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Predator, la saga cinematografica

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PredatorPredator, come Alien, è diventato un personaggio cult nel mondo del cinema. E come Alien, Predator è un alieno e anche lui ha avuto una saga cinematografica abbastanza lunga, dalle fortune alterne.
Non si più che cominciare dal primo, iconico Predator del 1987, il migliore di tutta la serie e, se si deve essere sinceri, ci si poteva fermare con questo film perché tutto era stato detto e mostrato (o quasi). Inutile dire che avere nel cast figure del calibro di Arnold Schwarzenegger e Carl Weathers abbia aiuto non poco questa pellicola ad aver fortuna; il merito però non è tutto loro: dietro al successo c’è anche una buona regia che ha saputo creare la giusta atmosfera e suspense. La trama è abbastanza semplice: una squadra di militari va in missione di salvataggio in un paese del Sudamerica per recuperare un ministro precipitato con l’elicottero nella giungla. Si scoprirà che la missione non è quella per la quale sono stati ingaggiati, ma i veri problemi sono altri: i membri della squadra iniziano a essere uccisi senza poter vedere chi li ha colpiti. Inizia così una caccia dove non si capisce chi è davvero la preda e il predatore. Solo Dutch (Schwarzenegger) e una guerrigliera catturata sopravvivono all’invisibile nemico, che si rivelerà essere un alieno dotato di un equipaggiamento con un’avanzata tecnologia che gli permette di mimetizzarsi perfettamente con l’ambiente in cui si trova e di vedere all’infrarosso. Capiti i punti deboli del nemico (non può individuarlo se si cosparge di fango), Dutch prepara il campo di battaglia per sconfiggere il pericoloso nemico: seguirà uno scontro finale dove l’uomo ha la meglio sull’alieno, che prima di morire si fa esplodere.
Con il successo avuto, inevitabilmente non potevano che esserci dei seguiti, che però non potevano essere all’altezza del primo. Motivo? Una volta rivelata la sorpresa, si sapeva già con chi si aveva a che fare e tutta la suspense e l’atmosfera cessavano di essere, si aspettava solo di vedere quando il Predator si sarebbe rivelato. Per questo motivo Predator 2, del 1990, non si è avvicinato minimamente al suo predecessore e non solo perché Schwarzenegger non faceva parte del cast; benché abbia apprezzato Danny Glover in altre pellicole (la serie di Arma Letale), in questo film non convince, ma non è colpa sua: è tutto il film che non va.
Passano così quattordici anni e si fa un crossover facendo incontrare le due razze aliene più pericolose e famose viste al cinema: nasce così Alien vs Predator (2004). Si scopre che i Predator usano gli Alien per dimostrare il loro valore in battute di caccia: in un’isola sub-antartica sorge una piramide aliena dove è ibernata una regina Alien. Una squadra viene mandata a esplorare e naturalmente finisce nello scontro tra le due razze, venendo massacrata. Soltanto una donna tra umani e Predator riesce a sopravvivere allo scontro con gli Alien. Non un disastro come film, ma che non raggiunge nemmeno lontanamente il livello né del primo Predator né dei primi due capitoli della serie Alien.
Di Aliens vs. Predator 2 (2007) non posso dire nulla, dato che non l’ho visto, ma la visione del primo non mi ha mai invogliato a recuperarlo.
Si arriva così al 2010, venti anni da Predator 2 e c’è da dire che con Predators si è avuto un miglioramento rispetto al secondo capitolo della saga; certo, non siamo al livello del primo, ma il film ha un buon ritmo. Dall’ambientazione metropolitana si ritorna alla giungla, anche se si tratta di una giungla aliena: un gruppo disparato di persone esperte nell’uso delle armi e nell’arte dell’uccisione viene rapito e portato su un pianeta artificiale, che altro non è che una riserva di caccia dei Predators. L’incontro con un uomo sopravvissuto per anni sul pianeta fa scoprire che ci sono delle divisioni tra gli alieni, che si combattono tra loro. Seguiranno solite cacce tra uomini e alieni, ci sarà anche un traditore tra le fila umane, ma due personaggi riusciranno a sopravvivere, benché ancora intrappolati sul pianeta, dove giungono altri esseri umani per una nuova caccia.
Passano altri otto anni e arriva The Predator, che purtroppo fa passi indietro rispetto al precedente: lo si può mettere al livello di Predator 2. Evitabile.
Si arriva così a Prey, ultimo film (finora) della serie e prequel del primo film. Molto prequel, dato che è ambientato nel 1719, tra gli indiani d’America; inutile soffermarsi sulla trama, dato che il copione è sempre lo stesso. Tuttavia il film è gradevole e si lascia guardare, anche se ormai non c’è più l’effetto del primo Predator, perché ormai gli alieni sono stati fatti vedere in tutte le salse.
In conclusione, dando un giudizio personale, da vedere sicuramente Predator, poi recuperare Predators e Prey; il resto meglio lasciarlo perdere.

Qiddiya City, la città del gaming

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Qiddiya CityNel precedente post parlavo di come si è perso il senso della misura, e in un certo qual modo si può dire lo stesso per Qiddiya City, dove ci sarà il primo quartiere al mondo dedicato interamente ai videogiochi. Tuttavia, è ingiusto fare un paragone tra questo quartiere e Comedian: perché se è una boiata pazzesca pagare più di sei milioni di dollari per una banana (e alla fine dei conti non si ha nessun tornaconto), con Qiddiya City si parla di ingenti investimenti che però sono volti a creare introiti ancora maggiori, perché quanto legato al mondo dei videogiochi è un business enorme, molto più grande di mercati come quello dei libri o del cinema. Quindi c’è un senso nell’aver voluto creare un quartiere totalmente dedicato ai videogiochi. E non si può negare che tutto questo non sia affascinante: anche se i tempi in cui videogiocavo sono finiti da un pezzo, se succedesse (cosa alquanto improbabile) di ritrovarmi in quel luogo, mi perderei nel guardare e visitare tutti gli intrattenimenti realizzati, perché si deve ammettere che quello che è stato creato è qualcosa di meraviglioso.
Oltre che meraviglioso, ha pure un senso la sua realizzazione, visto che sarà sede di eventi dedicati al gaming e soprattutto agli Esports, tornei di grande risonanza che attirano migliaia di giocatori e soprattutto tantissimi sponsor con i loro forti investimenti. Turismo, pubblicità: quanto fatto a Qiddya City, renderà moltissimo in fatto di guadagni e per questo si è investito così tanto.
Tuttavia, non si può evitare di fare una riflessione: è logico che s’investa pensando al guadagno. Ed è altrettanto logico che si guardi dove si possa guadagnare di più. Però fa pensare come si pensi più al superfluo che al necessarrio. Sia chiaro non si sta puntando il dito a chi crea tutto questo: la cosa dipende anche molto dalle persone, visto quanto giocano, quanto spendono in tutto ciò che è legato ai videogiochi. Imprese e imprenditori investono poi di conseguenza in base alla domanda. E con i videogiochi di domanda ce n’è in abbondanza.
Però è stridente vedere quanti miliardi vengono investiti per i videogiochi e quanto poco in confronto viene investito per la ricerca, per non parlare dei tagli che vengono fatti alla sanità (chissà perché viene in mente l’Italia); si fa molto meno per contrastare la povertà, le differenze sociali, gli interventi da effettuare in zone colpite da calamità naturali. Va bene svagarsi e divertirsi, ma queste cose dovrebbero venire dopo che si è pensato alle priorità; avrà anche un senso dare dei servizi a centinaia di migliaia di persone appassionate di videogiochi, ma si hanno decine di milioni di poveri (non si è voluto esagerare, ma sarebbe meglio parlare di centinaia di milioni) che hanno bisogno di beni essenziali come cibo, medicine, posti dove dormire.
Differenze sociali ce ne sono sempre state al mondo, c’è sempre stato chi poteva permettersi di tutto e chi non aveva niente. Tuttavia, l’umanità dovrebbe essere evoluta e aver capito che certe cose non andavano bene, che se l’uomo si considera essere superiore ed evoluto dovrebbe aver superato e risolto certe situazioni. Invece si è sempre a parlare di condizioni vecchie come il mondo, a dimostrazione che certe misure non sono state ancora colmate e forse non si vuole colmarle.

Planescape: Torment

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Ho parlato di Planescape: Torment recensendo Dungeons & Dragons – L’onore dei ladriPlanescape: Torment, asserendo che sarebbe stato più che adatto per la realizzazione di un film perché si è dinanzi a una gran bella storia.
Innanzitutto, parliamo dell’ambientazione. Planescape si differenzia dal più conosciuto mondo di Faerun perché mentre il secondo è la classica ambientazione composta da elfi, nani, gnomi, orchi, goblin, draghi, oggetti incantatti, magie (insomma, si pensi al genere sword and sorcery), il primo presenta un sistema più complesso. Innanzitutto, si può dire che Planescape sia un punto di raccordo con le altre ambientazioni di Dungeons & Dragons, collegandole attraverso portali magici; ciò rende molto interessante e varia la scelta del tipo di storie che si possono raccontare, oltre alla possibilità di visitare i vari Piani presenti in esso: ci sono quelli Interni (divisi in Elementali, Para-Elementali e Quasi-Elementali), quello Etereo, quello Astrale e quelli Esterni, probabilmente i più interessanti (tra i quali si possono citare Carceri, Baator, Abisso, Elysium). Il tutto fa centro a Sigil, la città delle Porte, completamente contenuta all’interno di un toroide di cui ricopre la superficie interna, situata in cima alla Spira, un picco di altezza infinita al centro delle Terre Esterne. Non c’è un cielo, ma solo una luce diffusa che illumina tutto; il passare dei giorni è creato dall’aumentare e diminuire dell’intensità della luce. Sigil è controllata dalla misteriosa Signora del Dolore (“Lady of Pain”), che tipicamente non si occupa degli affari giornalieri, ma interviene solo quando qualcosa minaccia la stabilità di Sigil stessa. Normalmente appare come una donna fluttuante in una lunga tunica che indossa una maschera metallica circondata da lame. Le sue motivazioni sono imperscrutabili, ma chi anche accidentalmente la offende o le si oppone viene scuoiato vivo o teleportato nel suo labirinto segreto. (1) Oltre alla Signora del Dolore, ci sono quindici fazioni, ognuna delle quali ha le proprie caratteristiche, i propri fini e i propri segreti.
Con queste basi e questa ambientazione, la Black Isle nel 1999 realizzò il videogioco Planescape: Torment. Sebbene apprezzato dalla critica, il gioco non andò bene in termini di vendite (in Italia non ebbe una traduzione ufficiale, la ottenne nel 2002 con una patch gratuita realizzata dall’Italian Translation Project), ma col tempo ebbe il riconoscimento meritato, perché si era dinanzi a una storia davvero profonda e articolata. Qualcuno dinanzi alla grafica potrebbe storcere il naso facendo il confronto con quelli attuali (ma si consideri che sono passati venticinque anni dall’uscita), ma se si vogliono fare confronti, allora c’è da dire che molti dei videogiochi attuali impallidiscono a livello di trama e personaggi. Soprattutto si differenzia da molti giochi attuali e del passato perché non tutto viene risolto combattendo; certo, si può scegliere la via del combattimento, ma le ricompense e le scoperte migliori si ottengono attraverso scelte basate su riflessione e conoscenza, non per niente la scelta migliore nel creare e sviluppare il personaggio è concentrarsi su caratteristiche come intelligenza e saggezza, così da poter scoprire molti più aspetti della storia del protagonista.
Ed eccoci al protagonista, attorno cui ruotano tutti i personaggi e la trama. Nameless One (uno senza nome) si risveglia all’interno di un obitorio, senza ricordarsi assolutamente nulla: non sa niente di sé, degli altri, degli eventi che l’hanno portato dov’è. Le uniche indicazioni che lo possono aiutare sono i tatuaggi che ha sul corpo, dove ci sono delle sue memorie. Questi e Morte, un teschio volante parlante che gli gira sempre intorno e ciarla in continuazione; assieme a lui, uscito dall’obitorio, comincia il suo lungo viaggio alla ricerca della storia su se stesso, sul perché sia praticamente immortale (pochissime cose gli possono dare la morte definitiva, come un potente oggetto incantato o la Signora del Dolore) e perché le figure più tormentate siano attratte da lui. Un viaggio attraverso Sigil e i Piani, dove incontrerà tracce su suoi precedenti passaggi, personaggi che hanno già avuto a che fare con lui, ma non solo (attenzione, spoiler): avrà a che fare con sue precedenti incarnazioni, che hanno pensato e agito in maniera differente: c’è stato un tempo in cui era pazzo, un altro in cui era freddo, distaccato e calcolatore, pronto a usare e sacrificare chiunque per raggiungere i suoi scopi (insomma, un vero bastardo). E poi c’è la prima, quella che ha dato il via a tutto, quella che ha rischiato d’infrangere i Piani per poter rimediare a tutto quello che ha fatto; la più comprensiva, quella con più rimpianto (questa è la risposta che dà a una delle domande più importanti del gioco: che cosa cambia la natura di un uomo?), quella che lo porterà all’epilogo della sua lunga e tormentata storia. Un epilogo che fa avverare le parole di una persona che tanto l’ha amato e che è giunta a morire per lui, ma non solo, che ha continuato a esistere anche dopo la morte per poter essergli di aiuto: “Ecco cosa vedono i miei occhi, amore mio, liberi dalle catene del tempo: incontrerai tre nemici, ma nessuno di loro più pericoloso di te stesso al pieno della tua gloria. Sono ombre del male, del bene e della neutralità, animate e forgiate dalle leggi dei piani. Giungerai ad una prigione costruita sul pianto e sul dolore, dove perfino le ombre sono impazzite. Là ti verrà richiesto di compiere un terribile sacrificio, amore mio. Per porre fine alla cosa, dovrai distruggere ciò che ti tiene in vita e non essere più immortale. So che devi morire… Finché puoi ancora. Il cerchio deve chiudersi, amore mio…”
Giunto alla Fortezza dei Rimpianti, situata nel Piano Negativo, affronterà Trascendent One, la sua mortalità corporeizzata, nata da un rituale perpetrato da Ravel Puzzlewell, strega notturna e la più potente delle Sorelle Grigie, per ottenere l’immortalità e rimediare a tutti i peccati commessi, perché una sola vita non sarebbe bastata per redimersi; il problema con questo rituale era che ogni volta che Nameless One moriva e rinasceva, un’altra persona moriva al suo posto, divenendo un’ombra dannata. Col tempo, tutto ciò avrebbe portato alla fine della vita, mettendo fine all’esistenza sui Piani. Ridivenuto una sola cosa con la sua mortalità, Nameless dirà addio ai suoi compagni giunti con lui fino a quel punto, scontando la sua pena combattendo nell’Ade nella Guerra Sanguinaria, uno scontro senza fine tra le forze del Caos e quelle della Legge (Demoni contro Diavoli), dove chissà, forse un giorno potrà, scontata la sua pena, trovare redenzione.
Per questo motivo nell’articolo precedente dicevo che con Planescape: Torment c’erano tutte le basi per fare un film basato sul mondo di D&D e di far saltar fuori qualcosa di davvero buono, perché si è dinanzi a una storia che ha lasciato un profondo segno nel mondo dei videogiochi.

1. https://it.wikipedia.org/wiki/Planescape

Suicide Squad

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Suicide SquadSuicide Squad non fa eccezione: rientra tra i film Dc Comics che non mi hanno preso e questo riguarda la maggior parte di tali pellicole, chi più chi meno (certo è molto meglio del seguito, che davvero è meglio lasciar perdere). Va premessa una cosa: ho una conoscenza limitata dei personaggi tratti dai fumetti presenti in Suicide Squad. Conoscevo il Joker (ci vuole davvero poco, è il nemico numero uno di Batman, ma qui non un ha ruolo da protagonista), Harley Quinn e Deadshot come uno dei tanti avversari di Batman, ma degli altri praticamente non sapevo nulla (anche se va detto che Katana fa la sua comparsa nella serie televisiva Arrow, ergo non mi era nuova), quindi non posso dire se sono stati fedeli allo spirito e all’idea che stava alla base della Suicide Squad. Quello che posso dire è che i personaggi (stando a pareri di chi li conosce meglio di me), rispetto alla versione cartacea, sono stati addolciti, resi più “buoni” (rimanendo pur sempre dei criminali) per il grande schermo: questo si vede per esempio in Deadshot, dove ci si è dimenticati che è un individuo privo di sentimenti, pronto a tradire i compagni pur di raggiungere il proprio scopo. La Suicide Squad sembra un gruppo di reietti cui viene data una sorta di possibilità di riscatto e redenzione.
La trama del film è abbastanza semplice: senza più Superman a difendere la Terra, Amanda Waller crea una squadra di criminali a cui vengono dati sconti di pena e altri benefit per fermare una minaccia soprannaturale. La verità salterà fuori col tempo, ci saranno attriti interni, ma alla fine il gruppo farà fronte comune contro il nemico, ci sarà un sacrificio come ci si aspetta in un film del genere e alla fine tutto andrà come deve andare.
Tutto sommato, Suicide Squad non è un film malvagio, si lascia guardare, ma manca di mordente e in più di un’occasione regna la noia; una delle note positive è Margot Robbie, che interpreta Harley Quinn, a mio avviso una delle poche ragioni per vedere questo film (la sua interpreteazione è migliore di quella di Will Smith, che tutto sommato però il suo lo fa discretamente).
In una cosa però Suicide Squad è riuscita, ovvero creare il peggior Joker visto finora su schermo: in questa pellicola davvero inconsistente.
Pellicola che raggiunge la sufficienza ma nulla di più (ma se si fa il confronto con il seguito, si è di fronte a un film davvero buono).

Defiant

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DefiantDefiant conferma le impressioni che avevo avuto con Cytonic: la saga sci-fi di Brandon Sanderson è andata in calare. Con Skyward e Starsight, i primi due volumi della serie, la storia si era mantenuta su un buon livello, risultando coinvolgente e convincente, mentre con il terzo, il già citato Cytonic, si era cominciato ad avvertire una certa mancanza di mordente. Forse era stato l’immettere una sorta di giocare ai pirati di Spensa, forse era stata la specie di ricerca alla Indiana Jones (qualcuno potrà dissentire su quanto scrivo, ma tale è l’impressione che ho avuto leggendo Cytonic), ma ho trovato il tutto un poco fuori posto con l’ambientazione fantascientifica letta fino a quel punto. Sia chiaro: la fantascienza realizzata da Sanderson non è niente di complesso (nulla a che vedere con il mondo e la storia di Dune di Herbert), ma è godibile, almeno fino al terzo romanzo. Continua a esserlo anche con esso e dopo di esso, ma non è più la stessa cosa dell’inizio, non sorprende e non prende più allo stesso modo; è possibile che ciò dipenda dal fatto che la serie è indirizzata a un pubblico young adult e visto che ormai non ho più quell’età da un pezzo (gli anni si sono accumulati e così pure le letture fatte), la percezione e l’impressione sull’opera possono essere diverse (potrei dissentire su tale ipotesi, dato che i primi due romanzi mi erano piaciuti e mi avevano convinto e non è che ero adolescente quando li ho letti).
Una cosa però va detta: uno dei punti deboli più forti di Defiant è che si fa sentire con forza lo young adult, soprattuttto nella parte romance, quando Spensa comincia a partire per la tangente pensando a quanto è bello, quant’è figo il suo amato Jorgen. Niente in contrario con le storie d’amore: quella di Vin ed Elend nella saga di Mistborn era fatta bene. Quello che non va bene è lo scadere negli aspetti più negativi dello young adult, cosa che da Sanderson non si accetta, perché lo scrittore ha dimostrato cosa sa fare. Forse dipende dalle direttive editoriali, forse si è voluto realizzare qualcosa più per i giovani, dando insegnamenti come il non poter fare tutto da soli,  contare sull’aiuto degli altri, fare parte di un gruppo così da non essere soli perché se si è soli si fa una brutta fine (questa è la lezione che si apprende mettendo a confronto Spensa e Brade) ma da un autore come Sanderson ci si aspetta altro.
Altro aspetto penalizzante del romanzo è il che vada tutto bene, non ci siano vittime. Se da un lato è comprensibile che si cerchi un modo differente di battere la Superiorità evitando di causare un gran numero di vittime, è però anche vero che è poco verosimile che questo accada realmente. Se fosse stato così fin da subito, forse la cosa si sarebbe accettata di più, ma è stato il cambiamento fatto durante il corso dell’opera che invece lascia un po’ perplessi; in Skyward, tanti piloti umani vengono uccisi, la stessa Spensa vede morire dei suoi compagni di squadriglia, mentre in Defiant solo uno dei suoi amici rimane ferito (perdita di un braccio, rimpiazzato da uno arteficiale che non fa risentire dell’accaduto). Sì, verso la fine c’è un sacrificio nella battaglia decisiva (come spesso accade in una certa tipologia di storie), ma nulla di più. Sembra che alla fine tutto vada per il meglio, con tutti che si ritrovano a tarallucci e vino.
Quello che però più penalizza la storia, almeno per quanto pubblicato in Italia, rendendola meno comprensibile, è il fatto di avere a che fare con eventi di cui non si è letto nulla; ci si ritrova all’improvviso a sapere di Jorgen che ha salvato Nonnina e Cobb dopo che erano rimasti bloccati in una trappola citonica a seguito di un iperbalzo. Ci si trova davanti all’alleanza creatasi tra umani, kitsen e UrDail pronta opporsi e ribaltare la Superiorità. Ci si ritrova a sapere che i citonici kitsen sono stati liberati dalla loro prigionia e ora sono ben lieti di combattere contro la Superiorità. Tutti eventi probabilmente narrati in Skyward Flight (libro integratico di Cytonic), come si può intuire dalle parole di Sanderson nei ringraziamenti finali in Defiant (sarà tradotto in italiano?)
Come in altre opere di Sanderson ci saranno sorprese, non tutto apparirà come si credeva, ci saranno battaglie, uno scontro risolutivo epico, Spensa avrà la resa dei conti con Brade, si scoprirà che ci sono tante razze di lumache con diversi poteri, la natura degli Eradicatori verrà approfondita (era già stato rivelata in Cytonic), ma ci sono anche elementi inutili per la storia di cui si poteva fare a meno (che senso ha ricostruire il caccia che un tempo ospitava M-Bot se poi non lo si utilizza e viene accantonato come si fa con l’involucro di un cioccolatino?).
Per quanto godibile, Defiant è un po’ troppo semplice, lineare e anche prevedibile, ma soprattutto è troppo young adult. Forse ci si aspetta sempre troppo da Sanderson visto quello che ha saputo dimostrare e questa è la ragione per cui si è così critichi con questo romanzo, ma con Defiant si poteva fare di meglio.

The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes

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The Tunnel to Summer, the Exit of GoodbyesThe Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes è la storia di due adolescenti, Tono Kaoru e Hanashiro Anzu, che s’incontrano in un giorno di pioggia alla fermata del treno; non avendo l’ombrello, il ragazzo dà alla ragazza l’ombrello perché vede che lei è senza e tiene ben stretta una borsa per non farla bagnare, segno che per lei è importante.
Come scopriranno poco dopo, sono nella stessa classe a scuola; Hanashiro praticamente non lega con gli altri compagni (anzi, ci litiga e viene pure alle mani), tranne con Tono, con cui sembra essere entrata subito in sintonia, forse perché hanno entrambi problemi con i genitori: lei vive da sola perché i suoi l’hanno mandata lontano da casa perché vuole seguire le orme del nonno mangaka (che hanno sempre considerato un peso e un fallito), lui vive con un padre alcolizzato dopo che la madre se n’è andata causa la scomparsa della sorella minore. La morte della sorellina ha segnato profondamente Tono, cambiandone il carattere e lasciando in lui una profonda ferita; è convinto che se la sorella non se ne fosse andata, la famiglia non si sarebbe sfasciata.
Le cose sembra che possano cambiare quando una sera, scappando di casa dopo che il padre ubriaco l’ha aggredito, Tono finisce per caso per trovare il Tunnel di Urashima capace, secondo una leggenda metropolitana, d’esaudire qualsiasi desiderio. Mentre lo esplora, trova uno dei sandali di Karen, la sorella, e subito dopo il pappagallino che avevano da piccoli, vivo e vegeto, quando ormai invece nella realtàè morto da tempo. Altra cosa che scopre una volta uscito dal tunnel è che è trascorso una settimana di tempo, mentre per lui sono passati pochi minuti.
Deciso ad approfondire la cosa, decide di ritornarci e a sua insaputa, viene seguito da Hanashiro. I due decidono di collaborare per venire a capo del segreto del tunnel e scoprire se per davvero può esaudire i loro desideri. La ragazza, durante le loro prove, ritroverà le tavole di un manga che aveva disegnato, e vuole esprimere il desiderio di diventare una mangaka affermata, dato che le possibilità per farcela sono poco e ci vuole un talento particolare per avere successo, cosa che lei non ritiene di avere.
Tono, dopo aver letto il suo lavoro, la incoraggia e lei decide d’inviare la sua opera a una casa editrice; con sua sorpresa, viene accettata, ma lei ritiene di non avere ancora successo e per questo decide di andare assieme al ragazzo fino in fondo al tunnel, come si erano promessi di fare.
Tono però non mantiene la promessa perché ha capito due cose: uno, che Hanashiro non ha biosgno del tunnel perché possiede già talento per avere successo; due, che il tunnel non esaudisce tutti i desideri, ma fa rriavere ciò che si è perso. Da solo entra nel tunnel, deciso ad arrivare in fondo al tunnell per riavere la sorella, anche se per farlo nel mondo reale passeranno degli anni.
Hanashiro, anche se sconvolta e staziata dal dolore di non poter rivedere Tono di cui si è innamorata, segue le ultime parole dell’ultima mail inviata dal ragazzo, e diventata una mangaka apprezzata. Tono, dal canto suo, riesce a ritrovare la sorella e mentre è assieme a lei nella loro vecchia casa, ritrova il cellulare che aveva gettato e legge le mail che Hanashiro gli ha inviato aspettandolo per anni. Tono capisce che entrando nel tunnel ha perso qualcos’altro e, incoraggiato dalla sorella, torna indietro.
Hanshiro ormai è una donna, ma quando rivede Tono, è come se il tempo non fosse mai passato e i due si baciano.
Cosa dire di The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes? Un buon film, che come atmosfere ricorda quelle di Makoto Shinkai (vedere Your name): sognanti, un po’ tristi, che parlano di cose perdute, persone che si allontanano e a volte si ritrovano. Tomohisa Taguchi segue un po’ le tracce di Shinkai, discostandosi dalle atmosfere del manga (almeno questo è quello che si capisce leggendo altre recensioni) e prendendo un’altra direzione dalla versione cartcea (la storia si focalizza solo sui due ragazzi, che appaiono più chiusi e “cupi”). Lo sviluppo del tema amoroso e del capire cosa è importante e di come alle volte si perda di vista ciò che conta inseguendo sogni impossibili, non sarà dei più originali (si è visto tante volte in tante forme diverse), ma svolge il suo compito di creare una storia che prenda lo spettatore e lo porti fino alla fine; il finale può sembrare un po’ affrettato e scontato, ma serve per discostarsi da certe atmosfere tristi(certo, sarebbe stato più interessante mostrare una Hanshiro più adulta che si domanda se Tono sta ancora camminando nel tunnnel, mostarndo lui che ancora insegue il suo sogno e far finire così il film, ma queste sono solo disquisizioni inutili). The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes è un buon film, ma non sarà annoverato tra quelli memorabili.

Watchmen

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WatchmenCosa dire di Watchmen? Non molto, se non che è una delle migliori graphic novel finora realizzate. Qualcuno asserisce che è un capolavoro, qualcun altro sentendo una simile affermazione storce il naso perché i capolavori sono altri: a ognuno il suo. Per me rimane un’opera molto valida e meritevole d’essere sia letta sia vista; con le dovute piccole differenze, sia il fumetto realizzato da Alan Moore sia la trasposizione cinematografica sono da seguire. E fa sorridere che nonostante il film sia uno dei pochi a mantenere trama e spirito dell’opera originaria, Alan Moore fosse contrario alla sua realizzazione (in realtà, l’autore britannico è contrario a qualsiasi trasposizione cinematografica delle sue opere).
Per questione di tempi (la versione cinematografica dura sulle due ore e quaranta minuti) alcune parti sono state tagliate, ma se si è interessati è possibile vederle nel dvd I racconti del Vascello Nero, che contiene per l’appunto I Racconti del Vascello Nero e Sotto la maschera, l’auotbiagrafia di Hollis Mason, il primo Gufo Notturno; la loro assenza nella pellicola del 2009 di Zack Snyder non pregiudica la comprensione della storia, ma la loro visione permette di approfondire e comprendenre maggiormente il mondo di Watchmen; se l’autobiografia di Mason permette di saperne di più su come sono nati i Watchmen e capire come si è arrivati al punto in cui la storia viene narrata, per I Racconti del Vascello Nero le cose si fanno un po’ più sottili: esso è un metafumetto, ovvero un fumetto dentro al fumetto, e viene letto da un ragazzo presso un’edicola. Si tratta di una storia di pirati che narra la discesa verso la pazzia di un uomo, unico sopravvissuto di una nave, che cerca di tornare a casa per avvisare i concittadini dell’arrivo della nave pirata Vascello Nero. Se a qualcuno la narrazione di tale storia può essere avulsa da quella di Watchmen, beh, le cose non stanno proprio così: I racconti del Vascello Nero presenta forti analogie con uno dei membri del gruppo dei Watchmen e aiuta a comprendere meglio la sua psiche e diventa metafora del cammino che ha deciso d’intraprendere. Non rivelerò chi è il personaggio in questione per non dire troppo, ma posso affermare che ben si associa con l’oscurità del metafumetto.
C’è anche un’altra differenza tra fumetto e film: l’evento che porta alla conclusione della storia. O meglio, ciò che causa la catastrofe che farà riunire i Watchmen rimasti, l’evento che il Comico aveva scoperto e per il quale aveva pianto, venendo poi ucciso a causa di tale scoperta perché non rivelasse ogni cosa.
Oltre a essere una storia interessante, che fa riflettere sul fine che giustifica i mezzi e su come gli eventi e l’ambiente possono condizionare e cambiare le persone, il punto forte di Watchmen sono i personaggi, la loro complessità, la loro profondità. Watchmen non è la solita storia di supereroi, anzi, a pensarci bene di supereroi (ovvero individui con superpoteri) c’è solo il Dottor Manatthan,che praticamente può fare di tutto (solo che questo suo smisurato potere lo fa allontanare sempre più dall’umanità, sia sua, sia come appartenenza alla specie): i restanti membri del gruppo sono persone normali, dei vigilantes che a un certo punto hanno preso a combattere il crimine e si sono uniti in un gruppo, il tutto con l’approvazione del governo, almeno fino a quando non è stato deciso di mettere a riposo i Watchmen (uno, Rorschach, continua a fare il vigilantes e per questo viene ricercato dalla polizia; il Cominco e il Dottor Manhattan diventano agenti governativi).
La bellezza di Watchmen è il calare questi supereroi in un contesto reale, mostrando le loro debolezze (l’ultimo Gufo Notturno), i loro lati oscuri (il Comico), i loro tormenti (Rorschach); queste persone non sono diventate eroi per un bene superiore, per la giustizia, ma ognuno ha le sue ragioni: per il Comico è avere un modo per usare la violenza (spesso viene accusato di essere un fascista), per Rorschach è combattere il crimine senza compromessi (soprattutto dopo che una bambina è stata rapita e massacrata, data in pasto a dei cani furiosi), per la seconda Spettro di Seta è seguire le orme della madre (uno dei dialoghi più belli lo si ha quando scopre chi è il proprio padre), per Ozymandias quelle di Alessandro Magno.
Ma non ci si ferma a questo: l’opera è piena di simbolismi. Riferimenti agli orologi, al nodo gordiano, agli egizi, al famoso smiley tanto caro al Comico, all’ombra della minaccia nucleare (presente nel mondo fin da quando si è pensato di usare l’energia atomica a scopi bellici).
In Watchmen praticamente funziona tutto: incipit, sviluppo, finale. Un finale lasciato in un qualche modo aperto, a suo modo amaro ma anche bellissimo. Non per niente Watchmen ha cambiato, assieme Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, il modo d’intendere e di fare il fumetto supereroistico; pertanto, merita di essere tra le migliori opere (non solo fumettistiche) mai realizzate.

Filosofia e L’Ultimo Potere

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L'Ultimo Potere e la filosofiaEra da tempo che avevo intenzione di scrivere questo articolo, ma per un motivo o per l’altro mi sono ritrovato a rimandare; l’articolo di Andrea D’Angelo mi ha dato l’input di farlo. Il mio non voleva essere un pezzo che esamisse in generale l’argomento, per esso vi suggerisco di leggere quanto scritto da Andrea, ma una breve analisi su dei miei lavori, uno in particolare.
L’Ultimo Potere appartiene al ciclo di I Tempi della Caduta, è il secondo che ho scritto di questa serie in ordine di tempo, ma non è il secondo in ordine cronologico per quanto riguarda il verificarsi degli eventi, bensì il terzo (il secondo, che si pone tra esso e L’inizio della Caduta, è in fase di stesura): per chi non lo conoscesse, si tratta di un romanzo che mette insieme fantasy (demoni), sovrannaturale (spiriti) e fantascienza (esperimenti genetici, mutazioni). Tuttavia, per non creare false aspettative, non è un romanzo di pura e semplice azione; chi ha letto le mie opere ha potuto vedere che lascio spazio all’introspezione dei personaggi, perché la ritengo parte importante sia per lo sviluppo della storia, sia per arricchire la lettura. Rispetto agli altri miei lavori però, in L’Ultimo Potere ho voluto fare qualcosa di diverso, ovvero, non ho voluto che fosse solo un romanzo, ma ho fatto sì che il romanzo si unisse alla saggistica. No, non c’è da aspettarsi un capitolo d’azione e un capitolo di dissertazioni filosofiche, eliminiamo subito i dubbi: semplicente all’interno della storia ho voluto creare delle scene, per lo più quelle inerenti al personaggio di Maestro, dove di analizzavano certi temi come se si facesse filosofia (forse non è il termine più adatto da utilizzare, ma serve per rendere l’idea, vista la ricerca di conoscenza, comprensione e verità che i personaggi fanno durante le vicende). In questa scelta devo ammettere che sono stato influenzato dalla visione del film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, in special modo dalla partita a scacchi tra Antonius Block (Max von Sydow) e la Morte (scena che ho voluto omaggiare in un qualche modo in L’Ultimo Potere).
Secondo alcuni pareri ricevuti questo è un difetto, per qualcuno il romanzo così non funziona; se si vuole, questo in un qualche modo è vero, perché non si tratta solo di un romanzo: una parte infatti non è romanzo. Ero conscio delle obiezioni che poteva sollevare la lettura di L’Ultimo Potere e rispetto l’opinione che viene data in questo senso; tengo però a precisare una cosa: è stata una scelta voluta, non si è trattato di un sbaglio. Quando ho voluto scrivere L’Ultimo Potere, volevo farlo esattamente così: può piacere o non piacere, ma non è stato un errore di valutazione. Sicuramente non rispecchia i canoni classici che la pubblicazione tradizionale richiede, come non rispecchia i dettami di opera commerciale, ma L’Ultimo Potere non è e non vuole essere un’opera commerciale, dove ci si adegua alle regole del mercato: se avessi voluto farlo, avrei scritto qualcos’altro. Questo perchè L’Ultimo Potere è nato da un impulso oscuro che voleva raccontare una storia che i più vorrebbero evitare di sentire.
Detta così, la cosa appare melodrammatica, tenebrosa, quasi da poeta maledetto, per questo meglio fare qualche passo indietro e raccontare come sono andate le cose.
Quando finii di scrivere Strade Nascoste, mentre facevo la revisione, subito partii con la prima stesura del secondo romanzo su Asklivion; scrivevo a ritmo costante, con buona ispirazione, al punto che in breve tempo scrissi diversi capitoli per un totale di circa duecento pagine. A un certo punto però cominciò ad affacciarsi alla mente un’altra storia che, nonostante cercassi di metterla da parte e di dirle di starsene buona perché dovevo continuare a scrivere altro, faceva sempre più pressione per prendere forma: era una storia cupa, una storia che toccava elementi reali come il mobbing, le morti bianche, il piegare tutto ai soldi, dignità calpestate, perdita d’umanità. Già in Strade Nascoste c’era l’idea (che poi ho applicato maggiormente in seguito) che la scrittura non dovesse essere solo intrattenimento; nella storia che stavo allora per scrivere era presente ancora con più forza, perché alle volte è necessario sensibilizzare su certe tematiche, denunciari certi problemi. Soprattutto se i più cercano di evitare di parlarne: a questo punto, diventa quasi dovesoro che qualcuno ne parli.
Così mi fermai col mondo di Asklivion (e purtroppo devo dire che è ancora fermo) e cominciai a scrivere quella storia; allora aveva un altro titolo, ma sarebbe poi diventata L’inizio della Caduta. La storia si rivelò complessa e non poteva certo essere messa in un unico volume: uno, perché sarebbe divenuta troppo lunga, due perché i fatti da narrare si evolvevano in tempi differenti, con dei lassi temporali che variavano da qualche anno a diverse decine di anni (o anche un po’ di più).
Il ciclo di I Tempi della Caduta non era stata prefissato, come invece era successo con quello di Asklivion, ma l’ispirazione non avvisa sul quando arriva: la si può accettare o non accettare. In un caso di possono cogliere, delle occasioni nell’altro… beh, se ne possono cogliere altre, che portano altrove.
Le opere che ho scritto non mi hanno fatto diventare ricco monetariamente (ben lungi dall’esserlo) e dubito che mai lo faranno, ma mi hanno permesso di migliorare il mio modo di scrivere, mi hanno aiutato a prendere atto di certi aspetti della vita e mi hanno permesso di vederli sotto altri punti di vista. Quindi, posso definire che quanto fatto è stato un successo; qualcuno potrebbe vederla come un modo di raccontarsela per non essere riuscito a raggiungere pubblicazioni danarose (una sorta di la volpe e l’uva, dove l’animale, non potendo raggiungere il frutto, si dice non interessato ad averlo) oppure definire quello che ho fatto un fallimento: non posso certo far cambiare idea a chi la pensa così. Certo, maggiori entrate economiche con la realizzazione delle mie opere non avrebbero certo fatto schifo, anzi, però bisogna anche vedere che ci sono aspetti della vita che vanno oltre il guadagno, perché non tutto gira attorno ai soldi (anche se è, al momento, necessario per la sopravvivenza).

Recenti pubblicazioni fantastiche

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Facciamo una breve carrellata sulle quarte di copertine di alcune delle pubblicazioni recenti nell’ambito del genere fantastico.

Shalini Boland, I vampiri di Marchwood. Hunted. Newton Compton.
Innamorarsi non è mai stato così complicato Avere un fidanzato vampiro ha i suoi vantaggi. Specialmente se il non-morto in questione è bellissimo, dolce e ferrato nella caccia ai demoni. Madison Greene è più innamorata che mai del suo Alexandre, ma è innegabile che, per un’umana, qualche volta si riveli rischioso circondarsi di creature secolari assolutamente imprevedibili e inclini all’inganno. Per questo non riesce a fidarsi dell’affascinante sconosciuta dagli occhi azzurri disposta a tutto pur di attirare le attenzioni di Alexandre. La misteriosa Nadia sembra essere avvolta da segreti pericolosi e celare verità insidiose, che potrebbero mettere a repentaglio tutto ciò che Madison e Alexandre hanno conquistato a fatica. Madison non le permetterà di allontanarla dall’amore della sua vita. Anche perché questa volta in gioco non c’è soltanto la loro felicità, ma la sopravvivenza stessa dei Vampiri di Marchwood.

Juliette Cross, Effetto strega. Mezzanotte. Newton Compton.
Strega timida e introversa, Isadora Savoie trascorre gran parte del tempo nella sua serra oppure al rifugio per animali, dove esercita con dedizione i suoi poteri curativi. Tuttavia, quando alcune ragazze del vicinato scompaiono, si ritrova suo malgrado coinvolta nel mistero e si mette a cercare indizi. Il suo unico alleato nell’indagine? Devraj Kumar, un vampiro seducente con un unico hobby: flirtare. Dopo trecento anni trascorsi da leggendario guerriero che si muove nell’ombra, Devraj è irrimediabilmente attratto da Isadora, che è il suo esatto opposto e sembra non subire per nulla il suo fascino oscuro. Lui vuole conoscerla meglio, carpirne ogni segreto e rubarle il cuore. Tra maratone di film bollywoodiani, app di dating sovrannaturali e lezioni di guida sexy, Devraj riuscirà a conquistare Isadora? E soprattutto, insieme scopriranno che fine hanno fatto le ragazze scomparse?

Olivia Atwater, Half a soul. Metà di un’anima. La biblioteca di Daphne. Rizzoli
Da quando è stata maledetta da un fae che le ha rubato metà dell’anima, Theodora Ettings non sente più emozioni come paura o imbarazzo, cosa che la espone a ogni tipo di scandali involontari nella raffinata Inghilterra dell’epoca Regency. Per questo, l’unico obiettivo di Dora per la stagione mondana londinese è quello di non attirare l’attenzione e non compromettere le possibilità di sua cugina di trovare un marito. Ma quando Lord Elias Wilder, il Lord Sorcier d’Inghilterra, viene a sapere della sua condizione, Dora si trova trascinata in tumultuose vicende di maghi e creature fatate. Lord Elias è un uomo bellissimo, bizzarro e incredibilmente sgarbato, ma gira voce che compia tre prodigi inverosimili ogni giorno, ed è disposto ad aiutare Dora a recuperare la sua metà mancante. Se il buon nome di Dora riuscirà a sopravvivere sia alla maledizione che la tormenta che al nuovo legame con l’uomo meno amato di tutta l’alta società londinese, forse la ragazza potrà reclamare il suo legittimo posto nel mondo; ma quanto più tempo Dora passa con Elias, tanto più comincia a sospettare che, in fondo, per innamorarsi può bastare anche metà anima…

Brenda K. Davies. Shadows of fire. Queen edizioni.
Benvenuti nei Regni dell’Ombra. Quando arriva l’invito per l’Imbrunire, Lexi non riesce a credere che lei, per metà vampira, sia stata invitata ad accedere al regno dei Fae oscuri. Dopo l’incontro con Cole, principe dei Fae oscuri, non può dimenticare tanto facilmente quel suo primo viaggio in un Regno d’Ombra. Fresco della guerra che ha devastato il dominio dei mortali e distrutto la sua famiglia, Cole è in lotta per ricomporre i pezzi della sua vita. Si è sempre identificato di più con la sua parte di Fae oscuro, ma quando la presenza di Lexi risveglia la sua metà licantropa, non riesce a resistere all’attrazione per lei. Quando la tensione ostile tra i diversi immortali esplode, Lexi fugge dall’Imbrunire verso il dominio dei mortali. Una volta a casa, è sicura che non rivedrà mai più Cole. Poi, però, la tragedia colpisce e si scopre nel torto. Lexi non è in grado di respingere Cole… anche se, aiutandolo, mette sé stessa in pericolo. Il loro amore crescente sopravviverà alla crudeltà dei Regni d’Ombra o saranno loro i prossimi a cadere?

Charlotte J. Bright. Trilogia del Nerva. Fanucci.
Il Nerva è un’arma, un dono, un potere che permette ai suoi portatori di manipolare ogni forma di energia. Per Anna Baird Drake, il Nerva è una condanna. Ma se invece fosse la soluzione? In un futuro in cui l’umanità si è trasformata in una società interstellare, il mondo brulica di spie e traditori che cospirano per impossessarsi del Nerva. Anna è l’ultima di una dinastia che da sempre lo controlla e sono due decenni che si sposta, insieme alla sua famiglia, tra i sistemi solari del Circolo Galattico Definito. Ma nascondersi è praticamente impossibile. All’ennesimo tentativo di proteggere il Nerva dall’assidua ricerca di Goran, il leader dei ribelli, Anna è costretta a rifugiarsi nell’esercito della Difesa sotto falsa identità. Con il suo spirito inadatto al rigore militare, si ritrova ben presto nel mirino delle pressanti attenzioni del tenente più scontroso ed enigmatico dell’esercito, Seneca Graves, e lei stessa non riesce a ignorare il piacere che prova a sfidarlo. Ma il pericolo è dietro l’angolo e se la sua identità venisse allo scoperto, il Circolo Galattico Definito rischierebbe la distruzione. Ma lo scontro sembra inevitabile e anche le capacità dei nuovi amici dell’Accademia saranno messe a dura prova. In un momento in cui gli equilibri del mondo sono in bilico, riuscirà Anna a proteggere e controllare il suo micidiale segreto e al tempo stesso l’impulso che prova per Seneca?

Owen King. Il museo dei misteri. Sperling & Kupfer.
Il museo dei misteri, una delle ultime pubblicazioni fantasticheA prima vista, il mondo non è cambiato affatto: i tram sui viali, i grandi alberghi, i caffè pieni di gente. I ragazzi in strada giocano ancora sui due grandi ponti che dividono la città, e i più snob continuano ad avventurarsi sulla Nave Obitorio in cerca di una serata divertente. Eppure, basta una scintilla per innescare una rivolta. Per la giovane Dora, che lavora all’Università Nazionale, è giunta finalmente l’occasione per fare un passo decisivo. Inizia a uscire con Robert, uno studente dalle idee radicali, ed è finalmente libera di indagare su ciò che suo fratello Ambrose potrebbe aver visto alla Società per la Ricerca Psichica prima di morire. Ma è un altro l’edificio di cui Dora è incaricata di occuparsi: il Museo Nazionale del Lavoratore. Questa strana costruzione dimenticata da tutti, che pullula di inquietanti statue in cera di minatori, infermieri, negozianti e altre figure assolutamente realistiche, nasconde un mistero. Mentre fuori la rivoluzione e la controrivoluzione scatenano forze oscure, inaspettate e terrificanti, Dora si avventura fino ai confini del mondo in cerca di una verità taciuta troppo a lungo.

Penn Cole. Spark of the Everflame. La biblioteca di Daphne. Rizzoli.
Spark of the Everflame è il primo libro della “Saga degli Eletti”, una serie fantasy epica in quattro volumi che segue Diem Bellator nella sua battaglia contro l’ingiustizia e l’oppressione, nel viaggio alla scoperta di sé stessa e alla ricerca del vero amore.
In un mondo colonizzato dagli dei e governato dalla loro spietata prole, i Discesi, Diem Bellator vuole sfuggire alla vita isolata del suo misero villaggio. L’improvvisa scomparsa della madre e la scoperta di un pericoloso segreto legato al suo passato offrono a Diem l’inaspettata opportunità di entrare nel mondo oscuro dei Discesi e di svelare la fitta rete di misteri che sua madre ha lasciato dietro di sé. Con l’affascinante e enigmatico erede al trono che osserva ogni sua mossa, e un’alleanza con la fazione ribelle che la recluta per unirsi all’imminente guerra civile, Diem dovrà destreggiarsi tra le regole non scritte dell’amore, del potere e della politica per salvare la propria famiglia e tutti i mortali.

Renée Ahdieh. La rosa del califfo. Newton Compton.
Shahrzad è stata la moglie del califfo del Khorasan. Era giunta nella sua dimora con lo scopo di vendicare la morte di altre fanciulle andate in sposa a lui. Poi il suo piano è saltato, Khalid non è infatti il mostro che tutti credono. È un uomo tormentato dai sensi di colpa, vittima di una potente maledizione. Ora che è tornata dalla sua famiglia, Shahrzad dovrebbe essere felice, ma quando scopre che Tariq, suo amore d’infanzia, è alla guida di un esercito e sta per muovere guerra al califfo, la ragazza capisce che deve intervenire se vuol salvare ciò che ama. Per tentare di evitare una sciagura, spezzare quella maledizione, ricongiungersi a un uomo di cui ora scopre di essersi innamorata, Shahrzad farà appello ai suoi poteri magici, a lungo rimasti sopiti dentro di lei…

Stephanie Garber. La maledizione del vero amore. Rizzoli.
Sangue sarà versato, cuori verranno rubati e il vero amore sarà messo a dura prova in questo capitolo conclusivo e mozzafiato della trilogia cominciata con C’era una volta un cuore spezzato.
“Evangeline Volpe aveva sempre creduto che un giorno si sarebbe ritrovata in una fiaba.” Si è avventurata nel Magnifico Nord in cerca del suo lieto fine e sembra proprio che lo abbia trovato: ha sposato un bellissimo principe e vive in un castello leggendario. Ma Evangeline non ha idea del prezzo devastante che ha pagato per vivere la sua fiaba, non sa che cosa ha perduto né che Apollo, suo marito, è determinato a fare in modo che non lo scopra mai impedendole di ricordare e tenendola legata a sé con l’inganno. Inoltre, per essere sicuro che le cose restino tali, dovrà uccidere Jacks, il Principe di Cuori. E Apollo non è il solo a mettersi tra Evangeline e Jacks, c’è anche una donna pronta a tutto perché il Principe di Cuori sia solo suo…

Tahereh Mafi. All this twisted Glory. Una rete di intrighi.

Un fantasy romance ispirato alla mitologia persiana, un triangolo amoroso che vi lascerà senza fiato, una storia sul destino, la vendetta e il desiderio.Il terzo romanzo della nuova serie This Woven Kingdom, traboccante di magia, romanticismo e tradimenti.
In qualità di erede al trono Jinn, Alizeh ha ritrovato il suo popolo e forse anche l’opportunità di liberarlo. Cyrus, il sovrano di Tulan, le ha offerto il suo regno a patto che lei prima lo sposi e poi lo uccida. L’oscura reputazione di Cyrus lo precede: il suo passato sanguinario è noto in ogni angolo del pianeta. Ecco perché ucciderlo dovrebbe rivelarsi un compito facile, soprattutto quando accettare la sua offerta significherebbe avere la strada spianata per compiere il proprio destino. Ma più Alizeh impara a conoscerlo, più si chiede se le terribili storie su di lui siano vere. Intrappolato da una fitta rete di segreti, Cyrus l’ha desiderata da quando è apparsa per la prima volta nei suoi sogni, molti mesi prima. Tuttavia, dopo aver appreso l’identità dell’artefice di quelle visioni – il diavolo – riesce a malapena a guardarla negli occhi, tantomeno a sopportarne la compagnia. Eppure, nonostante i loro sforzi per disprezzarsi a vicenda, i due sono preda di un’attrazione che li consuma e che minaccia di distruggerli entrambi. Nel frattempo, il principe Kamran approda a Tulan, pronto ad attuare la sua vendetta…

Shelby Mahurin. The scarlet veil. La cacciatrice e il vampiro. Vol. 1. HarperCollins Italia.
Dal perturbante mondo di Serpent&Dove, un nuovo dark romance pieno di tensione e colpi di scena. Popolato di vampiri, fantasmi e oscure creature che risorgono dalle tenebre del passato, The Scarlet Veil racconta la storia di una giovane cacciatrice e della sua coraggiosa lotta contro un nemico misterioso.
Sono passati sei mesi da quando Célie ha sfidato la tradizione e, lasciando tutti a bocca aperta, ha preso i sacri voti per unirsi agli chasseur, prima cacciatrice in una confraternita di soli uomini. Con il suo fidanzato Jean Luc al comando, è decisa a portare avanti la propria missione e a proteggere Belterra, ma il passato non le dà tregua: misteriosi sussurri la perseguitano e un nuovo male risorge dall’oscurità, lasciando dietro di sé una scia di cadaveri con due punture gemelle nel collo. Ora Célie ha un nuovo motivo per temere il buio, perché qualcosa – qualcuno – la sta cercando. E nonostante i confratelli e Jean Luc cerchino di proteggerla, non c’è magia né spada che possa tenerla al sicuro da un mostro che si nasconde dietro belle parole e sorrisi taglienti. Se non vuole cadere preda delle tenebre, Célie deve trovare il modo di fermare la minaccia che avanza, ma più quel mostro si avvicina, più rischia di cedere ai suoi inquietanti desideri… e ai propri.

Heather Walter. Misrule. Mondadori.
La grazia oscura non c’è più. Temuta e disprezzata per il tenebroso potere che le scorre nelle vene, Alyce si sta godendo la sua vendetta su coloro che l’hanno resa una reietta. Briar è stato un regno bellissimo e corrotto, ma ora è interamente sotto il suo potere, e nessuno può sfuggire alla sua ira. Neanche l’unica persona che ne possiede il cuore. La principessa Aurora ha saputo vedere oltre il volto cupo di Alyce, e conquistare un amore che sembrava promettere l’alba di una nuova epoca. Ma quell’amore ha avuto un prezzo e adesso Aurora dorme un sonno incantato, vittima di un sortilegio che neppure Alyce può spezzare. E così il sogno del mondo che avrebbero potuto costruire insieme è andato in fumo. Alyce è disposta a tutto pur di risvegliare la donna che ama, anche a diventare la mostruosa creatura che gli abitanti di Briar credono che sia. Ma Aurora potrà amarla anche come cattiva? O l’amore è solo per le favole?

Elizabeth May. The Falconer. Mondadori.
Atmosfere gotiche e steampunk, tra Jane Austen e i fratelli Grimm, per una trilogia fantasy ricca di azione, sentimento, umorismo e suspense.
Edimburgo 1844. La bella Aileana Kameron sembra una giovane debuttante come tante, una frivola ragazzina dell’alta società. Di notte però dà la caccia alle malvage creature fatate che terrorizzano gli abitanti della città, in cerca di quella che le ha ucciso la madre. La sua missione di vendetta diventa però più complicata mano a mano che i suoi sentimenti per Kiaran MacKay, l’essere fatato che le ha insegnato a uccidere i suoi simili, si fanno più intensi e ambigui. E quando le fate mettono in atto un complotto per sterminare l’umanità, Aileana deve scegliere tra la soddisfazione personale, l’amore, e la salvezza della città che ama. Anche se ciò significasse fidarsi del nemico. Curato da Alessia Merlo e Rossella Pinto, il volume contiene i romanzi La Falconiera, Il Trono Evanescente e Il Regno Caduto nelle traduzioni di Anna Carbone.

Nisha J. Tuli. La guerra delle dieci regine. Urano saga. Newton Compton.
La prigione di Nostraza è un luogo terribile, in cui la speranza è un miraggio e i detenuti sono disposti a tutto per sopravvivere. Lo sa bene Lor, che vi è rinchiusa da dodici anni per volere dello spietato Re di Aurora ed è consapevole che potrebbe finire i suoi giorni tra quelle mura. Ma il fato per lei ha in serbo qualcosa di diverso: mai infatti avrebbe immaginato di riassaporare la libertà, eppure, durante una sanguinosa rivolta, Lor viene prelevata da Nostraza per essere trasferita alla corte del Sole, dove dovrà contendere il ruolo di Regina ad altri nove Tributi, ragazze che, come lei, parteciperanno a quattro prove potenzialmente letali per conquistare il cuore del Re Atlas. In principio, Lor è spaventata e sopraffatta all’idea di cimentarsi in una competizione mortale, ma poi comprende che quella potrebbe essere la sua grande occasione per vendicarsi del Re di Aurora e di tutto il male che ha fatto a lei e alla sua famiglia. Tra intrighi, pericoli e mutevoli alleanze, riuscirà Lor a ottenere il titolo di Regina e ad attuare i suoi piani di vendetta? Dieci ragazze. Una sfida letale. Il cuore di un re da conquistare.

Carissa Broadbent. Il serpente e le ali della notte. Mondadori.
Oraya è un’umana, figlia adottiva del re vampiro dei notturnati. Si è ritagliata un posto in un mondo destinato per natura a ucciderla, e ha un solo modo per cessare di essere una preda: partecipare al Kejari, il leggendario torneo organizzato da Nyaxia, la dea della morte in persona. Uscire vincitrice dalla feroce sfida fra i tre Casati dei vampiri non sarà facile e Oraya si troverà obbligata a stipulare un’alleanza con un misterioso rivale. Tutto in Raihn è pericoloso. È un vampiro spietato, un assassino infallibile, un nemico della corona… e il suo più potente avversario. Tuttavia, ciò che terrorizza veramente Oraya è la strana attrazione che prova per lui. Ma non c’è spazio per la compassione nel mondo di Nyaxia. La guerra per la corona dei notturnati scoppia a poche settimane dall’inizio del Kejari, mandando in frantumi tutto ciò che Oraya pensava di sapere sulla sua casa. E proprio Raihn sembra comprendere come nessun altro le sue emozioni. In un regno dove nulla è più mortale dell’amore, però, ciò che sta nascendo tra loro potrebbe essere la rovina della giovane umana.

Tahereh Mafi. Shatter me. Vol. 1. Fanucci.

Juliette ha 17 anni e il potere di fulminare chiunque tocchi. A causa di questo è stata rinchiusa in un manicomio per volere della Restaurazione, il movimento che ha preso il potere illudendo la gente di poter riportare il mondo agonizzante al suo primitivo splendore. Dopo 264 giorni di isolamento le viene assegnato un compagno di cella, Adam, che lei riconosce come l’unico compagno di scuola che non l’ha mai trattata alla stregua di un mostro. Adam però è un soldato al servizio di Warner, figlio del comandante supremo della Restaurazione, che intende sfruttare il potere di Juliette per torturare e uccidere gli oppositori del regime. Ma Juliette e Adam, il quale scopre di essere immune al tocco letale di lei, si innamorano e decidono di fuggire insieme e unirsi a un gruppo di ribelli. Riuscirà Juliette a sfuggire al controllo di Warner e alle mire della Restaurazione?

E qui mi fermo. Uno, perché mi sono stancato di cercare e leggere sui vari store quarte di copertine; due, perché quanto mostrato è più che sufficiente per il discorso che si sta per fare.
Che cosa hanno in comune questi libri?
Protagoniste femminili, minacce incalzanti che s’intrecciano con amori, intrighi e misteri di vario genere (che poi tanto vari non sono, ma questo è un altro discorso). In poche parole siamo di fronte a dei romance che si mischiano a fantasy o a paranormal (e in più di un caso non possono mancare vampiri bellissimi).
Che cosa dicono queste pubblicazioni?
Che la maggior parte del pubblico cui si rivolgono è femminile (possono esserci anche dei lettori maschili, ma, se non si è fatta una valutazione errata, si tratta di una minoranza) e che questo è il tipo di storie che si vogliono leggere: gli editori si adeguano alla domanda del mercato. Niente di nuovo e niente di scandaloso.
Ma a questo punto ci si pone un’altra domanda: possibile che autori o autrici non cerchino di creare qualcosa di proprio invece di seguire ciò che vuole la maggioranza? Ok, per essere letti e guadagnare ci si deve adeguare, ma davvero si vuole scrivere di questo? Non si anela a scrivere qualcosa di diverso? Perché va bene tutto, ma vedere libri che sembrano essere progettati a tavolino e fatti con lo stampino alla lunga può diventare stancante. Gli autori non hanno qualcosa di veramente loro che vogliono scrivere, una storia che sentono propria da raccontare? Oppure va bene scrivere qualsiasi cosa pur di essere pubblicati? Non è che per caso si è scambiata la voglia di raccontare con quella di vendere? Sembra che si sia passati dall’essere artisti all’essere commercianti; sì, perché più che libri con storie vere si è davanti a dei prodotti di consumo immediato che dopo poco tempo vengono dimenticati. A distanza di diversi decenni dall’uscita, si parla e si legge ancora Il Signore degli Anelli; quante di quelle pubblicazioni sopra menzionate ci saranno ancora fra qualche anno? Quanti si ricorderanno ancora di essi? Quanti di questi libri invece finiranno al macero oppure in un qualche mercatino dell’usato quando i magazzini dove sono tenuti se ne libereranno per fare spazio ad altri dello stesso tipo ma usciti più di recente?
Soprattutto, quanti di questi libri sono vivi, hanno cioè qualcosa di veramente sentito da parte dell’autore che proviene dal loro vissuto? Ormai tanti sanno che Il Signore degli Anelli ha molto del suo autore: le esperienze di guerra, la perdita degli amici, il legame con la moglie, l’amore per i cavalli, la natura, la preoccupazione portata dall’eccessiva industrializzazione. Questi libri, a parte le cotte dei protagonisti, cosa hanno? Sono dei copioni che ricalcano schemi che hanno dimostrato che per il momento possono vendere. Non c’è molto altro. Non che questo sia un male: l’intrattenimento fa parte della vita. Ma sinceramente si può ricercare di fare e volere qualcosa di più.
Fortunatamente e sicuramente c’è chi scrive ciò che veramente sente e vuole scrivere, purtroppo non passa per la via dell’editoria tradizionale che logicamente risponde al principio di domanda e offerta. Questo è il mercato, che piaccia oppure no.