Strade Nascoste – Racconti

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Le luci di settembre

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Le luci di settembre di Carlos Ruiz ZafonLe luci di settembre è un romanzo del 1996 di Carlos Ruiz Zafon. Opera pubblicata nella narrativa per ragazzi, la speranza dell’autore (come scrive nella prefazione) è di coinvolgere persone di età. Le luci di settembre è ambientato in Normandia (Francia) tra il 1936 e il 1937. La famiglia Sauvelle, dopo la morte del capofamiglia Armand, si trova in cattive acque a causa dei debiti lasciati da quest’ultimo; le cose migliorano quando monsieur Laconte trova un buon impiego per Simone (la moglie di Armand) in un piccolo paese sulla costa, Baia Azzurra, lontano dalla grigia nebbia di Parigi.
Per lei e i suoi due figli (Dorian e Irene) inizia una nuova vita. I tre fanno così la conoscenza del loro datore di lavoro, Lazarus Jann, inventore e fabbricante di giocattoli, e della sua favolosa casa, Cravenmoore; soprattutto l’introverso Dorian è affascinato dai meravigliosi costrutti meccanici (ma anche un po’ inquietanti) che animano la casa e dal suo proprietario, che accetta di mostrargli la sua arte. L’attenzione di Irene è invece rivolta a Ismael, cugino di Hanna, la domestica di Lazarus: i due presto entrano in sintonia e cominciano a frequentarsi, facendo passeggiate sulla spiaggia e gite in barca, dato che Ismael lavora con suo zio come pescatore.
La vita scorre piacevole e tranquilla, fino a quando il piccolo paese viene sconvolto dalla morte violenta di Hanna. Ismael e Irene, visto che la polizia liquida il caso con superficialità, decidono d’indagare e scoprire cosa è realmente accaduto la notte in cui la ragazza è deceduta; la loro indagine li porterà a svelare l’oscuro segreto che è celato a Cravenmoore, legato alla scomparsa di una donna presso il vecchio faro tanti anni prima, e legato al passato di Lazarus.
Le luci di settembre è un romanzo dal ritmo veloce e uno stile semplice ed essenziale, capace di tratteggiare però anche atmosfere poetiche ed evocative; i personaggi sono ben caratterizzati, anche se in questo romanzo non si deve cercare un’introspezione approfondita. Molto apprezzata la scelta di far iniziare e concludere il romanzo con uno scambio di lettere tra Ismael e Irene, che vanno a rievocare gli eventi passati dopo che la vita (e soprattutto la Seconda Guerra Mondiale) li hanno separati. Interessante l’uso del doppelganger e dell’ombra, archetipo che in Le luci di settembre prende forma, così com’è interessante e fiabesco il passato di Lazarus Jann e di com’è arrivato a essere quello che è.
Le luci di settembre è un’opera che parla di crescita, di perdita e di come alle volte ci si attacchi ai ricordi, vivendo con gli occhi incollati al passato. Una lettura veloce e valida.

L'importanza dell'esempio

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L’esempio, si sa, conta più delle parole. E più un esempio viene ripetuto, più diviene efficace, nel bene come nel male.
Proprio per questo sarebbe necessario porre grande attenzione a quello che si fa, a come ci si comporta; occorrerebbe grande responsabilità, perché non è vero che quello che si fa non ha nessuna influenza sugli altri, sulla realtà che sta attorno a ogni singolo individuo. Anche se banale, ogni piccola azione porta degli effetti: è qualcosa che chiunque dovrebbe esserne consapevole.
Purtroppo consapevolezza non c’è, mentre invece dilagano arroganza e menefreghismo. E i risultati si vedono.
Come si sa, molto spesso l’uomo agisce per imitazione, anzi il suo sviluppo parte proprio da qui.
essa è un mezzo necessario per apprendere il modello indispensabile alla sopravvivenza nei primi anni di vita, dato che l’uomo, tra tutti gli esseri viventi, è l’unico a non sapere cosa fare per stare al mondo (a differenza degli animali), bisognoso che ogni cosa gli venga insegnata. Solo con il tempo e il raggiungimento di una certa maturità, può acquisire la capacità d’essere indipendente e muoversi senza supporti.
È proprio basandosi però su di essa per tanto tempo, avendo avuto un ruolo determinante per il suo stare al mondo, che trova difficoltà a comprendere quando giunge il momento di mettere da parte questo supporto, dipendente dall’appoggiarsi e dal guardare gli altri, facendo così sorgere il problema. Impegnato nel seguire modelli che sono stati importanti per la sua sopravvivenza, l’essere umano può perdere la capacità di scegliere ciò che vuole; a questo punto cala un senso d’ottundimento sulla percettività e diviene difficile discernere quali siano le scelte giuste da fare per dare davvero compimento alla propria vita (spesso le scelte fatte non sono quelle ottimali per la propria persona: come si vedrà, gli altri condizionano le decisioni e non sempre per il meglio).
È evidente che copiare un modello prefabbricato di vita è più semplice del crearne uno nuovo, ma toglie piacere e soprattutto felicità nell’essere quello che veramente si è. Agendo in tale maniera, i figli ripetono gli errori dei padri, riproponendo comportamenti e atteggiamenti che magari hanno criticato, ma che senza accorgersene sono arrivati ad assorbire e a fare propri, divenendo ciò che avevano disprezzato.
Era così nel passato, è così nel presente. Con una variante: ora le persone non assorbono solo i copioni famigliari. Molte porte si sono aperte con l’avvento della tecnologia, permettendo alle persone di accedere senza sforzo a migliaia di modelli da copiare. Con l’avvento dei mass-media, dei social-network, i modelli da seguire si sono moltiplicati in maniera esponenziale, portando l’uomo a imitare quello che in un determinato momento è ritenuto il copione più appariscente, più affascinante, che dà maggiore notorietà. Non si capisce lo sbaglio che si commette, dato che il modello creato da una persona funziona al meglio solo per lei; tentare di applicarlo a un’altra è una forzatura, come cercare di mettere una forma triangolare in uno spazio quadrato: ci si può riuscire, ma non è il suo posto.

Non solo non è il suo posto, ma seguire certi modelli dominanti in un certo momento, può fare danni, perché, vedendo come si comportano persone che sono sotto i riflettori e hanno rinomanza, la gente ritiene che il modello che questi individui propongono sia giusto e si sentono in diritto di attuarlo anche loro, anche se poi i fatti dimostrano quanto ciò possa essere negativo e distruttivo. Di esempi ce ne sono tanti (basta volgere lo sguardo alla classe politica attualmente al governo in Italia, ma anche a quella precedente e quella prima ancora, arrivando ai primi anni ’90) e il brutto è che tanti non si sono resi conto dei danni che con il loro imitare hanno perpetrato. Oppure, cosa ancora peggiore, se ne sono resi conto, ma se ne sono fregati, indifferenti alle conseguenze del loro agire.
In questi giorni Bruno Bacelli ha scritto un articolo sul prendere posizione, sullo schierarsi. Sono d’accordo su non appartenere a gruppi, su non riconoscersi in essi, perché occorre saper pensare con la propria testa e non annullarsi per non sentirsi esclusi. E sono anche dell’idea che di fronte a certe realtà, una posizione occorre prenderla e schierarsi contro ciò che è sbagliato.

1. Jonathan Livingston e il Vangelo, un estratto del capitolo I, Il copione del mondo.

L'ultimo giorno di galera

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«Ehi, Giò.»
Il vecchio si voltò. Marco lo raggiunse e gli diede una pacca sulla spalla. «Ho sentito la grande notizia: domani lascerai questo buco schifoso» disse sorridendo.
«Eh, già» Giò abbozzò un sorriso in risposta.
«Beato te. A me tocca restarci ancora quattro anni, puttanaccia troia» Marco stava per cominciare le solite imprecazioni su come era finito in carcere, quando vide passare a poca distanza da loro Matteo ed Enrico. «Ragazzi, venite a salutare Giò: domani ci lascia.»
«Allora erano vere le voci che circolavano» disse Enrico. «Il gran giorno è giunto.»
«Eh, già» si schermì Giò.
«Non sembri molto felice» fece notare Matteo. «Se vuoi, possiamo fare cambio.»
«Smettila di fare l’asino» lo ammonì Marco. «Giò non vuole mostrare la sua felicità per non farci sentire peggio di come stiamo. Si sente in colpa perché sta per uscire mentre noi dobbiamo restare a marcire qua dentro.»
Sui quattro cadde un silenzio imbarazzato. Enrico fu il primo a riprendere a parlare. «Non devi farlo. Hai saldato il tuo conto: sei in pari con la giustizia.»
«E poi non saresti mai dovuto finire qui dentro: se lo meritava quel figlio di puttana» aggiunse Matteo.
Enrico gli piazzò una gomitata nelle costole.
«Ma che ho detto di sbagliato? È la verità» protestò Matteo risentito.
«Quel che è stato, è stato» disse Giò. «Non ci penso più da tempo.»
«Giusto, bisogna guardare al futuro» Matteo ne approfittò per uscire dalla situazione imbarazzante.
I tre, più giovani di lui di almeno una quarantina d’anni, dopo averlo salutato si recarono nell’area del cortile riservata allo sport. Giò invece andò a sedersi vicino all’angolo delle mura. Scaldandosi le ossa al sole della tiepida giornata autunnale, stette a osservare gli altri detenuti. C’era chi parlava, chi gironzolava senza una meta. Nei loro occhi, nei loro movimenti, vedeva sia noia, sia la tipica energia repressa di chi era rinchiuso in un posto in cui non voleva stare; un tempo era come loro. Ora in lui c’erano calma e accettazione, ma anche malinconia. Se qualcuno, quando era entrato in galera, gli avesse detto che quel posto gli sarebbe mancato il giorno in cui sarebbe uscito, lo avrebbe preso per matto. Anzi, probabilmente gli avrebbe sputato in faccia.
Ma il tempo cambiava le persone. Anche i luoghi in cui si viveva tanto a lungo potevano cambiarle.
Con i ragazzi non era stato sincero: non era vero che non pensava più a quello che era stato, solamente lo vedeva in modo diverso.
Quando era entrato in galera per aver ucciso suo padre, ragionava come Matteo: quell’uomo si meritava quello che gli aveva fatto. Era un ubriacone che costringeva la moglie e i figli a lavorare, restandosene tutto il giorno sul divano a smaltire i postumi di una sbornia in attesa di prenderne un’altra. Aveva accettato per anni quella vita perché altri ragazzi come lui vivevano allo stesso modo; la considerava la normalità. Ma il giorno in cui suo padre, dopo una sbornia più pesante delle altre, aveva cercato di violentare sua sorella, gli aveva piantato un coltello in mezzo alla schiena senza esitare.
Il giudice non aveva preso in considerazione che aveva evitato uno stupro, che erano anni che tutta la famiglia subiva le angherie di quel fallito. Per lui, Giò era solo un violento che andava punito e il fatto che abitasse in un quartiere malfamato di periferia non aveva giocato a suo favore.
A quei tempi aveva provato la rabbia del giusto che si vedeva punito ingiustamente. Ma col trascorrere del tempo, vedendo i suoi anni migliori passare e appassire, la rabbia aveva lasciato il posto al rimpianto.
“Mi sono rovinato la vita per un buono a nulla.” Non faceva che ripetersi. “Avrei dovuto agire diversamente: dovevo solamente stordirlo.”
“Se solo…”
“Se avessi…”
Poi era giunto il momento in cui aveva compreso che macerarsi in quella maniera serviva solo a sprecare ulteriormente la sua vita. Da quell’istante, il ricordo dell’omicidio del padre era servito per dare un senso alla sua esistenza, a non essere un buono a nulla come lui. In carcere aveva imparato a leggere e a scrivere, dato che non era mai potuto andare a scuola; si era fatto un’istruzione. Era diventato qualcuno di rispettato in galera, che aiutava ragazzi come era stato lui a rimettersi in sesto. Da quando era nato, aveva cominciato a sentirsi parte di qualcosa, ad avere un suo posto nel mondo.
E ora quel posto stava per perderlo.
L’indomani sarebbe giunta la fine della sua pena. Aveva smesso di pensarci da così tanto tempo che il suo arrivo era stato improvviso. Quando la guardia carceraria era venuta a riferirglielo, poco c’era mancato che non gli fosse venuto un colpo; per fortuna era seduto sulla branda, altrimenti sarebbe finito col culo per terra.
Tutti si erano felicitati con lui, anche le guardie.
“Ora sei libero” gli dicevano sorridendo. “Ora ricominci a vivere. Ora ti rifai una vita.”
Ma quale vita?
Ormai aveva superato i settant’anni, più di cinquanta trascorsi in galera: che vita poteva esserci per lui oltre le mura del carcere?
Del mondo esterno sapeva quello che leggeva sui giornali, ma come poteva muoversi in una realtà fatta di smartphone, pc, dove tutto era condiviso in rete? Come poteva un vecchio trovare un lavoro? Dove sarebbe andato a vivere?
I parenti che aveva erano morti e non c’era nessuno che potesse prenderlo con sé. Sarebbe vissuto come un barbone, dormendo sui marciapiedi, sulle panchine, al freddo, sotto la pioggia, campando d’elemosina. Isolato e schifato da tutti. Un numero tra i tanti, senza significato, senza una casa.

I suoi occhi si posarono sulle mura, sulla cui sommità il filo spinato luccicava al sole. Poi scivolarono di nuovo sul cortile, per passare successivamente sulla parete dell’edificio alle sue spalle.
Il carcere era la sua casa. Qui sapeva come muoversi, cosa aspettarsi. Qui aveva degli amici.
Fuori non aveva nessuno.
Fuori non era nessuno.
L’ora d’aria finì e lentamente si unì agli altri per rientrare.
Quella sera a cena ci fu un brindisi in suo onore. Un brindisi povero, dato che avevano solo acqua, ma sincero. Ringraziò tutti con cenni del capo e delle mani, senza dire una parola, perché sapeva che se lo avesse fatto si sarebbe messo a piangere.
Venne il momento di tornare in cella. Le luci si spensero, le voci si acquietarono.
Giò si sedette sul letto. Carezzò le sbarre. Poi si alzò e passò la mano sulle pareti scrostate. Raggiunse la finestra inferriata e fissò la luna.
Le lacrime che era riuscito a trattenere fino allora presero a scorrere sulle guance.
«Questo è l’unico posto che conosco, Signore» singhiozzò. «Non farmi andare via: non ho dove altro stare. Qui ho un tetto sulla testa, un letto in cui dormire, una tavola cui sedermi a mangiare. Là fuori non c’è nulla per me. Ti prego, fammi restare, non voglio morire di stenti in un luogo sconosciuto, dove nessuno sa il mio nome.»
Quando la mattina le guardie vennero a prenderlo, lo trovarono disteso come sempre nel suo letto.
«Giò, il gran giorno è arrivato» disse la prima guardia aprendo la sua cella.
«La libertà ti aspetta, Giò: hai tutto il mondo davanti» aggiunse la seconda guardia con allegria.
Non avendo risposta, lo scossero, senza ottenere alcuna reazione.
La prima guardia posò due dita sul collo del vecchio. «Poveraccio» mormorò costatando che era morto.
«Almeno se n’è andato felice» disse la seconda guardia fissando il lieve sorriso disegnato sul suo volto.
Se quelle fredde labbra avessero potuto ancora muoversi, gli avrebbero dato ragione, ma non per i motivi che credeva.

L'Ultimo Potere - Seconda edizione

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L'Ultimo PotereOra è possibile trovare sugli store online la seconda edizione di L’Ultimo Potere.
Non ci sono stati cambiamenti a livello di storia o di trama. Non sono stati tolti o aggiunti dei brani.
Semplicemente è stata effettuata una revisione sul testo, eliminando alcuni refusi che purtroppo erano scappati. Come ho avuto modo di notare, quando si rilegge lo stesso testo sempre nello stesso formato, l’attenzione si atrofizza e certi errori sfuggono. Per questo, con le ultime opere (Jonathan Livingston e il Vangelo e Strade Nascoste – Racconti), ho imparato che l’ultima revisione su un’opera la devo effettuare dopo aver convertito il file di Word in file epub. Per questo avevo già apportato un’ulteriore revisione a L’Ultimo Demone dopo che era stato pubblicato; ora questo lavoro è stato fatto anche su L’Ultimo Potere. Oltre alla correzione dei refusi, in alcune parti è stata fatta qualche piccola modifica allo stile, perché è difficile resistere al poter rendere il testo migliore.

22.11.63

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22.11.6322.11.63 è un romanzo del 2011 scritto da Stephen King. Come ben fa capire il titolo, l’opera è incentrata sull’omicidio di Kennedy e su che cosa sarebbe successo se il presidente degli Stati Uniti di allora fosse riuscito a scampare al suo omicidio. King, come scrive nella postfazione del romanzo, aveva già cercato di scrivere 22.11.63 nel 1972 ma desistette perché il lavoro di ricerca era tanto per uno che insegnava a tempo pieno come lui. Senza contare che la ferita, nonostante fossero trascorsi nove anni, non era ancora guarita.
22.11.63 è un grande what if. Naturalmente è qualcosa di soggettivo, una delle tante ipotesi su come sarebbero potute andare le cose se avessero preso una piega differente.
Jake Epping è un insegnante d’inglese alla Lisbon High Scholl con un matrimonio fallito alle spalle perché la meglio beveva troppo. La sua è una vita come tante, fino al giorno in cui il suo amico Al Templeton gli rivela un segreto: nel retro del suo ristorante si trova la buca del Bianconiglio, ovvero un passaggio temporale che porta alle 11:58 del 9 settembre 1958. Jake all’inizio è incredulo, ma troverà, provando di persona, che quello che dice l’amico è reale. A quel punto l’amico gli farà una proposta, un qualcosa che avrebbe fatto di persona se non si fosse ammalato di cancro e non fosse ormai alla fine dei suoi giorni: salvare il presidente Kennedy dall’attentato che l’ha ucciso.
Al mostra a Jake che questa cosa è possibile, avendo lui già provato e salvando la vita a una ragazza che doveva passare altrimenti la sua vita da paralitica. Jake per convincersi fa un secondo viaggio nel passato, deciso a cambiare la vita di Harry Dunning, bidello della scuola reso storpio da piccolo quando il padre sterminò tutta la sua famiglia. Si dirige a Derry, dove Harry viveva da piccolo e attende il giorno in cui il massacro ha luogo; vive a Derry facendosi passare per agente immobiliare (per gli amanti di It, Jake fa un incontro con alcuni personaggi di quel romanzo che non potrà che essere apprezzato) per alcuni mesi, senza mai riuscirsi ad ambientare nella poco piacevole cittadina (sono passati pochi mesi dagli eventi che l’hanno sconvolta). In questo periodo si accorge che le parole di Al sono veritiere: il passato fa di tutto per non essere cambiato. Jake riesce in parte nel suo intento, ma non riesce a salvare tutti i fratelli di Harry; ritorna nel 2011, deciso a fare meglio con il tentativo successivo. Al, soverchiato dal dolore del cancro, prende una dose eccessiva di medicine e così Jake si ritrova da solo ad affrontare il compito di cambiare la storia.
Per la terza volta ritorna nel passato. Salva la vita a Harry e a tutta la sua famiglia sapendo ora come muoversi. Salva la vita della ragazzina cui Al aveva cambiato l’esistenza (ogni viaggio nel passato azzera gli eventi) e va a vivere a Jodie, un piccolo paese che presto arriva a sentire come casa propria; nel mentre studia gli appunti di Al su Oswald (l’assassino di Kennedy) e si prepara a seguire tutte le sue mosse per quando tornerà in America, deciso ad avere la certezza che lui è l’unico responsabile e non ci siano altri coinvolti nell’omicidio del presidente.
Anche qui ricopre il ruolo d’insegnante e scopre quanto può fare la differenza nella vita di quella piccola comunità, quanta soddisfazione gli dà l’insegnare in quell’epoca. Riesce anche a trovare l’amore nella nuova bibliotecaria della scuola Sadie, ma la sua doppia vita gli crea non pochi problemi. E ancora una volta il passato farà di tutto per impedirgli di cambiarlo.
A sette anni dalla sua uscita, tanti sapranno come va a finire 22.11.63, ma se ci fosse ancora qualcuno che non ha letto tale libro, non sarà certo io a fare spoiler: starà a lui scoprire come King ha deciso di concludere il viaggio nel passato. Quel che posso dire è che 22.11.63 è un buon libro; niente d’innovativo, perché sui viaggi nel tempo e sulle conseguenze che ne derivano si è scritto di tutto, ma King è bravo nel muoversi in questo genere. La parte secondo me meglio riuscita è il descrivere il vivere quotidiano di una volta, con i suoi sapori, le sue emozioni, e una genuinità e un’innocenza che si sono perse nei decenni a seguire. A qualcuno potrà sembra un po’ retorico il rimpiangere il passato perché si viveva meglio, ma è anche vero che sarebbe bello avere una seconda opportunità per apprezzare di più quello che è stato, perché spesso non si sa vivere appieno il tempo in cui si vive, rimpiangendolo quando non c’è più. Per gli appassionati d’investigazione, la parte in cui Jake studia i movimenti di Oswald è ben fatta.
22.11.63 scorre bene, ha un bel ritmo e non è prolisso come in certi romanzi di King, dove s’incontrano dei momenti di stanca. Non mi ha coinvolto in tutte le sue parti come successo con altre opere di quest’autore (Il miglio verde e It), ma 22.11.63 ha delle parti molto belle e nel complesso è una lettura davvero valida, con un finale dolce e amaro, che regala sia sollievo sia tristezza (non aggiungo altro perché altrimenti dovrei rivelare come vanno le cose con Kennedy e questa è una cosa che in un qualche modo rovinerebbe la sorpresa, anche se chi legge molto può intuire che piega fa prendere King alle vicende che ha scritto).

Il lungo serpente grigio

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Il vecchio capotribù se ne stava seduto su una roccia. Con la sua pelle abbronzata quasi si mimetizzava con la parete della montagna alle sue spalle. Da ore fissava l’altra parte del baratro, brulicante di rumore e movimento. Era così tutti i giorni da settimane: si cominciava dalle prime ore dell’alba fino a quando il sole non tramontava.
Gli uomini bianchi e le loro bestie metalliche lavoravano come tante formiche laboriose. Macchine, le aveva chiamate uno dei capi degli uomini bianchi quando era giunto nel villaggio scendendo dal cielo su una delle loro rumorose diavolerie.
Per il vecchio capotribù non erano altro che mostri che portavano scompiglio e puzza. Lui era l’unico che la pensava così: gli altri del villaggio li guardavano con spavento ma anche con meraviglia. Soprattutto i giovani, ammaliati dai discorsi degli stranieri: promesse di agiatezza e novità avevano fatto brillare i loro occhi. Li sentiva parlare per ore attorno al fuoco delle meraviglie che sarebbero giunte quando la via per il nuovo mondo sarebbe stata terminata.
Ma più il vecchio capotribù osservava gli uomini bianchi e il loro lavoro, più si convinceva che niente di buono sarebbe giunto da loro. Più il lungo serpente grigio (ponte, così lo avevano chiamato gli uomini bianchi) si allungava sul baratro, più i suoi presagi si facevano foschi. Si stava convincendo che avrebbero fatto alla sua montagna quanto vedeva nell’altra: centinaia di alberi abbattuti, un intero fianco strappato via per costruire il loro gigantesco sentiero.
Gli uomini bianchi, per giungere ai loro fini, avrebbero calpestato qualunque cosa; non avevano rispetto per nulla. Erano amichevoli, sorridevano sempre, ma i loro sorrisi nascondevano la loro natura distruttrice e piena di brama.
Dicevano che erano venuti per aiutarli, per migliorare la loro vita, ma aveva capito dai loro sguardi, quando osservavano le collane delle donne, che erano giunti per strappare le pietre celate nel cuore della montagna.
Quella sera, quando tornò al villaggio, invece di andare subito a dormire come faceva sempre, si sedette davanti alla sua capanna, osservando le danze attorno ai fuochi, ascoltando il chiacchiericcio delle donne e le risate dei giovani.
Quando tutti furono andati a dormire, il vecchio capotribù si alzò e lentamente s’incamminò nella notte. Alla luce morente dei falò, guardò per l’ultima volta il villaggio che lo aveva visto crescere, trovare l’amore, vedere morire amici e parenti, nascere figli e nipoti. Quello era stato per tutta la sua vita il suo mondo.
Ma ormai quel mondo stava per finire, stritolato da quanto il lungo serpente grigio avrebbe portato, distrutto da estranei che non lo conoscevano e dalle nuove generazioni che troppo in fretta lo stavano dimenticando.
Non poteva fare nulla per salvarlo. Ma non avrebbe permesso a nessuno di rovinare il ricordo che ne aveva.
Accompagnato dalle memorie di un’intera vita, il vecchio capotribù s’inoltrò nella foresta, prendendo il sentiero che solo chi stava per giungere alla fine dei suoi giorni percorreva.

Shadows for Silence in the Forest of Hell

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Shadows for Silence in the Forest of HellShadows for Silence in the Forest of Hell è una novella del Cosmoverso scritta da Brandon Sanderson. Una storia ambientata in un mondo cupo, dove la maggior parte delle persone vive all’interno di forti, dove viaggiare al di fuori di esse è pericoloso per via delle Ombre, una sorta di spiriti dei morti, visibili solo di notte, ma sempre presenti. Ci sono delle regole per sopravvivere a esse: non attirare la loro attenzione e avere sempre con sé dell’argento.
Per non attirare l’attenzione occorre non accendere dei fuochi o avere delle fonti d’illuminazione forte, e non versare sangue; la reazione nei due casi è differente e ce ne si accorge dal cambio di colore degli occhi delle Ombre, oltre che dal fatto che con il sangue queste creature entrano in uno stato di frenesia che le porta a uccidere chiunque sia a portata delle loro grinfie.
L’argento, oltre a essere l’unica cosa in grado di ferirle e ucciderle, funge anche da protezione e da barriera contro di esse, oltre che da cura per il loro tocco che risucchia la vita e porta all’avvizzimento della carne.
Altro elemento che tiene lontano le Ombre, sono i maiali: una cosa strana per chi non è di quel mondo, ma pare che funzioni e per restare al sicuro, ci si rivolge a qualsiasi cosa, proprio come fa Silence Montane, la proprietaria di una locanda ai margini delle Foreste. La sua non è una vita semplice, con debiti da pagare e il rischio di finire asservita (insieme alla sua famiglia) se non riesce a farlo; con sempre meno viaggiatori che arrivano alla sua locanda e le spese per mantenere la barriera d’argento che tiene fuori dalla sua tenuta le Ombre, la sua sembra una situazione disperata , destinata a finire in un solo modo. Ma nessuno sa che lei è la Volpe Bianca, un cacciatore di taglie temuto da tutti i briganti.
Ancora una volta Sanderson è bravo a creare un’ambientazione che affascina e colpisce, dove tutto è pericolo e solo l’intelligenza e la conoscenza posso far sopravvivere. Anche in Shadows for Silence in the Forest of Hell i protagonisti sono individui senza superpoteri e proprio questo rende più coinvolgente e appassionante la lotta che compiono contro forze più grandi di loro. Sanderson non può far mancare un colpo di scena (per chi avrà modo di leggere Shadows for Silence in the Forest of Hell, vedere il rapporto tra Silence e sua nonna). Una piacevole lettura, che non deluderà i fan dell’autore.

Sixth of the Dusk

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Sixth of the DuskSixth of the Dusk è una novella scritta da Brandon Sanderson ambientata nel Cosmoverso ma non legata a nessuna della ambientazioni conosciute nei suoi romanzi. La magia non è presente con forza come accade in Mistborn o nelle Cronache della Folgoluce; niente di così potente da far compiere gesta mirabolanti. Ci sono delle persone, come i Cacciatori, che hanno delle particolari abilità, ma non sono innate, bensì vengono trasmesse da particolari specie di uccelli. Sixth, il protagonista della vicenda, ne ha due: Kokerlii offre una schermatura mentale a chi sta vicino, rendendolo invisibile alle altre creature, Sak avvisa del pericolo inviando delle visioni in cui mostra il modo in cui si può morire se si fa una certa azione.
Simili uccelli sono molto ricercati e solo i Cacciatori sanno dove trovarli e come addestrarli. Il loro è un segreto che custodiscono gelosamente, visto i grandi pericoli che corrono nel loro mestiere.
Il mondo descritto da Sanderson è un mondo fatto di isole, alcune civilizzate, altre ancora selvagge, dove la morte può avvenire a ogni passo a causa di animali, piante, insetti o il terreno stesso. Gli oceani non sono da meno, abitati da creature gigantesche chiamate ombre. Un mondo per certi versi arcaico, praticamente incontaminato, ma che sta per finire perché gli uomini per far andare avanti la loro società vogliono civilizzare ogni terra che conoscono. Ammaliati dai doni concessi da esseri giunti dal cielo su astronavi, non si sono resi conto che stanno venendo usati e che il loro progresso tecnologico ha un prezzo da pagare. Solo Sixth si rende conto del grande pericolo cui tutti loro stanno andando incontro, mettendo da parte la sua ritrosia a interagire con gli altri uomini, che vede come invasori di territori che ritiene riservati per pochi, e decidendo di metterli in guardia di quello cui stanno dando incontro grazie anche all’aiuto di Vathi, una studiosa giunta sull’isola di Patji assieme alla compagnia colonizzatrice.
Sixth of the Dusk è una storia avvincente, adrenalinica, dal ritmo serrato. Sanderson è bravo a far percepire il pericolo presente a ogni passo, le minacce cui i protagonisti sono costantemente sottoposti. Apprezzata la scelta di far superare gli ostacoli ai protagonisti grazie alla loro intelligenza ed esperienza, piuttosto che a poteri eccezionali. Lettura consigliata, con un finale aperto che può far presagire a possibili sviluppi futuri, anche se per ora non ci sono le avvisaglie di un continuo della storia.

Colline boscose

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Colline boscose