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Il corno

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Un breve racconto fantasy umoristico per sorridere un po’.

cornoCinquant’anni, una vita trascorsa tra tomi polverosi, cimiteri abbandonati, laboratori impregnati dall’odore dolciastro della decomposizione, impegnato ad accumulare sempre più sapere ed eccolo in una situazione inverosimile.
“Dalla conoscenza viene potere.” Ripeteva sempre il suo maestro di necromanzia. Ma se aveva accumulato così tanto potere, perché era finito dentro un loculo per orchi, per di più delle dimensioni di un topo?
La risposta era sul fondo. «La prossima volta che tocchi qualcosa senza permesso, ti trasformo in ghoul.»
Il nano continuò ad affilare l’ascia. «Non sapevo che era una cosa incantata.»
«Siamo nella tana di un orco magi e ti meravigli che ci siano oggetti magici.» A Jardin partì un’imprecazione in elfico.
«Occhio, orecchie a punta: capisco il tuo idioma.» Il suono metallico della lama che veniva affilata accompagnò il tono serafico del nano.
L’elfo portò una mano alla faretra e una all’arco. «Vuoi che passi dalle parole ai fatti? Ti vedo anche al buio.»
Selidor si lasciò andare contro la parete. Un umano, un elfo e un nano rinchiusi in un sepolcro, perché il mentecatto che gli arrivava a malapena all’ombelico aveva ribattuto a un commento proprio nell’attimo in cui prendeva in mano un raro Opale dei Desideri.
“Vorrei che provaste a essere come topi chiusi in una tomba.”Il nano era sbottato tirando una manata sulla pietra lucente sopra il tavolo. “E vorrei esserci per sentire cosa avete da dire.”
Un lampo ed eccoli nelle tenebre del sepolcro. Represse l’impulso di trasformare il nano in uno scheletro ballerino. “Meglio di no: il rumore d’ossa che sbatacchiano sulla pietra sarebbe troppo fastidioso.”
E dire che era una missione facile quella intrapresa con Jardin: recuperare un corno d’orco magi per realizzare l’antidoto al morbo di Huxcrahimer, prima che riducesse gli gnomi di Valleiden in zombi putrefatti.
Dato il buon cuore e l’insegnamento nobiliare ricevuto, l’elfo non aveva esitato a prestare il proprio aiuto agli abitanti del villaggio. Un comportamento prevedibile. Come il suo, d’altronde: aveva accettato di accompagnarlo perché per caso sapeva che nella biblioteca del villaggio c’era un antico grimorio d’arti oscure. Grimorio che avrebbe avuto come ricompensa per il proprio servigio.
Un lavoro da niente e invece eccoli lì. Sbatté il pugno contro la pietra.
«Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.»
Selidor volse il capo verso la voce del nano. «Cosa vuoi dire?»
«Se non foste venuti tra queste montagne non vi trovereste nei pasticci.»
«Se avessi tenuto le mani a posto, non saremmo nei guai» ribatté acido Jardin.
«Basta!» scattò Selidor. «Non serve recriminare.» Si strinse addosso il mantello. «Se solo avessimo l’opale: con il desiderio che avanza potremmo uscire da qui.»
«Se la soluzione è questa, non c’è problema» rispose con calma il nano. «E’ qui con me.»
Nel sepolcro tornò a calare un silenzio di tomba.
«L’avevi e non hai detto nulla» il sussurro dell’elfo era teso dall’ira.
«Non l’avete chiesto.»
L’aria risuonò del vibrare di una corda, infranta da un tintinnio metallico.
«Ascia batte freccia» disse il nano con sicumera.
Selidor si alzò in piedi. «A dopo i chiarimenti. Esprimi il desiderio e facci uscire di qui.»
«E se volessi tenerlo per me?»
«Se non ci fai uscire di qui, ti riduco in cenere all’istante.»
Il nano sbuffò. «D’accordo. Dovevo dare ascolto alla mia vecchia e stare lontano dagli stranieri.» Tirò su con il naso e sputò. «Vorrei che quanti sono qua dentro ne escano e ritornino alla vita che conducevano prima di finire in questa tomba.»
Un lampo e si ritrovarono nella caverna.
«Tutto è tornato alla normalità» sospirò Jardin rimirando il corpo tornato alle solite dimensioni.
«Non direi» brontolò una voce contrariata alle loro spalle. «Qualcuno vuol spiegare chi ha spostato i mobili nella mia casa? E soprattutto, che cosa ci fa una freccia in una mia orbita?»
“Maledizione. Oggi non ne va dritta una.” Selidor lentamente si voltò, pensando a cosa dire al redivivo orco magi.

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