L’inizio della Caduta

Strade Nascoste – Racconti

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Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Il magazzino dei mondi 2

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L’Ultimo Potere (romanzo)

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Nuova vita

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«Creeremo un muro lungo il confine nazionale, bloccando i migranti che invadono il paese, venendo a rubare posti di lavoro e stuprare le nostre donne. Basta con buonismo e tolleranza: dobbiamo farci rispettare» tuonò il premier davanti ai microfoni. «Presto approveremo una legge dove chiunque potrà avere una pistola: non ci sarà più bisogno di porto d’armi. Tutti potranno difendersi dai delinquenti stranieri!»
«Come se non ci fossero malviventi tra i connazionali» sbuffò Gianluca osservando il premier che s’infervorava sempre più.
Cominciò ad avvertire ansia e tensione crescere in lui, come ogni volta che assisteva a quelle scene; sapeva, da studi che aveva letto, che quel tipo di comunicazione era pianificata per rivolgersi alla pancia delle persone, come si soleva dire, volta a colpire le paure e gli istinti più bassi per farle reagire.
“E pensare che quando ero piccolo c’erano programmi come Tribuna Politica che erano d’una noia tale che ti addormentavi quasi subito. Cinque minuti d’intervista ai politici di oggi e devi prendere una boccetta di Valium per calmarti” pensò mentre cambiava canale.
«Una mia amica è andata nel nuovo centro estetico che hanno aperto sotto casa sua» stava raccontando una showgirl «e, mentre era negli spogliatoi, è arrivata una ragazza che si era appena fatta una ceretta al sedere: emanava un odore di culo così buono che le era venuta voglia di saltarle addosso. Le era piaciuto a tal punto che quando si è tolta le mutande si è accorta che le aveva bagnate. La capisco: anche a me piace l’odore di sedere.»
Gianluca spense disgustato la televisione. “Ma c’è bisogno d’andare in giro a dire certe cose?”
Odore di sedere… s’immaginò due donne che si annusavano il fondoschiena come facevano i cani.
Scacciò subito il pensiero, ma più ci provava più lo perseguitava. Era come avere una scimmia sulla spalla che continuava a fare uh-uh ah-ah.
Odore di sedere… odore di sedere…
“Maledetta showgirl… fai passare la voglia di pensare anche al sesso.” Si avvicinò alla finestra. Di quello non c’era però pericolo. Con un matrimonio fallito, un lavoro precario, un mutuo che non riusciva a estinguere, non aveva né il tempo né la voglia di pensarci.
Non era così che si era immaginata la sua vita.
“Se i viaggi del tempo esistessero e ci fosse modo d’incontrare i se stessi del passato, sono sicuro che vedendomi adesso, il mio io giovane scapperebbe a gambe levate, urlando.”
Nessuna delle sue aspettative si era realizzata.
Gli amici che tanto aveva avuto cari alle superiori e che credeva sarebbero rimasti tali per sempre o si erano trasferiti o erano morti in incidenti stradali oppure non lo salutavano più quando s’incontravano.
L’università non gli aveva dato quella formazione che credeva, ma solo un cumulo di sterili nozioni; e il pezzo di carta rilasciato al termine degli studi non gli aveva fatto trovare un lavoro fisso, ma solo contratti stagionali, poco pagati, con quelle maledette società interinali.
Il matrimonio, poi, era stato la delusione peggiore. C’erano state solo liti e discussioni sui conti da pagare; dell’amore iniziale non era rimasto nulla. La donna con cui aveva pensato di passare la vita insieme era cambiata al punto da essere divenuta un’estranea.
Ma la cosa peggiore era che lui era cambiato. Il mondo l’aveva reso un essere arido e triste, la sua mente tormentata e logora. Non era altro che uno spirito smarrito, senza una causa da seguire, una fede in cui credere; viveva una vita senza senso, con giorni che si accavallano uno sull’altro, tutti gravati dallo stesso peso di ripetitività e cupa disperazione.
“Sarebbe bello avere una seconda possibilità e ricominciare da quando si avevano ancora sogni e speranze.” Vide passare Luigi lungo il marciapiede. “Ma non c’è nessuna speranza a questo mondo.”
Quando aveva sentito per la prima volta Luigi dire che andava a trovare la moglie, pensava che andasse al cimitero, ma l’amico non si era mai recato in quel luogo.
«Lei non è lì» aveva risposto Luigi quando glielo aveva fatto notare.
«E dov’è, allora?»
«Al parco» era stata la semplice risposta.
“Dio, è impazzito” pensò mentre lo vedeva allontanarsi.
All’inizio aveva temuto per l’amico: lui e la moglie erano stati inseparabili, fin dall’adolescenza. Pensava che alla sua morte si sarebbe suicidato o che si sarebbe lasciato andare fino a farsi morire. Invece aveva reagito meglio di quanto avesse creduto e si era meravigliato non poco. Poi, dopo quel dialogo, le cose gli erano state chiare e a quel punto davvero sarebbe stato meglio che Luigi si fosse ammazzato: l’amico era impazzito, la sua mente non aveva retto alla scomparsa della moglie ed era partita per la tangente.
Uscì da casa, seguendo Luigi, deciso a fare qualcosa per lui: il mondo gli aveva cacciato addosso fin troppa merda per permettere che gliene scagliasse addosso dell’altra. Non avrebbe perso uno dei pochi amici rimasti.
Quando raggiunse il parco, temette di trovare Luigi seduto dove stava sempre con la moglie, lo sguardo perso nel vuoto, parlando ad alta voce da solo. Invece niente: non lo vedeva da nessuna parte.
“Eppure l’ho visto entrare qui…”
«Eccoti qua!»
Per poco Gianluca non urlò. Si voltò e trovò Luigi dietro di lui.
«Hai fatto bene a venire. Elisa sarà felice di vederti» disse l’amico avviandosi verso gli alberi.
Gianluca stava per ribattere quando vide Luigi svanire nel nulla. «Ma che diavolo…»
Si avvicinò titubante al punto dove l’amico era svanito. Avvertì un leggero formicolio sulle braccia, si sentì ondeggiare e poi la luce cambiò. Attorno a lui l’erba del prato si era fatta più verde, gli alberi coperti di una chioma più rigogliosa. Il parco era lo stesso di prima, solo che era più pulito. E poi c’erano più uccellini che cinguettavano. E, soprattutto, c’erano tanti giovani.
“E questi da dove sono sbucati? Solo un istante prima qui non c’era nessuno…”
«Vieni, Gianluca!»
Luigi gli fece cenno di seguirlo. Solo che non era il Luigi che conosceva: era un Luigi adolescente. E a pochi metri da lui, seduta su una panchina, se ne stava sua moglie, Elisa, che lo salutava sorridendo: anche lei non dimostrava più di sedici anni.
Avvicinandosi a Luigi, passò dinanzi alla bacheca degli annunci: rimase ancor più sorpreso vedendo nel riflesso sul vetro un se stesso giovane, lo sguardo limpido e pulito, non tirato dalle fatiche e dalle delusioni della vita adulta.
«Siamo passati attraverso un wormhole e questo è un mondo parallelo? Oppure in questo parco hanno sepolto rifiuti tossici e siamo sotto l’effetto di un’allucinazione? Ci troviamo in una convergenza spazio-temporale…»
Luigi lo interruppe. «Non so cosa sia successo e non m’interessa saperlo. So che posso essere di nuovo felice: tanto mi basta.»
«Ma… se fosse solo un’illusione?»
«All’inizio l’ho pensato, ma poi ho visto che questo luogo è reale e che ci è stata data la possibilità di raggiungerlo e di restarci, se vogliamo. Una possibilità riservata a pochi, dato che la breccia a breve si chiuderà.»
Gianluca fu preso dal panico. «Chiudersi? Ma allora non potremo più tornare nel nostro mondo, non potremo…»
«Non hai mai desiderato avere un’opportunità per ricominciare da capo?» gli domandò a bruciapelo Luigi. «Avere l’opportunità d’evitare sbagli, scoprire cose nuove? Non vorresti rendere la tua vita migliore?»
Gianluca fu colpito dalle sue parole: solo poco prima aveva desiderato proprio quello. E ora che stava per ottenere quello che voleva, non sapeva cosa fare.
Luigi sorrise e si diresse verso Elisa.
Gianluca si volse verso gli alberi che si era lasciato alle spalle, vedendo uno strano luccichio brillare; fece un passo verso di essi. Poi si fermò. “Che sto facendo? Torno in un mondo di merda, che solo merda mi ha dato? Una giostra impazzita mossa da politici corrotti e minchioni?”
Tornò a voltarsi. “Un mondo nuovo…” pensò con trepidazione, dirigendosi verso gli amici. «Aspettatemi!»
Dietro di lui, il luccichio tremolò un’ultima volta e poi svanì.

Contraddizioni

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Il mondo è pieno di contraddizioni. Alcuni dicono che è sempre stato così. Altri che il mondo è impazzito e le cose sono peggiorate. Quale che sia la verità, è innegabile che nella realtà ci siano molte cose che non vanno.
Quando ci furono gli scontri di Inter-Napoli del dicembre 2018, furono tutti molto veloci nel condannare la violenza e i cori razzisti, identificare i colpevoli, giudicarli e penalizzare la società interista, senza dimenticare le scuse del sindaco di Milano per quanto avvenuto. Tutto giusto. Peccato che ancora oggi non sia stato trovato il colpevole della morte di Daniele Belardinelli, fatto ancora più grave dei cori razzisti; senza contare che di cori razzisti ce ne sono stati ancora, ma alle società dei tifosi colpevoli di questi atti non è stata data la stessa pena cui è stata sottoposta l’Inter. Senza contare che certe tifoserie, come quella della Lazio, sono recidive, e hanno anche l’aggravante d’inneggiare pubblicamente e platealmente al fascino, un reato che dovrebbe essere condannato, ma che viene spesso lasciato andare. Un due pesi due misure che ha anche la sconfortante conferma nel fatto che tanti asseriscono che il fascismo non esiste più; un negare la verità che è un voler coprire qualcosa che andrebbe condannato. Il fascismo esiste ancora e sta tornando con forza alla ribalta. Ma forse sarebbe meglio dire che non è mai sparito.
Ci si scandalizza quando le donne subiscono violenza, si fanno proclami e campagne in difesa delle donne, ma poi nella realtà le cose non cambiano mai, si continua sempre con lo stesso copione; anzi, si arriva anche a negare certi fatti, come accaduto a una donna vittima di violenza, dove i giudici (tutte donne), hanno asserito che, visto che la vittima era poco avvenente, non era credibile che potesse essere stata stuprata. Il messaggio che passa è sbagliato, come quello avvenuto nella trasmissione di Rai3, Alla lavagna, dove viene fatto passare che se si hanno i soldi si può comandare, che i soldi sono l’unico strumento di libertà: un discorso che appartiene all’Era dell’Economia, tipico di essa, che ha un senso per imprenditori e per chi è al potere, ma che è totalmente sbagliato, non solo se rivolto a bambini o a donne, ma a qualsiasi essere umano. Un modo di pensare becero, che ben rivela come non si vogliono individui pensanti, ma schiavi, visto che per certe persone la scuola deve essere solo un luogo per preparare i bambini al lavoro in azienda. Siamo di fronte a un tornare indietro, dove l’istruzione deve essere esclusiva solo di certe classi, quelle più ricche, mentre le altre devono limitarsi a sottostare a esse e a obbedire.
L’incendio che ha distrutto Notre Dame ha portato una grave perdita al patrimonio culturale della Francia e del mondo. La cultura va sempre preservata e difesa. Ma lo stesso dovrebbe avvenire per la vita umana. Da tutte le parti del mondo sono partite iniziative, donazioni, per avviare la ricostruzione di Notre Dame; una cosa giusta, che non solo è utile per la cultura, ma anche per chi lo fa, dato che dà un ritorno d’immagine e il ritorno d’immagine porta soldi. Sempre una questione di soldi. Soldi che invece non tornerebbero indietro se venissero dati, per esempio, a certi paesi africani dilaniati da guerre, carestie, malattie; lì non s’interviene perché economicamente non conveniente. E si proclama tanto che siamo in un mondo civile.
Il mondo è un posto pieno di contraddizioni ma potrebbe continuare a essere bello se continuamente non si facesse di tutto per rovinarlo.

Skyward - Recensione

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SkywradSkyward è un’opera di fantascienza di Brandon Sanderson realizzata nel 2018 e pubblicata in Italia da Armenia. Si tratta di uno young adult, ma può essere letto da persone di tutte le età, perché si tratta di un’opera che tiene incollata alle pagine, avvincente e coinvolgente. Non è un tipo di fantascienza complesso come possono essere certi romanzi di Philip Dick, è qualcosa di lineare, ma con misteri da scoprire e rivelazioni per niente banali. Chi ha letto altre opere di Sanderson, e sa qual è il suo modo di costruire trame (non dando mai niente per scontato), può intuire quali sono i colpi di scena (perché niente è mai come appare), ma questo non inficia la piacevolezza della lettura.
Spensa è la figlia di uno dei più grandi piloti che la FDR abbia mai avuto e anche il più grande codardo dell’umanità, abbattuto dai suoi stessi compagni perché scappato durante la battaglia di Alta, uno scontro contro i Krell decisivo per la sopravvivenza del genere umano. Un marchio che lei è costretta a portare sulle spalle, derisa e disprezzata da tutti perché considerata come il padre, ma che non la fa indietreggiare dal suo obiettivo di essere un pilota. Nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli posti sul suo cammino per impedirgli di realizzare il suo sogno e costringerla a ritirarsi dalla scuola di piloti, Spensa tira dritta per la sua strada, risoluta come i guerrieri delle storie che le racconta sempre sua nonna; la sua decisione di combattere i Krell e riscattare l’onore suo e di suo padre la portano ad avanzare risoluta, ma la perdita di amici e la scoperta della verità scuotono le fondamenta della sua decisione. E se fosse come suo padre? E se anche lei avesse il difetto?
Domande a cui ha paura di trovare risposta. Domande che si sommano a quelle che già non si conoscono. Chi sono i Krell? Perché li attaccano sempre con un determinato numero di navi e non con uno superiore e non li eliminano una volta per tutte, dato che hanno una tecnologia superiore? Che cosa è successo prima che finissero su un pianeta circondato da relitti e fossero costretti a vivere sottoterra per sopravvivere?
Nessuno conosce queste risposte, nemmeno M-Bot, un astrocaccia dotato d’intelligenza artificiale che Spensa trova abbandonato e malandato in una caverna sotterranea, del cui database originale rimane ben poco; ma la ragazza capisce che è un mezzo fuori dell’ordinario, con capacità superiori a quelli in possesso della FDR una volta che lo fa ripartire.
Skyward, il cui seguito Sanderson ha finito di editare a marzo, è un romanzo di formazione, sulla scoperta di se stessi; è incentrato per lo più sull’addestramento dei giovani piloti, ma non mancano combattimenti reali. L’unico appunto che si può fare a Sanderson è quello di mandare gli allievi della scuola piloti in combattimento poche ore dopo essere entrati in essa, quando sanno a malapena far decollare un astrocaccia; questa è una stata una scelta non propriamente azzeccata: sarebbe bastato avere l’accortezza di usare un lasso di tempo diverso (una settimana) per non fare alzare qualche obiezione al lettore. Certo, si tratta di un romanzo di fantasia, ma occorre un minimo di credibilità su certe cose. A parte questo piccolo neo, Skyward scorre con piacere: gli attriti tra Spensa e l’autorità, il suo sentirsi sola contro il mondo, gli scambi divertenti tra lei e M-Bot, l’adrenalinico ed eroico finale, fanno di questo libro un’opera che merita di essere letta. Per sognare i sogni che tanti uomini hanno avuto: volare, andare verso l’infinito, conquistare le stelle. E puntare a qualcosa di più alto.

L'Assedio delle Ombre

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L'Assedio delle Ombre di R.A.SalvatoreL’Assedio delle Ombre è il terzo libro (di quattro) del ciclo L’Eredità di Drizzt, scritto da R.A. Salvatore. Nei precedenti due volumi (L’Eredità e Notte senza Stelle), Drizzt, che vive assieme ai suoi amici a Mithral Hall, subisce la vendetta della sua famiglia di origine, Casata Do’Urden, per aver tradito i drow e la loro dea; Drizzt viene rapito e si scontra con Artemi Entreri, un assassino umano che diventerà così la sua nemesi, ma riesce ad avere la meglio e a distruggere la sua famiglia. Purtroppo la vittoria avviene a caro prezzo, dato che il suo amico barbaro Wulfgar perde la vita per salvare Cattie-Brie, la figlia adottiva del re nano Bruenor Battllehammer e sua futura sposa. Ma questo è solo l’avanguardia di quello che sta per avvenire: i drow hanno deciso di conquistare Mithral Hall. Drizzt, con la speranza di prevenire l’attacco, parte alla volta di Menzoberranzam e Cattie-Brie lo segue. I due vengono catturati e Matrona Baener del Primo Casato vuole sacrificare a Lolth il drow rinnegato, ma Drizzt viene aiutato a fuggire da Jarlaxle, capo di Bregan D’aerthe, una banda di mercenari; insieme Cattie-Brie e Artemis Entreri, che viveva nella città dei drow, riescono a tornare sul mondo di superficie.
In L’Assedio delle Ombre, i nani di Mithral Hall stanno approntando le difese per l’arrivo dell’esercito dei drow. Ma gli elfi scuri hanno prima da risolvere lotte intestine, dato che il Periodo dei Disordini ha portato scompiglio nella magia, che ha smesso di funzionare, creando tensioni tra le varie Casate, con quella Oblodra che cerca di prendere il sopravvento grazie ai poteri psionici dei suoi membri.
Anche Drizzt e i suoi amici hanno i loro problemi a causa del malfunzionamento della magia. Drizzt deve cercare di salvare la sua pantera Guenhwyvar e farla tornare nel suo piano dopo che la statuetta per evocarla è stata rotta. Cattie-Brie lotta per avere il controllo su Khazid’hea, una spada senziente, perché non sia l’arma a controllare le sue azioni.
Il Periodo dei Disordini finisce, la magia torna a funzionare normalmente, con nani e drow pronti a scontrarsi. I primi dalla loro hanno l’appoggio dei barbari di Settlestone, oltre che delle comunità di Longsaddle, Silverymoon e Nesmé; i secondi, oltre ai loro schiavi umanoidi, hanno dalla loro l’aiuto del demone Errtu, anche lui smanioso di vendicarsi di Drizzt per essere stato cacciato dal Primo Piano Materiale ai tempi del cristallo Creshinibion (Le Lande di Ghiaccio).
La battaglia, che si svolge si nel sottosuolo, sia in superficie, è feroce. I drow sembrano prevalere, anche se l’arrivo inaspettato degli swirfneblin di Bligdenstone ha fatto restare in bilico l’esito della battaglia, ma è proprio la loro natura atta al sotterfugio e al non fidarsi gli uni degli altri, che li porta alla disfatta e a ritirarsi. Drizzt, assieme a Bruenor, Cattie-Brie, Guenhwyvar e Regis sferra un colpo mortale alla Casata Baenre, uccidendo la Matrona e due sue figlie.
La vittoria spetta ai nani e ai suoi alleati, ma anche se i drow sono stati sconfitti, all’orizzonte si profila la minaccia di Errtu e dei demoni, pronti a fare la loro mossa.
L’Assedio delle Ombre è un fantasy classico, in stile spada e magia, ricco di combattimenti, scontri epici, avventure e creature di ogni sorta. Ambientato nei famosi Forgotten Realms, una delle più famose ambientazioni di Dungeons&Dragons, è un romanzo piacevole e scorrevole, arricchito dalle riflessioni scritte da Drizzt Do’Urden che aprono ogni parte in cui è suddiviso il romanzo. Logicamente, per essere apprezzato appieno, occorre conoscere le vicende precedenti dei personaggi.
L’edizione in questione, una ristampa con lo stesso traduttore Saulo Bianco, ha il pregio, oltre alla bella copertina che raffigura uno dei momenti culmine della storia, di caratterizzare l’inizio dei ogni capitolo con una piccola raffigurazione di Drizzt con le scimitarre sguainate. La nota negativa è la cura data al testo: oltre ad avere frasi che vengono spezzate con l’andare a capo quando non ce n’è bisogno, presenta in decine di casi dialoghi che iniziano con « e finiscono con ” (senza contare refusi vari). Sarebbe bastata una veloce revisione per risolvere queste sviste. Un peccato non aver dato tempo e attenzione a dettagli che fanno la differenza sulla qualità della realizzazione del prodotto.

La strada per l'infinito

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La strada per l'infinitoIl rumore del traffico giungeva ovattato e distante mentre una lieve brezza accarezzava l’erba del campo, facendo sussultare i rami degli alberi. L’uomo seguiva il sentiero, osservando il tappeto di foglie che lo ricopriva. C’era quiete lungo la collina.
Accorciò la falcata per godere più a lungo della passeggiata. Raggiunse l’albero caduto che utilizzava come sedia quando veniva a passeggiare da quelle parti. Una coppia di caprioli spuntò sul promontorio, fermandosi a guardarlo; ormai si erano abituati alla sua presenza e non scappavano più come all’inizio. Presero a brucare con calma l’erba.
Qualche minuto dopo una famigliola di conigli saltò fuori da sotto i rovi. Erano tutti bianchi e marroni, non ce n’erano più dei neri, come vedeva da quando aveva preso a passeggiare da quelle parti. L’uomo prese a staccare la corteccia secca dell’albero. Il tempo se ne va allo stesso modo: qualche pezzo per volta, pensò abbozzando un sorriso malinconico.
I conigli si stavano rincorrendo quando si bloccarono di colpo. Due di loro si sollevarono sulle zampe posteriori, tendendo le orecchie; stettero in quella posizione per alcuni secondi, poi schizzarono verso la protezione dei cespugli.
Pochi secondi dopo all’uomo giunse un debole vociare. Ancora un poco e dalla curva del sentiero spuntò un gruppetto di ragazze che ciacolavano senza tregua. Vedendolo, si zittirono all’istante. Alcune di loro azzardarono un saluto, cui rispose con un sorriso.
Proseguirono senza più parlare, ogni tanto lanciandogli qualche occhiata curiosa e intimidita, il silenzio rotto all’improvviso dalla risata scoppiata quando il vento sollevò la gonna di una di loro.
Dal bosco vicino uno stormo di cornacchie si levò nel cielo.
Un falco solitario volteggiava sul campo in cerca di una preda.
Dopo qualche tempo l’uomo si alzò in piedi e riprese a salire il sentiero, senza fretta.
In mezzo all’erba scorse le impronte di cinghiali, probabilmente una madre e la sua prole, vista la differenza di grandezza. Evitò una pozzanghera, dove si vedeva il segno di pneumatici lasciato da un gruppo di mountain bike.
Le querce si fecero più rade, lasciando il posto a ginestre profumate.
Il sentiero continuò a salire dritto e sempre più ripido, con l’erba che presto fu sostituita da un terreno più brullo e roccioso.
Quando l’uomo raggiunse la sommità della collina, andò a sedersi su una roccia, il suo sguardo che spaziava su tutto il paesaggio circostante. Di fronte a sé aveva verdi pendii boscosi che si alternavano a campi lavorati. Alla sua sinistra piccoli centri abitati sorgevano ai piedi dei calanchi. Alla sua destra un tranquillo torrente scendeva accanto alla strada comunale andando a formare un placido laghetto.
Tutto molto bello, ma ciò che preferiva erano lo sconfinato cielo azzurro e la linea dell’orizzonte: erano la sua strada per i ricordi, per i sogni, per luoghi che non aveva mai visto e forse non erano mai esistiti. Erano la sua strada per l’infinito, dove il tempo non aveva alcun valore e tutto era possibile.
Stare lì, a fissarli, era il momento in cui si sentiva più felice e in pace con se stesso.

Skyward

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Skyward di Brandon SandersonSono passati più di due anni dall’ultima nuova uscita italiana di Brandon Sanderson (era il settembre 2016 che usciva Calamity, terzo libro della serie degli Eliminatori). Doveva toccare a Edgedancer e Le ombre (romanzo appartenente alla seconda serie di Mistborn), ma nella primavera del 2018 Fanucci diede comunicazione che non avrebbe più pubblicato opere dell’autore, dato che non sarebbe più stato il suo editore italiano.
E’ trascorso circa un anno da quel comunicato e le acque si sono mosse: dal 27 marzo è possibile trovare nelle librerie e sugli store, Skyward, opera di fantascienza pubblicata in Italia da Armenia, non legata a nessuna delle sue opere precedenti. Il tema alla base dell’opera è ben conosciuto: la voglia di volare dell’uomo. Protagonista della storia sarà Spensa, una ragazza con il desiderio di diventare una pilota ed essere ammessa all’accademia di aviazione di Detritus. Ecco la quarta di copertina (a questo link è possibile leggere l’anteprima).

Spensa ha un sogno, diventare pilota di caccia stellari… proprio come suo padre. Ma è proprio l’ombra del padre, tacciato di tradimento e sparito nel nulla dopo un’ultima battaglia con i Krell alieni, che le impedisce di realizzare il suo sogno e rivelare a tutti il suo dono. Le cose, però, stanno per cambiare. Sul pianeta Detritus, tutti i ragazzi della sua età si addestrano alla guerra contro quegli alieni sanguinari che hanno distrutto le loro case e li tengono ostaggi sul loro stesso pianeta. Ma un giorno, lassù in cielo, le cose prenderanno un nuovo corso. Spensa capirà che la realtà non è quella che tutti credono e anche suo padre, in realtà…

Il pianeta dei venti

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Il pianeta dei venti, immagine del racconto presente sul supplemnto del numero 15 di ROBOTIl pianeta dei venti (The storms of Windhaven) è un racconto del 1975 realizzato da Lisa Tuttle e George R.R. Martin. In un pianeta composto da isole e sferzato dai venti, si è sviluppata una civiltà dai sopravvissuti di un’astronave precipitata su di esso e mai più riuscita a ripartire; dopo conflitti interni che hanno rischiato di portare alla rovina, chi è rimasto ha imparato dagli sbagli del passato, costruendo un sistema di leggi che non facesse rivivere gli errori commessi. Tra queste, vi è quella che impone che le ali siano tramandate al primogenito di ogni famiglia che le detiene. Le ali altro non sono che strutture meccaniche che consentono a chi le indossa di planare per lunghi periodi sulle continue e forti correnti ventose presenti sul pianeta, e sono l’unico mezzo che permette di comunicare alle isole tra loro, dato che i mari sono abitati da pericolose creature, rendendo difficile effettuare lunghe traversate.
Proprio le ali sono al centro della vicenda che vede come protagonista Maris, figlia adottiva di un Volatore: dopo che per anni ha provato l’ebrezza del volo, visto il raggiungimento dell’età adulta del fratellastro, si vede costretta a cedergli le ali che tanto ha amato e di cui tanto ha avuto cura. Dinanzi a un sistema rigido, di stampo medievaleggiante, con i Volatori che si ritengono una classe superiore e migliore di tutto il resto della popolazione (chi non è come loro viene etichettato spesso con disprezzo come terricolo), costringendo i figli a seguire una strada anche se non è quella che vogliono, la ragazza si ribella, rubando le ali e facendo indire un consiglio per far mutare le cose. Con la sua determinazione e le sue parole, riuscirà a cambiare un sistema secolare, con le ali che passeranno d’ora in avanti a chi è davvero meritevole d’indossarle: un merito che dipende dalle proprie capacità e non dall’ereditarietà.
Il pianeta dei venti è una storia di fantascienza, con l’elemento fantascientifico limitato al nominare navi stellari con le quali gli antenati della popolazione attuale sono giunti sul pianeta, di cui quello che rimane sono solo pezzi della vela usata per imbrigliare i venti stellari e ora utilizzati per le ali. Una storia dove ben viene mostrato l’amore per il volo e il senso di libertà che scaturisce nel librarsi in alto, dando realizzazione a uno dei più grandi desideri dell’essere umano; quella libertà che fa lottare contro tradizioni ingiuste, liberando gli individui da costrizioni pesanti come macigni.

Christine - La macchina infernale

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Christine La macchina infernale di Stephen KingChristine – La macchina infernale è un romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1983. Ormai la storia praticamente tutti la conoscono: un giovane acquista una vecchia Plymouth Fury del 1958, chiamata Christine dal suo vecchio proprietario, e la rimette in sesto, facendola diventare la sua ossessione. Presto cominciano ad accadere cose strane e tutti quelli che hanno preso di mira il giovane e la sua auto fanno una brutta fine. Cominciano a esserci dei sospetti sul giovane ma ha sempre un alibi di ferro; presto è chiaro che è Christine a vendicarsi da sola di chi gli si è messo contro.
Forse, quando è uscita, la storia ha avuto un certo impatto, ma ora dopo tanti anni e tante storie horror passate al cinema, non colpisce più di tanto che un’auto posseduta da forze soprannaturali vada in giro a uccidere chi le ha fatto dei torti (è vero che in America le case sono costruite in maniera diversa che in altre parti del mondo, ma lascia un po’ perplessi che un’auto demolisca un’abitazione per eliminare una persona). Christine – La macchina infernale è un romanzo horror, ma non spaventa come tanti si potrebbero aspettare dal maestro dell’horror (etichetta che spesso stravolge l’idea che ci si può fare dei lavori di King), tuttavia è una storia ben sviluppata, che fa riflettere: questo è il suo punto forte (non certo il sorprendere, dato che già il titolo spoliera e non poco qual è la natura del romanzo).
Su cosa fa riflettere?
Sull’attaccamento alla roba e come può divenire un’ossessione, al punto da far prendere la mano e far smarrire se stessi. Il giovane Arnie Cunningham perde la testa dietro una vecchia auto al punto da passare quasi tutto il tempo con lei a ripararla e guidarla; i rapporti con amici, ragazza, genitori si deteriorano al punto da saltare. Arnie cambia personalità, non è più lui, sembra essersi trasformato in un altro, come se fosse posseduto (il che, in effetti, è proprio quello che accade nel libro). King con questo personaggio mostra bene come un’ossessione, una dipendenza, possa cambiare una persona fino a farla divenire irriconoscibile; attraverso Arnie viene mostrato il lento scivolare lontano dalla normalità, il prendere sempre più la mano dell’ossessione che fa vivere sempre peggio chi ne è stato colpito. Ciò che è causa dell’ossessione diventa il centro della propria esistenza, l’unica ragione di vivere: ogni pensiero, ogni azione, è focalizzata su di essa, finché ci si ritrova soli a combattere contro il proprio demone personale e a soccombere, perché si sono allontanati dalla propria esistenza coloro che potevano aiutare.
Certo, in Christine – La macchina infernale Roland D. LeBay, l’ex proprietario della macchina, gioca un ruolo importante nella vicenda, anzi, si può dire che è l’artefice di tutto. Ma se si osserva bene, lui è l’incarnazione dell’ossessione, il demone che possiede Arnie e lo tormenta, fino a farlo diventare schiavo, perché è questo quello che succede quando si lascia prendere piede a un’ossessione. E non ce la si può fare da soli per uscire da quello che è un incubo (chi vive un’ossessione prova un disagio che lo fa star male, oltre a risucchiargli ogni energia): prima che sia troppo tardi, occorre un aiuto esterno per potersi liberare di essa. Così è con tutte le ossessioni e le dipendenze: alcool, droga, gioco. Occorre essere aiutati per uscire dal pozzo buio in cui si è finiti.
Va aggiunto che in Christine – La macchina infernale, King mostra bene lo scontro generazionale tra figli e genitori nel passaggio che porta verso l’età adulta: il conflitto che nasce tra Arnie e soprattutto sua madre (esempio di persona che vuole tenere tutto sotto controllo e programmare la vita degli altri) è molto forte e davvero ben scritto.
Non sarà un’opera al livello di It e Il miglio verde, ma Christine – La macchina infernale è una lettura che merita.

Vita senza fine

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Si costrinse ad aprire gli occhi. Li richiuse subito dopo, promettendosi di non aprirli mai più; quello spettacolo andava oltre la sua soglia di sopportazione.
Avrebbe voluto sprofondare nel terreno, farsi accogliere dall’abbraccio della terra, con il suo odore umido, con il tocco delle sue radici. Ma questo non era possibile, perché tutto era cemento; con esso gli abitanti di quel mondo avevano ricoperto ogni centimetro quadrato del pianeta. Palazzi che s’innalzavano ovunque verso un cielo sempre grigio, che non faceva mai vedere né il sole né le stelle.
Grigio, grigio ovunque. Non c’era un solo sprazzo di verde, nessuna traccia di alberi, fiori: erano stati spazzati via in nome del progresso, ritenuti inutili e superati. Se si riusciva a respirare era grazie ai giganteschi macchinari che generavano ossigeno e depuravano l’aria.
“Sono finito in un mondo di pazzi” si ripeté per l’ennesima volta.
La città cominciò a svegliarsi. La gente prese a riversarsi nelle strade per raggiungere gli uffici dove avrebbe trascorso la meccanica e indaffarata giornata lavorativa, simile agli automi che stavano prendendo piede nelle grosse industrie e che avrebbero sostituito a breve la manodopera umana. Presto l’umanità non avrebbe avuto più bisogno di lavorare e avrebbe avuto a disposizione tutto il tempo del mondo, potendo realizzare così il suo grande sogno: starsene sdraiata su comode e grigie poltrone a sognare i sogni generati dalle macchine da lei programmate. Il nirvana tanto agognato.
“Vivere in un mondo di sogni, dove tutto è perfetto e non esistono patemi e sofferenze…” non era forse stato quello il fine che anche lui e i suoi compagni avevano a lungo inseguito, per i quali si erano dati da fare? Per il quale erano morti?
Un brivido gli percorse la schiena. No, loro non erano come quelle persone: non erano dei pazzi capaci di stravolgere quello che toccavano. Loro avevano agito per il bene di tanti, non per scopi egoistici come facevano gli abitanti di quel pianeta. Loro…
Strinse i pugni. Ora restava soltanto lui. Ma se fosse riuscito a sopravvivere ancora un poco, tutti i loro sforzi sarebbero stati ripagati e nulla sarebbe stato vano.
Però, quanto sarebbe stato bello potersi lasciare andare, poter…
Una fiammata rossa divampò nella sua mente.
Lui era vicino, molto vicino. Era di nuovo sulle sue tracce.
Si costrinse a riaprire gli occhi su quel mondo privo di colori, fatto di spigoli e lati taglienti.
Doveva restare in vita. Era l’ultimo. Di tutti quelli che avevano cominciato quel progetto, era l’unico che non era caduto sotto i suoi colpi. Aveva bisogno solo di un altro po’ di tempo. Ancora un poco e tutti i tasselli sarebbero andati a posto.
Riprese a muoversi, tenendosi sempre nell’ombra.
Era così vicino all’obiettivo. Aveva viaggiato per tanti mondi e tempi, scappando come un ladro, vivendo come fuggitivo, sfuggendo alle trappole che il suo predatore sempre gli tendeva. Una vita d’inferno, senza amici, senza affetti. Ma adesso che il Fulcro dell’Energia Primordiale era a portata di mano, tutti i suoi sacrifici sarebbero stati ripagati.
Senza guardarsi indietro, attraversò vicoli e vie secondarie, dove il traffico era ancora scarso, salvo qualche netturbino che con il suo macchinario puliva i marciapiedi. Presto la fiammata rossa svanì dalla mente. Sicuro di aver distanziato il suo predatore, si diresse senza indugio verso la piazza che aveva scorto dalla cima del grattacielo più alto.
La raggiunse quando ormai l’oscurità stava calando. Era deserta, senza nessuno in vista.
“Finalmente, dopo tutti questi anni…”
«Hai impiegato del tempo per arrivare: credevo non saresti più venuto.»
Lentamente si voltò. Lui. Il predatore. Avrebbe dovuto immaginare che lo avrebbe aspettato al varco. La fretta l’aveva tradito. Ma ormai era alla fine. Basta scappare. Basta avere paura.
Sospirò prima di mettere le mani in tasca con fare rassegnato. «Smettila di nasconderti nell’ombra. Voglio vedere il volto di chi mi ha dato la caccia per tutto questo tempo.»
«Se questo è il tuo ultimo desiderio.» Il predatore entrò nel cerchio di luce dei lampioni.
Nulla di quello che aveva davanti corrispondeva a quanto si era immaginato. Un volto che non aveva età, con la barba e i capelli striati di grigio: sembrava una persona come tante. Eppure non c’erano dubbi: era l’Assassino d’Ombra. Il volto che tutti i suoi compagni avevano visto prima di morire.
“Ma io non morirò. Non ora che ho trovato il Fulcro. Non ora che sono così vicino alla realizzazione del nostro sogno.”
Estrasse una mano dalla tasca e lanciò la biglia che aveva tenuto stretta tra le dita.
La deflagrazione fu tremenda, divellendo strati di cemento e asfalto. Una cortina nebbiosa di detriti si posò sulla zona.

L’Assassino d’Ombra spazzò via la polvere dagli abiti, lanciando uno sguardo sulla preda che tanto a lungo aveva inseguito. Le vesti stracciate rivelavano le ossa spezzate che uscivano da sotto la pelle delle gambe; le braccia avevano subito la stessa sorte nel tentativo di proteggere il volto.
Con calma si avvicinò all’umano, inginocchiandosi accanto a lui e scostando con fermezza le mani sanguinanti e straziate che cercavano di fermarlo. Trovò subito il Sigillo. Alla luce dei lampioni, la pietra nera non mandò nessun riflesso.
«Noi… volevamo togliere la sofferenza dal mondo… niente più lacrime… niente più disperazione… Così noi…» disse in un rantolo l’umano.
«Avete pensato d’imprigionare l’essenza della morte, di portarla nel Fulcro dell’Energia Primordiale per utilizzare la sua forza e rendere il Sigillo indistruttibile, in modo che la Nera Signora non potesse più camminare per i mondi» concluse per lui l’Assassino d’Ombra. «Una vita senza fine.»
«Sì» l’umano tossì sangue.
«Avete creduto che donando l’immortalità, tutti sarebbero stati felici.» L’Assassino d’Ombra scosse il capo. «Invece, così facendo, avreste solamente donato pazzia.»
«Non…»
«Nessuna mente umana è concepita per vivere in eterno» lo interruppe l’Assassino d’Ombra. «Guarda questo mondo. La sua tecnologia ha allungato l’esistenza dei suoi abitanti, ma chiami vita il loro modo di vivere? Ho visto come li guardavi e l’orrore che si dipingeva sul tuo volto, consapevole di quello che avevano fatto. Voi avreste ripetuto lo stesso errore, se non anche peggiore.» Scosse il capo. «Vivere tanto a lungo è una maledizione.»
«Io… noi… non volevamo più perdere nessuna persona cara… non volevamo più…»
«Soffrire. Ma essere immortali non significa essere protetti dal dolore.» Strinse la mano che impugnava il Sigillo e lo infranse. Uno sbuffo nero si levò nell’aria. «La morte non è sempre un male» con la mano libera chiuse gli occhi all’umano che aveva smesso di respirare e soffrire.
Quando si rialzò in piedi, lei era accanto a lui.
«Salve, Madama» la salutò.
«Hai agito bene» disse la Nera Signora.
«Ho fatto quanto era giusto fare.»
La Nera Signora assentì, volgendo lo sguardo sull’ultimo dei maghi che aveva cercato di eliminarla dal corso dell’esistenza. «Una storia vecchia come il mondo. I mortali anelano sempre all’immortalità.»
L’Assassino d’Ombra abbozzò un triste sorriso. «Senza sapere del dono che hanno tra le mani.»
«Tutti desiderano quello che non possono avere. Un Immortale come te dovrebbe saperlo.»
L’Assassino d’Ombra rimase in silenzio.
«Io sono al di fuori del Tempo, lo regolo a mio piacimento, senza limiti. Ho un grande potere, ma per quanto grande, non posso darti quello che tu desideri, perché ci devono essere cose destinate a durare per sempre.»
Quando l’Assassino d’Ombra si voltò, lei se n’era andata, riprendendo il compito a cui era stata sottratta tanto a lungo.
“Tutti abbiamo una strada da seguire. Ma alle volte è così lunga da percorrere.”