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L'Ultima Profezia del Mondo degli Uomini

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L’Ultima profezia del mondo degli uomini conclude il lungo capitolo dei protagonisti conosciuti con L’ultimo elfo, partendo dalla loro infanzia fino ad arrivare al termine della loro vita. Un percorso che si è fatto più duro, lasciando la leggerezza delle prime pagine del primo romanzo di Silvana De Mari per assumere sfumature più mature, visto il cambiare età dei personaggi e di quanto affrontato lungo il cammino: perdite, povertà, conquiste, sacrifici, ma anche amicizia, amore, libertà. Quella libertà che va conquistata con dure lotte, senza mai arrendersi, senza mai lasciarsi andare perché c’è sempre qualcosa in cui avere speranza.
Tanti sono i temi affrontati dall’autrice attraverso l’opera.
La ricchezza viene vista come mezzo per sconfiggere la povertà e di conseguenza debellare la paura, l’ignoranza, creando così un’elevazione nell’uomo. Questo in parte è vero: con la ricchezza si può dare cultura, istruzione, tutti strumenti per raggiungere consapevolezza. La capacità di saper leggere, scrivere, di attingere a fonti culturali permette di avere conoscenza e con la conoscenza saper giudicare il giusto e lo sbagliato, saper ragionare con la propria testa, discernendo qual è la via per costruire un’esistenza migliore (va fatto notare che questo dipende anche da quali maestri si hanno e quali letture vengono effettuate). Elementi che difficilmente sarebbero ottenibili nella povertà, visto che gli individui sarebbero concentrati, impegnati nella ricerca e nella conquista dello stretto indispensabile per non morire. Una sopravvivenza che attiva gli istinti di base della preservazione della propria vita, non permettendo d’incanalare le energie in altro modo, spingendo a utilizzare gli impulsi d’opportunismo, chiusura, d’incentrarsi su se stessi.
Il messaggio che passa attraverso la lettura del romanzo ha una sua correttezza: in un mondo ricco, dove non c’è povertà, ma ogni individuo ha la giusta parte che gli permette di vivere senza stenti, c’è la possibilità che senza ignoranza (sconfitta dall’avere una cultura, un’istruzione) non ci sia né paura e di conseguenza neppure odio. Gli uomini privati della necessità di dover lottare, conquistare il proprio pezzo di mondo, assurgono a un livello di consapevolezza maggiore che li porta a comprendere che sono tutti uguali, hanno tutti le stesse opportunità.
Purtroppo questa è un’utopia, come ha dimostrato la storia: i periodi di maggior benessere non hanno portato un’illuminazione, quanto uno sperpero delle risorse e un sedersi su quanto raggiunto che ha atrofizzato la consapevolezza invece di svilupparla, facendo sorgere vizi nati dal non impiegare le energie a disposizione in qualcosa di utile e costruttivo. Una dissoluzione che ha fatto ricadere nel crollo le società e alle successive barbarie che ne sono conseguite, dove il denaro assume un’estrema importanza, divenendo quasi un dio, come la nostra epoca ha dimostrato: un dio al quale si sacrifica di tutto. Ancora purtroppo, il sistema vigente ha insegnato che senza reddito si subisce l’esclusione sociale, si è tagliati fuori dai rapporti umani, dalla vita societaria, non si può creare una famiglia, realizzare anche il più piccolo sogno: si è messi da parte come se si fosse un peso, spazzatura che va eliminata. E questo non fa altro che creare problemi e disagi all’individuo, portandolo spesso a follia, violenza, gesti inconsulti che portano rovina a se stessi e a chi gli è accanto.
Il messaggio espresso da Silvana De Mari sarebbe valido se attuato con coscienza e una morale che mette al centro l’individuo. Come espresso dall’autrice sul suo blog, che ritiene come soggetti su cui puntare per la realizzazione nella realtà di questo pensiero le multinazionali e Berlusconi, il messaggio perde la sua validità. Le prime non sono altre che cavallette che calano su un’area, la sfruttano fino all’osso e poi se ne vanno appena non hanno più da guadagnare, lasciando alle loro spalle solo povertà; il secondo è stato (ed è) un individuo che ha fatto solo ed esclusivamente il proprio interesse a discapito della popolazione, sfruttando il potere conquistato per le proprie mire e per tutelarsi dai reati commessi, utilizzando per i propri fini i soldi pubblici. Di certo, questi non sono esempi di consapevolezza e illuminazione, ma semplicemente d’egoismo e sfruttamento. E di certo il capitalismo non è la soluzione per rendere il mondo un luogo migliore dove vivere, ma solo per far sì che pochi ricchi diventino sempre più ricchi e il numero di poveri si faccia maggiore.
Altra cosa che salta all’occhio nella lettura del romanzo è l’associazione Orchi/Mussulmani. Entrambe sono popolazioni dove la donna viene ritenuta di scarso valore, costretta a vivere in una condizione più bassa di quella dell’uomo, a sottostare a tradizioni limitanti (indossare il velo per non mostrare il volto) dove pochi sono i diritti che le vengono riconosciuti. Questo in parte è vero, anche se la colpa, come spesso accade, non deve essere fatta ricadere sulla religione, perché quella non è vera religione, ma solo un pretesto per far pesare il potere che alcuni individui possiedono sulla maggioranza e condizionarla a mettere in pratica i propri voleri.
A seguito di tali tradizioni si ritiene l’Islam brutale, irrispettoso della condizione e del valore della donna. Ma non va dimenticato che per secoli la stessa cosa è stata fatta dalla religione cristiana, da quella ebrea: la donna spesso è stata associata al peccato, alla fonte del male, della tentazione, del traviamento, uno strumento del demonio, considerata di livello inferiore rispetto all’uomo. Nonostante queste realtà, si va a considerare l’Occidente migliore del Medio-Oriente, come se fosse più giusto, più equo, dove la donna ha più diritti, è considerata come individuo. Si è davvero sicuri che le cose stiano in questa maniera?
Per quanto sarebbe bello pensarlo, le donne non hanno le stesse opportunità degli uomini, qualsiasi settore si prenda in considerazione. Cosa ancora peggiore, le donne hanno perso dignità. Certo, questo non vale per tutte, ma una buona parte non sa difendere il proprio valore, si adegua ai diktat della società, non facendosi riconoscere come individuo, ma come oggetto, come cosa. Il termine donna per coloro che si adeguano al sistema è eccessivo e non appropriato, perché esse decidono di essere solo e soltanto femmine, come è tristemente famosa la politica degli ultimi anni a causa della pessima immagine data da diversi suoi membri. Per ottenere soldi e potere ci si vende, si calpesta la dignità, si è pronte a tutto.
Si commiserano le donne musulmane perché vivono in una condizione limitante, ma loro lottano perché la loro dignità venga riconosciuta e non calpestata, perché siano considerate per prima cosa degli individui; cosa che molte di quelle occidentali buttano invece via perché non ne capiscono il valore, perché semplicemente sono capricciose e viziate: semplici femmine, appunto. A questo punto c’è da fermarsi a chiedere chi è veramente da commiserare.
Oltre che sulla questione donne, la religione mussulmana viene criticata giudicando ingiusti i suoi comandamenti e le sue leggi, che fanno vivere le persone nell’oppressione, nella povertà e nella tristezza, smorzando ogni fonte di divertimento e di felicità. Ma il problema non è la religione, perché la religione non è altro che qualcosa creato dagli uomini: uomini di potere che vogliono sfruttare, governare, condizionare altri uomini. La religione, in questi casi, è solo un pretesto, una maschera: è sempre e soltanto una questione di potere.
Altro punto che emerge dall’opera e che fa riflettere è il ritenere il mondo civilizzato migliore del mondo tribale, quest’ultimo considerato arretrato, barbaro, crudele, quando semplicemente ha un altro modo di vivere e in esso vi è una saggezza che l’occidente ha perso, quali a esempio il saper vivere in equilibrio con la natura. Bisogna ricordare che la brutalità, la violenza, appartengono all’uomo, anche se si considera civile ed evoluto: tutti i conquistatori provenienti da civiltà civili o si sono impossessati della cultura dei vinti (basta vedere i romani con i greci) o l’hanno distrutta, come fecero gli europei con i popoli sudamericani, facendo perdere in alcuni casi un importante patrimonio per l’umanità per voler imporre il proprio stile di vita.
Un imporre che è tipico di tutte le nazioni, i gruppi, dove il Noi, la maggioranza, vuole la soppressione dell’Io, dove per appartenere a un insieme l’individuo si deve annullare in nome delle esigenze della moltitudine, considerata più importante del valore del singolo. Un annullamento che impoverisce, rendendo tutto piatto, uniforme e insapore, dove si perde un passo alla volta il gusto del vivere: presi dal sacrificare tutto in nome di qualcosa di grande come una religione, una nazione, un governo, non ci si accorge quanto è importante l’amore per le piccole cose, per tutto ciò che cresce e germoglia. Un amore per la natura quello mostrato nel romanzo che porta quiete e serenità, e non solo sostentamento, perché coltivare la terra, prendersene cura, significa far parte di qualcosa di grande e vivo, un corpo che cresce e prospera. E mentre si vede il lento crescere di una cultura, una pianta, si scopre il dono dell’attesa: l’imparare a osservare, a riflettere, raggiungendo così un equilibrio che fa assaporare di più e meglio la vita, portando a un discernimento e una saggezza che possono nascere solo con la calma.
Silvana De Mari conferma la bontà del proprio lavoro vista in precedenza, dando una lettura intelligente e profonda, in certi punti anche poetica ed epica, dove tutto, anche nei momenti più bui, è pervaso di speranza, del sentore che per quanto le cose possano andare male un giorno torneranno ad andare meglio.

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