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La morte incarnata

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La morte è parte integrante della vita: questo è un fatto innegabile. Una realtà semplice eppure talmente grande e complessa che ancora oggi l’uomo cerca di comprenderla. Fin da quando è divenuto cosciente di essa e ha cominciato a seppellire i suoi simili deceduti, creando cerimonie funebri, l’uomo ha indagato su di essa, raffigurandola in ogni forma possibile: gli antichi egizi avevano Anubis, gli antichi greci Ades; nel medioevo era famosa la figura incappucciata di nero armata di falce. Ha cercato di creare un suo avatar, di dargli connotazione fisica così da rendere più facile la sua comprensione; in psicologia verrebbe considerata una proiezione, perché mandando all’esterno qualcosa d’interno lo si riesce a elaborare meglio; in fondo, la morte è qualcosa d’interno all’uomo, qualcosa che è sempre presente, date le milioni di cellule che ogni giorno muoiono in lui. Ma è anche qualcosa di più, qualcosa di più grande, che riguarda tutti, dalle piante agli animali. Qualcuno potrebbe anche dire che la morte non esiste, dato che gli atomi che compongono una forma non scompaiono, ma ne vanno a formare un’altra, ma questo è un discorso molto complesso, che si allontana dal discorso che si vuole fare, che è quello di vedere i vari aspetti che le ha fatto assumere. Arte, letteratura, cinema, fumetti: gli esempi da proporre sono innumerevoli.
Ryuk, Dio della Morte nel manga Deat NoteNel medioevo, come si è detto, la morte era una figura incappucciata di nero, con volto un teschio, mani scheletriche: veniva rappresentata con uno scheletro perché era questo che rimaneva delle persone morte dopo la decomposizione ed era la rappresentazione più immediata e d’impatto. La si è potuto vedere anche nel film Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli con Vittorio Gassman. Sempre in tema di film e medioevo, famosa è l’interpretazione della Morte di Bengt Ekerot in Il settimo sigillo di Ingmar Bargman, dove sfida a una partita a scacchi un cavaliere interpretato da Max von Sydow: una pellicola particolare, molto simbolica, ma d’innegabile fascino. Pellicola più romantica quella di Vi presento Joe Black, con la Morte interpretata da Brad Pitt. Molto meno poetica e romantica, e di sicuro più cruda e cruenta, è la serie di film Final Destination, con la Morte che non appare fisicamente, ma è una presenza costante, e, pur di attuare il suo disegno, agisce in tutti i modi possibili per eliminare chi è riuscito a sfuggire alle sue grinfie.
In letteratura, appare fisicamente nello struggente racconto Il mantello di Dino Buzzati (La boutique del mistero, 1968 Mondadori).
Per non parlare dei fumetti, dove molti artisti la fanno essere protagonista: è il caso di Neil Gaiman nella sua famosa serie Sandman. In Il Corvo di James O’Barr, la sua è una fugace apparizione (la Donna in Nero) ma significativa. Molto più presente invece in Death Note di Tsugumi Ohba e Takeshi Obata, dove viene rappresentata dai vari Shinigami, gli Dei della Morte.
Questi sono pochi dei tanti esempi con cui l’uomo ha rappresentato la morte. Una cosa è certa: anche se ne è spaventato, allo stesso tempo ne è affascinato, proprio per il grande mistero che essa è.

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