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La ragazza che saltava nel tempo

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La ragazza che saltava nel tempoLa ragazza che saltava nel tempo è il primo film diretto da Mamoru Hosoda e c’è da dire che la sua è stata una buona prova, seppur ci siano dei punti in cui ci si fanno delle domande.
Ma andiamo con ordine.
Makoto è una ragazza delle superiori come tante, allegra, spensierata, alle volte un po’ distratta, che combina qualche pasticcio e non va tanto bene a scuola; passa le sue giornate assieme ai suoi compagni di classe e amici Chiaki e Kosuke andando in giro in bici e giocando a baseball.
Un giorno ha un piccolo incidente nel laboratorio di scienze, a cui non dà alcuna importanza. Mentre torna a casa da scuola, i freni della sua bici si rompono e non riesce a fermarsi al passaggio a livello del treno, venendo sbalzata sui binari e travolta; la sua sembrerebbe una morte certa, ma lei si ritrova invece ancora viva, ancora sulla strada che porta al passaggio a livello. Ne parla con la zia e lei le spiega che forse ha saltato nel tempo, una cosa che anche a lei era successa in passato; Makoto pensa che la stia prendendo in giro, ma scopre che saltando può davvero tornare indietro nel tempo e da allora in poi comincia a usare lo strano potere per mettere a posto tutto ciò che non le va. Per lo più si tratta di sciocchezze, anche se la zia la ammonisce che così facendo, ciò che per lei è un bene, per un altro può rivelarsi un male (scambiandosi di posto con un compagno di classe nella lezione di cucina evita di fare un piccolo incidente, che lo farà accadere invece il compagno, e tutto sembra finire lì, se non fosse poi che il compagno viene preso in giro e bullizzato e lui, reagendo, finisce per ferire una sua amica).
Makoto però non la ascolta e continua a fare di testa sua, fino a quando prima uno, poi l’altro dei suoi amici, le chiedono di uscire con lei; non volendo che il loro rapporto cambi, sfuggendo a sentimenti e responsabilità, usa il suo potere in modo che tutto ciò non accada. Tuttavia, si accorge che sul braccio ora ha tatuato un numero, che cambia ogni volta che fa un salto nel tempo; quando il conteggio è a uno, lei lo utilizza per evitare che Chiaki le faccia una domanda e con orrore si accorge che non può salvare Kosuke e la sua ragazza dallo stesso incidente in cui lei sarebbe morta se non fosse stato per il suo potere.
In quel momento il tempo si ferma e compare Chiaki, a sua volta anche lui capace di saltare nel tempo, che ha utilizzato la sua ultima carica; come rivelerà a Makoto, lui viene da un’epoca futura e può fare salti nel tempo grazie a un particolare congegno (che Makoto ha toccato quando ha avuto l’incidente nel laboratorio di scienze). Il suo scopo è trovare un particolare dipinto (che la zia di Makoto sta restaurando), ma avendo finito le cariche, ora non può più tornare nel suo tempo; inoltre, rivelando il segreto di ciò a Makoto, scomparirà.
Makoto è disperata, accorgendosi solo ora di essersi innamorata di Chiaki, ma mentre è a casa scopre che ha ancora una carica (il salto di Chiaki ha annullato il suo ultimo salto) e così può effettuarlo per tornare indietro nel tempo e parlare un’ultima volta con Chiaki prima che torni nel futuro; lei, che non sapeva cosa fare da grande, s’impegnerà a continuare il lavoro della zia e fare sì che il dipinto arrivi fino all’epoca di Chiaki. Lui, prima di andarsene, le dirà che l’aspetterà nel futuro.
Quello di La ragazza che saltava nel tempo è un finale dolceamaro, con Makoto che finalmente accetta le responsabilità e sa che strada prendere per il futuro, ma che probabilmente non potrà mai più rivedere il suo amore (non si sa quanto è lontana l’epoca da cui viene Chiaki); rimane comunque un buon finale e la storia è ben diretta, anche se non si sa come funziona il meccanismo di viaggio nel tempo e neppure come Makoto fa a utilizzarlo così bene. Senza contare che non si sa perché il dipinto che ricerca Chiaki è così importante da richiedere così tanti sforzi (si capisce che Chiaki ha viaggiato a lungo e in diverse epoche).
Questi punti sono oscuri probabilmente perché occorrerebbe avere letto Toki o Kakeru Shōjo di Yasutaka Tsutsu, da cui Hosoda prende ispirazione (il che serve ancora di più a capire come perché l’elemento fantascientifico è asservito alle storie dei protagonisti); la lettura del romanzo inoltre fa capire meglio il personaggio della zia di Makoto, visto che lei ne è la protagonista, e che in La ragazza che saltava nel tempo funge da anello di congiunzione tra le due opere (se si vuole approfondire di più la cosa, suggerisco la lettura di questo articolo).
Tuttavia, pure senza la lettura del romanzo e con i suoi punti oscuri, La ragazza che saltava nel tempo è un film godibile, che raggiunge il suo scopo.

Mirai

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MiraiMirai, pellicola d’animazione del 2018 diretta da Mamoru Hosoda, è una storia di crescita, raccontata attraverso l’esperienza un po’ particolare di Kun, un bambino di quattro anni un po’ viziato, e di come la sua vita cambia con l’arrivo della sorellina Mirai (che in giapponese significa Futuro: una scelta non certo casuale, visto come si svolgeranno le vicende).
Dapprima entusiasta, il piccolo Kun vedendo tutte le attenzioni dei genitori rivolte alla nuova arrivata, si sente geloso, tradito e abbandonato, convinto che il papà e la mamma vogliano più bene a Mirai che a lui. Dopo l’ennesima volta in cui si sente messo da parte, corre in giardino, sotto l’albero cui la casa è stata un po’ particolarmente costruita attorno, e in quel momento accade qualcosa di strano che non capisce; dopo quel fatto compare uno strano uomo con baffetti che si fa chiamare Principe; oltre ai baffetti ha anche una coda, che presto Kun ruberà e farà sua. In breve scoprirà che Principe altro non è che il suo cane Yukko, che gli rivelerà che lui ha provato proprio quello che sta passando lui, dato che con la nascita di Kun è stato messo da parte e ha ricevuto meno attenzioni.
Ma le sorprese non sono finite qui: quando il padre si dimentica di mettere a posto le bambole dell’Hinamatsuri (festa delle bambine che cade il 3 marzo: seconda la credenza, i genitori, pregando, passano la sfortuna alle bambole, proteggendo così le loro figlie dalla malasorte), compare una ragazza che gli spiega di essere la Mirai del futuro (questo sempre dopo che Kun è andato nel giardino) e che deve aiutarla a mettere via le bambole altrimenti non si sposerà (sempre secondo tradizione, se le bambole non vengono riposte il giorno dopo la fine della festa, la ragazza sarà costretta ad aspettare un anno per sposarsi); aiutati da Principe/Yukko, e non senza peripezie per non farsi scoprire dal padre intento a lavorare in casa, riusciranno nell’impresa.
Dopo l’ennesimo capriccio fatto con la madre per avere una bicicletta, Kun corre in giardino e viene trasportato in un altro luogo, dove incontra una bambina che riconosce essere sua madre da piccola (ha visto una sua foto in precedenza); andrà a casa sua e scopre che anche a lei è stato negato di avere qualcosa (la nonna non gli ha preso un gatto per via dell’allergia). Insieme metteranno a soqquadro la casa, salvo poi sentire il forte rimprovero della nonna per la confusione creata.
Un nuovo incontro avviene quando Kun s’arrabbia perché il padre, preso dall’occuparsi della piccola Mirai, non l’ha aiutato a imparare ad andare in bici senza rotelle: sbalzato dal giardino a un hangar di motori di aeroplani, incontra un uomo che pensa essere il padre (mentre invece si tratta del suo bisnonno) che gli dice che c’è una prima volta per tutto e facendolo andare a cavallo e in moto gli fa vincere la paura di provare. Il giorno dopo l’esperienza, Kun chiede di andare al parco e riprovare a imparare ad andare in bici; dopo diversi tentativi, ci riuscirà.
L’ultima esperienza Kun l’ha quando litiga con la madre perché vuole un paio di pantaloncini diversi e si rifiuta di partire con loro per le vacanze; appena mette piede in giardino, sente la voce di un ragazzo (lui fra qualche anno) che lo redarguisce, ritrovandosi all’improvviso a una fermata di treno dove chi gli ha rivolto la parola gli spiega che sta sbagliando, ammonendolo di non salire sul treno. Ma Kun non lo ascolta e si ritrova nella grande stazione dei treni di Tokyo, perdendosi; si rivolge allo strano uomo degli oggetti smarriti, ma non conoscendo il nome di nessun parente, rischia di finire sul treno che conduce nella Terra dei Bambini Soli. E rischia di finirci anche la piccola Mirai, comparsa all’improvviso; ma Kun riesce a salvarla e a dire che è suo fratello. A quel punto l’addetto agli oggetti smarriti chiama Mirai e al posto della neonata compare la sorella adolescente che viene dal futuro, che lo riporta a casa. Mentre stanno volando verso casa, dirigendosi all’albero del giardino, Mirai gli spiega che quello è il grande albero della storia della loro famiglia, dove sono raccolti i capitoli (passati, presenti e futuri) dei suoi appartenenti; adesso devono trovare il capitolo esatto in cui Kun deve rientrare.
Kun scopre eventi che riguardano il padre (le sue difficoltà da piccolo a imparare ad andare in bici), la madre (che non volle più un gatto dopo che uno di loro uccise una rondine), il bisnonno (ferito gravemente durante la Seconda Guerra Mondiale, che decise di voler vivere a tutti i costi e così poter sposare la bisnonna) e il suo cane (che da cucciolo lasciò la madre per andare a vivere con i genitori di Kun) e capirà che senza di essi lui e la sorella non avrebbero potuto esistere.
Ritornato nel suo tempo, andrà in vacanza con la sua famiglia.
Mirai è un bel film, senza però essere eccezionale; certe scene sono divertenti, altre toccanti, il tutto con un protagonista che alterna tra l’essere dolce e l’essere irritante, come spesso fanno i bambini della sua età. Una pellicola che lascia qualcosa di buono alla fine e per questo occorre fare un plauso a Mamoru Hosoda.

Il vento fa il suo giro

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«Eddaiiiii! Su, schiva! Più veloce, più veloce!»
Tac, tac, tac.
«Noooooo, non così…»
Tac, tac, tac, tactactactac.
«Colpisci! Colpisciiiii!»
Tactactactactactactactactac. Aritactactactactactactactac.
«Avanti, rincoglionito d’uno Steiner! Dagli il colpo finale! Massacra il mostraccio, bastardo d’un cavaliere! Fagliela vedere a questo cazzone di boss! Massacralo! Massacralooooo!»
Tactactactactac.. tactactac… tac…tac…
Matteo abbassò il gamepad, osservando con espressione sconvolta le immagini sullo schermo della televisione che non si muovevano più.
«Macchecca… nooooo… non adesso che sono al boss finale… nooooo, non ti bloccare porca puttana, non ti blocc…»
«Non ci siamo bloccati, ci siamo stufati!» Sbottò il cavaliere sullo schermo voltandosi verso di lui. «E per dovere di cronaca, non sono Steiner: lui è di Final Fantasy IX, un altro gioco! Io sono l’ultimo dei cavalieri Valoriani!»
«Come?» domandò allibito Matteo.
«Final Fantasy IX, il gioco che ti ha prestato tuo padre quando gli hai chiesto com’erano i videogiochi ai suoi tempi» gli spiegò seccato il cavaliere sullo schermo.
«Ah, quello. Mamma quant’era noioso… e poi con quella grafica… troppo vecchio» sbuffò Matteo.
«Un po’ di rispetto!» tuonò il cavaliere. «Se noi siamo qui, è proprio grazie a giochi come Final Fantasy IX! Non scordarlo mai!»
«Oh no, un altro che fa il pippone…» bofonchiò Matteo.
«Non borbottare! E usa un po’ d’educazione!» il cavaliere piantò la spada nel terreno. «Il problema con voi bambini e ragazzi di oggi è che non sapete più apprezzare le storie! Volete spaccare tutto, far esplodere ogni cosa! Colpisci di qua, spara di là, fai saltare in aria questo, massacra quell’altro! E insomma!»
«Ma…» fece sbigottito Matteo. «Ma è quello che fai tu!»
«Il copione. Sono esigenze di copione: è quello che debbo fare quando tu ti metti alla console e giochi all’avventura dove sono stato messo.» Spiegò con calma il cavaliere. «Pensi che mi diverta a colpire a destra e a manca? A fare sempre le solite mosse? A dovermi sempre scontrare con lui?» Indicò il suo avversario. «A sentirti infamarlo tutte le volte?»
Matteo sgranò gli occhi. «Ma lo faccio perché sono dalla tua parte!»
«Beh, questo non mi piace. Non ti sei mai messo nei suoi panni? Ti farebbe piacere essere insultato? Trattato come tu tratti lui?»
«Lui è il cattivo!» protestò Matteo.
«Per forza: era l’unico ruolo rimasto» intervenne il boss finale. «Nessuno ci tiene a essere il cattivo del gioco: infamato, odiato… nessuno sta mai dalla tua parte. E poi ti tocca fare sempre le cose sbagliate, portare rovina, distruzione… Morti di qua, morti di là… il tutto perché voi ragazzini vi divertite a vedere queste cose. Pace e tranquillità davvero non vi devono piacere. Non le sapete apprezzare. E tutto perché vi annoiate e cercate un modo per passare il tempo.»
«Scusami, ma che cosa dovremmo fare per divertirci?»
«Vediamo… ci sono tante cose da fare. Io per esempio quando non devo essere il cattivo mi piace coltivare il mio orticello: ti rimette in pace col mondo.»
«A me invece piace starmene seduto sotto gli alberi a dipingere nuvole» disse il cavaliere Valoriano.
«Eccheppallle…» Matteo si bloccò quando il cavaliere lo guardò in cagnesco. Si schiarì la voce prima di riprendere a parlare. «Quindi… a voi non piace quello che fate nel videogioco?»
Il boss finale fece spallucce. «Si tratta di un ruolo come un altro. Quindi, va bene così. Quello che non ci sta bene è come veniamo trattati. Sai quanti cinni come te dobbiamo sopportare? Migliaia e migliaia! Scenate, urla, sedie prese a calci, anche bestemmie ci tocca sentire! E tutto perché avete perso una partita a un videogioco! Una partita che potete rigiocare in qualsiasi momento, tutte le volte che volete, perché tanto avete i salvataggi.»
«Sai com’è, la foga del momento…» provò a spiegare Matteo.
«Tutto quello che vogliamo è più di rispetto ed educazione» continuò il boss finale. «Più apprezzamento per la professionalità che ci mettiamo nell’interpretare il ruolo che ci è stato dato, anche se non ci piace.»
«Visto che tutto ciò viene a mancare, e non sembra esserci un qualche cambiamento nell’immediato, noi pg ci siamo stufati e abbiamo deciso di scioperare.»
«Voi volete fare cosa?» scattò esterrefatto Matteo.
«Scioperare. Sissignore. E non uno scioperino di qualche ora, come a qualcuno potrebbe passare per la testa: uno sciopero a oltranza, fino a quando voi cinni non avrete imparato educazione e rispetto. Non era nelle nostre intenzioni, né nei nostri compiti, ma visto che né la scuola né la famiglia ve le insegnano, è ora che qualcuno lo faccia. Per dovere d’informazione, tutti i personaggi di tutti videogiochi sono d’accordo e aderiscono allo sciopero.»
«Ma…»
«Puoi accettare o non accettare la nostra decisione, ma le cose così stanno.»
Matteo fece per protestare, ma il boss finale e il cavaliere Valoriano gli diedero le spalle, si misero le armi in spalla e s’incamminarono insieme, andando sempre più lontano fino a scomparire.
Matteo rimase a bocca aperta a fissare il paesaggio vuoto dello schermo. Per un attimo pensò a uno scherzo, ma i minuti passavano e i due non ricomparivano. Dopo mezz’ora spense la console e cambiò cd, ma la situazione era la stessa: partiva il gioco ma c’era soltanto il paesaggio. Nessuna traccia dei personaggi. Così per tutti i videogiochi che aveva. Ed era la stessa cosa per quelli online, che non necessitavano di una console.

Le cose non migliorarono nei giorni successivi e gli scenari continuarono a essere vuoti: i personaggi dei videogiochi erano stati di parola e avevano davvero deciso di scioperare. Dopo la sorpresa iniziale, Matteo si era dapprima innervosito, poi aveva preso a sclerare: proprio sul più bello doveva capitare! Come avrebbe fatto a sapere come finiva il gioco?
Aveva preso a calci le sedie, aveva girato per la stanza come se avesse del peperoncino nel sedere, ma poi, piano piano, aveva cominciato a cercare di trovare una soluzione. Aveva acceso la console e si era messo a fare promesse di ogni genere: che non avrebbe più insultato, che si sarebbe comportato bene. Si era messo anche in ginocchio supplicandoli di tornare.
Ma dopo un paio di giorni di questa storia si era sentito un po’ pirla a fare così e si era rassegnato al fatto che per non si sa quanto i personaggi dei videogiochi non si sarebbero fatti vedere.
A scuola poi le cose non andavano meglio, senza contare che anche gli altri erano nella stessa condizione e se ne stavano tutti imbronciati a fissare gli smartphone. Gli intervalli i cambio d’ora erano un supplizio perché non poteva più fare le sue partitine veloci in rete. Certo, c’erano i social, ma non potendo raccontare delle sue videogiocate, non sapeva di cosa parlare. Rimanevano i video su TikTok, ma poter mettere solamente dei “Mi piace” alla lunga stancava.
«Uffa, che palle questi giochi che non funzionano più» gli scappò un giorno durante l’intervallo.
«Bro, possiamo provare a fare una partita a carte» gli suggerì Riccardo, il suo vicino di banco, tirandole fuori. «Mio nonno mi ha insegnato alcuni giochi.»
«Non saprei, non ci ho mai giocato…» disse poco convinto Matteo.
«Non sono male. E poi, è sempre meglio di stare qui a non fare niente.»
Matteo dovette ammettere che giocare a carte non era davvero poi così male, anzi, era divertente. Soprattutto quando a lui e Riccardo si erano uniti Andrea e Alessandro e avevano fatto una partita a briscola in quattro. Però la cosa non si era fermata lì: Andrea aveva suggerito nel pomeriggio di andare al parco a giocare a calcio, anche se non lo avevano mai fatto prima. Non doveva essere una cosa così difficile, date tutte le partite che avevano fatto sulla Play. Matteo non poté che convenire: il principio era sempre quello che vedevano fare con la console, che ci voleva a calciare un pallone e rifare le stesse azioni?
La realtà però fu un pochino differente. Anzi, più che un pochino fu totalmente differente. I tiri, le azioni che facevano con la Play non erano assolutamente paragonabili e quelle che facevano loro; la palla non andava mai dove volevano, gli stop e i dribbling erano una cosa da Gialappa’s. Ma alla fine della loro partitella (un parolone definire così un due contro due) si erano divertiti come dei matti (era stato più il tempo che passavano a ridere e a sghignazzare per gli sbagli che facevano che a giocare).
Il giorno dopo si misero d’accordo per andare a fare due tiri a canestro nel campetto vicino alla scuola e per quello dopo ancora sarebbero andati a provare il tavolo da ping pong che il padre di Alessandro aveva tirato fuori dalla cantina mentre la svuotava.
Nel giro di un paio di settimane si erano praticamente dimenticati dei videogiochi, occupati com’erano a fare altro.

Il vento fa il suo giroSeduti sotto l’albero sopra la collina, il cavaliere Valoriano e il boss finale si godevano il tramonto.
«Abbiamo agito bene» disse il cavaliere.
«Già» rispose il boss.
«Ora i ragazzi hanno ripreso a interagire e a socializzare tra loro.»
«Vero.»
«Si guardano di più in faccia e passano meno tempo con gli occhi attaccati ai vari schermi.»
«Infatti.»
«Tutto è bene quel che finisce bene.»
«Quasi.»
«Perché?»
«Ora siamo senza lavoro.»
«È vero. Sinceramente, a questo non avevo pensato.»
«Adesso cosa facciamo?»
«Potremmo entrare nel settore degli antivirus: lì il lavoro non manca mai.»
«Non è che come lavoro mi prenda molto.»
Il cavaliere scrollò le spalle. «A essere franchi, non mi darei pena più di tanto.»
«Perché?»
«Il vento fa il suo giro e cose che adesso non vanno più, un tempo torneranno a essere in auge. I vecchi giochi prima non li fumava quasi più nessuno, ma ora sono tornati di moda. Presto o tardi, saremo noi videogiochi a tornare sulla cresta dell’onda. In attesa di ciò, godiamoci questo bel paesaggio.»

(Il titolo e la citazione nel finale vogliono essere un omaggio al film di Giorgio Diritti del 2006).

La forma della voce

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La forma della voceLa forma della voce è davvero un bel film. In rete si possono leggere delle critiche secondo le quali, per quanto Naoko Yamada abbia fatto un buon lavoro, non sia riuscito a mettere tutto quello che il manga di Yoshitoki Ōima ha raccontato in sette volumi, rendendo non del tutto chiara la storia. Sicuramente il manga potrà dare un quadro più completo della storia come spesso succede, ma anche se non ho letto l’opera di Oima posso dire con certezza che La forma della voce di Naoko Yamada è perfettamente comprensibile ed è qualcosa di toccante e meraviglioso.
Certo, in un paio di occasioni ci si chiede se certe situazioni potevano essere affrontate e mostrate in modo differente (quando la madre di Ishida s’arrabbia con il figlio per l’aver provato a suicidarsi, minacciando di bruciare i soldi che lui ha racimolato per rimborsarla della cifra che lei ha dovuto restituire per i danni che ha fatto ai tempi delle elementari; o come la sorella minore di Nishimiya cambiare voce facendosi passare per ragazzo), ma la pellicola non ne risente per niente.
Shoya Ishida è un bambino esuberante e scalmanato, che va sempre in giro con i suoi amici Hirose e Shimada; vive con la madre che fa la parrucchiera e una sorella maggiore, e ha una esistenza tutto sommato tranquilla. La sua vita cambia quando in sesta elementare arriva una nuova bambina, Shouko Nishimiya, che è sorda e per comunicare inizialmente usa un quaderno, visto che nessuno dei compagni conosce il linguaggio dei segni; solo Sahara, sua compagna di classe, cerca d’imparare tale linguaggio, mentre tutti gli altri non ne vogliono sapere, a partire da Ueno, che è la prima a opporsi quando la maestra di musica propone di dedicare qualche minuto della lezione a imparare il nuovo modo di comunicare con Nishimiya.
Dopo un iniziale periodo in cui si cerca di accettare la nuova arrivata, le cose prendono una piega sbagliata e tutto comincia da Ishida, che comincia a prendere sempre più in giro Nishimiya e a farle scherzi sempre più pesanti, specie quando le strappa dalle orecchie i costosi apparecchi acustici e li rompe, gettandoli lontano.
Benché sia Ishida a dare il via alla bullizzazione di Nishimiya, nessuno si è opposto al suo modo di agire: spesso si è lasciato correre (anche il maestro della classe ha chiuso gli occhi), alle volte si è stati partecipi degli scherzi e delle prese in giro. L’unica che è stata vicina alla nuova arrivata è Sahara e per questo anche lei è stata presa di mira, al punto che ha cambiato scuola. Rimasta sola, a Nishimiya non è rimasto altro da fare che rivolgersi alla madre che ha denunciato la cosa alla scuola; invece di prendersi ognuno le proprie responsabilità, a partire dal maestro della classe, tutto è stato gettato sulle spalle di Ishida, che viene scelto come capro espiatorio. Anche i suoi due più cari amici gli voltano le spalle e anzi, gli si rivoltano contro, cominciando a bullizzarlo.
Nonostante quanto subito, Nishimiya non porta rancore e cerca di essere dalla parte di Ishida, rimediando per come può agli scherzi dei compagni a suo danno (pulisce il banco del ragazzo imbrattato dagli insulti lasciati dagli altri), ma Ishida non riesce a comprendere il suo modo di fare e prova repulsione nei suoi riguardi e i due finiscono per accapigliarsi.
Nishimiya non finisce l’anno nella scuola elementare e si trasferisce in un altro istituto. Ishida invece patisce quello che ha fatto patire e la cosa continua anche alle medie, al punto che si chiude sempre più in se stesso, non riuscendo a guardare negli occhi gli altri. Arrivato al liceo, pensa e va vicino al suicidio gettandosi da un ponte, ma mente sta per gettarsi, sulla riva del fiume alcune persone fanno scoppiare dei petardi e quel semplice rumore lo fa fermare.
Divenuto consapevole di ciò che ha fatto passare alla ragazza per via anche di quello che ha passato (essere isolato da tutti, non avere amicizie che lo sostengono nei momenti difficili), decide di rimediare ai suoi errori e la va a cercare, cercando di divenire suo amico, proprio come lei aveva fatto con lui; proprio per questo prima impara il linguaggio dei segni ed è nel centro dove viene insegnato che reincontra Nishimiya.
Superata la diffidenza di Yuzuru (la sorella minore di Shouko, che inizialmente scambia per un ragazzo), che funge un po’ da sua guardia del corpo, Ishida si avvicina sempre più a lei. Nel mentre comincia a uscire dal guscio depressivo in cui era caduto e fa amicizia con un suo compagno di classe, Tomohiro Nagatsuka, dopo averlo aiutato con un bullo. Questo fa avvicinare altre persone, come Miki Kawai, che è stata in classe con lui anche alle elementari, e Satoshi Mashiba, che frequenta Kawai.
Per un po’ le cose sembrano andare bene, ma il ritorno nella sua vita di Ueno, compagna delle elementari che odiava Nishimiya accusandola di essere responsabile di quanto accaduto a Ishida, rompe l’equilibrio che si era andato creando, facendo litigare il piccolo gruppo formato da Ishida, Nishimiya, Sahara, Kawai, Mashiba e Nagatsuka.
Ishida si allontana da loro, rimanendo vicino soltanto a Nishimiya e Yuzuru, riuscendo perfino a farsi accettare dalla loro madre, che non l’aveva perdonato per quanto fatto alla figlia maggiore. Ma le parole di Ueno rivolte a Nishimiya fanno ricadere la ragazza in un forte stato depressivo (dopo gli atti di bullismo, era andata vicino al suicidio), al punto che prova a togliersi la vita gettandosi dal terrazzo di casa sua; solo l’intervento tempestivo di Ishida la salva, ma nel farlo il ragazzo rimane ferito e finisce in coma.
Al suo risveglio, lui e Nishimiya finalmente si chiariscono completamente e decidono di rimediare a ciò che è rotto, parlando con gli altri membri del gruppo e riappacificandosi, andando insieme al festival scolastico.
La forma della voce non è solo un film che denuncia il bullismo e quanto male può fare, ma mostra anche altri aspetti negativi dell’infanzia, come la crudeltà di cui possono essere capaci i bambini, perché non sono solo quelle creature innocenti e candide che spesso certe produzioni fanno passare. Ishida sicuramente è la figura che più mostra questo aspetto, ma gli altri compagni di classe non sono da meno. C’è Ueno, con i suoi commenti sprezzanti e il suo cinismo atto sempre a prendere in giro. Kawai, apparentemente gentile, ma che per non incorrere nella disapprovazione altrui, tace davanti ai soprusi, e anzi ride di essi, salvo poi fare la vittima quando viene tirata in ballo. Shimada, miglior amico di Ishida alle elementari, che non fa nulla per fermarlo e anzi, lui come tutti gli altri sorride delle angherie che commette, salvo poi colpirlo alle spalle davanti ai professori e dire che era colpa sua di quello che era successo a Nishimiya; non contento di ciò, comincia poi a perseguitare l’amico proprio come lui faceva con la ragazza, rivelandosi un individuo freddo, opportunista e doppiogiochista.
Anche gli adulti non ne escono ben rappresentati. Il maestro delle elementari è un menefreghista, infastidito dalla presenza di Nishimiya, che la vede come un peso e un intralcio per le sue lezioni; anche lui, come tanti alunni, lascia correre sugli scherzi feroci che fa Ishida. La madre di Nishimiya, troppo fredda, dura e iperprotettiva verso la figlia. In questo film i “grandi” o sono assenti o non agiscono, lasciando i giovani a cavarsela da soli; si salvano solo la mamma di Ishida e la nonna di Nishimya.
Bisogna parlare anche di un altro aspetto che il film mette in mostra: il suicidio. Il Giappone è un paese con un alto numero di suicidi tra gli adolescenti (anche se c’è da dire che è in aumento pure in altri paesi); il bullismo fa certamente la sua parte, ma lo è anche il sistema di vita del paese nipponico, che spinge a primeggiare, a ottenere buone posizioni, che alle volte fa ricadere troppa pressione sulle spalle dei ragazzi, divenendo insostenibile e spingendo a fare gesti estremi. E quando ci si trova vicini a questi fatti, ci sono sempre delle domande che tormentano chi resta. Perché è stato fatto questo gesto? Perché non ci si è accorti che qualcosa non andava? Si poteva fare qualcosa per evitarlo? Se solo gli si fosse parlato, gli si fosse rivolto un sorriso, un incoraggiamento, forse, allora, le cose sarebbero andate diversamente… E se…
Domande a cui non c’è risposta, che lasciano solo rimpianto e senso di colpa.
Fortunatamente, La forma della voce non è solo questo, anzi si può dire che più che altro è una storia di redenzione, della ricerca di una catarsi che liberi dal senso di colpa; certe azioni non possono essere cancellate e dimenticate, ma si può capire da esse gli errori che si sono commessi e più non commetterli. Le conseguenze del passato sono pesanti, e possono perseguitare e condizionare il presente e il futuro se non si riesce a comprenderlo e a superarlo. La cosa più pesante da affrontare però è accettare se stessi e non odiarsi per quello che si è o si è fatto: in questo Ishida e Nishimiya sono uguali. Lui odia se stesso per quello che ha fatto; lei per quello che è, anche se non ha alcuna colpa (nel film non viene mostrata l’origine della sua disabilità, cosa che fa invece il manga).
Questi però non sono gli unici punti in comune tra i due: entrambi non hanno padre (non viene spiegato se sono morti o se ne sono andati, ma questo non ha importanza: quello che ha importanza è la loro assenza), entrambi sono stati bullizzati e attraverso questa esperienza hanno sviluppato un modo di fare più compassionevole, che a un certo punto li farà avvicinare (è meglio dire che sarà Ishida a cercare di riavvicinarsi, perché Nishimiya aveva cercato di farlo da subito). E se si vuole, La forma della voce mostra anche come alle volte è difficile comprendere il confine che c’è tra odio e amore, al punto che si possono confondere i due sentimenti: Ishida è troppo piccolo per comprendere questo stato delle cose e nella confusione che si crea dentro di lui, finisce per credere di odiare e non sopportare Nishimiya, accorgendosi solo anni dopo che la questione era invece diversa.
Un film che tutti dovrebbero vedere e che soprattutto dovrebbe essere fatto vedere nelle scuole ai più giovani.

Un mondo solo per donne

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Il rosso, colore simbolo contro la violenza sulle donne«”Caro, dove andremo quest’anno in ferie?”
“Da nessuna parte. Tra il caro bollette, il caro vita, il caro affitti e i tagli allo stipendio, non ci sono soldi per le ferie.”
“Proprio non ci sono soldi…?”
“No. Mica li posso rubare.”
… “Sostegno vittime di violenza? Salve, mio marito non mi rispetta e mi tratta male, potete intervenire? Non ce la faccio più, la mia vita è un inferno…”
Fu così che tante segnalazioni fatte al 1522 (il numero telefonico contro la violenza sulle donne) iniziavano. Così tante che le istituzioni non riuscivano a risolverli; le donne allora decisero di scendere in massa in piazza all’urlo di “Uomo! Bastardo! T’infiliamo nel gnulo il petardo!”, richiedendo una soluzione immediata alle vessazioni maschili che costantemente subivano.
Il governo fece delle proposte ma nessuna soddisfece le donne, che a gran voce richiesero un referendum per l’istituzione di un nuovo corpo di polizia. La loro richiesta passò e così nacquero i Caschi Rosa, un corpo armato in stile polizia morale dell’Iran, i cui membri erano tutte donne e avevano poteri di giudice, giuria e boia, in stile Dredd (un vecchio fumetto che anni prima di quei fatti andava di moda; ci fecero anche due film).
“Mio marito non mi ha fatto ridere ieri sera.” 10 manganellate.
“Mio marito non mi porta fuori a cena tutte le sere.” 30 manganellate
“Il mio fidanzato mi ha chiesto di fare sesso ieri sera, ma io ero stanca perché l’avevo data ai miei amanti in un foursome.” Brutto bastardo! 100 manganellate più sodomizzazione, così impara cosa si prova a prenderlo!
Queste erano solo alcune delle punizioni che gli uomini subivano per le accuse che venivano fatte loro. Ci furono molti morti per punizioni eccessive e furono fatte manifestazioni per questo, facendo notare che si stava facendo la stessa cosa di cui alcuni uomini si erano macchiate, ma furono represse con la forza e i pochi che continuarono a protestare furo messi a tacere.
Le donne non si limitarono a tutto ciò e ottennero la separazione dei sessi: scuole e ospedali per donne. Fu solo l’inizio: avanzando sempre più nei ranghi sociali, ottennero un potere sempre maggiore, arrivando nelle posizioni di comando. Nel lavoro venne dato sempre più spazio alle lavoratrici, mentre gli uomini venivano sempre più relegati a compiti di manovalanza e di scarsa retribuzione; certo questo non valeva per tutti: per i più belli e aitanti c’era un occhio di riguardo, purché, s’intende, fossi disponibili a soddisfare le voglie sessuali delle loro superiori.
Ma tutto ciò non bastava: le donne volevano una rivincità maggiore per tanti anni di sofferenze patite. Dapprima agli uomini fu vietato entrare in certi edifici, poi prendere i mezzi pubblici; poi intere aree gli furono proibite. Qualcuno protestò che si stava facendo come in America a metà del XX secolo con le persone di colore, ma le donne tacciarono le proteste asserendo che quello era un atto di giustizia dovuto; alla fine gli uomini furono costretti a vivere in paesi riservati solo a loro. Ma anche questo però non bastò e gli uomini furono mandati nelle regioni più lontane, così sarebbero state libero per sempre dalla minaccia dell’uomo.
All’inizio, vista la mancanza di manovalanza maschile, ci furono problemi, ma le donne seppero riorganizzarsi e creare una società funzionante: a quelle più avvenenti toccarono ruoli di comando e decisionali, mentre quelle considerate meno belle presero il posto degli uomini nei lavori più umili, quali quelli in fabbrica e di manutenzione.
La felicità della loro libertà dal lato maschile della loro specie non durò però molto, dato che la biologia della loro natura le spingeva ad avere voglia di fare dei figli. E soprattutto per uomini belli e aitanti, ma anche per chi aveva spiccate abilità, fu una fortuna, perché le donne erano disposte a pagare qualsiasi cifra per farsi dare il seme più promettente; sorse così il business dello spermatozoo, uno dei più fiorenti mai visti nella storia dell’uomo. Per il seme dei maschi migliori si creavano vere e proprie aste, dove le cifre raggiungevano vette monetarie mai viste. Questo logicamente valeva solo per le donne più ricche; per le altre c’erano i discount dello sperma, dove si poteva trovare il seme di uomini comuni.
Senza rendersene conto, le donne avevano ricreato la stessa società maschile che tanto avevano odiato, fatta di privilegi e preferenze, di differenze sociali, ma che importava? Erano libere, erano al sicuro dal maschio prevaricatore.
Ma anche se gli uomini erano stati tolti di mezzo, la violenza non era finita, perché la violenza non ha nè sesso nè età nè ragione sociale: appartiene alla razza umana. Dopo un periodo di apparente tranquillità, l’aggressività era tornata a mostrare il suo volto e aveva bisogno di trovare sfogo di nuovo; le prime a darvi il via furono le donne più prepotenti e dominanti, che armate di megadildi dalla testa rotante presero ad abusare delle sottoposte, arrivando a giochi sempre più sadici dove si usavano fruste e corde. Le sottoposte a loro volta fecero lo stesso con chi stava sotto di loro, ripetendo il copione del potente che calpesta il più debole, proprio come gli uomini facevano con loro. Il vento fa il suo giro e cose che erano state, tornarono a essere come prima, con una storia già vista che ricomincia da capo, vestita in modo differente, ma sempre con le sue parti oscure.»
Il vecchio trasse un lungo respiro, appoggiandosi allo schienale della sedia, fissando negli occhi il bambino che lo guardava dall’altra parte del tavolo. «Ed è qua la risposta alla tua domanda del perché dove noi abitiamo tu non hai mai visto dal vivo una donna.»

Raccontino provocatorio scritto in risposta all’additare il maschio umano come unico problema della violenza sulle donne e alle tante iniziative sorte in questi giorni riguardo la questione. Come già detto in precedenza, la violenza non ha nè sesso nè età nè ragione sociale: se non si capisce ciò, il problema non verrà risolto, si avrà soltanto una risoluzione parziale, tampone, momentanea, che in apparenza farà andare meglio le cose per un poco. Ma la violenza riemergerà, sotto altri aspetti, e solo intervenendo su un’educazione che riguarda tutti, la si potrà limitare per davvero (probabilmente non è possibile debellerla del tutto, perché essa fa parte della natura umana).
Inoltre, tutto quello che si sta vedendo a seguito dell’omicidio di Giulia Cecchettin è una grave mancanza mancanza di rispetto verso tutte le altre donne uccise: la loro vita valeva meno di quella di Giulia? Meritavano di vivere meno di questa ragazza? Una vita tolta è sempre un atto grave, non c’è chi merita più attenzione e chi meno.
Convenuto su questo, ci si chiede perché questo omicidio ha così tanta attenzione, soprattutto adesso, specie dal governo. Di solito, quando questo accade, è perché si sta cercando di distogliere l’attenzione. Ma da cosa?

Casi mediatici

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Quanto è successo a Giulia Cecchettin è grave, come lo sono tutti i femminici accaduti, ma va osservato che è divenuto uno dei tanti casi mediatici su cui per un certo periodo si focalizza l’attenzione pubblica. Il risalto che sta avendo questo omicidio è elevato e per questo viene da domandarsi il motivo di tutta questa attenzione: non bisognerebbe darlo a tutte le donne che vengono uccise? Invece molte volte si ha un breve articolo, una notizia di un paio di minuti sui tg e basta. Questi omicidi non meriterebbero di essere anche loro casi mediatici? Non meriterebbero di essere casi mediatici anche tutte le morti sul lavoro?
Invece, un risalto come il caso Cecchettin non viene dato alle quasi 700 vittime sul lavoro: una notizia veloce e via, si diventa un numero presto dimenticato. Si viene lanciati nell’oblio e poco ci manca che si dica “Vabbè, cose che capitano, uno s****o di meno, tanto ce n’è un altro che può prendere il suo posto.” Però i lavoratori non sono solo un numero, non sono carne da macello: hanno amici, famiglia, sogni e quando muoiono tutto gli viene portato via. Il mondo che rappresentano, fatto di pensieri, idee, sentimenti svanisce. E cinque minuti dopo che la loro esistenza è finita, nessuno ne parla più. Invece l’omicidio di una giovane donna, una purtroppo delle tante uccise da “chi le amava” (l’ottantunenne uccisa in garage non era donna anche lei? Non lo erano anche le altre giovani come Giliua? Non lo erano quelle donne che hanno lasciato bambini piccoli causa un marito o ex marito violento? Non meritavano anche loro di continuare a vivere?), ha un risalto mediatico gigante. Questo non è giusto.
Come non sono giuste certe dichiarazioni che ha fatto la sorella, soprattutto quella in chi asserisce in cui “Tutti gli uomini devono fare mea culpa.”; è comprensibile, visto il dolore della perdita dire certe parole, ma mettere praticamente tutti gli uomini allo stesso livello di chi compie certe azioni è sbagliato, sta passando il messaggio di “Tutti gli uomini sono colpevoli.” A parte che ci si può domandare se tali dichiarazioni sono diffamazione, se si cominciano a fare queste generalizzazioni, si rischia poi di farla anche con le donne, basta guardare certi video per poi dare giudizi come quelli fattti in questo caso.

E se si comincia a generalizzare, si entra in un circola da cui non se ne esce più. (Apro una piccola parentesi. A costo di diventare impopolare, antipatico, arrogante, volendo rispondere alle parole della sorella di Giulia, non ho bisogno di fare un esame di coscienza o mea culpa perché ho la coscienza pulita. Anzi, verrebbe da aggiungere che il mea culpa e l’esame di coscienza dovrebbero farlo certe ragazze e certe donne per come si sono comportate e si comprtano (vedere il video sopra per capire)).
Quello che però ora dobbiamo costatare è che i media italiani vivono di casi mediatici e si vorrebbe capire cosa fa decidere di dare più risalto a una notizia piuttosto che a un’altra. Ora è il momento dell’omicidio Cecchettin e ci si è già dimenticati dei morti per le alluvioni in Toscana ed Emilia Romanga, dei morti tra Israele e Palestina, dei morti della guerra in Ucraina, delle migliaia di morti per Covid… l’elenco di casi mediatici passati è lungo, ma non può essere tutto liquidato, come fanno alcuni, con il fatto che l’essere umano ha la memoria corta e tende a rimuovere quello che non gli serve per l’immediato. Perché se si elimina la memoria, inevitabilmente si cometteranno gli stessi errori.

 

P.s. Amadori ha asserito che l’aggressività è anche femminile. Ma ora, dopo il caso Cecchettin, se non ci si allinea con il pensiero che la violenza appartiene solo all’uomo, si viene criticati. Circa tre anni fa esprimevo la mia opinione sulla questione.

Contenuti: tra sensazionalismo e ricerca d'attenzione a tutti i costi.

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In una società sempre di corsa, dove i valori che più contano sono l’apparire, il sensazionalismo e l’avere il maggior seguito possibile, quello che ne risente è la qualità, in tutti gli ambiti. Si approfondisce sempre meno perché per fare un buon lavoro occorre tempo e anche perché le persone, dovendo essere sempre di corsa e volendo fare tante cose, hanno meno tempo da dedicare a quello che fanno. Questo è stato uno dei successi dei social (basti pensare il boom che ha avuto negli ultimi anni Tik Tok), che si basava appunto sull’immediatezza e la velocità dei contenuti per cogliere l’attenzione di chi guarda.
Purtroppo, per avere dei seguiti numerosi si è disposti a tutto, a scadere nella banalità o peggio, con titoli che sono urlati e travisanti: succede sempre più spesso di articoli il cui titolo non corrisponde ai contenuti che propongono. Un esempio? Gli articoli che parlano di calcio, dove per esempio si parla di esonero o un grave infortunio in una grande squadra e si mette un’immagine che fa pensare che si parli del personaggio mostrato; quando si va per leggere la notizia, si scopre che si parla di tutta un’altra cosa e non è quello che il titolo faceva credere.
Si è dinanzi al classico specchio per le allodole. Almeno per quel che mi riguarda, dopo un paio di volte in cui sono andato a leggere la notizia e mi sono accorto di come stavano le cose, ho smesso di prestare attenzione a simili articoli, andando oltre senza perdere tempo in una lettura che ha un modo di fare se si vuole disonesto, perché inganna il lettore e lo fa volontariamente per essere il più seguito possibile.
Ormai ci si abbassa a tutto per avere un alto numero di visualizzazioni, sfruttando qualsiasi cosa. Uno degli ultimi casi che mi viene da citare è quello di cui ha parlato Sommobuta sul suo canale Youtube (canale che suggerisco di seguire anche se non si è amanti dei fumetti, perché Angelo Cavallaro, questo il vero nome di Sommobuta, è una persona intelligente, che fa degli ottimi lavori (mi viene sempre in mente il magnifico documentario che ha fatto su Slam Dunk) e da cui si dovrebbe prendere spunto per la passione e il suo modo di fare che mette nel trattare gli argomenti); quando ho saputo dell’accaduto di cui parla, l’articolo in questione era stato rimosso dal sito Anime Everyeye, postando al suo posto uno di scuse.
Suggerisco di guardare il video realizzato da Angelo perché spiega molto bene la questione:

Come dice Angelo, ormai il mondo è andato in una certa direzione, ma forse non è troppo tardi per fare inversione a U e tornare sui propri passi, cercando magari di sfornare meno articoli, ma realizzare contenuti più qualitativi, evitando di ricercare il sensazionalismo, lo strepitare e volere l’attenzione a tutti i costi.

Attatck on Titan - Escalation finale

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Atatck on TitanAnche la serie anime di Attack on Titan è giunta a conclusione; dopo quattro stagioni (di cui l’ultima divisa in quattro parti), la storia di Eren e dei suoi compagni del Corpo di Ricerca è arrivata alla fine della sua lunga corsa. Perché di lunga corsa proprio si tratta, dato che nel finale, per fermare Eren, i suoi amici si sono lanciati in un inseguimento disperato per evitare che eliminasse l’intera umanità, a parte gli abitanti dell’isola di Paris.
Ma per chi non conoscesse la storia tratta praticamente fedelmente dal manga di Hajime Isayama, un breve riassunto. Eren Jaeger è un ragazzino che vive all’interno di una città difesa da tre gigantesche cinte di mura, che la proteggono da ciò che vive all’esterno, i giganti; Eren non ha mai visto il mondo al di là delle mure e vuole arruolarsi nel Corpo di Ricerca (un gruppo dell’esercito al servizio della città) per scoprire se è vero quello di cui lui e il suo amico Armin Arelet hanno letto sui libri. La sua vita tranquilla viene squarciata quando due giganti mai visti prima sfondano la prima cinta di mura, facendo entrare tutti gli altri giganti; Eren vede la madre divorata da uno di essi e, sopravvissuto alla strage, giura che li sterminerà tutti.
Eren però è all’oscuro di tutto e non sa che pure lui è un gigante, il Gigante d’Attacco, un potere che ha ereditato dal padre, che lo era a sua volta prima di lui. Non solo: Eren dal padre ha anche ereditato il potere del Gigante Fondatore, un gigante capace di comandare tutti gli altri giganti (un potere troppo grande da gestire per un ragazzo; anzi, troppo grande da gestire per chiunque). Eren ha anche un fratello da parte di padre (che vive in un’altra nazione, Marley), che vuole insieme a lui cambiare il destino degli eldiani, il popolo cui appartengono, quello di Ymir, l’origine di tutti i giganti.
Eren scoprirà la verità sulle sue origini e sul perché la sua gente è stata tanto perseguitata; si troverà davanti a un tramandarsi di odio che non conosce fine, a cui si può rimediare solo con lo sterminio di tutti i nemici della città in cui è nato.
Verrà fermato dai suoi amici perché lui gli ha dato la possibilità di fare questa scelta e per un certo lasso di tempo il mondo vivrà nella pace, ma inevitabilmente l’umanità ricadrà nei suoi errori e la guerra di nuovo aprirà le sue ferite sulla terra, con la storia che farà il suo giro e ritornerà allo stesso punto.
Attack on Titan è un’ottima serie, molto ben realizzata (i disegni sono migliori di quelli del manga e in diversi casi rendono il tutto più comprensibile, dato che in alcuni casi nella versione cartacea non era facile distinguere certi personaggi) e si può dire tranquillamente che rende in alcuni punti più comprensibile l’opera di Isayama. Ma qui non si è tanto a parlare del lavoro dell’autore giapponese (ne ho già parlato altrove), quanto questa storia è attuale, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo tra israeliani e palestinesi.
E qui occorre fare subito una premessa. Hamas è colpevole. Israele è colpevole. I capi di queste due parti sono colpevoli della carneficina che sta andando avanti da anni, che non solo sta portando morti sui territori dove impazza la guerra, ma sta diffondendo un odio che si sta espandendo in tutte le parti del mondo.
Arrivati a questo punto è difficile capire se ci sono degli innocenti, dove tutti sono colpevoli, tranne quella parte della popolazioni che vorrebbero vivere in pace e che si trovano a pagare per la cultura d’odio voluta e diffusa dai sui governanti, proprio come succede in Attack on Titan; è vero, il popolo di Ymir, il popolo dei giganti, con il suo potere ha per lungo tempo imperversato sulle altre popolazioni, portando soprusi, sangue e sofferenza, ma quando il suo dominio è finito, quello che è venuto dopo non è stato da meno, portando vendetta su chi aveva dominato: persecuzioni, ghettizzazioni, discriminazioni, abusi sono stati all’ordine del giorno. Un odio così radicato che si è diffuso di padre in figlio, che non ha fatto che rinsaldarsi e generare altro odio, in un’escalation che è giunta a causare il tremendo Boato della Terra (migliaia di giganti colossali che marciano sulla terra per sterminare chi è nemico degli eldiani, il popolo di Ymir).
Occore soffermarsi a questo punto sulle colpe dei padri che ricadono sulle spalle dei figli. I marleyani hanno per anni oppresso gli eldiani, dopo a loro volta essere stati oppressi a lungo da questi ultimi, non avendo appreso nulla dalla storia e dagli orrori di cui essa era pervasa, ma ripetendo lo stesso copione; copione che inevitabilmente ha finito per ritorcerglisi contro.
Se il soldato marleyano non avesse massacrato la sorella del padre di Eren, questi non si sarebbe unito alla resistenza per cambiare le cose e ribaltare il governo di Marley; non avrebbe indottrinato il fratello di Eren al punto che si sarebbe ribellato contro di lui, tradendolo e facendolo andare incontro a una una fine orrenda, evitata solo dall’intervento di una persona che gli ha trasmesso il potere del Gigante d’Attacco. Potere e ricordi che suo padre ha poi trasmesso, senza consenso, ad Eren, facendolo essere colui che ha quasi distrutto il mondo.
Quanto di quello che è successo è responsabilità di Eren? E quanta è invece la colpa di chi l’ha preceduto? Il più colpevole è il padre? Il soldato che ha ucciso in modo così brutale la sorella? Oppure è il sistema che ha generato la mentalità e l’odio con il quale è cresciuto il soldato?
Come si vede si è dinanzi a una spirale d’odio senza fine , di cui non si riesce a vederne l’inizio tanto la cosa è divenuta complessa e aggrovigliata.
Lo stesso sta avvenendo in Israele e Palestina. Ma questo conflitto è solo la punta dell’iceberg, perché l’odio ormai da tempo si sta facendo sempre più largo nel mondo, anche dove non ci sono conflitti, basti solo pensare ai tanti omicidi che avvengono in ogni paese. Un’escalation che potrà essere fermata solamente quanto si apriranno gli occhi e si inorridirà di fronte all’orrore che si è creato.
Che piaccia o no la conclusione data da Isayama ad Attack on Titan, questa è la lezione che si dive imparare dal finale di tale storia.

Il castello invisibile

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Il castello invisibileTratto dall’omonimo romanzo, il film Il castello invisibile vede come protagonista Kokoro, una ragazza delle scuole medie che ha smesso di andare a lezione; all’inizio non si riesce a capirne la ragione: viene da pensare che sia malata, che abbia dei problemi di salute, ma sta di fatto che c’è qualcosa che la fa stare male al punto da non riuscire a frequentare la scuola. La madre, preoccupata, le fa frequentare una struttura speciale, L’Aula del Cuore, dove, con l’aiuto della professoressa Kitagima, spera che il problema si risolva.
Kokoro appare come una ragazza introversa, riservata, che non si apre con gli altri, tenendosi tutto dentro; per questo anche i rapporti con i genitori si fanno più difficili. Passa così le giornate a casa, in maniera apatica; ma un giorno, lo specchio in camera sua s’illumina e lei, incuriosita, l’attraversa. Si ritrova davanti a una bambina con una maschera da lupo sul volto e a un castello situato in mezzo al mare; in modo poco ortodosso viene fatta entrare e lì scopre che ci sono altri sei ragazzi che sono stati invitati al castello e che hanno la possibilità, trovando una stanza segreta, d’esaudire un desiderio. Tuttavia hanno una possibilità di scelta: esaudire il desiderio dimenticandosi di tutta l’esperienza e le amicizie fatte, oppure rinunciare al desiderio e mantenere i ricordi di quanto vissuto insieme per tutto l’anno scolastico (questo il tempo che hanno a disposizione per stare nel castello e trovare la chiave). Devono rispettare però una regola: ritornare nel mondo reale entro le cinque del pomeriggio, altrimenti verranno divorati da un grande lupo.
Dopo aver ascoltato le parole della Venerabile Lupo (la bambina con la maschera), i sette ragazzi (quattro maschi e tre femmine) esplorano il castello, ma senza darsi tanta pena da subito a cercare la chiave. Col passare dei giorni e delle settimane, cominceranno a stringersi dei legami e a farsi più forti quando scopriranno che tutti sono stati vittime di soprusi in famiglia o a scuola; tutti provano un forte senso di isolamento e di solitudine, ma parlando tra loro riusciranno a farsi forza e a prendere coraggio. Scopriranno anche che frequentano la stessa scuola media (tranne uno, che però se non si fosse trasferito avrebbe frequentato lo stesso istituto) e decidono d’incontrarsi, anche se nessuno di loro, per via dei propri problemi, la frequentava più.
All’appuntamento però i ragazzi non si riescono a incontrare; Kokoro anzi scopre che non c’è nessuno che porti il nome degli altri sei ragazzi. Quando si rivedono, e ognuno dice che è andato all’appuntamento, uno di loro fa l’ipotesi che appartengono a mondi paralleli, ma la Venerabile Lupo smentisce subito la teoria.
Kokoro, dopo aver parlato con le altre due ragazze invitate nel castello ed essersi aperta rivelando il motivo per cui non va a scuola (è vittima del bullismo di una sua compagna di classe e delle sue amiche), parla con la madre di quello che la affligge e assieme affrontano la situazione; tornata a scuola, rivede l’amica con la quale non parlava più causa le bulle e andando a trovarla a casa prima che si trasferisca, capisce, vedendo un quadro che rappresenta la favola dei sette capretti, come trovare la chiave (ogni luogo dove i sette capretti si sono nascosti è un indizio per trovare la chiave della stanza segreta).
Mentre sta tornando a casa, vede qualcosa di strano accadere nella sua stanza: quando vi entra, scopre che lo specchio è andato in frantumi e uno dei ragazzi l’avverte che una delle ragazze è rimasta nel castello oltre l’orario ed è stata uccisa dal lupo. Stessa cosa poi è toccata agli altri.
Kokoro si fa coraggio e rientra nello specchio ancora funzionante, trovando la chiave seguendo le indicazioni date dal dipinto; raggiunta la stanza segreta, esprime il desiderio e salva gli amici divorati dal lupo, scoprendo dai ricordi lasciati quando sono stati divorati la verità che li riguarda (senza fare spoiler, avevo capito da prima il motivo per cui non si erano incontrati, non pensando ai mondi paralleli).
Essendo stato espresso il desiderio, dovranno tornare a casa e dimenticarsi dell’accaduto, ma con la consapevolezza che le difficoltà possono essere superate (verrà rivelata la natura della Venerabile Lupo e di quella del castello, ma questo è meglio che lo si scopra vedendo il film).
Il castello invisibile è sì un film fiabesco che raccoglie e unisce diverse favole e storie del folclore (dai Sette capretti a Cappuccetto rosso fino ad arrivare alla leggenda del pescatore che dopo aver soccorso una tartaruga viene invitato al Palazzo del drago e i racconti di Lewis Carroll), ma è anche una pellicola che con delicatezza affronta temi come bullismo, abusi familiari, delusioni, e tanti altri problemi che s’incontrano durante l’adolescenza (cosa fare da grandi, quale strada intraprendere). In tutto questo il castello rappresenta il luogo sicuro dove rifugiarsi, l’angolo di pace e tranquillità in cui ritrovarsi (un po’ come succede quando ci si rifugia nell’immaginazione per proteggersi da un realtà dura o crudele). Forse visivamente non è all’altezza di altre opere d’animazione (vengono in mente quelle di Makoto Shinkai), ma Il castello invisivile è una buona storia che alla fine della visione lascia una bella sensazione.