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The promised neverland - Seconda stagione

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La seconda stagione di The promised neverland vede Emma e Ray, grazie al sacrificio di Norman, essere riusciti ad attuare il loro piano e a fuggire assieme ai ragazzi più grandi dall’orfanotrofio; i più piccoli, visto che per altri due anni non saranno spediti, sono stati lasciati indietro, dove sono più al sicuro. Si ritrovano così in una grande foresta, avendo come uniche conoscenze per sopravvivere quelle apprese dai libri letti; con le indicazioni lasciate da William Minerva si apprestano a raggiungere la salvezza. Ma i demoni non intendono lasciarsi sfuggire dei prodotti di qualità come loro e si mettono sulle loro tracce, ritrovandoli ben presto (inizio SPOILER); solo grazie all’intervento di Mujika e Sonju riescono a sfuggire alla cattura e continuare a eludere gli inseguitori.
Con loro somma sorpresa scoprono che i due, nonostante siano demoni, non mangiano esseri umani; scopriranno anche che mille anni prima il mondo è stato diviso in due parti per porre fine al conflitto tra umani e demoni: una parte spettò ai primi e una ai secondi, dove potevano allevare gli umani e cibarsene. Il patto è stato mantenuto per tutto quel tempo fino a quando William Minerva non ha deciso di ribellarsi e dare un modo ai bambini di fuggire dagli orfanotrofi che in realtà sono delle fattorie; tradito dal fratello, è morto.
L'ultimo volume di The promised neverlandMa il fratello di William non è l’unico a voler mantenere lo status quo: anche i demoni vogliono che le cose non cambino. La scelta sembra anche logica, dato che se non si cibano di carne umana regrediscono e tornano allo stato selvatico, tuttavia, grazie al sangue di Mujika (etichettata come la demone col sangue maledetto) ci sarebbe un modo per evitare questa regressione e non dover più mangiare carne umana. Il governo dei demoni però è contrario e ha sterminato tutti quelli divenuti come lei dopo aver bevuto il suo sangue perché, se tutti i demoni non avessero più avuto bisogno di carne umana, loro non avrebbero più il controllo della popolazione demoniaca.
Nonostante siano braccati dai demoni e da chi gestisce le fattorie/orfanotrofi, Emma vuole trovare un modo per convivere pacificamente tutti insieme, al contrario di Norman (che non è stato mangiato, ma mandato in un altro istituto dove ha subito esperimenti e dal quale è riuscito a fuggire insieme ad altre cavie) che vuole diffondere un gas che fa regredire i demoni, in modo così che si massacrino a vicenda. Il suo piano viene però sventato dall’incrollabile speranza di Emma e dall’intervento di Mujika (si scoprirà che ci sono altri dei primi demoni che hanno bevuto il suo sangue che sono sopravvissuti all’epurazione voluta dal loro governo); alla fine, l’unico cui andrà incontro a un triste destino sarà Peter Ratri, fratello di William Minerva (il cui vero nome è James Ratri), che si toglierà la vita quando vedrà il suo potere andare in fumo. Emma riuscirà non solo a salvare i suoi amici, ma anche i bambini delle altre fattorie e pure le mamme che le gestivano (una volta eliminato il chip che le controllava, non hanno più motivo di sottostare al perfido sistema); tuttavia, non raggiungerà assieme agli altri la parte di mondo gestita dagli umani, ma rimarrà per fare sì, assieme a Mujica e Sonju, che il sistema cambi e demoni e umani possano convivere pacificamente (fine SPOILER).
La seconda stagione di The promised neverland non ha la stessa tensione della prima: con i misteri svelati si perde molto dell’atmosfera che ha caratterizzato la prima parte della storia, causa anche di un ritmo molto veloce e di tagli di eventi presenti nel manga che fanno capire, anche da chi non l’ha letto, che sono stati fatti dei grossi salti nella storia. Alla fine tutto si risolve per il meglio: non ci sono perdite, tutti si salvano, i nemici sono stati sconfitti, il sistema è stato distrutto. Tutto è buono e roseo, di certo il finale non è amaro e crudele come quello di L’attacco dei giganti; tuttavia, forse proprio per questo, la storia perde qualcosa. Fa sicuramente piacere vedere che il desiderio di Emma (che nessuno soffra più e tutti possano convivere) si esaudisce, tuttavia, vista com’era partita la serie, appare un po’ troppo utopistico, si è spinto troppo verso l’happy ending. Non è una critica agli happy ending: anche questi piacciono, seppur usati e contestualizzati nella giusta maniera. Quello di The promised neverland appare un po’ forzato e il fatto che non ci sia nessuna perdita nel gruppo di bambini, visto contro chi si combatte, irreale: se si pensa a com’è iniziata la storia, si capisce perché si sta dicendo questo. Il messaggio dato da The promised neverland è giusto e condivisibile (la convivenza tra diversi è possibile), tuttavia, nel modo in cui è mostrato, pare che si sia un po’ troppo spinto su quel politicamente corretto che ultimamente va tanto di moda.

L'attacco dei giganti

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L’ultima stagione della serie anime di L’attacco dei giganti sta per giungere al termine, mentre il manga si è concluso diversi mesi fa; non ci sono praticamente differenze tra la versione cartacea e quella su schermo, quindi, che giudizio dare sulla storia ideata da Hajime Isayama?
Innanzitutto, occorre fare una piccola premessa: una parte del successo di L’attacco dei giganti va accreditato alla serie anime perché ha saputo conquistare il pubblico e portarlo poi a leggere il manga. Questa non è una novità: molti manga hanno visto incrementare le loro vendite dopo che è stata realizzata la versione animata, soprattutto se su di esse è stato fatto un certo investimento. Com’è avvenuto con L’attacco dei giganti: il comportato grafico è di livello alto e così pure la colonna sonora, facendo risaltare ancora di più la regia e la sceneggiatura. Anzi, per quanto riguarda i disegni dei personaggi si può tranquillamente dire che hanno portato un netto miglioramento rispetto al manga, dato che in alcuni casi il tratto di Isayama non è proprio eccelso, visto che succede di far fatica a riconoscere dei personaggi e alle volte non si capisce se si è davanti a un personaggio di sesso maschile o femminile.
Seppure la serie animata abbia aiutato nell’aumentare il successo di L’attacco dei giganti, non ha evitato tuttavia critiche riservate a un finale che a tanti fan non è piaciuto e che è stato contestato non poco, dopo aver ricevuto grandi elogi per un inizio che è stato subito di grande impatto. Ma andiamo con ordine.
Siamo in un mondo post apocalittico e quel che rimane dell’umanità si è rifugiato all’interno di una grande città circondata da tre cinte di mura concentriche, il Wall Maria, il Wall Rose e il Wall Sina. Nessuno sa cosa sia successo, ma pare che gli abitanti della città siano gli unici sopravvissuti e che il resto del mondo sia abitato da giganti divoratori di uomini; a proteggerli ci sono tre ordini militari: il corpo di Guarnigione si occupa delle mura, quello di Gendarmeria dell’ordine cittadino, mentre l’Armata Ricognitiva si avventura fuori dalle mura per scoprire come sconfiggere definitivamente i giganti. Caratteristica comune a tutti e tre i corpi è l’attrezzatura per effettuare il Movimento Tridimensionale, che permette ai soldati di librarsi in aria con funi e gas ad alta pressione, permettendo così di affrontare i giganti ed eliminarli, dato che l’unico modo per ucciderli è praticare un taglio profondo alla base della nuca; ogni corpo ha un suo simbolo (quello dell’Armata Ricognitiva sono delle ali, dettaglio non da poco visto quello che accadrà nel finale).
La vicenda comincia a essere narrata ponendo l’attenzione su tre bambini, l’irruento Eren, il tranquillo Armin e la forte Mikasa, sempre al seguito di Eren, che si rivela essere il leader del trio; lui, come Armin, ha il sogno di vedere quel mondo oltre le mura di cui tanto si parla nei libri che leggono. La loro pacifica esistenza viene sconvolta quando un giorno fa la sua comparsa il Gigante Colossale, un gigante alto più delle mura, che con un calcio sfonda le porte d’ingresso del Wall Maria. I soldati cercano di chiudere la breccia e arrestare i giganti che si stanno riversando all’interno della città, quando un altro gigante anomalo, il Gigante Corazzato, irrompe dentro le mura: un terzo della città è perduta e i superstiti trovano rifugio all’interno della seconda cinta di mura, il Wall Rose. Eren riesce a salvarsi, mentre la madre viene divorata da un gigante davanti ai suoi occhi; in lui si genera un odio più grande della paura e giura di sterminare tutti i giganti. Rimasto solo con Armin e Mikasa, che viveva con la famiglia di Eren dopo essere stata adottata essendo orfana, entrerà nell’esercito, deciso a far parete dell’Armata Ricognitiva.
La copertina del volume 22 di L'attacco dei giganti ben rappresenta il finale della terza stagione animeL’addestramento trascorre senza grossi intoppi ed Eren trova una nuova famiglia nei suoi compagni finché, qualche anno dopo il suo ingresso nell’esercito, la città viene di nuovo attaccata dai giganti. (attenzione, da questo punto in poi SPOILER). Eren vede compagni morire accanto a sé, ma riesce a salvare Armin prima di essere divorato da un gigante, tuttavia, non muore, visto che le ferite riportate risvegliano il potere che era celato in lui e si trasforma in un gigante (il Gigante d’Attacco), divenendo così l’elemento decisivo per ribaltare le sorti di una battaglia che appariva disperata. La sua trasformazione permette di avere una rivelazione che lo spettatore già intuiva: i giganti sono uomini. La verità è molto più complessa di così, ma sarà il punto che darà il via a molte altre scoperte. La prima è che c’è qualcuno che non vuole che si scopra come stanno davvero le cose; la seconda, visto che Eren può trasformarsi in gigante, significa che anche il Gigante Colossale e quello Corazzato sono uomini con la stessa capacità e che possono essere tra di loro, all’interno della città. Loro però non sono gli unici due giganti anomali con cui avere a che fare: durante una missione dell’Armata Ricognitiva compare un gigante dalle fattezze femminili che comincia a dare la caccia a Eren.
Ben presto si verrà a scoprire che i tre giganti anomali si sono infiltrati nell’esercito e che sono tre di quei compagni con cui Eren aveva stretto rapporti di amicizia. Non solo: si scoprirà che murati nelle mura difensive, ci sono dei giganti. Come il Culto delle Mura già sa, il corpo di Ricerca scoprirà che quelli all’interno delle mura non sono gli unici esseri umani rimasti, ma che ce ne sono altri, ed è da oltre oceano che provengono. Infatti, gli abitanti della città sono di razza eldiana e discendono da Ymir Fritz, colei che ottenne il potere dei giganti e che dopo la sua morte fu diviso in nove giganti. Eldiani che sono fuggiti dalla nazione di Marley, da cui erano perseguitati per le guerre causate, per vivere in pace; è da lì che proviene il padre di Eren e che prima di morire ha trasmesso al figlio non solo il potere del Gigante d’Attacco, ma anche la Coordinata (un potere che connette tutti i giganti e che permette di comandarli), rubata alla famiglia reale Reiss, che governava la città e che aveva cancellato tutti i ricordi ai suoi abitanti perché non si venisse a sapere la verità.
Eren, sconvolto dalle rivelazioni, costretto a gestire un potere e una conoscenza più grandi di lui, decide di prendere una decisione drastica e si reca a Marley, infiltrandosi come reduce, per studiare il nemico: lì capisce che l’odio è troppo radicato da entrambe le parti e che esiste un’unica soluzione per far finire un conflitto che dura da anni, ovvero risvegliare i giganti delle mura e scatenare il Boato. Pochi nel finale apocalittico si salveranno e lui stesso perderà la vita per mano di quelli che sono stati i suoi amici.
Questa è a grandi linee la trama condensata di L’attacco dei giganti: diversi eventi non sono stati menzionati, un po’ per non rivelare troppo e rovinare la visione o la lettura, un po’ perché sarebbe risultato complesso e dilungante raccontare tutto. Arrivati a questo punto, è ora di dare un giudizio.
La parte migliore è sicuramente quella iniziale, quella vista nella prima stagione della serie anime e che è raccontata nei primi otto volumi del manga. Il non sapere nulla dei nemici, il senso di paura e impotenza, l’ignoto e il mistero che regnano su tutta la vicenda, il voler sopravvivere per trovare qualcosa che è più della vita che si vive: sono gli elementi che rendono la storia avvincente, una vera bomba. Ci sono scene e momenti drammatici che non si dimenticano (come quando Eren decide di fidarsi dei compagni destinati a proteggerlo e li lascia affrontare il Gigante Femmina, solo per vederli fatti a pezzi uno a uno e così perdere il controllo e trasformarsi in gigante; oppure quando l’Armata, per avere salvare la vita, deve lanciare i corpi dei compagni caduti contro i giganti per rallentare la loro avanzata). Anche la seconda stagione, che copre l’arco narrativo dei volumi del manga dalla fine dell’otto al dodici, è intensa e coinvolgente (non ci si può dimenticare dello scontro tra il Gigante Corazzato e quello d’Attacco); lo stesso si potrebbe dire della terza (gli scontri tra gigante Colossale, Corazzato e d’Attacco e tra Levi e il Gigante Bestia sono tanta roba), se non fosse che ci sono dei cali di ritmo dovuti al colpo di stato che fa cadere il falso re della città e della parte che riguarda Rod Reiss e la famiglia reale.
Con la quarta stagione, che è stata divisa in due parti (e che corrisponde nel manga dal volume 23 al 34), ci si avvia alla parte conclusiva della storia e, spiace ammetterlo, comincia ad avvertirsi un calo: la storia non ha più la stessa forza che possedeva all’inizio. Sono trascorsi quattro anni dalle vicende narrate nella terza (il salto temporale è abbastanza lungo e spiazza un poco) e vedere personaggi e ambientazione diversi da quelli finora conosciuti disorienta, oltre a rompere il ritmo che fino a quel punto è stato creato. La ricomparsa di un Eren più grande non risolleva del tutto la storia; certo la guerra che scatena non può non colpire, ma il cambiamento che in lui c’è stato rompe quella sintonia con la storia che si era creata. Prima avevamo un Eren sì rabbioso, voglioso di vendicarsi, ma capace ancora di provare speranza, di voglia di andare avanti; ora si ha un Eren cupo, freddo, distaccato, calcolatore, che tratta male i suoi amici e alleati. Come se fossero semplici pedine per raggiungere il suo obiettivo. Probabilmente è stata questa scelta dell’autore a far perdere punti alla storia. Ma non è stata una scelta sbagliata: può piacere o non piacere, ma ha un senso. Eren a un certo punto ha capito che non può esserci la pace se non pagando un prezzo altissimo, non solo a livello di vite umane ma anche a livello personale: decide così di divenire il nemico che occorre sconfiggere, così che tutti, anche quelli che erano nemici, si uniscano per fare fronte comune contro di lui. Quella di Isayama non è una scelta nuova, la si è già vista con Alan Moore in quella grande opera che è Watchmen; per chi volesse approfondire ulteriormente il finale, suggerisco la visione del video di Mortebianca:

Anche se alla fine ci sarà pace (ma non sarà eterna), sarà un finale amaro. Eren fa quello che fa non per l’umanità, ma per i suoi amici, per dar loro un futuro, anche se lui non potrà farne parte, dovendo rinunciare a tutto, pure all’amore; solo alla fine viene capito da loro, dopo essersi costretto a trattarli male e a rendersi odiabile perché solo in questo modo potevano lottare contro di lui e fermarlo. C’è però anche dell’altro: Eren, che ha sempre lottato per la libertà, con il potere di cui è in possesso non è più libero, cosa che non sopporta. Pertanto, decide di farla finita, ma da solo non può farcela: devono essere altri a liberarlo. E vuole che siano i suoi amici a farlo.
Un finale che ci si aspettava (anche se, come dice Armin nelle due pagine finali del volume 34, nella parte intitolata L’attacco dei ranghi scolastici, si sperava che le aspettative fossero tradite in senso buono), perché L’attacco dei giganti è una storia che parla di guerra e la guerra non porta mai nulla di buono, solo perdite e sofferenza. Se si vuole, questa è la morale che Isayama ha voluto lasciare con la sua opera: una critica spietata alla guerra, che non risparmia nessuno, dove non ci sono eroi, non possono esserci, dove ognuno cerca di salvare quello cui tiene di più. Eren, benché protagonista, non è certo un eroe, e a un certo punto diventa un mostro, ma chi è che ha creato questo mostro? I marleani si sono ritenuti superiori e migliori degli eldiani, ma con la loro repressione, con il loro recluderli in ghetti (ricorda molto gli ebrei ai tempi dei nazisti), farli sentire dei mostri, non hanno poi dato il via ad avere davvero a che fare con dei mostri? E poi gli adulti che sfruttano i bambini per i loro fini, che li trascinano in una lotta spietata che fa perdere ogni innocenza, non sono anch’essi dei mostri?
Isayama alla fine della sua opera ha mostrato che in guerra non ci sono innocenti, che tutti hanno le mani sporche di sangue, nessuno escluso: una volta coinvolti, tutti debbono fare cose che non gli piacciono, che vanno contro la loro morale, i loro ideali. Anche se più difficile, anche se più fragile, la diplomazia è l’unica strada che può portare a un certo equilibrio, perché se si segue la strada della guerra, non si farà che creare un vortice d’odio che porterà sempre a percorrere lo stesso percorso; quindi sbaglia Eren, sbaglia il suo fratellastro Zeke, hanno sbagliato Reiner, Annie e Berthold, ma dare tutta la colpa a loro sarebbe un errore, perché non sono altro che gli ultimi anelli di una catena che si è allungata nella storia forgiata dal maglio e dal fuoco di odi, incomprensioni e sopraffazioni.
Certo si sarebbe preferito un finale come quello voluto da Emma in The Promised Neverland, ma probabilmente, visto come si è evoluta la storia nel mondo di Isayama, non sarebbe stato possibile, perché troppa era la sofferenza vissuta (fine SPOILER).
Per chi non ha mai visto o letto L’attacco dei giganti, allora, questa storia è consigliabile?
Sì, la visione o la lettura (o entrambe le cose) è consigliata: anche se non perfetta, anche se ci sono dei punti che possono aver deluso o insoddisfatto, la storia ideata di Isayama colpisce, non lascia di certo indifferenti. Se non ci si vuole impegnare completamente (quattro stagioni televisive, 34 volumi manga), ma si vuole comunque darle una possibilità, si guardi la prima stagione, che è qualcosa di sbalorditivo: ottima caratterizzazione dei personaggi, regia ben diretta, ritmo serrato senza mai cali di tensione, grafica e musiche spettacolari. Non riuscisse a far presa, allora è meglio lasciar perdere questa serie; ma se ci riesce, si prosegua e non ce ne si pentirà (personalmente, il finale che avrei preferito sarebbe stato qualcosa di simile a quanto visto nel finale della terza stagione, anche se, come ho già spiegato, quello scelto dall’autore ha un senso e dà da riflettere).

P.s.: nel caso capitasse, evitare di vedere il live action su L’attacco dei giganti: non ha nulla a che vedere con la storia ideata da Isayama. Ed è anche qualcosa che non ha molto senso, per non dire di peggio.

The promised neverland - Prima stagione

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The promised neverlandLa recensione di Bruno Bacelli su The promised neverland mi ha incuriosito e così ho guardato la prima stagione di questa serie anime.
Fin dalla prima puntata viene svelata la realtà: siamo nel 2045 e una trentina di bambini orfani vive in un orfanotrofio immerso nel verde. Hanno una vita tranquilla, fatta di piccole faccende domestiche per aiutare la Mamma, la donna che si occupa di loro, e giochi. I piccoli, i più grandi raggiungono i dodici anni di età, sono responsabilizzati presto (infatti, sanno già cucinare, lavare, pulire la casa) e presentano una maturità superiore alla loro età (i ragionamenti che fanno sono di ragazzi con cinque/sei anni in più), tuttavia sono felici e sereni, la loro quotidianità rotta solamente quando uno di loro viene adottato: in quel momento c’è la tristezza per la perdita di un membro della loro famiglia, ma anche la felicità che il bambino che se ne va potrà avere quello che nell’orfanatrofio non ha avuto. In alcuni casi c’è anche un po’ di rabbia, perché chi se ne va non manda mai una lettera ai compagni che ha lasciato.
Che questo idillio non sia poi tale lo spettatore comincia a capirlo vedendo che i bambini hanno sul collo tatuato un numero; ne ha conferma verso la fine del primo episodio, quando una bambina di sei anni viene adottata. La piccola si dimentica nell’orfanotrofio il peluche che non abbandonava mai e Norman ed Emma, due dei ragazzi più grandi, le corrono dietro per portaglielo, trasgredendo il divieto di attraversare il cancello dal quale i bambini adottati passano. Lì scoprono una tremenda verità: la loro amica è stata uccisa e uno strano fiore le cresce sul petto. Sconvolti, riescono appena a nascondersi prima di essere scoperti da due mostri; sentendoli parlare, scoprono che loro non sono altro che cibo, allevati per sfamare creature mostruose. Ma non è tutto: sono suddivisi per qualità e la loro amica era un cibo comune, mentre altri di loro sono un alimento più raffinato (si scoprirà che la differenza la fa l’età e lo sviluppo del cervello). Cosa ancora peggiore, la Mamma è implicata nella faccenda.
Norman ed Emma riescono a tornare all’orfanotrofio prima di essere trovati, straziati dallo scoprire che tutti gli amici che se ne sono andati sono stati uccisi e mangiati e che presto toccherà anche a loro. A questo punto non resta che una cosa da fare: scappare dall’orfanotrofio, facendo fuggire tutti quanti. Inizia così una partita a scacchi tra Emma, Norman e Ray, un altro dei bambini più grandi che già sapeva della situazione, e la Mamma, con i piccoli che devono raccogliere più informazioni possibili sul mondo esterno, trovare un modo per eliminare la trasmittente che hanno in corpo, superare il muro che circonda la struttura e iniziare una nuova vita da liberi, dove non saranno più mangiati. Con gran sorpresa, scoprono di avere un alleato fuori dall’orfanotrofio, un certo William Minerva, che gli ha lasciato degli indizi nei libri della biblioteca su come trovare un posto sicuro una volta fuggiti dall’orfanotrofio.
Tra tradimenti, colpi di scelta, scelte drammatiche, i piccoli andranno incontro alla loro scelta.
La prima stagione di The promised neverland è interessante; non è perfetta, ma sa tenere viva l’attenzione e coinvolge. Come ha scritto Bruno, trovo poco credibile che a undici anni si compiano ragionamenti come quelli che fanno i protagonisti della serie: va bene che siamo nel futuro e che le nuove generazioni sono portate a essere (in teoria) più avanti di quelle che li hanno preceduti, ma c’è poi un limite alla cosa: più che a undicenni sembra di essere dinanzi a dei diciottenni.
I bambini che sono sacrificati ai mostri non è certo uno dei temi più originali, dato che questa storia è mostrata in tante favole e miti antichi, e nemmeno il fatto che siano allevati per sostenere un sistema di cui si è all’oscuro (chi ha detto Matrix?), tuttavia il tema è sviluppato in maniera adeguata, anche se ci sono delle parti che probabilmente saranno svelate nella seconda stagione (al momento ho visto le prime puntate e quindi dei punti stanno venendo chiariti).
La Mamma (che si scopre non essere unica, dato che ci sono altri orfanotrofi) può apparire spietata, ma in fondo quello che fa non è altro che un modo per sopravvivere, dato che anche lei proviene dagli orfanotrofi e ottenere il ruolo che ricopre è l’unico modo a disposizione per le bambine per continuare a vivere; poteva essere approfondito di più il tema della fiducia tradita, dato che è stato un poco sacrificato per dare più spazio alla tensione e al modo per scappare.
Nonostante queste osservazioni, The promised nerverland è una serie godibile, avvincente, che spinge a proseguire la visione, che ha il suo fascino nello scoprire cosa ci sia al di là delle mura dell’orfanotrofio e quale sia la realtà che viene così tenacemente celata; ben caratterizzati i tre protagonisti.

La scorrettezza del politicamente corretto

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Il politicamente corretto, inutile usare giri di belle parole, ha ormai fatto uscire di zucca tante persone: troppe sono le cose assurde che stanno accadendo. Perché un conto è essere educati e avere rispetto, e un conto è attaccarsi a certe regole per attuare  degli stravolgermenti, facendo andare le cose secondo la volontà di alcuni che vogliono imporre il loro punto di vista. In molti casi è di censura che si tratta: una censura sciocca, senza fondamenti e senza ragionamenti, dove l’illogicità e la follia la fanno da padroni. Una follia che non risparmia niente e nessuno.
Poche settimane fa era toccato al sostituire “Buon Natale” con “Buone feste” per essere più inclusivi, per non mancare di rispetto a chi non era cristiano. Ma che mancanza di rispetto si ha verso chi non è cristiano nel dire Buon Natale? Fare come si era proposto di fare non è ugualmente manchevole di rispetto verso chi è cristiano? Ci sono forse delle persone che meritano più rispetto di altri, che sono più uguali di altri, citando La fattoria degli animali di Orwell?
Anche Biancaneve è fin ita nel mirino del politicamente corretto Pochi mesi prima era finita nella polemica la favola di Biancaneve e i sette nani, con il bacio dato dal principe a Biancaneve inteso come molestia sessuale perché non è consensuale, visto che la ragazza dorme: “non può essere vero amore se soltanto uno dei due è consapevole di quello che sta accadendo”. E al diavolo tutto il significato della favola: via un altro pezzo di cultura. Non contenti di ciò, dopo la polemica su Biancaneve, è toccata a quella sui sette nani, con Peter Dinklage che critica il live action recente: “Sono rimasto sorpreso di sapere che Disney si è detta orgogliosa nella scelta, per il ruolo di Biancaneve, di un’attrice latina. Per poi continuare a raccontare la storia dei sette nani… Una storia fottutamente arretrata, di sette nani che vivono nelle grotte. Tutto il rispetto per l’attrice e le persone che pensavano di fare la cosa giusta, ma dico io cosa stai facendo?”
Non poteva mancava Harry Potter, finito nell’occhio del ciclone come la sua creatrice, che è stato definito da un’università inglese offensivo: la Chester University ha posto un “content warning” agli studenti che intendono leggere il libro, incluso nel corso universitario Approcci alla Letteratura, presieduto dal professor Richard Lehay. “Sebbene in questo corso studiamo una serie di libri per giovani adulti, la lettura di alcuni di questi può causare difficoltà nel trattare temi come la sessualità, il genere, la razza e l’identità. Questi temi saranno trattati criticamente, oggettivamente e soprattutto, con rispetto. Se qualcuno ha problemi con i contenuti ne parli con il professore del corso”. Ma che danni possono fare i libri di Harry Potter? Si possono criticare per lo stile, per la caratterizzazione dei personaggi, per i buchi di trama, per le scelte sbagliate, ma non certo per i temi trattati. Sessualità? I personaggi arrivano a baciarsi e basta, di sesso neanche l’ombra. Il tema della razza? Perché si parla di babbani (gente senza potere) e di gente che si ritiene un’elite e considera chi non è come loro un inferiore? Allora dovremmo censurare l’intera storia.
Stessa sorte di Harry Potter hanno subito Hunger Games e Queste oscure materie.
Si vuol parlare della Rowling, che, per aver criticato l’uso dell’espressione, “persone con le mestruazioni”, invece che “donne con le mestruazioni”, si è presa della transfobica? Il rispetto ci vuole sempre sull’identità di genere (e non solo quello), ma scatenare polemiche così accese, chiedendo di boicottare il lavoro della scrittrice inglese è qualcosa di eccessivo. Il movimento LGTB si è scagliato con forza contro la Rowling senza capire che l’autore è una cosa e le opere sono un’altra. Però, se l’andamento è questo, se certe cose valgono per qualcuno, devono valere anche per altri. Gli LGTB hanno osannato l’opera Sopravvissuti di Richard K. Morgan perché dava spazio agli omosessuali, ma non hanno pensato che tale opera poteva essere considerata offensiva per il compiacimento dell’uso delle scene di sesso scritte apposta per avere la loro approvazione? E non è che si rimane scandalizzati perché si mostra sesso omosessuale: anche Marie Lu e Sana Takeda hanno fatto la stessa cosa nella serie Monstress e non ha dato per niente fastidio, visto che è un modo per parlare della discriminazione di chi è considerato diverso. Allora cosa cambia? Che se si prende un libro fantasy, ci si aspetta di trovare un fantasy, non della pornografia: quella si sa dove trovarla. Quello che non piace in ciò che ha fatto Morgan è la furbizia che ha messo in atto, camuffando una cosa per mostrarne un’altra: le scene che lui descrive non sono letteratura, sono pornografia. C’è modo e modo di scrivere e quello di Morgan non è stato di certo quello giusto. Ma invece di essere criticato ed etichettato come successo alla Rowling, è stato elogiato.
Si vuole parlare della pretestuosa polemica del politicamente corretto su Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain perché veniva usato il termine negro? Un minimo di intelligenza avrebbe dovuto far pensare in che periodo e contesto è stato scritto il libro e quindi comprendere perché era stato usato un certo termine.
Questi solo alcuni esempi, ma di casi del genere ce ne sono a bizzeffe e non è una cosa nuova (non dimentichiamoci le numerose polemiche sollevate negli anni ’90 sulla serie manga e animata di Sailor Moon, per il fatto che c’erano ragazze che si baciavano o di ragazzi che si trasformavano in ragazze) e fanno capire alcune cose: uno, che invece di pensare a problemi seri ci si perde dietro polemiche inutili; due, che in nome della correttezza si sta cercando di limitare il pensiero. Ma perché si vuole censurare la storia su un maghetto e invece si lascia correre quando ci sono decine, centinaia di persone che fanno il saluto romano e inneggiano al fascismo? Perché ci si preoccupa di una storia inventata e non si fa niente contro un’ideologia che è costata milioni di morti e che ancora oggi continua a mietere vittime con le sue campagne di discriminazione e odio?
Questo politicamente corretto è molto scorretto e bisognerebbe fargli provare il suo stesso modo di fare: chissà se imparerebbe qualcosa.