Racconti delle strade dei mondi

Il falco

L’inizio della Caduta

 

Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2
Aprile 2024
L M M G V S D
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930  

Archivio

Richard Jewell

No Gravatar

Richard JewellRichard Jewell è una pellicola del 2019 diretta da Clint Eastwood. Un buon film, ma non uno dei migliori del regista. Basata su un fatto realmente accaduto, la storia racconta la vicenda di Richard Jewell, una guardia di sicurezza che lavora per la AT&T durante le olimpiadi del 1996 ad Atlanta, negli Stati Uniti. Persona semplice, che crede nella legge, appassionato di armi (anche troppo, visto l’arsenale che ha) ma incapace di fare male a una mosca, Jewell svolge il suo lavoro con grande serietà e solerzia; proprio questa sua solerzia lo porta a sospettare di uno zaino lasciato incustodito sotto una panchina durante un concerto in un parco della città. I suoi sospetti sono fondati e il suo intervento evita il peggio, evitando una vera e propria strage (i morti sono due ma potevano essere molti di più).
Dapprima viene osannato dai media come un eroe, ma l’FBI deve trovare un colpevole e delineando un identikit, identifica in lui l’attentatore (questo perché era già accaduto in altre occasioni che chi era stato l’eroe della vicenda si era rivelato essere in realtà l’attentatore). La cosa trapela alla stampa e una giornalista arrivista coglie la palla al balzo e lo fa diventare un caso. Per Jewell e la madre (con cui vive) diventa un calvario: non hanno più una vita privata, con i giornalisti accampati davanti a casa sua e l’FBI che cerca d’incastrarlo, puntando sulla buona fede dell’uomo e sulla stima che ha verso le forze dell’ordine. Convinto con l’inganno a seguire gli agenti dell’FBI (gli avevano chiesto di girare un video per spiegare come si era comportato durante l’attentato così da essere utile ad altri), Jewell capisce che c’è qualcosa che non va e chiama il suo avvocato.
Da qui in poi il calvario diventa un inferno. E qui c’è la parte più debole del film: non conoscevo la vicenda (all’epoca non l’avevo seguita) e non so come sono andati realmente i fatti, ma il comportamento di Jewell quando gli agenti vanno a perquisire casa sua fa cascare le braccia: l’avvocato gli dice di non parlare e lui fa l’esatto contrario. Ormai è chiarissimo che l’FBI lo vuole incastrare a qualsiasi costo, eppure lui si dimostra solerte e collaborativo, volendo addirittura aiutare gli agenti a cercare in casa sua. Va bene l’ammirazione per le forze dell’ordine, ma a tutto c’è un limite, visto il danno che sta venendo fatto alla sua persona.
Altra cosa che ha dato fastidio è l’atteggiamento della giornalista che ha fatto lo scoop quando viene a sapere che Jewell vive con la madre e per questo asserisce che rappresenta la figura perfetta di attentatore.
La tensione e la pressione continue fanno cominciare a star male Jewell, che iniziaad avere dei dolori al petto. Ma grazie all’aiuto dell’avvocato riuscirà a dimostrare la sua innocenza e a divenire poliziotto. Anni dopo il vero attentatore verrà arrestato.
Buone le prove di tutti gli attori, con una menzione per Kathy Bates che interpreta la madre di Jewell (divenuta famosa per la sua interpretazione in Misery non deve morire). Esempio del danno che i media possono arrecare in base a dei pregiudizi, Michael Jewell è un film interessante, ma non è uno di quelli che più mi ha colpito di Eastwood.

Monologo sul 25 Aprile di Antonio Scurati

No Gravatar

Il monologo di Scurati che segue doveva essere letto da Suurati durante la trasmissione Che sarà, ma che invece è stato fatto dalla conduttrice del programma dopo la scelta della RAI di non far comparire l’autore del messaggio.

25 Aprile, giorno della liberazione dal fascismo e dal nazismo

Milano: gruppi di partigiani festeggiano la vittoria nei giorni della liberazione (Wikipedia)

Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.
Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?
Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.
Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).
Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.

Occorre ricordare una cosa, anche se adesso si vuole fare passare altro: il 25 aprile non è una festa inclusiva, non è una festa per tutti. Il 25 aprile non è una festa di liberazione, non è una festa della libertà: il 25 aprile è la festa della liberazione dal fascismo e dal nazismo, è la festa di partigiani e antifascisti. Quindi sì, si può dire che è una festa divisiva, che mostra chi si è opposto alle ingiustizie e alla dittatura e chi invece si è schierato con queste ultime; ergo, è la festa dei primi, non dei secondi. E non potrà essere una festa per tutti finché ci saranno dei fascisti.

The first Slam Dunk re: source

No Gravatar

The first Slam Dunk re: sourceThe first Slam Dunk re: source di Takehiko Inoue è adatto a chi è un fan di Slam Dunk e vuole approfondire il processo di creazione del film; chi cercasse del materiale che aggiunga qualcosa alle vicende lette sul manga o viste nelle serie tv o nel film uscito di recente, potrebbe rimanerne deluso. Buona parte del volume è focalizzato sul mostrare gli storyboar del mangaka (qui in veste di tuttofare, dato che è intervenuto in ogni parte della realizzazione della pellicola) e le modifiche fatte ai disegni prima di arrivare alal fase finale. Occorre fare notare che il lavoro fatto da Inoue è stato qualcosa di enorme: praticamente si è andati a intervenire su ogni frame del film.
Questo però non basta per mostrare quanto impegno, quanta passione abbia messo Inoue in questo progetto. Come rilasciato nell’intervista pubblicata nel volume, Inoue riteneva, alla conclusione del manga Slam Dunk avvenuta nel 1996, di aver ferito i lettori; aveva sì concluso il manga nella maniera che voleva, ma in qualche modo sentiva di averli delusi, dato che in tantissimi si aspettavano il prosequio delle vicende di Hanmichi e compagni, anche per via del fatto che Slam Dunk nella prima pubblicazione terminava con “fine del primo arco narrativo”. E non c’era da meravigliarsi delle richieste dei lettori: il finale di Slam Dunk era un finale aperto, che lasciava molte cose in sospeso, quali il recupero dall’infortunio di Hanamichi, l’affrontare quel personaggio fortissimo mostrato verso la fine del manga (ispirato a Shaquille O’neal), la cui squadra s’intuisce abbia sconvolto il basket liceale giapponese vincendo il campionato nazionale. C’erano tanti elementi che facevano presagire e sperare in un continuo del manga, che però non c’è mai stato; così per molti la storia è sembrata tronca, priva di una reale conclusione, forse perché si era abituati da altre produzioni su sport ad arrivare bene o male a una conclusione (Tommy la stella dei Giants, Rocky Joe, Capitan Tsubasa). Il finale di Slam Dunk invece sembrava frettoloso dopo la vittoria contro il Shannoh, arrivando a conclusione dopo poche tavole; sorte migliore non era toccata certo alla serie anime realizzata praticamente nello stesso periodo del manga, anzi, si era fermata prima di arrivare al campionato nazionale, dispuntando una partita amichevole (che nel fumetto non c’è) tra lo Shohoku e una squadra che annoverava tra le sue fila giocatori dello Shoyo e del Ryonan.
Per questo Inoue ha ritenuto un dovere fare qualcosa per i lettori che tanto calore ed energie gli avevano dato con le loro lettere mentre lavorava settimanalmente a Slam Dunk e già nel 2009 gli era stata fatta la proposta di realizzare un film; come ammesso da lui stesso nell’intervista presente in The first Slam Dunk re: Source, non riteneva la cosa fattibile: riteneva impossibile realizzare le scene di un incontro di basket come dovrebbero essere. E il video pilota avuto gliene diede conferma.
Ma non ci si arrese e nel 2014 ricevette una seconda proposta; la realizzazione del video pilota non lo convinse, tuttavia il volto di Hanamichi che si voltava verso lo spettatore lo colpì e così decise di partecipare alla lavorazione del film. Tuttavia a Inoue pareva scontato mostrare solo la storia già pubblicata, mentre lui voleva proporre qualcosa di più, di unico, di più sfaccettato. Di più profondo.
Quando realizzò Slam Dunk da giovane, era concentrato solo sulla vittoria e sulla sconfitta, ma c’erano tante altre cose da raccontare, come la consapevolezza del dolore e di come superarlo: questo divenne quindi il tema principale di The first Slam Dunk. E il protagonista doveva essere Ryota Miyagi, personaggio di cui non era riuscito ad approfondire la storia durante la serie manga, cosa che lo aveva rammaricato. Un rimpianto che aveva trovato sfogo nella storia autoconclusiva Pierce, pubblicata per la prima volta nel 1998 su Shonen Jump e riproposta anche in The first Slam Dunk re: source. Per chi non consoceva questa storia si è trattato di qualcosa d’inedito, anche se le basi di Ryota già esistevano all’inizio della pubblicazione settimanale, dato che Inoue era interessato al basket giocato a Okinawa, con giocatori bassi che si muovevano moltissimo e velocemente, proprio come faceva Miyagi (un cognome comune in tale prefettura); un basket fortemente influenzato dall’America, dato che ancora oggi a Okinawa si trovano diverse basi militari americane.
Con la sceneggiatura delineata, il lavoro di realizzazione poteva cominciare e per farlo è stato usato il motion capture per rendere i movimenti dei giocatori durante la partita i più relistici possibili, a cui poi è seguito tutto il lavoro di messa a punto che ha portato a quanto visto su schermo. Un lavoro lungo (c’è da considerare che c’è stata anche la pandemia che ha rallentato il tutto, costringendo a lavorare a distanza), apparentemente senza fine, con Inoue che ha dovuto imparare tante cose, perché era in una situazione e in un ambito che non aveva mai affrontati prima. Una fatica immane, mossa dal desiderio di Inoue di rendere felici i lettori che tanto lo avevano seguito. Conclusa la visione del film e letto The first Slam Dunk re: source, si può asserire tranquillamente che c’è riuscito appieno. E si può capire un po’ di più cosa c’è stato dietro The first Slam Dunk, anche il significato del titolo, soprattutto di quel “The first”. In verità, è un po’ una sorpresa, perché Inoue ha scelto un titolo senza un senso netto, perché i significati possono essere tanti; ognuno potrà vederci quelli che vorrà. Ma forse il più significativo è quello del primo passo dopo il dolore.

Ghostbusters: Legacy

No Gravatar

Cosa dire di Ghostbusters: Legacy? Che sicuramente è un’operazione nostalgia, dato che ricalca le orme del primo film, quello con maggior consensi di pubblico e critica. E si può dire che è un’opera riuscita, che non raggiunge il livello della prima pellicola, ma che supera quello del secondo (si avvertiva una certa stanchezza, come se si fosse costretti a soddisfare le richieste del pubblico che volevano un’altra storia dei quattro acchiappafantasmi) e che straccia senza pietà il terzo del 2016 (ci si domanda ancora perché si sia voluta creare una cosa del genere; la risposta in fondo la si sa, ma di certo non c’era la necessità, anzi, andava evitata senza pensarci due volte).
Ghostbusters: Legacy inizia con la dipartita di quello che si capisce essere un acchiappafantasmi, avvenuta durante contro uno scontro con un’entità soprannaturale. Di lui non si sa nulla, anche se chi ha visto i primi due già capisce di chi possa trattarsi dalla chioma di capelli.
Una settimana dopo, la figlia dell’acchiappafantasmi e i due nipoti vanno a vivere nella fattoria fatiscente in cui viveva. Per Trevor e Phoebe la nuova vita nella piccola cittadina di Summerville non si presenta felice; ma la conoscenza di Lucky per il ragazzo e di Podcast per la sorella, rendono tutto più tollerabile.
Phoebe, sempre controllata, razionale, che basa tutto sulla scienza, inizialmente non prende sul serio le parole dell’amico Podcast, appassionato di occultismo, ma quando nella sua casa iniziano a verificarsi strani fenomeni, comincia a indagare e così scopre che suo nonno non era altri che Egon Spengler. Non solo: scopre tutta la sua attrezzatura. E mentre il fratello, dopo averla ritrovata sotto un telo, ripara la Ecto1, lei e Podcast vanno in giro a provare lo zaino fotonico che la ragazza ha riparato.
Tra vecchi e nuovi equipaggiamenti, ci sarà la prima nuova caccia a un fantasma che mangia metallo; la cosa non andrà bene, e i tre finiranno arrestati, con tutti i mezzi acchiappafantasmi confiscati dalla polizia. I tre però non si daranno per vinti e continueranno a seguire gli indizi lasciati dal nonno che scopriranno, guarda caso, non essere né pazzo né rimbecillito; Egon, sacrificando famiglia e amicizie, aveva capito che si stava per ripetere un evento catastrofico come quello che aveva reso famoso lui e gli altri tre acchiappafantasmi, e per questo aveva funto da guardiano contro il male che stava arrivando.
E qui ci si ferma per non fare spoiler, anche se si può dire che non viene immesso nulla di nuovo e che forse non si è voluto rischiare, volendo puntare su un copione già usato perché era stato il vero successo della serie Ghostbuster.
La prima parte di Ghostbusters: Legacy è carina, ma nulla di più. Il film comincia davvero a ingranare quando le cose cominciano a farsi serie e non si è più nella fase della scoperta. Certo, giunti a capire con cosa si ha a che fare, non c’è più nessuna sorpresa; tuttavia, è a questo punto che si comincia a divertirsi. E non si può nascondere una parte di commozione nella “ricomparsa” di Egon Spengler con il volto di Harold Ramis (volto realizzato grazie agli effetti visivi MPC, dato che l’attore che interpretava il personaggio dei primi due film è scomparso nel 2014).
Ogni generazione ha i suoi acchiappafantasmi e Ghostbusters: Legacy si può dire che è un passaggio di consegne tra i vecchi specialisti (che faranno la loro comparsa) e i nuovi. Nostalgia sì, ma in modo divertente. Forse si tratta di una pellicola per gli appassioanti della serie (non ci si deve dimenticare della serie animata The real ghostbusters), ma non è niente male.