poco considerata, soprattutto da Gavilar, il suo precedente marito, rivelandosi essere una persona diversa dal re che tanti credevano di conoscere (e non certo in positivo). Una donna vissuta all’ombra di altre figure che si ritrova a salire alla ribalta e a rivelare quanto possa essere luminosa.
Altra figura vissuta all’ombra di altre è Veil: prima della sorella Eshonai, poi della Coalescente Lewshi e infine di Raboniel. Eppure era stata lei a trovare altre forme da usare per il suo popolo, i parshendi, a far riscoprire qualcosa che si riteneva essere andato perduto; questo però non le ha dato quello che credeva di ricercare, anzi, in lei ha creato conflitti e sensi si colpa. Sarà tuttavia lei quella a cui gli spren si rivolgeranno per ritornare dal suo popolo dopo averlo lasciato tanto tempo fa per le scelte che aveva preso.
Brandon Sanderson, come suo solito, pone grande cura a tutto quello che riguarda il mondo di Roshar, come grande cura è data ai bellissimi disegni che arricchiscono le pagine dell’opera. Senza ombra di dubbio, si può affermare che Le Cronache della Folgoluce è uno dei punti più alti della letteratura fantasy, presente e passata.

Wanda, ovvero Scarlet Witch

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Wanda Maximoff disegnata da George PerezNell’articolo precedente si è parlato di Visione, potente sentenzioide e marito di Wanda; ora è la volta di vedere un po’ della storia fumettistica della consorte.
Come i lettori di lunga data avranno potuto notare, il costume cinematografico è molto diverso da quello visto negli anni sul cartaceo: è rimasto solo il colore della giacca (scarlatto, proprio come il suo nome da supereroina, Scarlet Witch), niente più mantello, stivali, calzamaglia della stessa colorazione con cui Wanda appariva (figurarsi proporla come George Perez l’aveva disegnata con forte influenza gitana).
Le differenze non si limitano solo a questo: praticamente tutto il suo background è diverso. Inizialmente è vero che appare come un villain degli Avengers e poi si unisce a loro, ma le cose sono molto più complesse di quelle mostrate nella pellicola. Gemella di Pietro (Quicksilver), è nata sul Monte Wundagore, sotto il quale era sigillato il demone Chthon che con i suoi poteri ha influenzato il genoma dei due fratelli, soprattutto di Wanda, visto che voleva che il suo corpo lo ospitasse. Tuttavia, il demone non è il solo a intervenire su di loro: pure l’Alto Evoluzionario (già visto nella storia che ha fatto rinascere Adam Warlock) opera su di loro dotandoli di poteri latenti.
Mentre Pietro riesce a gestire le sue capacità, fin da subito Wanda dimostra grande difficoltà nel controllare il suo potere di manipolazione delle probabilità, al punto che devono fuggire dal loro paese natio e spostarsi da un villaggio all’altro, fino a quando non vengono aiutati da Magneto (che rivelerà in seguito essere loro padre), che salva Wanda dall’essere bruciata al rogo come strega e fa entrare i due nella sua Confraternita dei mutanti.
Ravvedutisi, entreranno a far parte degli Avengers, dove Wanda conoscerà Visione e diverrà sua moglie, dal quale avrà due figli. La nascita dei due piccoli tuttavia non può essere naturale, dato che Visione non è un essere umano, ma è avvenuta tramite i poteri di Wanda che con il passare del tempo si sono fatti sempre più forti, al punto che ha avuto bisogno dell’aiuto della strega Agatha Harkness per padroneggiarli. Il concepimento innaturale ha portato a una scelta dolorosa: i due bambini vengono cancellati e il loro ricordo rimosso da Agatha dalla memoria di Scarlet.
L’equilibrio di Wanda diventa sempre più labile in un’escalation che porta gli Avengers a dividersi (eventi mostrati nella serie Chaos scritta da Bendis e disegnata da David Finch). Inconsciamente, è lei la causa di una serie di eventi sempre più tragici. Iron Man sembra ubriaco dopo tanto tempo che non beveva e rischia un incidente con il paese di Latveria; il ritorno dal mondo dei morti di Jack Hart causa la morte di Scott Lang; Visione viene usato per far ritornare dei robot Ultron che causano uno scontro dove She-Hulk impazzisce colpendo chiunque, finendo per fare a pezzi Visione. La scoperta della verità sui suoi due figli la portano ad uccidere Agatha e a scagliarsi con forza contro i suoi ex compagni, causando la morte di Occhio di Falco; solo l’intervento del Dottor Strange la fermerà e Wanda verrà presa in custodia dal padre Magneto.
Tali eventi porteranno a uno dei migliori crossover degli anni 2000: House of M (sempre scritto da Bendis, disegnato da Olivier Coipel). Charles Xavier con i suoi poteri mentali cerca di aiutare Wanda, senza riuscirci; così lui, gli Avengers e gli X-men devono decidere sul suo destino. Pietro, timoroso che possano decidere di ucciderla, la convince a cambiare totalmente la realtà. Il mondo viene totalmente stravolto e ci si ritrova in una realtà dove la maggior parte della popolazione è mutante, tutti vedono i propri desideri realizzati e nessuno sa quello che è successo, eccetto due persone, una delle quali è Wolverine, il cui desiderio è poter ricordare tutto il suo passato. Sarà lui, assieme a una ragazzina, a far tornare la memoria a un gruppo di supereroi per contrastare la casata di Magnus (Magneto) e far ritornare la realtà a quella che era. Si scatenerà un conflitto tra le due parti che culmineranno con Wanda che riporterà le cose a come erano prima, salvo che pochi mutanti conserveranno i loro poteri, al punto da essere considerati sul punto di estinguersi.
Priva di ricordi, Wanda tornerà sulle montagne dove è nata prima di essere ritrovata ed essere di nuovo fonte di un conflitto tra Avengers e X-men. Conflitto che si ripeterà tra le due parti qualche anno più tardi in un crossover che vedrà tornare la forza Fenice (Avengers vs X-men) dove Wanda potrà redimersi aiutando Hope nella lotta contro la forza cosmica e annullando l’incantesimo che aveva depotenziato i mutanti in House of M e facendone nascere dei nuovi.
Seppur un personaggio secondario rispetto a Iron Man, Capitan America, Thor, Wanda non è priva di spessore e si spera che, assieme a Visione, sia approfondita adeguatamente nella serie che la vedrà protagonista.

Visione

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Dopo il successo degli ultimi film sugli Avengers che vedevano tra i protagonisti Wanda e Visione, è stata creata la miniserie WandaVision di cui ancora non si sa molto, ma che sicuramente è legata agli eventi già visti e che approfondirà di più la storia tra i due.
Che cosa si è appreso di queste due figure da quanto visto sul grande schermo?
Wanda dapprima è una villain, alleata con suo fratello Pietro a Ultron, il cattivo del secondo film sugli Avengers; da altri film ispirati agli X-men (X-men – Giorni di un futuro passato e X-men – Apocalisse) si viene a sapere che è figlia di Magneto. Dopo la sua redenzione e aver deciso di combattere Ultron, entra a far parte degli Avengers, dove causa con i suoi poteri un incidente che darà il via agli eventi di Capitan America: Civil War, finendo per essere rinchiusa dal governo assieme ad altri supereroi perché non ha firmato gli accordi che disciplinavano le loro azioni. Liberata da Capitan America, sarà uno dei supereroi più forti ad affrontare Thanos.
Visione è una creazione di Ultron volta ad aiutarlo per distruggere gli Avengers; con l’intervento di vari supereroi, il piano di Ultron verrà sventato e Visione si unirà nella lotta contro di lui. In Civil War sarà dalla parte degli accordi che disciplinano i supereroi, scontrandosi con Wanda, colei che diverrà la sua compagna; è un portatore di una delle Gemme dell’Infinito e per questo Thanos e i suoi seguaci gli daranno la caccia in Avengers – Infinity War.
Come background per personaggi che hanno avuto decine di anni di fumetti che li hanno visti protagonisti non è molto, ma logicamente non si poteva mettere di più sul grande schermo visto il tempo a disposizione. Un peccato, perché ci sono storie molto belle che li riguardano; quindi iniziano un breve approfondimento su di loro e in questo articolo parliamo di Visione.
Visone disegnato da John BuscemaAppare per la prima volta nel 1968 in una storia di Roy Thomas e John Buscema, creato da Ultron per distruggere gli Avengers. Dopo averli attaccati, Visione però decide di passare dalla loro parte e combattere Ultron. Dopo diverse avventure col gruppo, si mette insieme a Scarlet (Wanda Maximoff), arrivando a sposarla e ad avere addirittura due figli nonostante la sua natura di androide. Dopo un suo malfunzionamento che lo porta a essere considerato una minaccia per il pianeta, viene smantellato per poi essere ricostruito da Henry Pym, ritornando sotto forma di uomo sintetico privo di emozioni (emblematica la sua assenza di colore, totalmente bianco, a indicare tale fatto). Lui e Wanda si lasciano, lavorando in due gruppi differenti di Avengers, con Visione che riprogrammatosi (e tornando a essere com’era in origine con la pelle rossa) riacquista la capacità di provare sentimenti, tentando di scoprire quell’umanità cui ha sempre voluto avvicinarsi; è da qui che Avengers: Infinity War prende il travestimento olografico che Visione usa per interagire con le persone e apprendere da loro che cos’è l’umanità. Molto belli i dialoghi sull’essere umani che Visione fa a Ultron in Ultron: Unlimited (storia del 1999 di Kurt Busiek con i bellissimi e particolareggiati disegni di George Perz, probabilmente una delle migliori trame dedicate a uno dei nemici più pericolosi affrontati dagli Avengers e a cui si sono ispirati per il film Avengers: Age of Ultron).
Altra storia dove viene mostrato il lato più umano di Visione è Red Zone, storia del 2003 realizzata Geoff Johns e disegnata dall’ottimo Oliver Coipel e che anticiperà (come se fosse un dejà vu) il fato cui andrà incontro Visione solo anno più tardi e che verrà in un qualche modo ripreso in Infinity War. Apparentemente, non sembrano esserci nessi con la storia Vendicatori Divisi del 2004 creata da Brian Bendis (amato/odiato per aver fatto sciogliere il gruppo dei Vendicatori per poi farli riunire poco dopo in una nuova formazione su cui spicca l’ingresso di Wolverine) e disegnata magnificamente da David Finch e il film Infinity War: Visione viene ridotto a pezzi da She-Hulk (cugina di Bruce Banner con i suoi stessi poteri), ma la reale causa della sua morte è Wanda che con i suoi poteri, inconsciamente, fa scatenare il caos che porta agli eventi narrati nella serie. Certo, nel film è una scelta sofferta ma voluta quella di Wanda di eliminare Visione per fermare Thanos eppure riprende qualcosa di già visto (anche se poi si sa chi davvero eliminerà nella pellicola Visione).
Visione Un po' peggio di un uomoPurtroppo, non sempre il personaggio di Visione è stato usato in maniera adeguata (a diversi non è piaciuto come Bendis lo abbia usato come cavallo di troia per permettere a Ultron di avere la meglio sugli Avengers, con i supereroi costretti a fare un viaggio nel tempo per sconfiggere il nemico) tra morti e ricostruzioni varie, ma sicuramente si distingue e andrebbe letta la storia Un po’ peggio di un uomo, un po’ meglio di una bestia (riferimento a un’opera di Shakespeare) realizzata da Tom King e Gabriel Hernandez Walta: per impedire che le emozioni per Wanda offuschino il suo giudizio, Visione formatta la propria sfera emotiva e si trasferisce in Virginia, dove cerca di creare una normale vita costruendosi una moglie, Virginia, e due figli, Vin e Vivian, uguali a lui. La quotidianità verrà sconvolta da un evento tragico, scatenando drammi familiari che scaveranno nel profondo dei personaggi e non solo. Bugie e silenzi che si aggiungono a una difficile integrazione in una società che li vede come diversi, a una ricerca di felicità dopo tanta sofferenza che ha portato a cercare di costruire una famiglia su misura, dove tutto è ordinato e può essere tenuto sotto controllo. Ma il controllo è solo un’illusione: tutto non può essere controllato, ci sarà sempre l’imprevedibile che manda a monte piani e sogni. E così Visione, che in questa storia ricorda il dottor Frankenstein, si ritroverà di nuovo ad avere a che fare con il dolore e quei sentimenti che così dolorosamente cerca di comprendere. Una storia cupa, anche agghiacciante, che non ha nulla dello stampo supereroistico che ci si potrebbe aspettare da un’opera Marvel, ma che merita di essere letta per capire meglio un personaggio che seppur non di primo piano, merita di essere conosciuto e approfondito.

Avengers: Endgame

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Avengers: EndgameCon Avengers: Endgame si chiude un ciclo iniziato con il primo film Marvel, Iron Man. Senza fare spoiler, anche se ormai si sa già com’è finito, la pellicola è il culmine di tante trame iniziate negli anni scorsi.
Dopo gli eventi di Infinity War, il gruppo di Avengers sopravvissuti riesce a rintracciare il pianeta su cui si è ritirato Thanos nel tentativo di rimettere le cose a posto, ma lì scoprono che il pazzo titano ha usato le Gemme dell’Infinito un’ultima volta per distruggerle, così che ciò che ha fatto possa essere immutabile. Inutile è il gesto di Thor che stacca la testa a Thanos con un colpo di Stormbreaker (riferimento a una battuta nel film precedente che il titano rivolge al dio del fulmine): rassegnato, al gruppo non rimane che tornare sulla Terra e andare avanti.
Trascorrono cinque anni. Capitan America aiuta le persone che hanno perso qualcuno con un gruppo di ascolto. Tony Stark si è ritirato in campagna e vive con Pepper, dalla quale ha avuto una bambina. Bruce Banner è venuto a patti con Hulk e ora si presenta con il corpo del gigante verde ma capace di parlare e agire come lo scienziato tranquillo e geniale che di solito era quando non si trasformava (un chiaro riferimento al ciclo di Hulk scritto da Peter David). Natasha cerca di coordinare ciò che resta degli Avengers, tentando di trovare un modo per sistemare le cose, invano.
Questo finché non torna a comparire Scott Lang (Ant-Man) dal mondo quantico, che suggerisce di usare questo mondo per viaggiare nel tempo. E qui, alla Marvel, si sono incartati. Oppure hanno fatto volutamente apposta a far sì che gli utenti capissero poco di quello che stava avvenendo per non fargli capire l’incoerenza di quello che era stato creato nella sceneggiatura.
Le teorie su quello che ha fatto la Marvel sono diverse, ma provo a riassumere, per quello che ho potuto capire dalla visione di Avengers: Endgame, di cosa succede. Andando nel passato non si può cambiare il presente; quindi, per esempio, se si andasse al tempo in cui è nato Thanos e lo si uccidesse quando è in fasce, questo non modificherebbe quanto è avvenuto, ovvero gli effetti dello schiocco delle dita di Thanos con il Guanto dell’Infinito non verrebbero annullati. Il piano escogitato da Lang è andare in alcuni punti precisi del passato che conoscono, prelevare le gemme di quel tempo, portarle nel presente, creare un nuovo Guanto, far risorgere tutti quelli scomparsi e poi riportare le gemme al loro posto per non creare altre realtà. Insomma un andare nel passato per poi nel presente cambiare il futuro.
In realtà, le spiegazioni date nel film si contraddicono tra loro, creando confusione, forse perché proprio alla Marvel non sapevano come gestire coerentemente questa parte del film e sono proprio le azioni compiute dagli eroi a sconfessare le spiegazioni date. Se si vuole cercare di capirci qualcosa, suggerisco la lettura di questo articolo, perché sinceramente m’ingarbuglio troppo nel cercare di trovare coerenza in quanto creato.
Garbuglio che naturalmente andrà a crearsi nel film perché le cose non vanno come programmato e ci si ritrova ad affrontare il Thanos del passato con tutto il suo esercito (un po’ labile il modo in cui il titano scopre il piano degli Avengers). Scontro finale ai massimi livelli, dove non mancano attimi pieni di pathos ed eroismi.
Un peccato l’essersi andati a incartare con i viaggi nel tempo, perché Avengers: Endgame è più coinvolgente di Avengers: Infinity War, permettendo una maggior caratterizzazione dei personaggi protagonisti che sono in minor numero della pellicola precedente (almeno per la maggior parte del tempo). Non mancano riferimenti al mondo dei fumetti (Occhi di Falco che si presenta come Ronin, usando una katana al posto dell’arco; Capitan America anziano è quello visto in House of M, felice della vita normale che ha potuto avere; Capitan America che passa il suo scudo a Sam Wilson, facendolo così diventare il nuovo Capitan America) e si capisce che certe scelte sono state fatte perché certi attori dovevano “uscire di scena”, che però potevano essere ponderate meglio. Se un personaggio lo sacrifichi per avere una determinata Gemma, non puoi dire che non può tornare perché questa è la regola imposta per il possesso di tale Gemma, perché il Guanto dell’Infinito, come dice il nome stesso, concede un potere infinito, capace di stravolgere qualsiasi legge (fisica, temporale, magica).
In definitiva, Avengers: Endgame è un film che sa intrattenere, sa emozionare, ha momenti epici, ma ha anche parti oscure che si contraddicono tra loro (anzi, che fanno a cazzotti) e che ne minano la coerenza e ne inficiano un poco la visibilità.

Avengers: Infinity War

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Avengers - Infinity WarSu Avengers: Infinity War avevo già espresso i miei dubbi sulla fedeltà all’opera originale. Il film porta il titolo della seconda storia riguardante la serie dell’Infinito, mentre la trama è un connubio tra The Thanos Quest (per buona parte) e Il Guanto dell’Infinito (minima parte). Rispetto al Thanos originale, quello cinematografico è sempre fuori di testa, ma è un fuori di testa più “razionale”: se nel fumetto Thanos con il potere del Guanto elimina metà della popolazione dell’universo per compiacere l’amata Lady Morte (che nonostante ciò non lo fuma proprio), nella pellicola fa lo stesso ma con una motivazione differente, ovvero che l’universo per quanto grande è un sistema con risorse finite che non possono sostenere tutti gli esseri viventi esistenti, e pertanto una metà va eliminata perché continui a esistere.
Anche il Guanto ha subito delle modifiche: il suo potere è sempre grande, ma più limitato rispetto alla versione fumettistica (nel fumetto è Thanos a limitare la forza del Guanto per dare una minima possibilità agli eroi uniti di combatterlo), senza contare che chi lo usa ne subisce danno perché il potere di tutte le gemme è troppo per un solo individuo (già una singola gemma annienta un normale essere vivente).
Fatte queste premesse e prendendo atto che Marvel fumetti e Marvel film sono due mondi separati, Avengers: Infinity War è un prodotto ben confezionato, visivamente eccezionale, ma che non coinvolge eccessivamente. Questo non è colpa sua, ma è dovuto al fatto che risente del difetto di tutti i crossover: con tanti protagonisti in scena è molto difficile approfondire la caratterizzazione di tutti. Ciò è avvenuto nei film che hanno preceduto Avengers: Infinity, dove i vari protagonisti (Iron Man, Capitan America, Thor, Pantera Nera) hanno avuto lo spazio necessario per ricevere una caratterizzazione adeguata. La stessa cosa avviene anche nei fumetti, dove, se si cerca l’approfondimento sul singolo, si deve seguire la sua serie regolare, mentre il crossover, il grande evento, è un qualcosa per far vedere uno scontro epocale che porterà sconvolgimento nella vita di ogni protagonista e nel mondo.
Per chi non ha seguito nessuno (o solo alcuni) dei film precedenti, risulta difficile apprezzare o comprendere appieno Avengers: Infinity War con tutte le storie e gli eventi che convergono in un unico punto. Si può dire che alla Marvel hanno saputo tirare bene le redini di quanto orchestrato, anche se non è piaciuto l’aver reso Bruce Banner/Hulk una macchietta per far divertire; ci sono alcuni momenti che si distinguono, come ci sono alcune scene che caratterizzano un poco i personaggi (riguardanti Thanos e la coppia Visione e Wanda), mentre ci sono dei momenti dove le scelte dei personaggi lasciano un poco perplessi (come non trovarsi d’accordo quando il pazzo titano fa notare che è stato un errore non usare una delle gemme in possesso degli eroi, a meno che tale scelta non trovi una solida spiegazione in Avengers: Endgame).
Il finale di Avengers: Infinity War è stranamente in linea con alcune parti del fumetto, con metà della popolazioThor vs Beta Ray Billyne dell’universo sparita (l’inizio di Il Guanto dell’Infinito) e con Thanos che, soddisfatto di aver raggiunto il suo obiettivo (e se possibile, in qualche modo in pace) dismette gli abiti da guerra e si ritira su un pianeta a vivere da contadino (la fine di Il Guanto dell’Infinito).
In definitiva, Avengers: Infinity War non è un film da bocciare, ma non è neppure tra i migliori realizzati dalla Marvel (essi sono da ricercare tra il primo Iron Man, il primo Avengers, Captain America: The Winter Soldier, Captain America: Civil War e Doctor Strange); effetti speciali ben sviluppati, un discreto fan service (di cui alcune volte si poteva fare a meno), coerenza in alcuni casi latitante (anche con solo alcune gemme Thanos non poteva essere colpito, tant’è che nel fumetto neppure decine di forze cosmiche unite riescono a fargli un graffio: la sua sconfitta avviene solo grazie all’intervento di Adam Warlock, nel film assente, che sa qual è il vero punto debole di Thanos).
Piccola curiosità. La nuova arma di Thor, Stormbreaker, in realtà, anche se con sembianze un po’ diverse, è l’arma appartenente a Beta Ray Billy, un personaggio creato nel 1983 da Walt Simmons e uno dei pochissimi capace d’impugnare Mjolnir oltre al Dio del Fulmine; dopo uno scontro con Thor per il possesso del martello, visto il suo essere degno, Odino, commissiona ai nani di Nidavellir di forgiare un altro martello con il metallo Uru, Stormbreaker, per l’appunto.

Berserk, storia di un’amicizia tradita.

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Del manga Berserk di Kentaro Miura ho già parlato in passato in una serie di articoli (uno, due, tre, quattro), analizzando alcuni degli elementi che hanno ispirato quest’opera; ma se si volesse riassumere, che storia è Berserk?
Si tratta di una storia di vendetta per un’amicizia tradita.
Gatsu con l'armatura del BerserkPer chi non conoscesse Berserk, Gatsu, il Guerriero Nero, è in viaggio per eliminare gli Apostoli, esseri soprannaturali mostruosi (un tempo umani che mantengono ancora, o in parte, il loro aspetto originale) al servizio della Mano di Dio, un gruppo praticamente di divinità che fa realizzare i desideri di chi li evoca attraverso un oggetto, il bejelit; tale evocazione richiede come pagamento un sacrificio molto costoso: l’umanità di chi esprime il desiderio, che si ritrova a sacrificare coloro cui è più legato. Gatsu, con il suo sterminio di Apostoli, vuole arrivare a trovarsi di nuovo faccia a faccia con la Mano, in special modo con Phempt, un tempo conosciuto come Grifis, comandante della Squadra dei Falchi (un esercito di mercenari che ha raccolto molti onori nelle Midlands) e suo grande amico. Gatsu non riesce a perdonargli che per la sua ambizione abbia sacrificato tutta la Squadra dei Falchi durante l’Eclissi per arrivare a coronare il suo sogno; vedere amici e compagni di tante battaglie massacrati e mangiati vivi (con lui stesso uscito da questo macabro banchetto menomato e la sua amata Caska completamente impazzita) ha scatenato in lui una rabbia cieca, proprio come succede ai berserkir, feroci guerrieri scandinavi posseduti dallo spirito di Odino che li faceva cadere in uno stato di puro furore.
Raccontata così fa sembrare che Gatsu sia il buono e Grifis il cattivo, che sia colpa di quest’ultimo tutto quello che è accaduto; in realtà i fatti non sono così in bianco e nero.
Grifis, comandante della Squadra dei Falchi in BerserkCerto, Grifis è sempre stato ambizioso, non esitando a togliere di mezzo chi ostacolava la sua ascesa; tuttavia era arrivato ad anteporre l’amicizia che lo legava a Gatsu al suo sogno, venendone rallentato, come se Gatsu fosse un freno alla sua smodata fame di conquista. Era come se insieme i due formassero lo yin e lo yan (non per niente uno è chiamato il Guerriero Nero e l’altro il Falco Bianco), trovando un equilibrio con il loro rapporto di amicizia.
Tale equilibrio però si spezza quando Gatsu decide di lasciare la Squadra dei Falchi, deciso a trovare la propria strada; Grifis tenta di fermarlo sfidandolo a duello (Gatsu era entrato nella Squadra perché sconfitto in combattimento da Grifis e secondo una legge dei mercenari, ciò che è perso con la spada può essere riconquistato solo con la spada), disposto anche a ucciderlo pur di non lasciarlo andare via, ma viene battuto. La partenza di Gatsu getta Grifis in uno stato che gli fa fare una mossa avventata, venendo imprigionato dal re delle Midlands e torturato a lungo, divenendo solamente una parvenza nell’uomo che era, incapace di parlare e di muoversi da solo. Ciò che resta della Squadra dei Falchi (braccata come un branco di banditi), aiutata dal ritorno di Gatsu, riesce a liberarlo, ma ormai per Grifis i giorni di gloria sono finiti, ed è impossibile per lui realizzare il suo sogno. Al colmo della disperazione, fa aprire con il bejelit che ha avuto dall’infanzia il portale per evocare la Mano di Dio e dare realizzazione al suo desiderio.
Con questa prospettiva, sembra che la causa di tutto quello che è avvenuto sia di Gatsu che ha voluto egoisticamente trovare la propria strada: non se ne fosse andato, l’eclissi non sarebbe avvenuta, perché con la sua presenza moderava Grifis, che in questo modo avrebbe potuto ottenere lo stesso il suo sogno, anche se ci avrebbe messo più tempo.
Tuttavia, Gatsu non se n’è andato per egoismo, ma perché mosso dalla parole che aveva udito da Grifis poco tempo prima.
Un amico non si affida mai al sogno degli altri… non accetta costrizioni da nessuno. Persegue da solo lo scopo della propria vita. Se qualcuno ostacolasse il tuo sogno, per difenderlo dovresti combattere anima e corpo… anche se quel qualcuno fossi io. Io chiamo “amico” colui che considero “un uomo uguale a me.
Gatsu se ne va per l’affetto e l’ammirazione che prova per Grifis, per dimostrare di essere come lui, così da poter essere considerato suo amico. Quindi, la causa di tutto quello che è successo è soltanto responsabilità del Falco Bianco.
Oppure, se si vuole guardare la vicenda sotto un altro punto di vista, nulla di tutto ciò ha importanza, perché Grifis, essendo il possessore del Bejelit Cremisi, l’Uovo del Re Conquistatore, era segnato fin dall’inizio e non c’era verso di cambiare il destino, come profetizzato da Zod l’Immortale. Questa visione delle cose rivela che esistono elementi superiori che controllano e guidano il destino di ciascun individuo, rendendo il libero arbitrio solo un’illusione.
Eppure questa linea di pensiero pare essere sconfessata dal fatto che Gatsu e Caska sopravvivono all’Eclissi, quando, secondo il destino, avrebbero dovuto morire come tutti i loro compagni; certo la forza di Gatsu non sarebbe stata sufficiente a salvare entrambi se non fosse stato per l’intervento del Cavaliere del Teschio e la loro vita non tornerà più normale (essendo marchiati sono perseguitati dagli Apostoli), ma questo pare voler dimostrare che per quanto difficile c’è sempre una scelta se la determinazione è salda. Perciò Grifis aveva la possibilità di fare una scelta diversa; se questo non è avvenuto, è perché non ha voluto, rimanendo fedele a se stesso, alla sua natura e al sogno che ha sempre inseguito.
Come la si voglia vedere, i fatti che hanno dato il via a Berserk non sono per niente lineari e definiti, non esistono cattivi veramente cattivi e buoni senza macchia: spesso ci si chiede chi sia veramente il mostro, basta vedere come si comporta Gatsu con Lucine, cosa è disposto a fare pur di eliminarla. Se si osserva un poco non ci può non accorgersi che alla basa di certe scelte drastiche c’è sempre la sofferenza e che il male si nutre di essa per trovare attuazione nel mondo. Quindi la causa di tutto, stando a Berserk, è la sofferenza; qualcuno potrebbe obiettare che la sofferenza, come tante altre, è un’emozione e l’uomo non deve farsi condizionare da essa, perché è lui che possiede l’emozione, non il contrario. Purtroppo, spesso non è così, con i risultati che ben si vedono.
Le riflessioni potrebbero continuare  a lungo, ma una cosa si può però dire: Berserk è un manga profondo, oltre che avvincente, dato che permette di rendere consapevoli di certe realtà.

Slam Dunk

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Slam Dunk è il manga sportivo che ha venduto di più al mondo ed è anche, probabilmente, quello più conosciuto (in Italia molti conosceranno di più, grazie ai cartoni animati, Capitan Tsubasa (Holly e Benji) e Attacker YOU! (Mila e Shiro – Due cuori nella pallavolo). Prima di continuare a leggere l’articolo, consiglio di guardare questo video di Sommobuta, davvero ben realizzato e approfondito, capace di cogliere tutte le sfumature di Slam Dunk.
A cosa è dovuto un successo di tale portata?
La copertina del numero 1 della nuova edizione di Slam DunkPrima di parlare di ciò, occorre fare una premessa: il basket, in Giappone, prima della pubblicazione di Slam Dunk era considerato uno sport minore, anzi uno degli ultimi da praticare. Non è un caso se i manga sportivi si concentravano su sport come baseball (Kyojin no Hoshi/ Tommy la stella dei Giants, Touch/Prendi il mondo e vai), pallavolo (No.1 Atakku Nanbā Wan/ Mimì e la nazionale di pallavolo, Mila e Shiro come già scritto), calcio (Capitan Tsubasa), wrestling (Tiger Mask/L’Uomo Tigre), pugilato (Rocky Joe) e perfino il golf (Ashita tenki ni naare/ Tutti in campo con Lotti); il basket era stato usato al massimo come parodia in Gigi la Trottola.
Eppure Takehiko Inoue, grande appassionato di questo sport, non ha avuto dubbi sul realizzare un manga su questo sport: il suo amore per la pallacanestro e le sue capacità nel mostrare tale sentimento, hanno convinto una rivista a serializzare la sua storia. Era il 1990 e nessuno avrebbe potuto prevedere che cambiamento ci sarebbe stato da lì a poco e di come Slam Dunk sarebbe diventato un successo stratosferico. Nessuno, eccetto Inoue, che aveva intuito come il basket sarebbe esploso a livello planetario di lì a poco grazie alla rinascita dell’NBA negli anni ‘80 dopo un periodo buio e soprattutto alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 dove fece la sua comparsa il primo Dream Team, la squadra americana di basket che raccolse i migliori giocatori dell’epoca (e non solo). Vedere giocare insieme leggende come Larry Bird, Magic Johnson e Michael Jordan, coadiuvati da talenti quali Charles Barkley, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, Scottie Pippen, David Robinson, John Stockton fu uno spettacolo per gli occhi e una grande pubblicità per la pallacanestro. E fu la rampa di lancio per Slam Dunk, che entrava finalmente nel vivo con le partite per qualificarsi all’inter-high.
Infatti, fino a quel momento, il basket era sì presente nel manga con allenamenti e partite amichevoli ma era di contorno ai protagonisti delle vicende; in pratica era un manga su degli adolescenti al liceo con le loro cotte, i loro problemi. Non che fosse qualcosa di banale: era forte la denuncia della rivalità delle bande rivali, della violenza cui andavano incontro i giovani, di un sistema scolastico che non riusciva a risolvere questi problemi e di genitori praticamente assenti. Il basket (e lo sport in generale) con le sue regole, la richiesta d’impegno e sacrificio per ottenere risultati, diviene per alcuni di loro un’ancora di salvezza, un modo per avere uno scopo, per avere qualcosa di più di trovarsi una ragazza o un modo per divertirsi (ne sanno qualcosa Hanamichi, Mitsui e Miyagi).
Grazie alle gesta dei campioni NBA, il manga riscuote sempre più successo e in Giappone tanti si appassionano a questo sport grazie a Slam Dunk. Non è un caso che squadre e giocatori del fumetto ricordino quelli reali, dato che sono ispirati proprio a essi. La maglia dello Shohoku si rifà a quella dei Chicago Bulls, quella del Kainan ai Los Angeles Lakers, quella dello Shoyo ai Boston Celtics, per citarne alcune. Il principiante Hanamichi Sakuragi con la sua potenza, il suo dinamismo e la capacità al rimbalzo, è ispirato a Dennis Rodman; la supermatricola Kaede Rukawa, che si considera il dio del basket, si rifà a Michael Jordan; Maki a Magic Jhonson, Sendo a Larry Bird, per non parlare di Hiroshi Morishige che è facile identificare con Shaquille O’neal, che fin dal suo debutto in Nba dimostrò il suo strapotere fisico sotto canestro.
Si può obiettare che magari non è molto realistico avere dei ragazzi di scuole superiori che abbiano un livello di gioco così elevato, capaci di riuscire a schiacciare o di tentare di schiacciare saltando dalla lunetta del tiro libero (come fa Hanamichi); tuttavia, non è poi così inconsueto che giocatori alti poco meno di un metro e novanta schiaccino, basti pensare per esempio ad Allen Iverson, alto 183 cm e dotato di grande elevazione; ma anche senza andare a scomodare i grandi del basket, non è raro trovare ragazzi capaci di simili gesti atletici.
A Takehiko Inoue va dato il merito non solo di aver riproposto con grande perizia e bellissimi disegni le azioni di giocatori cui si è ispirato, ma di essere riuscito a far rivivere quella passione che lo ha animato e che ha animato tanti che come lui hanno giocato a basket. Il gusto della sfida, la voglia di confrontarsi con chi è più forte, il desiderio di migliorare, la rivalità con le altre squadre, gli screzi con avversari e compagni, l’adrenalina di un canestro all’ultimo secondo, un recupero apparentemente impossibile, il restare col fiato sospeso fino alla fine, una rincorsa disperata: sono tutti elementi che chi ha calcato un parquet di gioco ben conosce e che Inoue ha saputo trasmettere ai lettori.
Inoue ha anche saputo trasmettere le speranze, le sconfitte, le delusioni, i rammarichi, le paure dei personaggi. In Akagi è forte fin da piccolo il desiderio di partecipare all’inter-high e confrontarsi con le squadre più forti che lo hanno fatto sognare, come è forte l’amarezza anno dopo anno di non vedere il suo sogno realizzarsi fino a quando giunge all’ultimo anno e ha ancora solo una possibilità di riuscirci. In Mitsui, suo coetaneo e ritenuto quasi un predestinato, è forte il senso di colpa per aver gettato via tanto tempo a non giocare dopo un infortunio subito. Il professor Anzai, allenatore dello Shohoku, un tempo coach intransigente, quasi spietato (al punto che alcuni suoi allievi lo consideravano alla stregua di uno della yakuza e lo soprannominavano il diavolo dai capelli bianchi), cambia dopo aver perso un allievo promettente per i suoi metodi e ora è un pacioccone che dispensa saggi consigli con calma e metodi delicati (che gli sono valsi il soprannome di white head buddah). Per chi vuole disegnare fumetti (ma anche per chi vuole scrivere), Inoue dà un’importante lezione: saper creare degli ottimi personaggi al punto da essere vivi. Se Hanamichi (tra i vari personaggi) ha saputo prendere così tanto i lettori è perché Inoue ha messo molto di sé in lui, proiettando la sua vera personalità.
Slam Dunk da molti è considerato un capolavoro perché sa amalgamare momenti seri a gag esilaranti (che spesso vedono Hanamichi protagonista), comicità e dramma, in un mix che coinvolge e fa immedesimare, riconoscersi nei protagonisti. Per questo è stato capace di appassionare tanti ragazzi al basket, di spingerli a giocare; ma è stato capace anche di far ricordare a chi ha giocato i momenti passati con gli amici sotto un tabellone, le emozioni che si provavano a praticare questo bellissimo sport, a quanto ci si è divertiti a palleggiare, tirare e vedere il pallone entrare dentro il canestro bruciando la retina. Momenti che si ricordano con un poco di malinconia e tanta felicità. Se un’opera riesce a fare tutto questo, allora non rimane altro che ringraziare chi l’ha disegnata per quanto è riuscito a creare.

Senso di responsabilità e dignità

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Di questi tempi si sente spesso appellarsi al senso di responsabilità delle persone per contenere il diffondersi del virus Covid-19; non sempre tali appelli vanno a buon fine, come purtroppo dimostra la cronaca giornaliera. I cinesi hanno detto che loro sono riusciti a contenere il virus perché rispettano le regole, mentre noi, abituati alla libertà, non siamo capaci di farlo (o non vogliamo farlo).
Qui però occorrere fare una precisazione: in Cina non si seguono le regole perché si è responsabili, ma perché si ha paura delle azioni del governo, visto che vige la dittatura. Seguire le regole perché se non lo si fa ci si ritrova con i militari che puntano addosso le armi e poi sbattono in prigione (basta solo pensarla diversamente perché si prendano provvedimenti) non è affatto senso di responsabilità, ma semplicemente timore del potere e dell’agire di chi comanda.
La responsabilità è altra cosa. La responsabilità è essere consapevoli senza costrizioni che comportarsi in un certo modo porta ad avere benefici, a non andare incontro a conseguenze poco piacevoli: significa avere una visione delle cose più ampia che fa avere non solo un tornaconto personale ma anche un non procurare danno agli altri. Purtroppo una simile mentalità latita in molti italiani, che non riescono a pensare e vedere al di là del proprio giardino; si tratta di una questione culturale e di come si è stati abituati, oltre ad avere esempi da seguire.
La diffusione della tecnologia ha portata una sovraesposizione di informazioni, di notizie e di elementi che se non si sta attenti condizionano non poco. Si sa che l’uomo è portato (soprattutto se inconsapevole e non abituato a pensare) a imitare, ed essere bombardati ininterrottamente da immagini che riportano comportamenti altrui influisce in maniera importante.
Per questo motivo, chi è in certi ruoli dovrebbe essere consapevole del ruolo che ha da esempio per gli altri. Purtroppo, il narcisismo, l’egoismo, la voglia di potere e il livore di aver perso il potere, portano a far perdere questo senso di responsabilità. Ne è triste esempio Matteo Renzi, che in un periodo drammatico come quello che si sta vivendo, instabile e pieno d’incertezza, è andato a creare ulteriore instabilità in un paese che già aveva poca stabilità: creare una crisi di governo in un periodo simile è un comportamento totalmente privo di responsabilità, oltre a dimostrare di quanto si è privi di dignità e di come si è disposti a tutto per ottenere voti e potere. Per non parlare di chi pensa di andare alle elezioni in un periodo dove gli assembramenti sono da evitare, che dimostra come buon senso e intelligenza sono optional.
Altra figura disposta a qualsiasi cosa per voti e potere (a proposito di cosa gira attorno a chi vuole arrivare al potere, vedere tale servizio), pronto calpestare la dignità, è Matteo Salvini. Ormai tale figura è tristemente famosa per essere pronta a compiere tutte le azioni possibili se queste porteranno acqua al proprio mulino. L’utilizzo e l’ostentazione di simboli religiosi per trovare consensi nell’elettorato cattolico, indossare mascherine che inneggiano a Trump e alla sua politica (in un periodo teso come quello attuale, inneggiare a una figura che ha fomentato odio e incitato alla violenza è peggio che da irresponsabili), indossare mascherine con il volto di Borsellino per condizionare i giudici che lo dovranno processare, dimostrano non solo irresponsabilità e mancanza di dignità ma anche la vera natura di un nuovo pronto a tutto per ottenere numeri sempre maggiori nei consensi, che non riesce a capire quando ha superato i limiti della decenza (a costo di ripetersi, davvero brutta e pessima la scelta di usare la maschera con sopra il volto di Borsellino per andare a processo). Non bastassero questi esempi, vanno aggiunti i continui proclami sulle forze dell’ordine viste come eroi, ma poi quando ci sono casi come quello di Piacenza, dove i carabinieri hanno abusato della loro posizione per commettere reati su reati, non ci si espone a condannare ed etichettare queste persone per quello che realmente sono. Tacere su simili questioni e non condannare fa passare un messaggio molto allarmante.
Un paese che ha bisogno di risollevarsi da una condizione che perdura oramai da decenni non ha bisogno di figure come Renzi, Salvini, Berlusconi e compagnia varia (ma il brutto è che ci sono tanti che pensano e agiscono come loto), ma ha bisogno che sia ritrovato quel senso di responsibilità e dignità perduto da troppe generazioni.

Writer's Dream chiude

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Writer’s Dream alla fine di gennaio chiuderà.
writer's dreamPer chi non lo conoscesse, il sito era stato creato nel 2008 da Linda Rando per essere d’aiuto gratuitamente per chiunque volesse addentrarsi o conoscere meglio il mondo dell’editoria. Grazie all’iniziativa di Linda, si era creato un grande database sulle case editrici dove si poteva conoscere il loro modus operandi, come inviare i propri lavori a esse, e soprattutto sapere quali erano a pagamento e quali no. Non solo: era una vetrina per sapere quali agenzie letterarie, editor e altri professionisti del settore c’erano. Ed era anche uno spazio per scrittori (conosciuti, esordienti e non) dove far parlare dei propri lavori e farsi conoscere.
Nel 2015 Writer’s Dream è stato acquistato da Boré per la cifra di 25000 E. Il 30 dicembre 2020, senza nessuna avvisaglia, la proprietà ha dato notizia che a partire dal primo febbraio il sito verrà disabilitato, dato che non è stato possibile renderlo economicamente autonomo; resterà attivo solo il forum come archivio da consultare.
La scelta non è stata di gradimento alla comunità che lo frequentava. In tanti si sono chiesti che cosa è servito fare un investimento del genere se non c’era un progetto che promulgasse iniziative cui la proprietà aveva pensato. Senza avere altre informazioni non è possibile formulare un giudizio attendibile su tale scelta, ma soltanto fare ipotesi (di sicuro c’è però che non si è capita la vera natura del Writer’s Dream, ovvero il supporto e la gratuità, non certo il guadagno, e ciò ha influito non poco) e queste non sono di alcun aiuto per fare un quadro preciso della realtà.
Ciò che è sicuro è che è un peccato che Writer’s Dream chiuda, perché era una gran fonte d’informazioni. Sarebbe riduttivo però limitarsi a questo, perché per chi scrive Writer’s Dream è stato un posto dove allenarsi, confrontarsi, imparare e migliorarsi. I vari contest che metteva a disposizione (a diversi ho partecipato) permettevano di sperimentare, mettersi in gioco e avere punti di vista differenti che potevano dare vita a nuove idee. Come scriveva John Donne, nessun uomo è un’isola, a indicare che non si può essere completi da soli, non si è detentori di tutta la conoscenza, ma che si può divenire più completi interagendo con gli altri, mettendo a confronto le proprie capacità e il proprio operato; è in questo modo che si può evolvere e divenire scrittori migliori (e non solo).
Fortunatamente, lo spirito e la comunità non andrà perduta, dato che Costruttori di mondi riprenderà dal punto in cui il Writer’s Dream si è interrotto. Senza contare che c’è Ultima pagina, il sito di Linda Rando creato dopo la sua uscita da Writer’s Dream. Come si dice, per una porta che si chiude ce n’è una che si apre.