L’inizio della Caduta

Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2
Ottobre: 2019
L M M G V S D
« Set    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Archivio

Strade Nascoste (romanzo)

Strade Nascoste ACQUISTA! E 1.99

L’Ultimo Potere (romanzo)

L'Ultimo Potere ACQUISTA! E 1.99

La vita è un rimbalzo (versione estesa)

No Gravatar

Tac. Il sassolino colpì il bordo di plastica, finendo poi nell’erba.
L’uomo sospirò. Ancora una volta non era riuscito a far centro nel bidone della spazzatura.
“Un tempo ci sarei riuscito al primo colpo.”
«Cos’è che dicevi? Io non sono il più intelligente, non sono il più bravo, ma sono il migliore in quello che faccio. Avevi ragione: sei il migliore nel fare schifo.»
Le parole dell’ex-moglie tornarono ad aggredirlo con forza. Il brutto era che non aveva torto. Ma sentirselo sbattere in faccia così faceva un male cane.
«È stata una fortuna che non abbiamo avuto figli, si sarebbero vergognati con un padre come te.»
Ferite che si sommavano ad altre ferite, fino a quando non si capiva dove finiva una e cominciava l’altra, e tutto era solo un dolore continuo che incalzava senza posa.
Fu tentato di sputare, come se questo servisse ad alleviare l’amarezza che provava.
Il matrimonio fallito, il licenziamento dal lavoro.
Erano state delle belle botte, però tanti ci erano passati e le avevano superate.
Ma non lui. Qualcosa gli si era rotto dentro e non era più riuscito a risollevarsi.
Serrò le labbra. Da un anno la sua vita si divideva tra il parchetto del quartiere e l’appartamento. Se ne stava ore seduto sempre sulla panchina più isolata, cercando di non pensare a niente, andandosene quando arrivava gente, come se sul viso si potesse vedere la vergogna che provava per la sua condizione. Rimaneva solo quando qualcuno veniva a fare due tiri al campo di basket; il rumore della palla che rimbalzava sul cemento o che sbatteva sul tabellone lo rasserenava, facendolo tornare ai tempi in cui non aveva pensieri e la vita non gli aveva riservato dei piatti amari da ingoiare.
Eppure ci aveva provato a rimettersi in pista. Eccome se ci aveva provato.
Il primo anno dopo aver perso il lavoro, non aveva fatto altro che cercarne un altro. Ricerche su internet, frequentazione di corsi per aggiornarsi, iscrizione a società interinali; aveva provato pure con i centri per l’impiego. Sempre la stessa storia. «Le faremo sapere.» Aveva imparato a odiare quella frase, perché ogni volta che l’ex-moglie gli chiedeva com’era andata e le dava quella risposta, vedeva nei suoi occhi crescere l’insofferenza, sentiva le sue parole farsi più pungenti.
«Che futuro c’è per noi se non trovi un altro lavoro? Come pensi si possa mantenere una famiglia?» gli ripeteva in continuazione. «Sono stanca di vergognarmi di te con le mie amiche, di non poter andare in ferie perché ci mancano i soldi.»
Aveva ragione. Senza soldi non si poteva fare niente, non si poteva andare da nessuna parte; anche i legami parevano dipendere da essi. Quei sentimenti che credeva così saldi si erano spezzati alla prima difficoltà, rivelando come quello che aveva costruito non era stato che una menzogna.
Anche dopo che l’ex moglie se n’era andata, aveva provato a negare l’evidenza, a dimostrare che la realtà non era quella che lei gli aveva sbattuto in faccia, ma poi si era arreso: era un fallito. E così era giunto il parchetto.
Posò lo sguardo sul libro accanto a sé. Strade nascoste, recitava il titolo; l’aveva trovato in una bancarella dell’usato. Gli uomini hanno dei limiti: è questa la benedizione e la maledizione della loro natura. Colpito dalla quarta di copertina, l’aveva comprato senza neanche sfogliarlo.
Scosse il capo. Chissà cosa aveva pensato di trovare in quel libro; magari una rivelazione che desse soluzione ai suoi problemi. Invece, quando aveva iniziato a leggerlo, si era trovato davanti un fantasy. Un fantasy con oltretutto una poesia; a quale autore veniva in mente di fare una cosa del genere?

Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
A nulla giovano allo spirito
Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
E una volta trovatolo, vivrai in pienezza.

Qui non troverai nemici da combattere
Dimorano solo nel tuo cuore
Sei tu l’unico nemico da sconfiggere
Armato inutilmente di logori atteggiamenti e abitudini.

Cammina leggero, privo di pesi.

Cercare se stesso… “Il mio io s’è perso e non saprei dove andare a trovarlo.”
Sei tu il nemico… Quindi era tutta colpa sua della condizione in cui si trovava…
Il suono di qualcuno che palleggiava lo distolse dalle riflessioni: dei ragazzi venuti a giocare.
Fece per tornare ai suoi pensieri, ma il rimbalzo di un secondo pallone lo fermò: sul campo da basket erano arrivate altre quattro persone, due uomini della sua età e due ragazzini. Probabilmente padri e figli.
Il nuovo gruppo si avvicinò all’altro, mettendosi a parlare.
“Organizzeranno una partita, ma gli manca un giocatore…”
L’uomo più robusto si voltò verso di lui. «Tu giochi?»
Da tempo nessuno gli chiedeva una cosa del genere. Anzi, da un pezzo nessuno lo coinvolgeva in una qualsivoglia iniziativa. Titubò. Era stato escluso da tante cose negli ultimi anni, anzi, era stato escluso dalla vita stessa. Tornare a far parte di qualcosa, anche se piccola, anche se per poco…
«Sono anni che non gioco, temo che non sarei un bello spettacolo» rispose.
«Siamo qui solo per divertirci» l’uomo allargò le braccia.
Alla sua età, disputare di nuovo una partita, rimettersi in gioco…
Le gambe furono più veloci dei pensieri e si ritrovò a dirigersi verso il campo.
«Sei con noi quattro» gli disse il ragazzo dalla maglia rossa indicandogli gli altri tre compagni di squadra.
La partita cominciò. Era la sua squadra in attacco. Seguì i movimenti dei compagni e della difesa. Il suo marcatore non gli metteva pressione; con uno scatto lo superò, portandosi libero nell’angolo. Il ragazzo dalla maglia rossa lo servì e senza pensarci tirò.
La palla si fermò sul primo ferro.
“Cominciamo bene” pensò mentre tornava in difesa.

Sudato come non accadeva da anni, ritornò alla panchina dove aveva lasciato la sua roba. Non abituato più ai movimenti di gioco, sulla pianta dei piedi gli erano venute le vesciche, aveva il fiato corto, l’indomani gli avrebbero fatto male tutti i muscoli, ma non si sentiva così bene da un pezzo. Rincorrere gli avversari, andare a rimbalzo, fintare, passare la palla… dopo i primi minuti d’incertezze ed errori, era entrato in sintonia con il ritmo partita, e anche se le percentuali al tiro non erano come quelle di quando giocava, aveva dato un contributo utile alla squadra per la vittoria.
Ma non era stata la vittoria a farlo stare così: era stato il giocare a farlo risentire vivo, a dissipargli la cappa plumbea che poggiava sulla sua testa. Si sentiva come quando era ragazzo, senza pensieri, felice di quello che faceva.
“Almeno per un giorno non mi sentirò da schifo.” E di quei tempi era già tanto. Per quella sera i cupi pensieri lo avrebbero lasciato stare. Quella sera avrebbe reso grazie dell’aver avuto un’opportunità per sentirsi, anche solo per poco tempo, come gli altri. Una piccola cosa, ma erano proprio le piccole cose che salvavano dallo sprofondare nell’oscurità più completa; l’indomani avrebbe ripreso la solita routine fatta di rospi da ingoiare, ma per quel giorno voleva godersi quelle sensazioni.
Levò gli occhi al cielo. “Sì, un solo giorno può bastare per…”
«Tu sei Andrea Brasi, vero?»
Uno dei due uomini con cui aveva giocato contro gli si era avvicinato.
«Sì» rispose cauto.
«Lo sapevo!» esclamò divertito l’altro. «Quel modo di fintare e smarcarsi per tirare da tre… non me lo scorderò mai.»
Fissò l’uomo perplesso.
«Carlo Marotti» gli porse la mano. «Ci siamo incontrati più volte negli anni ’90 nei tornei regionali. Ci sommergevi con le tue bombe.»
«Quanto tempo è passato…» disse stringendogli la mano. Ora che gli aveva detto chi era, cominciò a ricordarsi di lui: un playmaker longilineo e scattante, niente a che vedere con quell’uomo dalla barba e appesantito da diversi chili di troppo.
«Davvero.» Carlo diede una pacca sulla spalla al ragazzo che era con lui. «Tra famiglia e trasferte per lavoro si lasciano perdere tante cose che si facevano da giovani, anche se ogni tanto si riesce a ritagliarsi qualche spazio per rivivere i bei tempi. Ho sentito che hai smesso di giocare quando hai iniziato l’università: in che ramo lavori?»
Puntuale come la morte, ecco la domanda che voleva sempre evitare. Sollevò la maglietta per asciugare il sudore del volto. «Ingegneria. Ma ho perso il lavoro due anni fa.»
«Oh, mi spiace. In cosa ti eri specializzato?»
«Robotica.»
Carlo alzò sorpreso le sopracciglia. «Dove lavoro, stiamo cercando uno con le tue competenze. Ti posso far avere un colloquio, anche per domani.»
«Sicuro?» chiese incredulo.
«Fammi fare una telefonata.»
Carlo si allontanò di qualche metro parlando allo smartphone.
Rimasto solo col ragazzo, restò in silenzio, sorridendogli imbarazzato e poi voltandosi a guardare le cime degli alberi.
«Bene» disse Carlo ritornando.
«C’è il colloquio?»
«Meglio: il mio capo ti vuole prendere in prova per un mese. Aveva già sentito parlare di te ed è rimasto sorpreso di saperti a spasso. Non vuole che qualcuno ti soffi di nuovo com’è successo l’altra volta.»
Rimase senza parole. Tutto così improvviso, tutto così positivo… era totalmente spiazzato…
«Per te va bene?»
«Certo» si affrettò a rispondere.
«Zia, zia!»
Videro sfrecciare il ragazzo verso l’ingresso del parco, correndo incontro a una donna dai lunghi capelli neri e dal fisico slanciato e formoso.
«Finalmente Lara si è degnata di arrivare.»
Andrea rimase di stucco: erano passati degli anni, ma non ci si dimenticava di una come lei. “Suo figlio l’ha chiamata zia, questo significa che…” «Tua sorella?»
L’altro assentì. «Oggi era libera, quindi le ho chiesto se voleva venire a vederci giocare.»
Aveva senso: l’aveva vista diverse volte ad assistere alle partite. «Il basket è sempre il basket.»
Carlo scosse il capo. «Non gliene potrebbe fregare di meno: è venuta qua per Matteo. Loro due sono molto legati; spesso lei l’aiuta. Lo capisce molto meglio di me. L’ho invitata sperando che passando un pomeriggio insieme si distraesse un poco: non sta attraversando un bel periodo.»
“Dev’essere una cosa comune di questi tempi.” «Una cosa non capisco: se non gli importa nulla del basket, com’è che la vedevo sempre alle vostre partite?»
Carlo sorrise. «Non veniva a tutti i nostri incontri, solo a quelli in cui le nostre due squadre s’incontravano» disse ammiccante.
“Veniva solo ai nostri incontri…” Per un po’ l’informazione non gli disse niente. Ma Carlo continuava a sorridere in modo strano e la cosa lo lasciava perplesso. “Ma che ha da…” Poi un pensiero prese a farsi largo nella sua mente, talmente inverosimile da lasciarlo senza fiato. “Vuoi vedere che… ma che coglione…” Cercò di non far trapelare quello che stava pensando, cambiando discorso. «Che le è successo? Niente di grave, spero.»
«Si sta riprendendo dal divorzio.»
«Anche lei» gli partì senza rendersene conto.
«Divorziato pure tu? Ma pensa un po’…»
Non seppe come rispondere, ma fortunatamente l’arrivo degli altri due lo tolse l’imbarazzo di farlo.
Carlo mise una mano sulla spalla del figlio. «Ci siamo riposati abbastanza: torniamo a fare due tiri.»
La sorella osservò i due allontanarsi, poi si volse verso di lui, sorridendogli. «Ciao, Andrea. Vieni spesso qui a giocare?»
Fu colpito nel sentirsi chiamare per nome. «In realtà, questa è la prima partita che faccio dopo tanti anni.»
«Hai ancora la mano calda? Mi ricordo che eri bravo.»
«Diciamo che non mi sono vergognato di giocare ancora una volta.»
Lei rise di gusto. «Che coincidenza giocare di nuovo con mio fratello. Spero tu non l’abbia asfaltato come le altre volte.»
«Si è difeso bene.»
«Non è che lo hai lasciato vincere, in memoria dei vecchi tempi?»
«Non faccio queste cose, Lara.»
Lei fu piacevolmente colpita nel sentirsi chiamare per nome.
“Vuoi davvero vedere che…”
«Scommetto che avete parlato di quando giocavate.»
«In parte.»
«E l’altra parte?»
In quel momento sentì qualcosa sciogliersi in lui e non si sentì legato da tutti i pensieri negativi avuti: era come se fossero scivolati via col sudore.
“La vita è un rimbalzo: occorre essere al posto giusto nel momento giusto.” Fu il pensiero fulmineo che gli attraversò il cervello. «Che avevi una cotta per me.» Vide la sua espressione mutare, il respiro che le si bloccava. Era un azzardo, eppure incoscientemente sentiva che… «Ti va di uscire domani sera?»
Dopo un attimo di titubanza, Lara rispose. «Ok.»
Anche se la vedeva leggermente sconvolta, il guizzo che aveva colto nei suoi occhi lo rassicurò. «Raggiungiamo gli altri?» fece per mascherare l’euforia che si stava impadronendo di lui.
Stavano per avviarsi quando si ricordò del libro messo sotto la panchina. Lo prese e lo tenne tra le mani, fissando la copertina.
“Trovare se stesso… è così che avviene? Senza cercare, senza pensarci?” Non c’era spiegazione per quello che stava avvenendo, ma non aveva importanza: importava che stesse accadendo.
Tutta la vergogna, l’inadeguatezza provate solo un’ora prima, era sparite. Era tornato a essere una persona. Era tornato alla vita. Guardò il campo da gioco e poi il romanzo. “E pensare che tutto sia nato da un libro e da una partita di basket.” Aveva una gran voglia di ridere, ma si limitò a sorridere mentre raggiungeva Lara, sentendo che ora le cose sarebbero andate per il meglio.
«Che cos’è quel sorriso compiaciuto?» gli chiese Lara maliziosamente incuriosita.
Lanciò un’occhiata al tomo che aveva in mano. «A tuo nipote piace leggere?»
«Beh, sì» rispose spiazzata.
«Allora questo libro gli piacerà.» Continuò a sorridere del sorriso di chi la sapeva lunga e non voleva rivelare un segreto che solo lui conosceva. “Sì, la vita alle volte è davvero un rimbalzo.”

La vita è un rimbalzo

No Gravatar

Tac. Il sassolino colpì il bordo di plastica, finendo poi nell’erba.
L’uomo sospirò. Ancora una volta non era riuscito a far centro nel bidone della spazzatura.
“Un tempo ci sarei riuscito al primo colpo.”
«Cos’è che dicevi? Io non sono il più intelligente, non sono il più bravo, ma sono il migliore in quello che faccio. Avevi ragione: sei il migliore nel fare schifo.»
Le parole dell’ex-moglie tornarono ad aggredirlo con forza. Il brutto era che non aveva torto. Ma sentirselo sbattere in faccia così faceva un male cane.
«È stata una fortuna che non abbiamo avuto figli, si sarebbero vergognati con un padre come te.»
Ferite che si sommavano ad altre ferite, fino a quando non si capiva dove finiva una e cominciava l’altra, e tutto era solo un dolore continuo che incalzava senza posa.
Fu tentato di sputare, come se questo servisse ad alleviare l’amarezza che provava.
Il matrimonio fallito, il licenziamento dal lavoro.
Erano state delle belle botte, però tanti ci erano passati e le avevano superate.
Ma non lui. Qualcosa gli si era rotto dentro e non era più riuscito a risollevarsi.
Serrò le labbra. Da un anno la sua vita si divideva tra il parchetto del quartiere e l’appartamento. Se ne stava ore seduto sempre sulla panchina più isolata, cercando di non pensare a niente, andandosene quando arrivava gente, come se sul viso si potesse vedere la vergogna che provava per la sua condizione. Rimaneva solo quando qualcuno veniva a fare due tiri al campo di basket; il rumore della palla che rimbalzava sul cemento o che sbatteva sul tabellone lo rasserenava, facendolo tornare ai tempi in cui non aveva pensieri e la vita non gli aveva riservato dei piatti amari da ingoiare.
Eppure ci aveva provato a rimettersi in pista. Eccome se ci aveva provato.
Il primo anno dopo aver perso il lavoro, non aveva fatto altro che cercarne un altro. Ricerche su internet, frequentazione di corsi per aggiornarsi, iscrizione a società interinali; aveva provato pure con i centri per l’impiego. Sempre la stessa storia. «Le faremo sapere.» Aveva imparato a odiare quella frase, perché ogni volta che l’ex-moglie gli chiedeva com’era andata e le dava quella risposta, vedeva nei suoi occhi crescere l’insofferenza, sentiva le sue parole farsi più pungenti.
«Che futuro c’è per noi se non trovi un altro lavoro? Come pensi si possa mantenere una famiglia?» gli ripeteva in continuazione. «Sono stanca di vergognarmi di te con le mie amiche, di non poter andare in ferie perché ci mancano i soldi.»
Aveva ragione. Senza soldi non si poteva fare niente, non si poteva andare da nessuna parte; anche i legami parevano dipendere da essi. Quei sentimenti che credeva così saldi si erano spezzati alla prima difficoltà, rivelando come quello che aveva costruito non era stato che una menzogna.
Anche dopo che l’ex moglie se n’era andata, aveva provato a negare l’evidenza, a dimostrare che la realtà non era quella che lei gli aveva sbattuto in faccia, ma poi si era arreso: era un fallito. E così era giunto il parchetto.
Posò lo sguardo sul libro accanto a sé. Strade nascoste, recitava il titolo; l’aveva trovato in una bancarella dell’usato. Gli uomini hanno dei limiti: è questa la benedizione e la maledizione della loro natura. Colpito dalla quarta di copertina, l’aveva comprato senza neanche sfogliarlo.
Scosse il capo. Chissà cosa aveva pensato di trovare in quel libro; magari una rivelazione che desse soluzione ai suoi problemi. Invece, quando aveva iniziato a leggerlo, si era trovato davanti un fantasy. Un fantasy con oltretutto una poesia; a quale autore veniva in mente di fare una cosa del genere?

Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
A nulla giovano allo spirito
Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
E una volta trovatolo, vivrai in pienezza.

Qui non troverai nemici da combattere
Dimorano solo nel tuo cuore
Sei tu l’unico nemico da sconfiggere
Armato inutilmente di logori atteggiamenti e abitudini.

Cammina leggero, privo di pesi.

Cercare se stesso… “Il mio io s’è perso e non saprei dove andare a trovarlo.”
Sei tu il nemico… Quindi era tutta colpa sua della condizione in cui si trovava…
Il suono di qualcuno che palleggiava lo distolse dalle riflessioni: dei ragazzi venuti a giocare.
Fece per tornare ai suoi pensieri, ma il rimbalzo di un secondo pallone lo fermò: sul campo da basket erano arrivate altre quattro persone, due uomini della sua età e due ragazzini. Probabilmente padri e figli.
Il nuovo gruppo si avvicinò all’altro, mettendosi a parlare.
“Organizzeranno una partita, ma gli manca un giocatore…”
L’uomo più robusto si voltò verso di lui. «Tu giochi?»
Da tempo nessuno gli chiedeva una cosa del genere. Anzi, da un pezzo nessuno lo coinvolgeva in una qualsivoglia iniziativa. Titubò. Era stato escluso da tante cose negli ultimi anni, anzi, era stato escluso dalla vita stessa. Tornare a far parte di qualcosa, anche se piccola, anche se per poco…
«Sono anni che non gioco, temo che non sarei un bello spettacolo» rispose.
«Siamo qui solo per divertirci» l’uomo allargò le braccia.
Alla sua età, disputare di nuovo una partita, rimettersi in gioco…
Le gambe furono più veloci dei pensieri e si ritrovò a dirigersi verso il campo.
«Sei con noi quattro» gli disse il ragazzo dalla maglia rossa indicandogli gli altri tre compagni di squadra.
La partita cominciò. Era la sua squadra in attacco. Seguì i movimenti dei compagni e della difesa. Il suo marcatore non gli metteva pressione; con uno scatto lo superò, portandosi libero nell’angolo. Il ragazzo dalla maglia rossa lo servì e senza pensarci tirò.
La palla si fermò sul primo ferro.
“Cominciamo bene” pensò mentre tornava in difesa.

Seduto in terrazza, si godeva la brezza della sera. Sulla pianta dei piedi gli erano venute le vesciche e l’indomani gli avrebbero fatto male tutti i muscoli, ma non si sentiva così bene da un pezzo. Rincorrere gli avversari, andare a rimbalzo, fintare, passare la palla… dopo i primi minuti di difficoltà, era entrato in sintonia con il ritmo partita, e anche se le percentuali al tiro non erano quelle di quando giocava, aveva dato un contributo alla squadra per la vittoria.
Ma non era stata la vittoria a farlo stare così: era stato il giocare che lo aveva fatto risentire vivo, che gli aveva fatto dissipare la cappa plumbea che poggiava sulla sua testa. Si era sentito leggero, senza pensieri ed era tornato come quando era ragazzo, felice di quello che faceva.
Di per sé solo quello sarebbe bastato per rendere grazie di quella giornata. Ma poi era successo qualcosa di così improvviso che stentava ancora a crederci. Eppure tutto quanto accaduto era stato reale.
Uno degli uomini con cui aveva giocato era stato suo avversario ai tempi della gioventù; parlando del più e del meno era saltato fuori che dove lavorava avevano bisogno di una persona proprio con la sua esperienza. Senza cercare, aveva ottenuto un mese di prova in quella ditta. Se ripensava a tutti i no che aveva ricevuto in quegli ultimi anni, senza il minimo spiraglio di trovare un buco dove lavorare…
Il pensiero che solitamente lo faceva angustiare, quella sera non lo sfiorava minimamente. Forse dipendeva anche dal fatto che in quel parco aveva incontrato la sorella dell’uomo, venuta a trovare suo nipote, scoprendo che da giovane aveva una cotta per lui; dalla scoperta ad avere un appuntamento con lei era stato un tutt’uno.
Solo poche ore prima avrebbe ritenuto impossibile che sarebbe ritornato ad avere una vita come tutti gli altri. Un lavoro, una donna… ma soprattutto ritrovare se stesso, non sentirsi più legato ai pensieri negativi che aveva avuto; tutta la vergogna e il senso d’inadeguatezza provati per anni erano spariti. Era tornato a essere una persona. Era tornato alla vita.
“E pensare che tutto è nato da un libro e da una partita di basket.” Sorrise. “È proprio vero che la vita è come un rimbalzo: occorre essere al posto giusto nel momento giusto.”

K di Jiro Taniguchi

No Gravatar

K di Jiro TaniguchiAttraverso cinque capitoli, di cui tre divisi in due parti, Jiro Taniguchi racconta alcune avventure di K, personaggio misterioso ma dalla grande conoscenza delle vette dell’Himalaya. Individuo singolare, che agisce solo per ragioni sue, K ha un gran rispetto per la montagna ed è proprio questo rispetto, il suo entrare in sintonia con essa, e gli insegnamenti avuti dai Gujuz, un popolo di montanari, che gli permettono di compiere imprese che agli uomini sembrano impossibili.
Attraverso l’esperienza di K viene mostrata non solo la bellezza della montagna, ma anche la sua durezza, la sua forza, le sue leggi che agli esseri umani possono sembrare crudeli e spietate. Ma la montagna non è qualcosa a disposizione degli uomini, è un luogo dove risiedono grandi potenze della natura: venti spaventosi, temperature proibitive, valanghe, pareti insormontabili.
Tutti si fidano di K e hanno un gran rispetto per lui, anche se non è originario delle terre dell’Himalaya e non si sa nulla del suo passato. Ma chi sia per davvero, è un enigma; Jiro Taniguchi lo mostra, almeno una piccola parte, nel capitolo quattro, facendo intuire che tipo di persona era un tempo e come l’esperienza con la morte lo abbia fatto divenire quello che è adesso. Un capitolo triste e malinconico, ma che mostra anche come arriva il momento di svoltare pagina e andare avanti.
K è una bella storia, anche se non poetica e riuscita come Terra Promessa, presente nella raccolta Allevare un cane e altri racconti.

Sky Hawk

No Gravatar

Sky Hawk di Jiro Taniguchi
Sky Hawk, di Jiro Taniguchi, racconta la lotta degli Indiani d’America con il governo degli Stati Uniti, con i primi che lentamente si vedono espropriati con la forza della terra dove sono cresciuti e per tanto tempo hanno vissuto. La storia mostra lo scontro tra due civiltà opposte: quella degli indiani che rispetta la natura prendendo solo il necessario per vivere e quella occidentale che vuole arricchirsi accumulando sempre di più, senza mai accontentarsi.
Tutto questo viene mostrato attraverso le vicende di due samurai giapponesi fuggiti dal loro paese, in cerca di un nuovo inizio. Hikosaburo Soma e Manzo Shiotsu conoscono Cavallo Pazzo dopo aver salvato una donna indiana e la sua bambina da poco partorita da un gruppo di bianchi cui lei era stata venduta; colpito dal loro modo di combattere a mani nude (jujitsu), il guerriero della tribù Oglala Sioux chiede che venga insegnato a lui e al suo popolo questo stile di combattimento.
I due iniziano a vivere così con gli indiani, apprendendo le loro usanze e il loro stile di vita, amando sempre di più questa esistenza perché la sentono vicina al proprio essere, perché apprezzano la grande libertà che essa dona. Una vita che sembra un sogno, ma un sogno destinato presto a finire, dato che i bianchi non rispettano il trattato stipulato con gli indiani, invadendo e appropriandosi sempre di più dei territori altrui. Le mandrie di bufali vengono sterminate, le praterie percorse da ferrovie, le montagne sfigurate per estrarre l’oro; i rapporti tra le due parti si fanno ancora più tesi con l’arrivo del tenente colonnello George Armostrong Custer.
In cerca di gloria e avventura, senza timore della battaglia e incurante della vita dei suoi uomini, Custer non si limita a difendere solo la costruzione della ferrovia, ma attacca i villaggi indiani, causando così presto la loro reazione.
Sky Hawk e Winds Wolf, questi i nomi che ora portano Hikosaburo e Manzo dopo aver rinunciato a quelli originari, partecipano così alla famosa battaglia di Little Bighorn che vede la schiacciante vittoria degli indiani sui bianchi, dove Custer troverà la morte.
Ma seppur entrati in guerra perché attaccati, questo non fece altro che far montare la rabbia della gente contro gli indiani; il Congresso di Washington deliberò delle sanzioni contro gli indiani che gli si opponevano. I villaggi furono distrutti, gli indiani che continuavano le loro attività di caccia perseguitati, venendo costretti a capitolare e a essere rinchiusi nelle riserve. Il 5 settembre 1877 Cavallo Pazzo morì nella riserva, ma non fu questo il destino cui andarono incontro Sky Hawk e Winds Wolf, che rifiutarono la resa e insieme a qualche decina di altri indiani si diressero verso il Canada.
Sky Hawk è una storia della vita di frontiera, che racconta di un tempo e una civiltà che non sono più, andata distrutta dalla cupidigia e dall’arroganza degli uomini. Consigliato per chi ha saputo apprezzare Balla coi lupi.

I cani degli dei

No Gravatar

I cani degli dei è il sequel di Blanca, graphic novel di Jiro Taniguchi. Protagonisti della storia sono i due figli di Blanca, concepiti con una lupa durante la sua fuga per ritornare dalla sua padroncina a New York. Cresciuti allo stato selvaggio, colpiscono l’attenzione di due studiosi; i loro articoli attirano l’attenzione dell’esercito della Repubblica di K., che sperava che lo straordinario animale creato dal dottor Liapukowa avesse lasciato una sua discendenza. Ancora una volta, per le sue mire di potere, l’uomo dimostra tutta la sua bestialità. Per catturarli, l’esercito stermina l’intero branco di lupi cui appartenevano, riuscendo però a mettere le mani solo su uno di essi, il lupo nero. Addestrato dal tenente Molly Warren, la stessa che seguì Blanca, Taiga (così chiamato dal colonnello Schmidt) viene programmato per essere una macchina da guerra; i brutali metodi usati per tenerlo sotto controllo non fanno che aumentare la sua ferocia, divenendo sempre più incontrollabile. Questo fa riflettere l’addestratrice, decidendo di rimetterlo allo stato brado perché troppo crudele quello che l’animale sta subendo; la scelta costerà la vita alla donna, e Taiga, persa l’unica persona che lo tratta con gentilezza, fugge nelle lande selvagge, braccato dall’esercito.
Esercito che, venuto a sapere che anche l’altro figlio di Blanca, il lupo grigio, è ancora vivo, si mette alla sua ricerca, deciso ad averlo o a eliminarlo perché non finisca nella mani di nazioni straniere. Nagi, questo il nome dato da un vecchio addestratore di cani da slitta che lo ha curato, percepisce la rabbia e il dolore del fratello che, a causa delle cellule modificate del suo corpo, sta perdendo sempre più il controllo; per questo parte alla sua ricerca.
Deciso al tutto per tutto, il colonnello Schmidt decide di scendere personalmente in campo per fermare la creatura cui ha dato vita, arrivando a uno scontro finale che porrà fine alla loro storia, dimostrando come le ossessioni umane nulla possono contro le forze della natura.
I cani degli dei dimostra che la ferocia degli animali spesso è causata dall’uomo, che è lui la vera bestia: un cane può essere aggressivo o docile a seconda di come viene allevato e di come gli umani si pongono verso di lui. Taiga, additato come mostro, è soltanto una vittima della brutalità umana, che altro non cerca che un po’ di pace, ritrovandola quando viene fermato dal fratello Nagi e insieme ritornano alla loro terra natia, dove il lupo nero può spirare in pace.
Opera che unisce lo spirito di Zanna Bianca e Il richiamo della foresta di Jack London, I cani degli dei è una storia narrata e disegnata magnificamente, toccante nel mostrare il tormento che dilania Taiga, liberatoria nel mostrare come i piani egli uomini falliscono e le loro mire si dissolvono come fumo al vento.

Segnalazioni per L'inizio della Caduta

No Gravatar

Un ringraziamento a L’essenza dei libri e a Angela Catalini per aver segnalato L’inizio della Caduta.
Un ringraziamento anche per Letture Fantastiche e a tutto il suo staff, che sempre segnalano l’uscita delle mie opere, come avvenuto anche in questo caso.

L'inizio della Caduta su L'essenza dei libri

Blanca

No Gravatar

CBlancahi è abituato alla calma, all’introspezione, alla quotidianità e ai suoi gesti semplici di Jiro Taniguchi in opere come L’uomo che cammina, Quartieri lontani, Al tempo di papà, si troverà spiazzato dallo stampo bestiale di Blanca, e non perché vede come protagonista un cane, ma perché affronta i lati più animaleschi degli esseri umani, capaci di stravolgere qualsiasi natura per raggiungere i propri scopi.
Seppur con toni molto più violenti e brutali, Blanca in un qualche modo ricorda Torna a casa, Lassie. Il dottor Liapukowa, esperto d’ingegneria genetica, viene rapito assieme al suo cane da membri dell’esercito delle Repubblica di R; a seguito della rivalità del colonnello che gestisce l’operazione verso la Russia, Blanca subisce degli esperimenti per essere trasformato in un’arma, una brutale macchina di morte e distruzione da usare contro il nemico. Ben presto diviene una forza inarrestabile: in presenza di elementi estranei penetrati nell’organismo in seguito alle ferite, gli strati cellulari si moltiplicano, divenendo più resistenti agli attacchi. Non solo: è in grado di controllare le facoltà risvegliatesi in lui nel contatto con l’ambiente naturale: più combatte, più il suo tessuto cellulare viene stimolato e più viene stimolato, più assorbe energia e le sue capacità combattive aumentano. Questo però ha come conseguenza di accorciare la durata della sua vita.
Aiutato a scappare dal dottor Liapukowa dal centro esperimenti della Repubblica di R in cui sono stati portati, Blanca, attraversato lo stretto di Bering, intraprende un lungo viaggio attraverso l’Alaska alla volta di New York per ricongiungersi all’amata padroncina Patricia, con la quale ha un particolare legame telepatico. Ma il colonnello dell’esercito della Repubblica di K non è intenzionato a lasciarlo scappare e gli dà una caccia spietata, con ogni mezzo. Blanca viene considerato un mostro, ma Blanca uccide solo per difendersi, elimina solo chi vuole eliminarlo, rispecchiando gli stati degli esseri umani: è aggressivo con chi lo è con lui, ma verso chi non è violento si dimostra comprensivo, proteggendo e salvando chi è in pericolo.
Si trovano così a scontrarsi l’ossessione umana e il suo desiderio di dominio e controllo contro la forza della natura e l’istinto di ritornare a casa da chi lo ama. In una caccia senza esclusione di colpi, dove gli umani sono disposti a tutto e a eliminare chiunque entri in contatto con l’animale per preservare il segreto delle loro ricerche, si svilupperà una corsa contro il tempo dove Blanca troverà alleati inaspettati che lo aiuteranno a raggiungere Patricia prima che giunga la sua fine.
Blanca è un’opera adrenalinica, piena di azione, ambientata nelle fredde regioni del nord del pianeta dove la lotta tra uomini e animale si sviluppa fino a raggiungere estreme conseguenze. Allo stesso tempo è un’opera toccante e crudele, che contrappone gli esseri umani pronti a stravolgere la natura delle bestie per farne strumenti di guerra e un cane il cui unico desiderio è ritrovare quel calore umano provato prima di avere la sua vita stravolta.

Berserk 80

No Gravatar

Berserk 80In Berserk 80 non succede niente che faccia progredire la storia: le due trame presenti in questo numero vengono sospese sul più bello.
Dopo tante traversie, finalmente Caska ritrova la ragione, anche se non tutti i ricordi del suo passato sono tornati a galla. Uno dei momenti più attesi, che sarebbe dovuto essere carico di pathos, viene sminuito dai siparietti tra Shilke e Ibarella; senza contare dell’intervento del re degli elfi, che per l’incontro con Gatsu, dona alla guerriera l’abito che fa da copertina al volume. Quando stanno per rincontrarsi, con Caska finalmente consapevole di sé, degli altri e del mondo che la circonda, i ricordi dell’Eclisse riemergono con forza, facendola urlare.
Lontano dall’isola degli elfi, su un campo di battaglia indefinito, la nuova Armata dei Falchi affronta un esercito di barbari giganti provenienti dal mondo fantastico; nonostante la scesa in campo anche di un’idra, i seguaci di Grifis hanno facilmente la meglio sugli avversari. Subito dopo la vittoria trovano delle antiche rovine simili a Stonehenge (ma non di forma circolare) che, ricostruite, permettono di creare un passaggio che li fa muovere nel cielo, attraverso i rami dell’Albero del Mondo, fino a tornare a Falconia.
Berserk 80 è un volume di preparazione, se vogliamo usare questo termine, per qualcosa si spera di un certo impatto. Quello che manca è il pathos che si avvertiva in molti numeri del passato; l’esercito di Grifis vince con troppa facilità sugli avversari, non c’è nulla che li possa fermare o anche solo mettere in difficoltà. Anche il ritorno alla ragione di Caska pare arrivare con troppa facilità, troppa accettazione, anche se i ricordi della guerriera non sono tornati del tutto.
Berserk 80 al lettore non lascia molto. A livello grafico siamo sempre su alti livelli, tuttavia ci sono delle scelte che lasciano perplessi. Il vestito dato a Caska è molto bello, ma appare fuori luogo in una serie come Berserk; d’accordo la deriva verso il fantasy, ma ci dovrebbe essere un limite a certe cose. Anche i giganti barbari, seppur disegnati con cura, appaiono troppo stravaganti in certi suoi elementi. Il disegno meno riuscito però è quello dell’idra: linee troppo tondeggianti, che non danno una sensazione di minaccia e pericolosità.
In conclusione, un numero deludente, che si risolleva un po’ nel finale con le possibili implicazioni che il passaggio sui rami dell’Albero del Mondo suggerisce.

Gli anni dolci

No Gravatar

Gli anni dolciGli anni dolci è una graphic novel di Jiro Taniguchi tratta dal romanzo di Hiromi Kawakami. La storia racconta del rapporto tra Tsukiko, una donna che ormai ha passato i trent’anni, e il suo professore dei tempi del liceo, Harutsuna Matsumoto. Incontratisi per caso in un ristorante, i due cominciano a vedersi sempre più spesso nello stesso locale a bere e mangiare; poi prendono ad andare al mercato, a vedere mostre di scrittura. Tsukiki e il professore cominciano a conoscersi al di fuori dell’ambito scolastico di un tempo, non più nel ruolo di studentessa e professore, anche se lei continua sempre a chiamarlo prof.
Raccontato attraverso il punto di vista di Tsukiko, Gli anni dolci non è solo una storia romantica che mostra il nascere di un tenero sentimento tra due persone di età differenti, ma è anche un incontro tra due solitudini. Le passeggiate per boschi per cercare funghi, l’andare per locali, la festa della fioritura dei ciliegi, sono un modo per mostrare due personaggi che non riescono a trovare una loro posizione nel mondo. Tsukiko si sente attratta dal professore forse perché non è mai cresciuta e ha bisogno di una figura più grande per sentirsi protetta. Una donna sola e insicura, che non riesce a stringere rapporti durevoli con gli altri, sempre a sentirsi così fuori dalla società.
Gli anni dolci è una storia interessante, con parti (quelle introspettive) profonde, anche se non è l’opera più intensa e migliore di Jiro Tanicguchi, anche se nel finale del capitolo diciassette raggiunge livelli molto alti; fosse stata questa la sua fine, sarebbe stato una gran conclusione, amara e malinconica, ma molto appropriata. Gli ultimi due capitoli attenuano le sensazioni da esso lasciate, ma fanno rimanere un po’ perplessi perché non si riesce immediatamente a comprendere il loro significato all’interno della storia raccontata.
Buona storia, ma sono altri i lavori dove vedere Taniguchi dare il meglio di sé. Ottimi come sempre i disegni.