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Bilanci

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Quando si giunge alla fine di un anno ci si ferma, ci si volta indietro e si guarda quanto è stato.
E’ tempo di bilanci.
Non che i bilanci si debbano fare per forza a fine anno, dato che ogni momento è valido per farli: in qualsiasi istante, stagione, periodo della vita ci si può soffermare a fare una valutazione di quello che si è raggiunto e quello che si è diventati. Ma per l’uomo, così abituato a schematizzare, suddividere, classificare, creare involucri e confini per poter riuscire a spiegare quanto lo circonda, così d’avere sicurezze che rassicurino ansie e paure, che gli diano quella tranquillità, quelle basi che rendano la vita più a sua misura, è più facile agire in questa maniera.

Della vita privata non parlo, dato che sono dell’idea che ci sono cose che si possono condividere con gli altri e altre che non debbano essere messe in piazza. Con l’espandersi della tecnologia, della multimedialità, della rete e dei modi di comunicare, molti si sentono in dovere di esporsi, raccontare tutto di sé, un modo per parlare di sé, ma anche di far parlare di sé. Di farsi ammirare, come scrive Val in questo post.
Tuttavia, tra alti e bassi (ma è la normalità dell’esistenza, fatta di salite e di discese), senza fatti eclatanti, è stato un anno di piccole cose che hanno riempito, cambiato, fatto ritrovare piaceri che hanno dato serenità.
Mi soffermerò invece con più calma su due punti di cui spesso ho parlato: la scrittura e la lettura.
Partiamo dalla scrittura.

E’ stato un periodo in cui le revisioni l’hanno fatta da padrone, il lavoro più meticoloso nel processo di realizzazione di un’opera, ma necessario se si vuol rendere al meglio quanto creato. Una messa a punto che va fatta con metodo perché tutto fili liscio, sia come stile, sia come intreccio. Un lavoro minuzioso e anche stancante (rileggere più e più volte lo stesso scritto può arrivare a essere sfibrante e snervante), ma utile non solo per una migliore resa del libro, ma anche per far evolvere le capacità di scrittura, per comprendere dove si sbaglia e su quali punti si deve concentrare una maggiore attenzione. Un lavoro a cui a un certo punto bisogna anche dire basta, perché uno scrittore è portato a volere il massimo dal proprio lavoro, ma se si lascia prendere la mano entra in un ciclo che lo spinge sempre a intervenire e a ricercare lo stile migliore che faccia risaltare quanto scritto.
Arrivato a questo punto, allo scrittore non rimane che mettersi alla ricerca del modo di arrivare alla pubblicazione. Un lavoro lungo e duro, specie in questo periodo e in questo paese, specie se non si vuole intraprendere la via dell’editoria a pagamento, scelta cui sono sempre stato contrario dato che è l’equivalente di dover pagare per poter lavorare. Continuerò a sottoporre i lavori che ho realizzato a case editrici, anche se non nutro speranze e non perché non creda o sia convinto della bontà di quanto realizzato, ma perché le condizioni di questo particolare periodo non lasciano grandi spazi, specie in ambito fantastico, dove vige la mentalità che sia un genere semplicistico atto a realizzare storielle adatte a bambini e adolescenti, di mero intrattenimento e che non sia in grado di andare in profondità: se un romanzo non rientra in tali canoni, e pertanto si considera che non sia in grado di dare risultati di vendite e profitto, non viene preso in considerazione. Nonostante sia conscio del mercato e delle sue regole, proseguo sulla strada che chi ha seguito le pagine di questo sito conosce: il fantastico è in grado d’insegnare molte cose, di far maturare, è molto più di quello che la mentalità comune e la scarsa conoscenza di questo genere hanno prodotto nell’immaginario collettivo. Pertanto non rimpiango (anzi) di aver realizzato L’Ultimo Potere (l’ultima fatica della tastiera), anche se so già che l’editoria difficilmente prenderà in considerazione una storia che mostra i tempi della Caduta dell’Uomo, del degrado dell’umanità che ha abbandonato ogni morale seguendo i costrutti creati dall’Era dell’Economia e dai Culti dell’Ego, dove Vizi, Demoni, Virtù incontrano Archetipi in un mondo post-apocalittico abitato da Mutantropi, Chimere e Posseduti, dove la civiltà è ricordata solo da macerie e la razza umana non è che l’ombra di quanto è stato.
Come sono soddisfatto di quanto creato con Storie di Asklivion – Strade Nascoste, la prima opera che ho realizzato. Un’opera che s’aggira sulle mille pagine (una limitazione, dato che le pubblicazioni attuali puntano su libri di duecento-trecento pagine per limitare i costi) e a cui ho cominciato da tempo a lavorare sul secondo volume: un continuo, certo, ma anche se si mantengono gli stessi personaggi del primo libro, quest’ultimo può essere considerato come una storia conclusiva, dove gli intrecci creati lungo il cammino trovano risoluzione e non lasciano punti in sospeso. Certo, ci sono delle porte aperte, ma questo perché nel romanzo, come nella vita, non ci sono dei veri arrivi, ma tutti possono essere dei punti di partenza.
Questo è uno dei lavori in corso, ma ce ne sono altri, la cui progettazione è già stata attuata e la cui realizzazione in parte è avviata: due opere di I Tempi della Caduta sono già imbastite e a metà del guado c’è un libro per bambini. Quest’ultimo non è un lavoro lungo (non raggiunge la monumentalità di Strade Nascoste e nemmeno si avvicina lontanamente alla lunghezza di L’Ultimo Potere o a quello di Non Siete Intoccabili), ma richiede un particolare stato d’animo, una leggerezza, un sentore di “buono”, assolutamente necessari per quanto si vuole trasmettere: se ciò non è presente è meglio aspettare che i tempi siano giusti, lasciare che le cose decantino e maturino, come la natura insegna: per le cose buone occorrono i tempi giusti.
Sempre sul lato scrittura c’è la collaborazione con la rivista Fantasy Magazine.
Ormai è più di un anno che collaboro con essa e diverse sono state le recensioni e gli approfondimenti su romanzi di genere fantastico che ho realizzato: un piacere certamente, ma soprattutto un modo per dare il giusto rispetto a un genere che di rispetto ne ha poco e che invece ne meriterebbe molto di più. La decisione a collaborare con la rivista è stata proprio questa: dare un punto di vista diverso dal conosciuto in Italia. Certo, avrei potuto usare il sito che gestisco, ma avrebbe avuto una visibilità minore, un minor seguito di quello che invece necessita se si vuol sperare di dare una direzione diversa da quella attuale. Non ho la presunzione con quello che scrivo di poter cambiare le cose, ma sono convinto che il contributo dato possa servire a qualcuno, a essere un aiuto, un consiglio per chi vuole conoscere approfonditamente un genere che non è solo qualcosa di moda o di consumistico, cercando di far conoscere quanto di buono c’è. Naturalmente sono conscio che come ogni ambito ci sono delle cose che non vanno, dove l’editoria effettua delle scelte puramente commerciali a discapito della qualità, realizzando materiale immaturo, inadatto alla pubblicazione: un sistema sbagliato, che va giudicato e criticato.
Ma c’è modo e modo per farlo (come nei film di satira, a esempio. I primi due film di Fantozzi sono chicche che mostrano la società italiana con le sue grettezze, meschinità, ossessioni, piccolezze, grettezze, vigliaccherie, il suo opportunismo e arrivismo. Un modo intelligente per mettere di fronte a tutti una realtà dove molti si credono chissà cosa, ma che nei fatti rivelano che non sono gran ché. Quelli di Boldi invece sono soltanto pellicole grezze, demenziali e volgari.)
Perché se è vero che è giusto criticare, mostrare i lati che non vanno, fare solamente questo è un errore che non porta da nessuna parte, fa ristagnare la situazione, creando sterili polemiche e facendo compiacere chi le crea e chi vi partecipa, come la politica italiana ha ampiamente dato dimostrazione. Un comportamento cui bisogna fare molta attenzione, perché ad andare con lo zoppo s’impara a zoppicare e ci si ritrova ad accusare gli altri di quanto non hanno fatto o di quanto di sbagliato hanno fatto, ma non si fa mai niente di propositivo e costruttivo per cambiare lo stato delle cose.
Così non si va da nessuna parte.

Arriviamo ora alla lettura che oltre a trasmettere molto, a far passare ore piacevoli, è anche uno strumento indispensabile per chi vuole scrivere, perché dal confronto con stili e storie diverse si può apprendere più di quanto si possa immaginare.
Tutto quanto letto durante l’anno ha saputo dare qualcosa e non sono qui per fare una lista dei libri terminati e nemmeno per dire quanti ne sono stati letti: la quantità, i numeri non servono a molto, se non come forma d’ostentazione, di dimostrazione d’essere di più di altri. Spesso ci si sofferma su questi dettagli, persi in una corsa che ricorda il consumismo, il voler usare e accumulare il più possibile come se questo rendesse migliori, un’ansia che spinge sempre a essere in movimento, in cerca di qualcosa di nuovo, senza mai soffermarsi a gustare e recepire appieno quello che si ha avuto la fortuna d’incontrare.
Le letture che ho scelto mi hanno soddisfatto, tutte sono state valide, anche se ce ne sono state alcune che ho sentito più vicine di altre. Una è stata La Casa del Tempo Sospeso, l’altra è 1Q84.
Nell’attesa di poter leggere la conclusione di quest’ultima, altre sono le storie in attesa di essere scoperte. La prima, che sto leggendo in questo periodo, è La Via dei Re di Brandon Sanderson. Ho sempre apprezzato le storie epiche (non è un caso che nella libreria che possiedo ci siano autori come Erikson e Kay), che parlano di eroi, dei e poteri superiori (altro non caso il fatto di avere una predilezione per i miti greci, arturiani e scandinavi) e Sanderson ha saputo cogliere quel genere di racconti che mi piace ascoltare e scrivere.
Il suo ultimo lavoro continua a correre sugli stessi binari e a mantenere il livello di quanto finora dimostrato, anche se devo fare un appunto per la prima volta a questo scrittore. Avendo letto la trilogia Mistborn non mi hanno sorpreso più di tanto i poteri di questo nuovo mondo, ma non è questo il neo a cui mi riferisco, quanto piuttosto al modo di mostrare le cose del prologo del libro uno: con quanto dimostrato finora, Brandon poteva trovare un modo migliore per far conoscere al lettore certi elementi. Anche se mi ripeto, quando si vogliono le cose fatte per bene, ci vuole calma, occorre trovare i momenti giusti per dare informazioni, occorre che avvengano in maniera fluida, naturale. Se necessario, lasciare il lettore con un senso di straniamento, impegnato a chiedersi cosa sta succedendo e perché, un po’ come succede con I Giardini della Luna di Steven Erikson (magari non proprio a questi livelli 😉 ). Tolto questo appunto, la lettura prosegue bene e ci si lascia coinvolgere dal mondo delle Cronache della Folgoluce, un mondo molto più caratterizzato e vivo rispetto a quello incontrato nella saga Mistborn. (Andando oltre il discorso del valore indiscusso dell’opera, ci sarebbe da parlare del prezzo, che ha sollevato da più parti proteste: 30 euro non sono pochi, anche con gli sconti 25 non scherzano. Prendendo in considerazione la lunghezza (1146 pagine), le cartine del mondo realizzate a colori, la presenza di illustrazioni all’interno del tomo, potrebbero giustificare il prezzo, basta vedere certe versioni del Signore degli Anelli che hanno un costo equivalente. Più scandaloso è vedere libri di 200 pagine che costano 20 euro e non s’avvicinano neanche lontanamente alla bontà del romanzo di Sanderson. Tuttavia una domanda è lecito farla: perché all’estero lo stesso libro viene venduto indicativamente a 20 euro? Più che rivolgere critiche a Fanucci, c’è da fare una riflessione su tutto il mondo editoriale italiano, dato che all’orizzonte lo scenario non cambia di molto, anzi alle volte è pure peggio).
Ora, nell’attesa di cambiare numero alla data dell’anno, non resta che continuare nella strada che ognuno ha deciso di intraprendere. E anche se questo è molto più importante di qualsiasi augurio che si possa fare, ugualmente lo faccio perché ci sia sempre la spinta a migliorarsi e a rendere il mondo (magari anche solo il pezzetto in cui si vive) un luogo migliore.

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