Chi ha giocato a D&D conoscerà la Mano e l’Occhio di Vecna, due potenti e perniciosi artefatti non ché uniche parti del corpo rimaste dopo l’epico scontro tra Vecna e il suo sottoposto Kas il Distruttore; non molti però sanno che esiste una terza parte del corpo sopravvissuta allo scontro: le palle di Vecna.
Nate dall’inventiva di Master Ame a seguito delle grandi richieste per un suo video, le Palle di Vecna sono… qualcosa di particolare che, se unite agli altri due artefatti, può concedere un grande potere (qui la scheda per chi volesse usarla nella propria campagna). E sempre da un’iniziativa di Master Ame è nato il racconto che ho realizzato incentrato su tale oggetto, dove ho voluto continuare le avventure di alcuni personaggi già incontrati in un altro racconto breve (Il corno).
L’ingresso del tunnel era davanti a loro, tetro e buio come in ogni storia d’avventura che stava per cominciare. Selidor scrutò le tenebre, sapendo quello che doveva fare ma tentennando per via del ricordo dell’ultima volta in cui si era ritrovato in una situazione analoga. Traendo un profondo respiro, si voltò verso i suoi compagni.
«Anche se lo ritengo superfluo, tengo a precisare che ci stiamo per addentrare in un luogo pericoloso, dimora di antichi poteri che è meglio non risvegliare, quindi, dobbiamo muoverci con cautela ma allo stesso tempo avanzare alla svelta. Se fate come dico e soprattutto tenete le mani a posto e non toccate nulla all’interno delle camere sotterranee, tutto andrà per il meglio. Nano, smettila di far finta di affilare la tua ascia, mi riferisco soprattutto a te.»
Il nano scrollò le spalle. «Si è trattato di un incidente.»
«E tu lo chiami un incidente finire all’interno di un loculo avendo le dimensioni di un topo perché qualcuno ha inavvertitamente toccato un opale dei desideri e per giunta ha nello stesso momento espresso un desiderio?» sottolineò Jardin.
«Quello non era un desiderio» bofonchiò il nano. «Era solo un’esclamazione fatta perché mi avevate fatto alterare.»
«La tua semplice esclamazione ha rischiato di farci morire sepolti vivi» sbottò Jardin.
«Calma, orecchie a punta, tanto poi la situazione si è risolta per il meglio.»
«Se per il meglio intendi che hai riportato in vita un potente orco magi e che abbiamo dovuto dargli tutti i nostri averi per aver salva la vita, sì, certo» disse caustico Selidor: ancora gli giravano per aver dovuto cedere alla creatura l’antico grimorio che aveva trovato poco prima. Non aveva avuto il tempo neppure di leggerne una pagina. «Ti assicuro che se combini un’altra cosa del genere ti trasformo per davvero in uno scheletro ballerino.»
Il nano sbuffò. «Ho capito, necromante, non ti scaldare.»
«Una storia che parla di amicizia e sacrificio, di perigli e oscure magie… devo assolutamente comporci una canzone.»
«Ehi, novellino» Selidor schioccò le dita per attirare l’attenzione del nuovo arrivato. «Non è il momento per perdersi in rime e strimpellamenti.» Già il loro gruppo era sgangherato, ma dovevano proprio prendere con loro un bardo svampito?
«Non capisci che l’arte è qualcosa d’effimero, che va colta nel momento in cui sboccia? Un fiore che non aspetta…»
«L’unica cosa effimera che ci sarà tra poco saranno le tue chiappe, dato che se non le alzi immediatamente te le riduco in cenere» sibilò Selidor al limite della pazienza.
«Uff, va bene.» Il bardo rimise nello zaino la pergamena che aveva preso. «Ma siete proprio rozzi.»
Con Jardin in testa, lui e il nano al centro e il bardo come retroguardia, si addentrarono nelle profondità della montagna, attraversando sale e corridoi che risalivano a un’epoca di cui si era persa memoria. “Se non fosse stato per la missione affidata dal duca, chissà quali segreti avrei potuto scoprire in queste cripte” pensò con rimpianto Selidor; l’importante però adesso era che tutto filasse liscio. E c’era da dire che fino a quel momento così era stato, se non fosse per il continuo odore di muschio e zolfo che aleggiava nell’aria (ma, d’altronde, erano in una tomba, non poteva odorare di gelsomino) e un intermittente leggero fruscio presente lungo tutto il loro cammino. “Forse sono soltanto ratti che fuggono al nostro passaggio.”
E poi eccoli nell’ultima sala: la tomba di un potente arcimago la cui magia era stata leggendaria. Ancora un poco e sarebbero tornati alla luce del sole; bastava solamente che… Il fruscio si fece più forte, questa volta proprio alle sue spalle. Quando si voltò, vide il bardo che stava facendo girare qualcosa tra le dita della mano destra.
«Che stai combinando?» sibilò Selidor.
«Niente: quando mi sento teso devo aver qualcosa tra le mani e cipollarlo. Mi aiuta a diminuire lo stress.»
Selidor strinse gli occhi cercando di vedere cosa il bardo aveva in mano. «È tuo?»
Il bardo scosse il capo. «No, è un sacchettino con delle grosse ghiande che ho trovato fuori da queste cripte e mi sembrava…»
«Avevo detto chiaramente di non toccare nulla!» Selidor sbarrò gli occhi. «Mettilo via immediatamente!»
«Ma l’ho preso fuori di qui!» protestò il bardo.
«FALLO ORA!»
«E va bene!» Stizzito il bardo gettò con forza il sacchetto dentro un anfratto lì vicino.
«Correte!» urlò Selidor, mosso da un dejà vu che non gli piaceva per niente.
Erano a pochi metri dall’uscita della tomba quando una voce rimbombò tra le pareti.
«Non così di fretta, mortali.»
Quando Selidor si voltò, si ritrovò a guardare una mummia che avanzava a passo deciso verso di loro, le bende che avvolgevano il suo corpo ingiallite dal trascorrere dei secoli; un debole scintillio dorato brillava all’altezza dell’inguine. Aguzzando la vista, Selidor focalizzò la sua attenzione su quel punto e poi sbiancò, la mascella che gli arrivò quasi alle ginocchia.
“Maledetto bardo, proprio le palle di Vecna dovevi trovare e usare come antistress!”
«Non solo avete profanato la mia sacra dimora» tuonò con forza la mummia «ma avete osato anche privarmi della mia verga del potere!»
“Oh, m***a. Non di nuovo.”






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