Neon Genesis Evangelion ha senza dubbio segnato l’animazione degli anni 90, cambiando il modo di vedere gli anime legati ai cosiddetti robottoni. Per quanto potessero essere gradevoli Ufo Robot, Mazinga, Daitarn III, le serie animate prima di Neon Genesis Evangelion avevano dei limiti sia di storia (il nemico alieno invasore che attaccava il Giappone) sia di credibilità (munizioni praticamente infinite); ci sono stati anime che si sono discostati da questo tipo di copione, basti pensare alla prima serie di Gundam e a Fortezza superdimensionale Macross, ma nessuno ha avuto un impatto così forte come Neon Genesis Evangelion. L’animazione ha avuto sicuramente la sua parte, ma ciò che ha contraddistinto veramente Neon Genesis Evangelion sono stati i tanti riferimenti religiosi amalgamati in una storia fantascientifica (gli alieni invasori sono Angeli, potenti entità dalle forme più strane e dalle motivazioni imperscrutabili) e la profonda introspezione dei personaggi.
Per chi non conoscesse la storia (l’anime, prodotto dallo studio Gainax, animato dalla Tatsunoko e sceneggiata e diretta da Hideaki Anno, è uscito nel 1996), in una terra futuristica distrutta da un evento catastrofico conosciuto come Second Impact, dei ragazzini vengono selezionati dalla Nerv per pilotare gli EVA (mecha giganti), gli unici capaci di affrontare e sconfiggere misteriose entità denominate Angeli. Oltre a una bella animazione, a degli scontri adrenalinici e drammatici, robot che non erano solamente macchine ma umanoidi artificiali giganti, c’era alla base del successo di Evangelion una regia convincente, con uno sviluppo dei personaggi interessante, ognuno con i suoi problemi. Il rapporto conflittuale di Shinji Ikari con il padre, capo della Nerv, agenzia militare nata per contrastare la minaccia degli Angeli. Il bisogno di risolvere i problemi esistenziali di Rei Ayanami, un clone di Yui Ikari, moglie di Gendō Ikari, voluto da quest’ultimo perché non ha saputo accettare la sua scomparsa (fusasi con l’EVA-01 durante un esperimento). Asuka Sōryū Langley, con un forte bisogno di autoaffermazione, ma anche con gravi ferite interiori dovute al comportamento di una madre instabile mentalmente prima e suicida poi.
La minaccia misteriosa, i progetti altrettanto misteriosi Adam e Perfezionamento dell’Uomo, mettono tanta carne al fuoco, e come spesso succede, ci possono essere solo due modi per concludere una storia così complessa: o si realizza qualcosa di grandioso oppure si finisce col creare insoddisfazione in chi ha seguito la storia. Purtroppo, con Neon Genesis Evangelion si è verificata la seconda possibilità, con un calo della qualità della grafica nell’ultima parte della serie e ritardi di produzione che hanno portato a raffazzonare la sua conclusione, lasciando molti misteri irrisolti e soprattutto tradendo le aspettative degli spettatori che hanno capito poco dove alla fine la storia voleva andare a parare. Un vero peccato, perché Neon Genesis Evangelion aveva gettato le basi per qualcosa di grandioso, ma era anche troppo complesso e con troppi riferimenti biblici e filosofici perché potessero ben amalgamarsi in una storia fantascientifica se non sviluppati con la dovuta cura.
La serie finì così male e in maniera così contestata che nel 1997 si decise di realizzare Death & Rebirth e The End of Evangelion, due lungometraggi che rifacevano le ultime puntate della serie. Non contenti di ciò, nel 2006 fu dato il via alla Rebuild of Evangelion, una tetralogia cinematografica che riproponeva parte della serie originale ma dandone poi un finale diverso. Se si deve essere sinceri, il risultato però è lo stesso: la storia parte bene, coinvolge, ma arrivati a un certo punto si perde e diventa di difficile comprensione. Il primo film, Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone, è abbastanza chiaro e segue abbastanza fedelmente la parte iniziale della serie tv. Pure il secondo, Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance, si mantiene su questa onda, benché venga immesso un nuovo personaggio (Mari), anche se da qui in poi le cose cominciano a cambiare. Il terzo, Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo, è davvero arduo da comprendere e lascia perplessi, non capendo bene cosa si è visto, anche se si conosce l’universo di Evangelion; le cose migliorano nella prima parte del quarto e ultimo film, Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, ma non finiscono nel migliore dei modi e ci vuole un discreto sforzo per capire il tutto (viene da chiedersi se c’è bisogno di scatenare un conflitto di livello universale per arrivare alla comprensione interiore e all’accettazione di parti di sé. E ancora ci si chiede che cosa siano, da dove saltino fuori e cosa servino certi termini, come a esempio la Porta di Nabucodonosor).
Cosa dire di Evangelion? Si tratta di un mondo complesso, a tratti anche ben spiegato per quanto riguarda gli Eva e le loro funzionalità, ma che a un certo punto si perde per aver voluto osare troppo; personalmente apprezzo che si mettano degli elementi religiosi e di filosofia in una storia, ma questo deve essere fatto bene, in maniera misurata, qui invece il tutto viene amalgamato male, quasi come se fosse stato buttato lì senza costrutto. Davvero un peccato. Rimane tuttavia una pietra importante del mondo dell’animazione giapponese.
Archivi categoria: Anime
Castlevania
Castlevania è una serie animata ispirata a uno dei tanti videogiochi della saga, Castlevania III: Dracula’s Curse, dove il protagonista Trevor Belmont, cacciatore di vampiri, accompagnato da Sypha Belnades, il pirata Grant Danasty e il vampiro Alucard, figlio di Dracula, combatte il famoso non morto. Il prodotto creato da Netflix, a differenza dalla storia creata da Konami nel 1989, distribuisce i punti di vista, non concentrandosi solamente su Trevor Belmont, che mantiene un ruolo importante e decisivo soprattutto nel finale, ma soffermandosi anche su Sypha e Alucard (il pirata invece fa una breve apparizione) e soprattutto sugli antagonisti degli eroi (Dracula, i suoi due fidati Mastri Fabbri Hector e Isaac, Carmilla e le sue sorelle), andando a realizzare una storia corale interessante, suddivisa in quattro stagioni, anche se con qualche pecca.
Nella prima stagione, di quattro puntate, vengono gettate le basi di tutte le vicende a seguire: Lisa di Lupo, mossa dalla voglia di avere più conoscenze mediche per curare le persone, si reca al castello di Dracula per imparare dalla sua sapienza millenaria. Colpito dalla sua determinazione, il vampiro non solo acconsente alla sua richiesta, ma la sposa anche, senza farla diventare tuttavia una non morta come lui. Gli anni passano e Lisa cura le persone come ha sempre sognato, ma l’isteria (e deficienza) umana e l’integralismo religioso entrano in scena: il clero di Targoviste condanna a morte la donna accusandola di stregoneria, mettendola al rogo. Dracula, in viaggio seguendo le indicazioni della moglie sul conoscere il mondo, arriva quando il fatto è già accaduto; in preda alla furia, lancia la sua maledizione sulla città: se non espierà la propria colpa, da lì a un anno porterà distruzione su di essa. Cosa che avviene, dato che i suoi abitanti, e soprattutto il clero, non hanno mostrato il minimo pentimento: il castello del vampiro compare a Targoviste e il suo esercito demoniaco distrugge la cittadina, portando poi distruzione anche nelle altre città della Valacchia.
Nessuno ha la capacità di opporsi a Dracula e alle sue schiere tranne Trevor Belmont, un cacciatore di demoni caduto in disgrazia per false accuse della chiesa; dopo aver salvato la nipote del capo dei Parlatori (un gruppo che raccoglie sapienza e la trasmette oralmente), Sypha Belnades, si unisce a lei perché secondo una leggenda pare che sotto le catacombe della città di Greshit ci sia un eroe leggendario capace di opporsi a Dracula. La leggenda si rivelerà essere una profezia proveniente dal futuro e risveglieranno Alucard, che altri non è che Adrian Tepes, figlio di Dracula e Lisa, rifugiatosi sotto Greshit per riprendersi dalle ferite subite dopo aver cercato di fermare il padre.
Le premesse della prima stagione sono molto buone e si aspetta con grande interesse quello che avverrà nella seconda; purtroppo, le aspettative verranno deluse, perché tutti i preparativi per qualcosa di grandioso non portano al risultato sperato. Dracula raduna vampiri da ogni angolo della Terra, mentre Hector e Isaac, due umani a lui fedeli dopo essere stati delusi e traditi dagli uomini, creano con i loro poteri (sono dei Mastri Fabbri) un esercito di creature della notte. Ma il millenario vampiro, così feroce nella prima stagione, è apatico, stanco, lasciando il compito della sua vendetta ai Mastri Fabbri e ai generali vampiri; nella corte regna il malcontento e ben presto viene perpetrato il tradimento ardito da Carmilla, una vampira ambiziosa a capo della Stiria. Carmilla porta dalla sua parte Hector, dividendo così la corte di Dracula. L’attacco portato da Belmont, Sypha e Alucard coglie tutti di sorpresa, ma il grande confronto finale è un po’ deludente: le armate di non morti si eliminano tra loro e lo scontro con Dracula non è quello che ci si aspettava. Come dice Alucard, la scelta del padre altro non è che la più lunga lettera di suicidio della storia; Dracula, rendendosi conto mentre combatte contro il figlio in quella che è stata la stanza dove è cresciuto che lo sta per uccidere, si fa eliminare da lui. Così finisce il più grande vampiro di tutti i tempi, ma non la storia, visto che prosegue per altre due stagioni.
Nella terza, Alucard vive da solo nel castello del padre, che è stato teletrasportato vicino a ciò che resta del maniero dei Belmont, per preservare il sapere di cui è ormai custode, cercando di riprendersi dalle ferite interiori riportate dalla morte del padre. Sypha e Trevor viaggiano insieme per cacciare le creature della notte rimaste. Carmilla, con al seguito un Hector prigioniero, ritorna in Stiria, dove con le sue sorelle vampire (Lenore, Morana, Striga) mette in atto un piano per estendere il loro dominio sulle terre degli uomini, facendoli diventare una sorta di allevamento con cui nutrirsi. Isaac decide di portare avanti il volere di Dracula e distruggere la razza umana. Nonostante le prime puntate possano essere un poco sotto le aspettative, con l’avanzare della trama le cose di fanno sempre più interessanti, soprattutto per quanto riguarda Sypha e Trevor, che si trovano a indagare su un misterioso villaggio assieme a Saint Germain, un alchimista che sta ricercando il Corridoio dell’Infinito (che può connettere ad altri mondi) per ritrovare la propria amata e che pare essere proprio sotto l’abbazia del villaggio: i due eroi scopriranno che gli uomini del clero stanno utilizzando una creatura della notte per far ritornare Dracula dall’inferno. Il finale per Sypha e Trevor sarà davvero amaro, come lo è quello di Alucard che, dopo aver fatto da mentore a due giovani cacciatori di vampiri, viene tradito da loro e si ritrova costretto a ucciderli; deluso, Alucard percorre le orme del padre, impalando i loro corpi all’entrata del castello. Un finale di stagione davvero all’altezza delle aspettative, che pone le basi per l’ultima stagione, di tutte quella con la migliore definizione grafica.
Sypha e Trevor continuano il loro viaggio combattendo le creature della notte e cercando d’impedire ai vampiri di far tornare Dracula. Alucard va in soccorso di un villaggio preso di mira dai mostri. Hector sta ordendo la sua trama per liberarsi dal giogo delle vampire di Stiria. Isaac ha costruito un’armata per portare avanti le sue mire, anche se non ha più intenzione di distruggere l’umanità. Carmilla si è fatta prendere dall’ambizione e vuole conquistare il mondo.
I vari intrecci si uniranno nel finale. Hector e Isaac si troveranno di nuovo a lottare dalla stessa parte e porranno fine alle mire di Carmilla. Delle sorelle vampire, Morana e Striga andranno insieme per la loro strada, Lenore, si lascerà consumare dal sole guardando l’alba. Alucard, Sypha e Trevor torneranno a combattere insieme per fermare Sant Germain che, raggirato, ha fatto tornare Dracula insieme alla moglie in un unico corpo, mettendo in atto un rituale degli alchimisti e dando materializzazione a un nemico tremendo come la morte. Nonostante un momento in cui sembra che uno dei protagonisti debba sacrificarsi per fermare il male, tutto finirà bene: Alucard troverà l’amore e attorno al castello farà sorgere una comunità fiorente, Trevor e Sypha stanno insieme, con la donna in dolce attesa. Persino Dracula e Lisa, ritornati dal mondo dei morti, potranno finalmente avere la possibilità di vivere in pace.
Castlevania in definitiva è una buona serie su vampiri e cacciatori di vampiri; certo ha alti e bassi, e in certi momenti ci si aspetterebbero delle atmosfere più cupe (come nel finale della terza stagione), ma il suo compito d’intrattenimento lo fa a dovere, anche se il lieto fine risulta un po’ forzato e da una figura leggendaria come Dracula ci si aspettava di più.
Record of Ragnarok – Seconda stagione
Nonostante la non troppo convincente prima stagione di Record of Ragnarok (la visione di alcune puntate relative il secondo e terzo incontro, tra Zeus e Adamo e tra Poseidone e Sasaki Kojirō, non mi hanno entusiasmato), ho deciso di vedere la seconda. O meglio, ho voluto vedere lo scontro tra Eracle e Jack lo Squartatore, dato che le premesse erano interessanti, visti i contrasti che si andavano a creare. Per gli dei c’è Eracle, antico eroe e semidio greco conosciuto e amato da tutte le parti per il suo valore e le sue imprese; per gli umani c’è Jack lo Squartatore, una tra le figure più oscure e misteriose della storia umana.
Cominciamo subito dalle cose che non vanno.
Innanzitutto continuano a esserci gli spiegoni, che occupano troppo spazio per mostrare la storia dei personaggi, andando a interrompere lo scontro in maniera inopportuna.
Poi i tifosi, davvero fastidiosi, oltre che inutili.
Infine, la rivisitazione della figura di Eracle, che può fare storcere il naso ai puristi della mitologia: il suo vero nome è Alcide ed è un ragazzino mingherlino che le prende da tutti, ma che ha un forte senso di giustizia. La sua determinazione lo porta a divenire più forte e a mettersi sempre dalla parte del giusto e del più debole: è lui l’unico che si oppone ad Ares e alle sue armate quando gli dei decidono di punire gli uomini colpendo la città di Tebe. Lo scontro è senza storia, ma Alcide, ricordandosi di un racconto sentito da piccolo, beve l’ambrosia, il sangue di Zeus, e ne acquisisce la forza, sbaragliando le armate divine e tenendo testa al dio della guerra; Zeus interviene fermando la battaglia tra i due (una scazzottata) e propone ad Alcide di salire all’Olimpo e divenire il dio della giustizia. L’uomo accetta, a condizione che gli uomini vengano risparmiati. Zeus acconsente e così Alcide diventa una divinità, prendendo il nome di Eracle in onore di Era. Questa rivisitazione, per far vedere quanto era buono Eracle e quanto amasse gli uomini, è una forzatura, perché Eracle è sempre stato figlio di Zeus ed è sempre stato molto forte; senza contare che da sempre è stato odiato da Era perché non faceva che ricordargli i tradimenti che il marito Zeus perpetrava nei suoi riguardi.
Passiamo alle note positive.
La grafica e i disegni sono molto migliorati.
La figura di Jack lo Squartatore, di cui si sa davvero poco, ha avuto un approccio abbastanza convincente. Jack è il figlio di una prostituta, il primo dopo che lei aveva abortito per cinque volte, e vive con lei in un bordello; la madre è l’unica a trattarlo con riguardo, dato che tutti lo maltrattano, e lei e il suo amore sono le uniche ragioni che rendono la vita sopportabile. Jack ha una particolarità: è in grado di vedere il colore delle emozioni umane. Tuttavia, questa capacità non gli permette di capire che quello che crede amore della madre nei suoi riguardi è in realtà l’amore che lei prova per il cliente di cui lui è padre, e che sta aspettando che torni a prenderla per mantenere la promessa fatta tanti anni prima; Jack insomma non è altro che un mezzo per ottenere ciò che vuole. Quando lei scopre che l’uomo, ora divenuto un famoso sceneggiatore, si è sposato, mostra la sua vera natura, causando un forte shock in Jack, al punto che lui la uccide; subito dopo Jack va ad ammazzare il padre biologico, dando il via così alla sua leggenda di serial killer.
E per finire c’è lo scontro, che non è il solito confronto di forza contro forza, ma d’intelligenza e astuzia contro potere smisurato. Provare simpatia per Jack è impossibile, un assassino che ha usato la violenza per legare a sé una valchiria, ma non si può negare la sua intelligenza nell’elaborare la tecnica per affrontare l’avversario. Innanzitutto ha preparato il terreno di scontro, chiedendo che l’arena fosse una riproduzione di Londra, ambiente che conosce molto bene, e ha sfruttato la sicurezza di Eracle nel confidare troppo nella propria forza. Poi ha fatto del sotterfugio e dell’inganno la sua arma migliore, ingannando l’avversario e tutti gli dei su quale fosse la sua arma divina: prima fa credere che fosse il gigantesco paio di forbici che impugnava, poi che fosse la borsa che portava al fianco, in grado di creare gli oggetti che desiderava, quando invece erano i guanti che indossava, capaci di rendere qualsiasi cosa toccasse un’arma divina (l’intera Londra lo diventa), persino il suo sangue. Queste sue abilità lo portano incredibilmente alla vittoria, permettendo all’umanità di arrivare al pareggio.
La bellezza dello scontro non è però la parte migliore, perché alla fine c’è da fare i conti con la realtà: benché la vittoria sia stata indispensabile per gli uomini, loro non la volevano per il gran disprezzo che provavano per l’assassino. Nessuno ha fatto il tifo per Jack, nonostante combattesse per salvare l’umanità (anche se le sue ragioni non erano così elevate: voleva vedere il colore delle emozioni di un dio che muore): viene fischiato e odiato da tutti perché tutti volevano che Eracle vincesse. L’unica che prova un po’ di empatia per lui è una prostituta che lavorava con la madre e che ha visto in che condizioni era vissuto da piccolo. E l’unico che ha provato amore per lui è stato proprio il suo avversario, che anche in punto di morte ha mostrato il suo incrollabile amore per l’umanità intera e quindi pure per lui; in fondo, tutto quello che Jack aveva voluto era di essere amato.
Il quarto scontro di Record of Ragnarok fa salire di un gradino la serie, dando non solo un combattimento che non è fatto di due forzuti che si menano e basta, ma regalando anche un certo livello d’introspezione (purtroppo, le puntate dopo di esso non hanno fatto sì che ci fosse lo stesso interesse per proseguire nella visione).
Record of Ragnarok – Prima stagione
Dei ed eroi, miti e leggende mi sono interessati fin da piccolo, quindi è con un certo interesse che mi sono approcciato a Record of Ragnarok. Su che cos’è il Ragnarok penso non ci sia molto da dire, tuttavia è sempre bene precisare: nella mitologia vichinga è la battaglia finale tra dei e giganti che porterà alla distruzione del mondo (del mondo conosciuto fino ad allora: i vecchi dei moriranno lasciando il posto a dei nuovi). In questa serie anime, che vede riuniti gli dei di tutti i pantheon del mondo, le divinità, stanche dei misfatti degli uomini, decidono di eliminarli una volta per tutte; la decisione è unanime. L’unica a opporsi è Brunilde, una delle valchirie, che invoca il Ragnarok, uno scontro tra i campioni degli eroi e quelli degli uomini: ogni fazione potrà scegliere tredici contendenti, chi arriverà per primo a sette vittorie determinerà l’esito del conflitto (se saranno gli dei a vincere, l’umanità perirà, altrimenti potrà continuare a vivere per altri mille anni). Logicamente lo scontro è impari, perché nessuna arma terrestre può ferire le divinità, ma le valchirie si sono schierate con gli uomini, trasformandosi in armi adatte al campione umano e capaci di contrastare il potere divino.
La premessa è davvero interessante e il potenziale per fare qualcosa di spettacolare c’era tutto, peccato che la prima stagione è stata gestita malamente, al punto che dopo due puntate, capendo com’era stato sviluppato il prodotto, ho lasciato perdere. Il primo episodio non era stato male, con il consiglio degli dei che decide per la fine degli uomini e Brunilde che si oppone a loro; purtroppo, nel secondo episodio, quello che vede il primo scontro tra Thor, il dio del fulmine nella mitologia nordica e il più forte di quel pantheon, e Lü Bu, generale cinese mai stato sconfitto, le cose prendono una piega davvero negativa. Il combattimento viene interrotto con lunghi flashback sul passato dei due contendenti che mostrano il loro carattere e la loro forza, dei veri e propri spiegoni che smorzano ogni interesse. Se a questo si aggiungono i siparietti dei tifosi dei due contendenti che buttano via la tragicità del conflitto con una comicità a tratti demenziale, si capisce perché l’anime abbia fatto perdere ogni voglia di proseguire. Pure le animazioni potevano essere realizzate molto meglio, dove è la staticità che regna sovrana (e si sa che per una serie basata sul combattimento questa non è una cosa per niente positiva) e questo ha fermato il mio proseguire con le altre puntate della prima stagione (può darsi che la serie migliori, però quanto visto finora mi ha fatto perdere interesse e non è detto che non la riprenda in futuro, ma la vedo difficile).
Peccato, perchè Record of Ragnarok poteva essere un prodotto interessante (però potrei provare con la seconda stagione, dato che lo scontro tra Ercole e Jack lo Squartatore ha delle premesse molto forti) invece di una tamarrata riuscita male.
Fate/stay night
Fate/stay night è la prima serie anime realizzata dall’omonima visual novel giapponese scritta da Kinoko Nasu e illustrata da Takashi Takeuchi; realizzata nel 2006 dallo studio Deen, si basa sulla prima route, quella che concentra la propria attenzione sulla storia romantica tra il protagonista Shirou Emiya e il suo Servant, Saber, che altri non è che Arturia, la versione femminile di re Artù. Non ci si dilungherà sulla trama, visto che se ne è parlato già in altri articoli (Fate/stay night: Unlimited Blade Works e Fate/stay night: Heaven’s Feel): Shirou Emiya è uno studente che si trova coinvolto in una guerra segreta di maghi per ottenere un potente artefatto, il Santo Graal. Viene ferito mortalmente dopo aver assistito allo scontro tra due Servant, due spiriti eroici invocati da altrettanti maghi, ma viene salvato da Rin Tosaka, uno dei maghi che partecipano alla guerra del Graal; nonostante ciò, viene inseguito da Lancer, uno dei Servant che ha visto combattere, fino alla propria casa: la sua sorte sembra segnata, ma improvvisamente compare una donna in armatura che brandisce una spada invisibile, salvandolo da morte certa. Si tratta di Saber, il Servant che aveva servito il padre adottivo nella guerra precedente del Graal, il mago che ha vinto il magico conflitto ma che alla fine ha rinunciato al premio concesso.
Emiya non è stato addestrato come mago e per questo non riesce a dare molta forza magica a Saber, risultando perciò più debole del previsto, ma non è privo di capacità, visto che con il suo circuito magico può creare oggetti, specialmente armi. Alleato con Tosaka, si troverà a scontrarsi e a vincere prima contro il subdolo Shinji Mato e Rider (Medusa), poi Illyasviel von Einzbern e Berserker (Eracle); dopo la perdita del suo Servant, Illya diverrà sua alleata e lo aiuterà ad affrontare i restanti maghi, trovando come nemici principali Sōichirō Kuzuki e Caster (Medea) e Kirei Kotomine e Gilgamesh, i due già affrontati nello scontro finale della guerra precedente da Kiritsugu Emiya e Saber e che riproporranno lo stesso duello.
Che cosa dire di Fate/stay night? Che è la route più interessante e allo stesso tempo quella meno riuscita. Partiamo dal comparto grafico. Benché realizzato nel 2006, il lavoro dello studio Deen è lontanissimo da quanto realizzato anni dopo da Ufotable con Unlimited Blade Works, e perde malamente il confronto; pure il comparto sonoro non è allo stesso livello. Anche la regia non riesce a coinvolgere come successo con i lavori successivi.
Veniamo alla storia. Di tutte è la più interessante, perché il vedere come si rapporta Arturia, che incarna l’ideale cavalleresco e mette l’onore e il suo ruolo prima di tutto (al punto da farle desiderare di poter cambiare il suo passato con la conquista del Graal), con una vita più da ragazza è davvero intrigante. Il suo rapporto con Shirou non è male ed è ben rappresentato il suo non sapersi lasciare andare ai propri sentimenti. Tuttavia, il personaggio di Arturia poteva essere approfondito di più perché tanto aveva da dire; certamente questo dipende molto da come era stata già trattata nella visual novel che, a detta di tanti, è la meno riuscita (e non gli si può dare torto). Inoltre fa alzare più volte le sopracciglia come Shirou si faccia massacrare negli scontri, uscendone sempre malissimo (e solo perché nel suo corpo si è fuso il fodero di Excalibur, che ha la capacità di guarire qualsiasi ferita subita dal possessore, che riporta a casa la pelle).
Davvero un peccato, perché Fate/stay Night aveva tanto da dire e il suo potenziale è andato inespresso e sprecato; da vedere perché rende più chiara la visione degli anime successivi.
Fate/stay night: Heaven’s Feel
Quella che si sta per affrontare è la recensione dei tre film d’animazione dedicati alla terza route del videogioco Fate/stay night, Fate/stay night: Heaven’s Feel, che vede l’attenzione focalizzarsi sul rapporto tra Emiya Shirō, il protagonista della storia, e Sakura Matou, una delle tre protagoniste femminile con cui è possibile instaurare una relazione sentimentale.
Occorre subito fare una premessa: per avere una certa comprensione della storia occorre avere la conoscenza del contesto in cui sono calate le vicende, il che significa avere visto le altre due serie precedenti, Fate/stay night e Fate/stay night: Unlimited Blade Works, senza contare che aiuta molto aver guardato Fate/Zero, al momento la più bella serie realizzato del mondo Fate. Nonostante ciò, questo potrebbe non essere sufficiente per comprendere tutto quello che succede in Fate/stay night: Heaven’s Feel, visti i tagli che sono stati apportati alla storia (se per quelli effettuati all’inizio si può sopperire avendo visto le precedenti serie di Fate/stay night, per il finale, se non si è giocato alla visual novel, occorre andarsi a cercare in rete qualcosa che spieghi
quello che è accaduto perché c’è un buco non indifferente che rende difficile la comprensione).
Tolti i punti più rognosi, andiamo a vedere le note positive. Innanzitutto il comparto grafico, sempre realizzato dallo studio Ufotable (che aveva già prodotto Fate/stay night: Unlimited Blade Works e Fate/Zero) di livello elevato: eccezionali le corografie e la gestione degli scontri, per non parlare delle musiche, sempre evocative e pertinenti al momento che si sta vedendo. Molto buona anche la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto quella di Sakura, rivelandosi un personaggio complesso; buono lo sviluppo rapporto che c’è tra lei e Rin e quello tra Rin e Illya. In Fate/stay night: Heaven’s Feel vengono alla luce quei dettagli che rendono più chiara tutta la storia che c’è in Fate/stay night.
Veniamo dunque alla storia. I tre film Fate/stay night: Heaven’s Feel – I. presage flower (2017), Fate/stay night: Heaven’s Feel – II. lost butterfly (2019) e Fate/stay night: Heaven’s Feel – III. spring song (2020), nonostante i tagli accennati riescono ben a mostrare quello che succede in questa terza route. La giovane Sakura Matou, sorella di Shinji, amico e compagno di club di Shiro, decide di andare a casa del senpai e aiutarlo nei lavori domestici dopo che lui ha avuto un incidente al lavoro part-time che svolge. Shiro dopo l’infortunio, anche se guarito, lascia il tiro con l’arco; nonostante la guarigione, Sakura continua ad andare a casa sua ad aiutarlo. Passano i mesi e Sakura entra nello stesso liceo del fratello e di Shiro; i rapporti tra i due ragazzi si fanno più tesi visto il rapporto che si è sviluppato tra Shiro e Sakura e la situazione non farà che peggiorare. Al momento però le cose procedono normalmente, con la ragazza che ha sviluppato un buon rapporto anche con Taiga, tutrice (e professoressa d’inglese) di Shiro dopo la morte del padre adottivo di questi, Emiya Kiritsugu, avvenuta poco tempo dopo che quest’ultimo aveva salvato il ragazzo dal tremendo incidente avvenuto dieci anni prima, di cui lui era l’unico sopravvissuto (evento che continua a perseguitare in sogno il ragazzo).
Le cose cambiano radicalmente la notte in cui Shiro viene ferito mortalmente a scuola, ma incredibilmente si salva e si ritrova coinvolto nella guerra del Santo Graal, una guerra che si svolge ogni qualche decennio a Fuyuki tra sette maghi e i suoi servant, spiriti eroici invocati dai primi, il cui sacrificio serve per evocare il potente rituale. In realtà, il Santo Graal in questione non è quello che il pensiero comune crede: trecento anni fa, tre grandi famiglie di maghi, i Makiri, i Tōsaka e i Einzbern unirono le forze per creare un rituale che potesse permettere di compiere un miracolo ed eliminare la radice di ogni male; raggiungendo la radice della magia, apriranno la strada per arrivare a un piano d’esistenza superiore. Questo è il Graal, il Calice Celeste, l’Haven’s Feel per realizzare la vera eterna giovinezza, l’unico modo per materializzare l’anima.
Il problema è che esiste un ottavo elemento in questa Guerra: Avenger, ovvero Angra Mainyu, un giovane scelto in un villaggio dedito allo zoroastrismo cui fu fatto carico di tutti i mali del mondo, perché si riteneva che non si potesse condurre una vita retta senza prima liberarsi di ogni male. Tale figura fu evocata come Servant nella Terza Guerra per il Santo Graal e una volta sconfitto fu assorbito dal Graal, corrompendolo; questa ombra, questo Avenger, si è impossessato di Sakura, o meglio, è stato impiantato da Zouken, nonno di Sakura, nella ragazza così da renderla un Graal artificiale ed essere usata per i suoi scopi.
Shiro, Rin (erede dei Tōsaka) e Illya (erede dei Einzbern), si alleano per fermare questa ombra, sventando così i piani di Zouken e di Kirei, l’avversario contro cui Kiritsugu aveva lottato nello scontro finale della guerra per il Graal precedente.
Fate/stay night: Heaven’s Feel è una storia cupa, violenta, la parte più oscura di Fate/stay night, soprattutto per quanto riguarda Sakura, che ha subito abusi di ogni genere dalla sua famiglia adottiva: violenza psicologica, esperimenti, stupri, il tutto per corromperla e farla divenire l’involucro per contenere l’ombra che avrebbe fatto raggiungere il suo scopo al cinico Zouken. Una bambina e poi una ragazza privata di un’esistenza normale, costretta a vivere lontana dalla sua vera famiglia, che trova affetto solo da Shiro.
Ben fatti gli approfondimenti su Illya e il legame che ha con Shiro, il legame che c’è tra Sakura e Rider, la sua Servant (il suo potere rivela che si tratta di Medusa). A parte Kirei, questa volta il nemico è differente, ma è ugualmente ostico da battere. Come sarebbe ostico capire il legame che c’è tra Shiro e Archer se non si è visto Fate/stay night: Unlimited Blade Works. Invece finalmente è chiara la natura del Santo Graal, perché nelle storie delle altre due route era qualcosa di un po’ nebuloso; peccato solo per il finale, troppo frettoloso e senza elementi per comprendere come Shiro possa tornare dopo lo scontro finale: senza una spiegazione lo spettatore rimane perplesso e (INIZIO SPOILER) bisogna avere una bella immaginazione per capire che l’anima di Shiro è stata materializzata all’interno di un contenitore, ritrovato da Rider e impiantato in un nuovo corpo donato da un famoso burattinaio (FINE SPOILER).
In conclusione, Fate/stay night: Heaven’s Feel è una buona storia, da vedere per chi ha apprezzato il mondo Fate oppure da chi è appassionato di mitologia e di figure eroiche conosciute nel folclore e nella storia; sicuramente non è al livello di Fate/Zero dove si approfondivano molto di più gli Spiriti Eroici e le loro vicende, ma comunque si è davanti a un prodotto di qualità notevole.
Ghost in the Shell (film 2017)
Ghost in the shell, interpretato da Scarlett Johansson, è un film del 2017 tratto dal manga di Masamune Shirow e che in parte s’ispira al capolavoro realizzato da Mamoru Oshii; ispirazione che è legata solo al rifare alcune scene del film d’animazione di Oshii, perdendone invece la complessità e la profondità.
Sia ben chiaro: Ghost in the shell che vede all’opera la Johansson nei panni del Maggiore Motoko Kusanagi non è male, ma non raggiunge il lavoro realizzato da Oshii. Il problema è che si è voluta semplificare una storia complessa, cercando di renderla fruibile anche a chi non conosceva il manga o le opere di animazione.
In un futuro prossimo, dove gli essere umani possono interconnettere la mente alla rete dati e avere dei miglioramenti al corpo con innesti cibernetici, è stata istituita la Sezione 9, un’organizzazione anti terrorismo cibernetico gestita dal governo, manipolata però dall’azienda Hanka Robotics che gli dà i mezzi tecnologici per i suoi agenti. Il Maggiore Mira Killian è il loro fiore all’occhiello, un cyborg a cui è stata impiantato un cervello umano, unica parte sopravvissuta di un terribile incidente che ha visto coinvolto la donna, nel quale ha perso anche i genitori. Mossa da esso, Mira combatte strenuamente il terrorismo, fino a quando comincia ad avere dei dubbi dopo l’incontro con un misterioso individuo (Kuze) che elimina ricercatori e scienziati che hanno lavorato per la Hanka Robitics. La verità, quando verrà a galla, rivelerà una realtà ben diversa da quella conosciuta: il Maggiore Mira non è il primo cyborg realizzato, ma soltanto il primo riuscito dopo decine di esperimenti falliti su esseri umani. I suoi sono ricordi impiantati e lei è in realtà Motoko Kusanagi, una donna che viveva assieme ad altre persone che contestavano l’uso della tecnologia: presi con la forza, furono usati per gli esperimenti di cui è frutto.
Il finale è scontato: il vero cattivo andrà incontro alla giustizia e il Maggiore continuerà il suo lavoro nella Sezione 9 con la sua vera identità ritrovata.
Il tema della multinazionale che sfrutta gli individui per i suoi fini è qualcosa di già visto, come già visto è il tema della mente umana messa in una macchina (vedere il primo Robocop realizzato da Paul Verhoeven) e quello che ne segue: un peccato che ci si sia limitati a creare qualcosa di facile comprensione, perdendo quella profondità che si aveva con l’intelligenza artificiale chiamata il Marionettista.
In Ghost in the shell oltre alla già citata Scarlett Johansson (la cui scelta era stata criticata perché si era puntato su un’attrice non asiatica), va menzionata anche la presenza di Takeshi Kitano (Battle Royale). Il film cerca di risollevarsi dalla trama abbastanza semplice riproponendo scene dell’iconica pellicola di Mamoru Oshii, tra tutte vanno menzionate l’inseguimento effettuato da Motoko all’uomo a cui è stato fatto un ghost hacking e che si conclude con un combattimento sull’acqua, Motoko che fa immersione e il combattimento finale con il robot ragno corazzato.
Ghost in the shell in definitiva non è da buttare, ma con il materiale che si aveva a disposizione si poteva fare qualcosa di più.
Another
Another è una serie animata horror interessante, cui si mescolano elementi alla Final Destination e Battle Royale. Tratta dalla light novel ideata da Yukito Ayatsuji e pubblicata nel 2009, vede le vicende incentrate sulla terza classe della sezione C della Yomiyama Nord, scuola media della cittadina di Yomiyama, attorno alla quale c’è una strana atmosfera e accadono eventi a dir poco oscuri (da qui in poi SPOILER). Se ne accorge quasi subito Kōichi Sakakibara, da poco trasferitosi da Tokyo per via del lavoro di suo padre (che si svolge in India), vivendo con i nonni materni e la zia. Subito ricoverato in ospedale per un pneumotorace, riceve la visita dei due rappresentanti della classe che dovrà frequentare e dell’addetta alla contromisure; contromisure di non si sa cosa, ma non gli viene spiegato e nemmeno lo chiede. Mentre è in ospedale fa l’incontro in ascensore con una ragazza taciturna che porta una benda sull’occhio: si tratta di Mei Misaki, che sta andando all’obitorio per portare qualcosa a una persona che si trova lì. La incontrerà di nuovo a scuola, essendo compagni di classe, ma è come se lui fosse il solo a vederla, dato che nessun altro, né gli studenti della 3 C nè i suoi professori, interagiscono con lei. Misaki è restia ad avere a che fare con lui, se ne sta sempre isolata, e quando Sakakibara fa per avvicinarsi a lei i compagni cominciano ad avere atteggiamenti strani, al punto che viene avvisato di non avere a che fare con ciò che non esiste.
Sakakibara viene a sapere una strana storia cui è legata la sua classe: ventisei anni prima, uno studente modello, ben voluto da tutti, muore in un incidente con la sua famiglia. Lo shock è così forte che sia gli alunni sia i professori continuano a far finta che esista, al punto che alla consegna del diploma anche il preside fa mettere una sedia per lo studente morto. La cosa strana è che nella foto di gruppo della consegna compare anche il ragazzo deceduto, benché appaia molto pallido.
Quello che era sembrato un gesto di buon cuore, in un qualche modo apre un passaggio per la morte e dà il via a una maledizione sulla classe che si ripete anno dopo anno: alcuni studenti della classe, dei loro parenti e anche dei professori cominciano a morire in circostanze tragiche. Il tutto perché nella classe c’è una persona in più: una persona che è morta. Nessuno sa chi è (nemmeno il morto sa di essere tale) e tutti hanno degli strani vuoti di memoria che fanno dimenticare eventi del passato. Ed è proprio questa mancanza di memoria che rende difficile spezzare la maledizione. Per farlo, si fanno dei tentativi e ciò che finora pare dare i maggiori risultati è quello, per far essere la classe senza una persona in più, d’ignorare uno studente come se non esistesse.
La contromisura però comincia a non funzionare dal momento in cui Sakakibara, non informato dei fatti, continua a parlare con Misaki, facendo sì che lei sia riconosciuta come persona esistente. Almeno, così ritengono i compagni di classe.
Per diverse puntate lo spettatore si fa l’idea che Misaki sia una sorta di fantasma, dato che pare che solo Sakakibara interloquisca con lei; anche Sakakibara ne ha il sospetto quando va a vedere una sorta di museo delle bambole e là la incontra, ricordandosi che l’anziana all’ingresso l’aveva avvertito che era l’unico avventore presente. Ma seppure strana, Misaki è una persona come lui e ha una particolarità: da piccola ha perso un occhio e la madre (la creatrice delle bambole del museo che ha visitato) per sostituirglielo gliene ha fatto uno di vetro, il quale le permette di vedere cose invisibili, che lei chiama il colore della morte (nella cultura giapponese, e non solo, chi perde un occhio può vedere cose che sono celate agli altri).
L’atmosfera surreale, quasi di sospensione, che si ha nelle prime puntate viene bruscamente interrotta quando Yukari Sakuragi, la rappresentante femminile della classe, esce dall’aula dopo essere stata chiamata da un professore e vedendo insieme Sakakibara e Misaki si spaventa e correndo giù dalle scale inciampa e muore cadendo sull’ombrello, la cui punta le trapassa il collo. E qui Another mostra i punti in comune con la famosa serie di Final Destination, con la morte che comincia a perseguitare i personaggi, facendogli fare le morti più assurde e violente.
Poco dopo Sakuragi, tocca all’infermiera che è stata gentile con Sakakibara in ospedale (e che è sorella di uno dei suoi compagni di classe), e che cerca di aiutarlo a scoprire cosa si cela dietro la 3 C: morirà nella caduta dell’ascensore che stava usando, sfracellandosi quando esso raggiungerà il suolo. Sarà poi la volta di Ikuo Takabayashi, compagno di Sakakibara malato di cuore, che nel momento in cui cerca di dirgli la verità, muore d’infarto. Poi toccherà a un loro professore che si suicida davanti a loro.
Il meccanismo della maledizione pare essersi messo in moto e sembra non esserci più nulla da fare, ma si scopre che il fenomeno quindici anni prima era stato fermato; Reiko Mikami, zia di Sakakibara, aveva frequentato la 3 C in quell’anno (e il fatto che la frequentasse colpì sua sorella, madre di Sakakibara, che morì dando alla luce il figlio) e quindi fa avere un incontro con chi era riuscito ad arrestare la maledizione. Lei, assieme al nipote, Mei e qualche altro compagno di classe vanno all’hotel sul mare dove Katsumi Matsunaga lavora; ma Katsumi non si ricorda come fece, solo che aveva lasciato un indizio nella vecchia scuola. Seppure lontani dalla cittadina, la morte sembra averli raggiunti fin lì e Junta Nakao, uno dei ragazzi che ha seguito Sakakibara, muore tranciato dalle eliche di una barca (ma si rivelerà che le cause della sua morte sono in realtà dovute a un trauma cranico avvenuto mentre scendeva le scale di casa: se fosse andato subito in ospedale, non avrebbe perso conoscenza in acqua e non sarebbe stato investito dalla barca).
Sakakibara, assieme a Naoya Teshigawara e Yūya Mochizuki, trovano nella vecchia scuola l’indizio prezioso: in un nastro, Matsunaga ha registrato cosa è successo quindici anni prima. Andati in gita in un vecchio tempio (dove anche l’attuale 3 C andrà) con la speranza di spezzare la maledizione, sono stati colti da un temporale (che manco a dirlo ha mietuto vittime); mentre erano lì, Matsunaga ha litigato con un altro compagno, uccidendolo accidentalmente. Ne rimane sconvolto, ma nessuno dei compagni restanti si ricordava dell’ucciso; tornato dove aveva lasciato il compagno, non trova più il suo corpo e allora capisce che quello che ha assassinato era il morto che quell’anno faceva parte della classe, la persona in più. A quel punto comprende come fermare la maledizione: restituire il morto alla morte.
Con questa consapevolezza, Sakakibara e i due amici si apprestano a fermare la calamità (nel mentre ci sono state altre morti alla Final Destination), ma le cose giunti all’hotel degenerano all’improvviso. La cassetta è stata scoperta e il segreto divulgato: in molti credono che il morto sia Mei e comincia una caccia sfrenata in stile Battle Royale. La follia degenera tra i ragazzi e non solo: la proprietaria dell’hotel uccide il marito (erano parenti di un ragazzo della 3 C) e comincia a braccare i ragazzi. L’hotel va a fuoco. C’è chi muore cadendo dalle finestre, chi schiacciato da un pilastro o un lampadario, chi impiccato a cavi elettrici, chi trafitto da schegge di vetro, chi pugnalato o colpito in testa da una spranga di ferro. Il morto verrà trovato e si rivelerà essere qualcuno d’inaspettato, anche se di indizi ne erano stati dati.
La maledizione è stata fermata per il momento, ma tornerà a colpire le classi 3 C del futuro, per questo chi è sopravvissuto, prima che la memoria svanisca, lascia un indizio per chi verrà per fare sì che la tragedia sia arrestata per tempo.
Another è, come già detto, una serie interessante; non un capolavoro, ma sa il fatto suo. Inquietante, a tratti angosciante, in alcuni momenti pure splatter: di certo non annoia. Magari all’inizio è un po’ lento, e ha delle accelerate improvvise che colpiscono (anche se alcune ce le si aspetta una volta capito il meccanismo alla Final Destination), però il senso di mistero iniziale funziona e riesce a protrarsi fin verso il crescendo finale.
Qualcuno potrà obiettare che la decisione in Another di far sparire la memoria quando il morto torna in vita sia una forzatura, ma bisogna calarsi anche un poco nella cultura giapponese e al modo in cui le maledizioni delle loro storie funzionano. Per chi è abituato agli horror all’”occidentale”, Another potrà risultare strano, come strani lo sono tutti gli horror giapponesi per chi ha questo tipo di sguardo, ma se si cerca di calarsi in una cultura diversa dalla nostra, allora questa storia prende e coinvolge. Consigliato.
Berserk – La seconda serie animata
A distanza di quasi venti anni dalla prima serie animata di Berserk (era il 1997), nel 2016 ne è stata realizzata una seconda che praticamente parte da dove l’altra era terminata, ovvero da dopo l’Eclissi, con Gatsu che è ormai diventato il Guerriero Nero ed è in caccia degli Apostoli e della Mano di Dio per vendicarsi; di quello che è avvenuto durante il sacrificio ci sono solo alcuni frammentari flashback che mostrano il fato in cui sono incorsi Gatsu, Caska e i suoi compagni. Per chi non avesse letto il manga di Berserk, anche in questo caso è difficile capire come il protagonista e la sua compagna sono riusciti a sopravvivere, dato che non viene mostrato il provvidenziale intervento del Cavaliere del Teschio che li salva da morte certa. Altra scelta che lascia perplessi è quella di narrare gli eventi partendo da quanto visto nel primo numero del manga: o si faceva una serie nuova, oppure, se si voleva partire da dove l’altra si era fermata, avrebbe avuto più senso cominciare con Gatsu portato dal Cavaliere del Teschio dal fabbro Godor, punto in cui viene in possesso dell’Ammazzadraghi e comincia il suo cammino di vendetta. Invece, la sceneggiatura di questa nuova serie animata inizia nella locanda dove incontra l’elfo Pak; al posto della ragazza che serve ai tavoli viene messo Isidoro, che, dopo aver visto all’opera Gatsu, decide di seguirlo. L’azione prosegue con l’incontro con Colette e suo padre, massacrati da un esercito di scheletri guerrieri, con Gatsu che fa strage di mostri. Finito il combattimento, si ha subito l’incontro con l’Ordine della Sacra Catena Ferrea, facendo così iniziare i Capitoli della Condanna; il punto negativo in tutto ciò è che vengono saltati completamente i capitoli Lost Children, una delle parti più belle del manga.
E visto che si parla di punti negativi, occorre parlare del comparto grafico, che è di basso livello. Viene utilizzata la computer grafica, ma non viene usata per niente bene: movimenti scattosi e legnosi, espressività facciale spesso davvero penosa (le cose peggiori si vedono soprattutto con Caska, personaggio davvero maltrattato da questo mezzo). Per non parlare del tratteggio onnipresente che vuole imitare quello del manga: assolutamente fuori luogo in una versione animata.
Altra cosa che lascia decisamente perplessi è la scelta d’inventarsi vicende e personaggi che non ci sono nel manga: ha poco senso la decisione di mettere un castello, dove i suoi abitanti sono stati sterminati dal custode dei cani divenuto Apostolo (le sembianze di questo mostro si rifanno a quello che ha attaccato Gatsu quando è ricoverato dal fabbro Godor: un incontro importante, dato che è lì che il guerriero trova per caso l’Ammazzadraghi e l’impugna per la prima volta), sul cammino di Gatsu dopo la sua fuga dall’accampamento dell’Ordine della Sacra Catena Ferrea e il rapimento di Farnese.
Viste le prime puntate, la nuova serie animata di Berserk non promette niente di buono e invece a un certo punto le cose cambiano (non dal punto di vista grafico, che migliora solo leggermente nella seconda parte): la sceneggiatura comincia a seguire i capitoli del manga e così pure i dialoghi. E allora lo spettatore si ritrova finalmente ad avere a che fare con quello che è Berserk, facendo diventare un prodotto mediocre un lavoro che coinvolge e che si vuole seguire. Il ritmo diventa incalzante e la storia assume un sentore epico, con combattimenti adrenalinici accompagnati da una musica evocativa (quella realizzata da Susumu Hirasawa; il resto del comparto sonoro è poca cosa, sentire le canzoni di apertura e chiusura della prima parte, quella relativa ai Capitoli della Condanna. Molto meglio quelle dedicate ai capitoli Il Falco del regno millenario).
Per chi non conoscesse nulla del mondo di Berserk, dopo aver fatto l’analisi dei pro e contro di questa seconda serie anime su Berserk, un breve riassunto sui fatti narrati. Mentre Gatsu è in cerca di vendetta, l’Ordine della Sacra Catena Ferrea (una sorte d’Inquisizione) è sulle sue tracce, ritenendolo responsabile degli oscuri eventi che si stanno verificando, dato che lo considera il Falco delle Tenebre; a causa delle ferite subite contro dei mostri, Gatsu non riesce a difendersi dell’attacco dell’Ordine e viene catturato, facendo la conoscenza con Lady Farnese (capo dell’Ordine) e del suo sottoposto Serpico (che si rivelerà essere poi suo fratellastro). Riuscito a fuggire, Gatsu decide di tornare da Caska, tenuta al sicuro da Godor, sua figlia adottiva Erika e Rickert, il terzo e ultimo membro della prima Squadra dei Falchi, sopravvissuto perché non presente sul luogo dell’Eclisse (è privo del marchio che hanno Gatsu e Caska). Ma lì scopre che lei è fuggita e le tracce lasciate la conducono ad Albione, ma deve muoversi, perché il Cavaliere del Teschio lo mette in guardia che là ci sarà una seconda Eclissi, con uno dei membri della Mano di Dio che si reincarnerà. Comincerà così una corsa contro il tempo: Caska, protetta da un gruppo di prostitute, finisce per essere associata a un culto orgiastico e accusata di essere una strega (viene salvata dal figlio di Gatsu che portava in grembo e che è nato anzitempo a causa dello stupro subito durante l’Eclissi da parte di Grifis; questa parte, ben mostrata nel manga, non può essere capita dall’anime). Mozgus e i suoi discepoli (i veri inquisitori dell’Ordine), vogliono bruciarla al rogo; Gatsu arriva in tempo, ma deve affrontare gli Inquisitori dotati dei poteri che l’Apostolo Bejelit gli ha conferito (un Apostolo il cui sacrificio permetterà la reincarnazione di un membro della Mano di Dio e l’inizio di una nuova era). Il Guerriero Nero riuscirà a vincere, ma a quel punto il male si scatenerà in tutta la sua forza, distruggendo la Torre della Condanna e uccidendo quasi tutte le persone presenti. La nuova Eclissi avrà luogo e lui e Caska assisteranno alla reincarnazione di Grifis, tornato sulla terra dopo essere divenuto Phemt per realizzare il sogno di avere un proprio regno.
Qui si conclude la prima parte dell’anime, con la seconda che tratta l’arco narrativo del manga I capitoli del falco del regno millenario. Farnese e Serpico hanno lasciato l’Ordine, mettendosi sulle tracce di Gatsu per unirsi a lui; sul loro cammino incrociano Isidoro (che ha cercato di rubargli le provviste), ritrovandosi per caso a incontrare Gatsu e Caska, di nuovo in viaggio dopo l’incontro con Grifis e Zodd e aver perso il rifugio sicuro della miniera di Godor (un tempo era un luogo degli elfi). Il male assortito gruppo arriva in una foresta dove viene attaccato da dei troll, ma è aiutato dall’apprendista strega Shilke; poco dopo incontrano un uomo ferito che dice di essere in viaggio per cercare l’aiuto della strega che vive nella foresta. Arrivano a un grande casa albero (un interstizio tra il mondo materiale e quello spirituale), il luogo dove vive la strega e la sua apprendista; lei, che conosce i due marchiati, decide di aiutarli purché siano di supporto a Shilke nella lotta contro le creature spirituali riversatesi nel mondo. La strega, oltre a dare loro equipaggiamento magico per la lotta che stanno per intraprendere, si rivelerà essere amica e un tempo compagna del Cavaliere del Teschio.
Il gruppo riuscirà a vincere, ma Gatsu rimane gravemente ferito dopo l’incontro con Slan, l’unico membro femminile della Mano di Dio, incarnatasi dalle viscere dei troll uccisi dal Guerriero Nero. E qui le cose si mettono davvero male, perché arrivano alla casa della strega mentre è attaccata dalla nuova Squadra dei Falchi creata da Grifis, venuti per prendere la testa dell’anziana donna. La situazione è disperata nonostante l’intervento del Cavaliere del Teschio; Gatsu, privo dell’armatura e allo stremo delle forze, non riesce a tenere testa a Gurnbeld, uno dei più potenti servitori di Grifis, con i suoi compagni prossimi a essere sopraffatti. L’intervento della strega ormai morente tra le fiamme guida la sua apprendista a dare al Guerriero Nero l’armatura del Berserk, un potente ma anche pericoloso artefatto. Con il nuovo equipaggiamento, Gatsu sbaraglia i nemici, rischiando però di perdere se stesso e distruggere il suo corpo, cosa che viene evitata dall’intervento di Shilke e dall’amuleto inciso all’interno dell’armatura.
Fuggito dalla casa della strega ormai distrutta, il gruppo si mette in cammino per raggiungere la patria degli elfi, un’isola dove pare che il suo re possa far ritrovare la ragione a Caska; impresa che non sarà facile, dato che si ritroverà coinvolto nella guerra tra l’esercito delle Midlands guidato dal Falco di Luce (Grifis) e quello dei Kushan.
La serie anime si conclude così, con Gatsu e compagni arrivati nella città di Vritanis, l’incontro tra Shilke e Sonia (veggente al seguito di Grifis) e lo scontro tra Isidoro, Myur (nobile che segue Grifis) e il capitano dei pirati (personaggio che si vedrà in I capitoli del mondo fantastico). Grossa pecca del finale della serie: è stato tolto il bambino della luna, personaggio che più avanti si rivelerà di un certo peso (e che peso) nella storia. Non compare neanche l’imperatore dei Kushan, ma al momento la sua presenza non era determinante nel proseguimento delle vicende.
Al netto dei tanti problemi elencati, questa seconda serie animata di Berserk si fa seguire, almeno quando rimane fedele al manga. Un peccato, perché se fosse stato fatto un lavoro grafico come quello realizzato con Fate/stay night: Unlimited Blade Works o L’attacco dei giganti, ci si sarebbe trovati davanti a un prodotto davvero di alta qualità.
