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Il fallimento del boom del fantasy

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Qualche anno fa c’è stato il boom del fantasy in Italia.
Fu un periodo, per il settore, di grande esaltazione: in tanti ci si sono buttati, in tanti hanno scritto romanzi appartenenti a questa categoria. Le case editrici sfornavano fantasy a tutto spiano. In tanti inneggiavano a una ribalta del genere. A chi faceva notare che le cose non sarebbero durate se non si fosse cercata maggiore qualità, veniva detto di stare zitto, di non fare il menagramo, di smettere di voler male all’editoria vedendola come un male.
Un estratto di Il mestiere dello scrittore che spiega il fallimento del boom del fantasyL’editoria non era il male, ma la mentalità che l’aveva pervasa sì, perché si mancava di conoscenza, di preparazione, s’improvvisava e si agiva senza pensare; si è seguita la moda, si è cavalcata l’onda del momento, poi tutto è finito e il mercato del fantasy è stato bruciato, tornando qualcosa di nicchia. Le cause sono state tante, ma uno degli errori più grossi è stato il voler seguire la moda, scrivendo seguendo indagini di mercato.
Il fantasy vende? Allora bisogna scrivere fantasy, non importa come.
Naturalmente questa è stata la scelta sbagliata. Il motivo lo spiega chiaramente Haruki Murakami in Il mestiere dello scrittore.

Un romanzo è qualcosa che scaturisce spontaneamente dall’animo dell’autore, non si può cambiare strategia con tanta disinvoltura. Non lo si può scrivere con un obiettivo in mente, dopo aver fatto delle ricerche di mercato. Ammettendo che qualcuno ci riesca, un’opera nata in modo così superficiale non riuscirà a conquistare un gran numero di lettori. E anche se avesse successo per un certo periodo, né l’opera né l’autore resisterebbero a lungo, verrebbero presto dimenticati. Abraham Lincoln ha lasciato queste parole: «Si possono ingannare molte persone per breve tempo. Si possono anche ingannare poche persone a lungo. Ma non è possibile ingannare molte persone per molto tempo». Credo che la stessa cosa si possa dire del romanzo. Ci sono tante cose a questo mondo che trovano conferma col tempo, soltanto col tempo. (1)

1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et, pag. 174-175.

L'Alba

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«Sveglia! È l’Alba!»
Questo è il messaggio che mi ha inviato su WhatsApp un mio ex commilitone questa mattina; mi ero completamente dimenticato che oggi è l’anniversario del nostro congedo. Sono già trascorsi vent’anni da quando ho terminato il militare; gli stessi anni che avevo quando sono partito per la leva obbligatoria.
Com’è passato in fretta il tempo.
Sono andato a ricercare le foto di allora.
L'AlbaC’erano quelle del CAR, dove eravamo tutti rasati e sbarbati, perfettamente inquadrati e implotonati. “Massicci e incazzati!” ci urlavano contro i caporali per darsi un tono, per sembrare duri, ma neanche loro ci credevano: erano ragazzi come noi, mandati a fare qualcosa che avrebbero volentieri evitato, che cercavano di calarsi in un ruolo che non avevano scelto, che dava più grane che soddisfazioni.
Quelle del viaggio in treno quando ci hanno trasferiti in un’altra caserma. Facevamo i sughi in drop: era la metà di giugno e già faceva un caldo cane. Per di più non c’era nemmeno l’aria condizionata, in quel catorcio di regionale.
Quelle delle nostre libere uscite, in giro per la città la domenica pomeriggio a far finta di visitare monumenti, cercando in realtà di rimorchiare le turiste straniere. Sì, perché le donne di casa nostra, sapendo cosa eravamo, ci evitavano, conoscendo quello cui puntavamo. Beh, non tutte ci evitavano: qualcuna ci stava pure. Un mio amico proprio in quel periodo ha incontrato quella che sarebbe diventata sua moglie: ora hanno tre bambini, due maschi e una femmina.
Poi c’è l’ultima, quella dell’Alba.
«La naia è finita! Adesso comincia la vita!»
Già, la vita.
Guardo con attenzione l’immagine.
Siamo seduti ai piedi di una fontana, in un parco vicino alla caserma. Sorridiamo tutti. I nostri occhi sono pieni di sogni da realizzare, di speranze.
Sogni, speranze, che la vita ha pian piano spento, fino a farli diventare polvere: di essi rimane poco più dell’ombra del ricordo. Quasi non rammento più le sensazioni che mi dava il pensare al futuro, a quello che avrei potuto fare, a quello che avrei voluto raggiungere e costruire. La vita mi ha ridimensionato, mi ha costretto a fare i conti con la realtà. Ha costretto tutti noi ad affrontarla e a piegarci ai suoi compromessi.
Sorrido, ma è un sorriso mesto e malinconico. Di quei ragazzi non rimane che qualche foto. Al loro posto ci sono uomini ingrigiti e stanchi, sconfitti dalla vita.
«Buon anniversario, ragazzi. Ovunque siate, continuate a sognare» sussurro mentre ripongo nell’armadio l’album delle foto.

Sull'importanza dell'educazione

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In un precedente articolo, affrontando l’argomento del calo di lettori in Italia, ho parlato di quanto questo dipenda dall’educazione e sull’importanza che essa abbia.
In un contesto differente (si parla del Giappone), Haruki Murakami fa un discorso analogo improntato proprio su quanto è rilevante la questione educazione. Una riflessione lucida e profonda tratta dal capitolo “A proposito della scuola” presente nel libro Il mestiere dello scrittore, che suggerisco caldamente di leggere.

Sull'importanza dell'educazione. Una riflessione basata su un brano tratto da Il mestiere dello scrittore di Haruki Murakami…all’epoca (ai tempi della scuola) per me leggere era più importante di qualsiasi cosa. Al mondo, inutile dirlo, ci sono un sacco di libri dal contenuto profondo, ben più emozionanti dei libri di testo. Libri che, pagina dopo pagina, ti entrano dentro. Ed è il motivo per cui non avevo mai voglia d’impegnarmi a studiare per gli esami…. La conoscenza acquisita macchinalmente in maniera non sistematica, col passare del tempo si dilegua da sé, svanisce, aspirata da qualche parte… sì, un luogo in penombra che è come il cimitero della conoscenza. Perché non è necessario conservarla indefinitamente nella memoria.
Invece ciò che resta nel cuore, senza svanire col passare degli anni, è molto più prezioso.… Ma non è un genere di conoscenza che abbia effetto immediato. Per rivelare in pieno il suo valore, ha bisogno di tempo. E disgraziatamente non ha alcun nesso con il risultato degli esami.

Negli ultimi anni di liceo ero in grado di leggere i romanzi inglesi in lingua originale…. Non per questo però i miei risultati in inglese sono migliorati.
…Tanti miei compagni avevano risultati ben migliori dei miei in inglese, eppure nessuno di loro era in grado di leggere un romanzo intero in lingua originale. Mentre io lo facevo senza difficoltà e con gran piacere. Ma allora perché i miei voti non miglioravano? Dopo aver fatto mille congetture, ho capito che lo scopo delle lezioni di inglese al liceo non era di insegnare agli allievi la lingua viva, pratica.
Allora qual era? Prima e innanzi tutto, ottenere un punteggio alto ai test d’ingresso all’università.

Ho l’impressione che fondamentalmente il sistema scolastico, e l’idea su cui si basa, in mezzo secolo non si sia evoluto… In qualsiasi materia, c’è da credere che il sistema educativo di questo paese non favorisca lo sviluppo armonioso delle qualità individuali. Ancora oggi inculca la conoscenza seguendo pedestremente i libri di testo e vuole solo far acquisire la tecnica per passare i concorsi di ingresso al livello di insegnamento seguente. E il fatto che alcuni allievi siano ammessi o meno in questa o quella università è motivo di gioia o dolore per insegnanti e genitori. È deplorevole.
…ho l’impressione che 1’obiettivo del sistema scolastico giapponese, quale lo conosco io, sia di formare individui con un carattere «da cane», utili a un sistema cooperativo; anzi, che a volte vada ben oltre, che tenda a formare gente con un carattere «da pecora», gente che si lasci condurre in massa in un luogo designato.
Questa tendenza non appartiene soltanto al sistema educativo, ma credo che si estenda anche al sistema sociale giapponese, basato sulla struttura delle imprese e della burocrazia. E tutto questo – la grande importanza attribuita ai valori espressi in numeri e all’efficacia immediata, la propensione utilitaristica alla «memorizzazione meccanica» – genera danni profondi in diversi campi. Per un certo periodo questo sistema utilitaristico ha funzionato molto bene….tuttavia, quando lo sviluppo economico era ormai alle spalle, quando la bolla è scoppiata sgonfiandosi di colpo, il sistema sociale che spingeva ad «avanzare tutti insieme verso la meta, come una sola flotta» ha terminato di svolgere il suo ruolo…. In qualunque società, naturalmente è necessario che ci sia consenso. Altrimenti le cose non funzionano. Al tempo stesso, bisogna anche rispettare l’eccezione, cioè l’esistenza di un gruppo relativamente limitato che si pone a una certa distanza dal consenso. Inserirlo nel proprio campo visivo. In una società evoluta questo equilibrio è essenziale. Perché dal modo di gestirlo nascono ampiezza di vedute, profondità e capacità introspettiva. Nel Giappone attuale però non mi sembra che la barra del timone sia rivolta in questa direzione, non abbastanza.
Ad esempio, riguardo all’incidente nucleare avvenuto a Fukushima nel marzo del 2011…A causa di quell’incidente nucleare, decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case e si trovano ora in una condizione senza via d’uscita, senza speranza di poter mai tornare alla loro terra. È una cosa che fa male al cuore. Ciò che ha portato a questo stato di cose, a prima vista è una disgrazia naturale al di là di ogni previsione, e alcune coincidenze gravi e sfortunate. Tuttavia, ciò che ha innalzato l’incidente al livello di una tragedia, a mio avviso è un difetto strutturale del sistema sociale presente e lo squilibrio che ne deriva. L’assenza di responsabilità all’interno del sistema, la totale incapacità di discernimento. L’efficacia perseguita senza ipotizzare la sofferenza di altre persone è un’efficacia nociva per mancanza di immaginazione.
La produzione di energia nucleare è stata promossa come politica nazionale sulla base di un solo argomento, «è utile all’economia», senza che ci venisse data la possibilità di esprimersi a favore o contro, e i rischi impliciti sono stati tenuti nascosti intenzionalmente (rischi che si sono però avverati in varie forme). Il conto questa volta abbiamo dovuto pagarlo noi. Se non facciamo luce sull’aggressività che si trova al cuore di questo sistema sociale, se non mettiamo in chiaro i fattori problematici e non li risolviamo alla radice, causeremo di nuovo lo stesso genere di tragedia.
L’idea che il Giappone, privo di materie prime, abbia bisogno dell’energia nucleare ha forse una sua ragion d’essere. Io per principio sono contrario, ma se venisse attentamente amministrata da qualcuno degno di fiducia, se la gestione venisse severamente sorvegliata da una terza parte all’altezza del compito, se il pubblico fosse informato con precisione, ci sarebbe forse spazio, in una certa misura, per una discussione. Ma un dispositivo che può provocare danni fatali come quelli causati dall’energia nucleare, un sistema potenzialmente tanto pericoloso da distruggere un paese intero (l’incidente di Cernobyl è di fatto una delle cause che hanno portato alla disgregazione dell’Unione Sovietica), quando è controllato da un’impresa commerciale basata sulla «priorità dell’efficacia» e sull’«importanza dei valori espressi in numeri», quando viene indirizzato o guidato da un’organizzazione burocratica che ha perso l’empatia con la natura umana e si regge sulla memorizzazione macchinale e la trasmissione dall’alto verso il basso, allora il pericolo è tale da far rizzare i capelli. Il risultato cui porterà sarà di distorcere la natura, causare danni fisici alla popolazione, far perdere la fiducia nello Stato e privare tanta gente dell’ambiente in cui ha sempre vissuto. Ed è quello che è successo a Fukushima.
Il discorso si è allargato, ma quello che voglio dire è che le contraddizioni del sistema educativo sono direttamente legate alle contraddizioni del sistema sociale. E viceversa. In ogni caso, siamo arrivati a un punto in cui non è più possibile trascurare queste contraddizioni.

I sintomi patologici (credo li si possa chiamare così) di un luogo educativo del genere sono soltanto il riflesso dei sintomi patologici del sistema sociale. La società nel suo insieme ha un suo vigore, e se gli obiettivi sono fissati saldamente, i problemi che si verificano nel sistema scolastico si possono superare con la forza inerente al sistema stesso. Ma se la società perde il suo vigore e qua e là si manifesta un senso di soffocamento, è nei luoghi educativi che questo avviene nella maniera più appariscente e svolge l’azione più forte. La scuola, le aule scolastiche. Perché i bambini, come i canarini che una volta venivano portati nelle miniere, sono le creature che riescono a percepire per prime, con molta sensibilità, la tossicità dell’atmosfera.

Riguardo ai profondi problemi educativi che ingenera una società di questo tipo, priva di sufficienti «vie di fuga», dobbiamo trovare soluzioni nuove. Cioè, andando con ordine, creare luoghi in cui cercarle, queste soluzioni.
Quali?
Luoghi dove l’individuo e il sistema possano muoversi in reciproca libertà e trovare, portando avanti negoziazioni fluide, utili punti di contatto. Spazi dove ciascuno possa stendere liberamente braccia e gambe e respirare a fondo. Dove allontanarsi dal sistema, dalla gerarchia, dall’efficienza, dal bullismo. In parole povere, un rifugio provvisorio, semplice e accogliente. Dove chiunque sia libero di entrare e uscire quando vuole. Una serena zona intermedia tra l’individuo e il gruppo, dove la scelta della posizione da prendere venga lasciata alla discrezione del singolo. Li chiamerei «luoghi per la rinascita dell’individuo»…. sarebbe bello che questi luoghi sorgessero qua e là spontaneamente.
L’ipotesi peggiore è che un organismo tipo un ministero delle Scienze li imponga dall’alto come un sistema. Noi qui stiamo parlando di «rinascita dell’individuo», quindi se il governo cercasse di trovare una soluzione sistematica, si arriverebbe a un vero e proprio capovolgimento del problema, a una specie di farsa.

Tornando a me, ricordo che quando andavo a scuola l’aiuto più valido mi veniva dai quei pochi buoni amici che mi ero fatto, e dai tanti libri che leggevo.
Libri di tutti i generi… penso che il fatto di leggere libri di generi diversi abbia relativizzato il mio campo visivo, cosa che per me adolescente ha avuto un’importanza immensa. Mi immedesimavo nei personaggi, andavo e venivo liberamente con la fantasia attraverso il tempo e lo spazio, vedevo paesaggi straordinari, lasciavo scorrere nella mia mente fiumi di parole, e così il mio punto di vista si è più o meno diversificato. E ho anche acquisito la capacità di considerare me stesso, che osservavo il mondo da varie posizioni, con una certa obiettività…. Se non ci fossero stati i libri, se non ne avessi letti tanti, probabilmente avrei condotto un’esistenza più arida e indifferente alle cose. Insomma per me l’atto in sé di leggere ha costituito una grande scuola. Una scuola costruita a mia misura, organizzata a mio solo beneficio, dove ho imparato di mia volontà tante cose importanti. Senza regole fastidiose, valutazioni espresse in cifre, competizione per classificarsi in graduatoria. E naturalmente senza alcun bullismo. Ho potuto, pur facendo parte di un grande «sistema», preservare quello mio personale e diverso.
L’immagine che ho di uno « spazio di rinascita individuale», è qualcosa che ci va molto vicino. Non si limita alla lettura. Un bambino che non si adatti alla scuola attuale, che non abbia alcun interesse per quello che studia in classe, se avesse a disposizione uno «spazio di rinascita individuale» fatto su misura per lui e vi trovasse qualcosa che gli piaccia, consono alla sua personalità, e se riuscisse a far durare quest’opportunità seguendo il proprio ritmo, credo che sarebbe capace di espugnare «le mura del sistema». Perché questo avvenga, tuttavia, è necessario che il bambino faccia parte di un gruppo in grado di comprendere e valutare il suo spirito (il suo modo di vivere in quanto individuo), cioè che abbia l’appoggio della famiglia.

In qualsiasi epoca, in qualsiasi società, l’immaginazione ha un ruolo essenziale.
Una delle cose che si trovano all’estremità opposta dell’immaginazione è l’efficienza. Ciò che ha scacciato dalla loro terra decine di migliaia di persone a Fukushima, se andiamo a cercare all’origine, è il valore attribuito all’efficienza: l’energia nucleare è efficiente, quindi è buona. Quest’idea, e la falsità del mito della sicurezza che ne è risultato, hanno messo il paese in queste condizioni tragiche, hanno prodotto questo disastro da cui non è possibile risollevarsi. Credo si possa dire che è stata una mancanza di immaginazione da parte nostra. Ma non è troppo tardi. Possiamo fare resistenza a questa mentalità pericolosa e di corte vedute, ma dobbiamo impiantare dentro di noi il perno di un pensiero libero. Poi protenderlo verso la comunità.
Intendiamoci, ciò che io chiedo alla scuola non è di sviluppare l’immaginazione dei bambini. Non oso sperare tanto. Si dica quel che si vuole, ma questa è una cosa che possono fare solo i bambini stessi. Non gli insegnanti né gli strumenti scolastici. Tanto meno il governo e le politiche educative. Non tutti i bambini possono avere una grande immaginazione. Così come alcuni sono bravi nella corsa e altri no, ci sono bambini dotati di fantasia e altri no – probabilmente manifesteranno talento per qualche altra cosa. È ovvio. Questo è il mondo. Se noi adottiamo uno slogan fisso – «sviluppiamo la fantasia dei bambini» -, di nuovo otterremo risultati distorti.
Ciò che chiedo alla scuola, è di « non soffocare la fantasia nei bambini che ne hanno», nient’altro. Sarebbe sufficiente. Lasciare ad ogni personalità abbastanza spazio per sopravvivere. In questo modo la scuola diventerebbe un luogo più libero e completo. Al tempo stesso lo diventerebbe, di pari passo, anche la società.
(1)

1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et 2018, pag. 116-131.

Childe Alfredo alla Torre Nera giungerà

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L’aria fu squarciata da un suono acuto e lacerante.
Alfredo si alzò in piedi di scatto, gli occhi duri e taglienti puntati sulle colline all’orizzonte. «Siamo chiamati» si voltò verso Giulio e Marzio. «Dobbiamo andare.»
Marzio fece uno sbuffo mentre si stiracchiava la schiena. «D’accordo che è finito il turno, ma con calma: sono sfinito.»
Alfredo lo fissò gelidamente. «Il corno di Gilead ha suonato: non c’è tempo da perdere.»
Giulio si poggiò una mano sulla fronte. «Santo cielo…ricomincia.»
Marzio spostò lo sguardo dall’uno all’altro dei suoi amici. «Eh?» chiese perplesso.
Alfredo inclinò il capo di lato, piantandoglisi davanti a gambe larghe. «Sei della stirpe di Sheemie Ruiz?»
Marzio stava per ripetere l’“eh” di prima, ma seguì il suggerimento di Giulio che gli facendo cenno di negare. «No» disse titubante.
«E allora smettila di fare il ritardato» gli intimò Alfredo.
«E tu smettila di sparare stronzate» rimbeccò Marzio.
«Io non sparo stronzate. Io sparo con la mente.»
Giulio si mise tutte e due le mani nei capelli.
Marzio sbarrò ancora di più gli occhi. «Ma che caz…» Venne interrotto da Alfredo che gli piantò l’indice sul petto.
«Hai dimenticato il volto di tuo padre, la mia parola in pegno. Non sei degno di accompagnarmi nella ricerca della Torre Nera.» Detto questo, Alfredo si voltò e s’allontanò velocemente da loro.
«La Torre Nera?» domandò sempre più perplesso Marzio a Giulio.
Giulio trasse un profondo respiro. «Quella del film uscito tempo fa nelle sale, tratto dai romanzi di Stephen King; dopo aver visto la pellicola, Alfredo ha recuperato tutti i volumi della serie cartacea, li ha letti e da allora gli ha preso la fissa d’essere uno di quei pistoleri.»
Marzio rimase a fissare l’amico per qualche istante prima di mettersi a sghignazzare di brutto. «Un pistolero…un pistolone, sarebbe meglio dire.»
«C’è poco da ridere» disse serio Giulio. «L’altro ieri si è quasi preso una denuncia per stalking: ha pedinato per tutto il giorno un prete; era convinto che fosse l’uomo in nero e che seguendolo lo avrebbe condotto dal Re Rosso.»
«Chi?» fece Marzio.
«Uno dei personaggi dei romanzi.» Giulio liquidò in fretta la precisazione. «E il giorno prima ha rischiato d’essere arrestato perché voleva aggredire un giardiniere che stava lavorando in un parco: diceva che era uno degli emissari di Farson mandato a distruggere la rosa.»
L’espressione di Marzio era a metà tra il divertito e lo stranito, come se l’altro stesse cercando di spacciargli per vera una barzelletta.
«Non è una balla: c’ero» disse seriamente Giulio.
«Cazzarola…» mormorò Marzio. «S’è rincoglionito come quello famoso, quello spagnolo dei mulini a vento…»
«Don Chisciotte.»
«Ecco, bravo, proprio lui.» Marzio fece schioccare le dita. «Ma che tu sappia, Alfredo sta facendo uso di droghe?»
«No, è lucidissimo. Beh, per modo di dire. Ma non si sta drogando. Fino a poco tempo fa era normalissimo e poi ha cominciato a sbarellare con questa storia di pistoleri, torri e compagnia bella.»
«Chissà cosa succede nella mente delle persone alle volte…» si domandò pensieroso Marzio.
Mentre i due continuavano a parlare, Alfredo era già lontano da loro. Aveva attraversato il parcheggio a passo risoluto, raggiungendo la fermata degli autobus e prendendo quello con il numero diciannove.
“Diciannove, come la parola maledetta: non ci sono dubbi, è questo il segno da seguire.” Alfredo si sedette vicino al finestrino. “La parola che apre la mente, che fa sapere che cosa c’è oltre. Anche se sapere farà impazzire: così ha scritto Walter. Ma io sarò più forte, io resisterò, anche se alla lunga il cervello mangerà se stesso.”
L’autobus correva veloce sulla strada. Alfredo lanciò una rapida occhiata agli altri passeggeri: gente con lo sguardo inebetito perso oltre i finestrini. Provò un moto di disgusto. “Sono della genia dei lenti mutanti.”
Poi s’irrigidì quando il mezzo si fermò alla fermata e vide chi salì.
“Così incrociamo i fantasmi che ci perseguiteranno negli anni futuri.”
L’anziana avanzò appoggiandosi alla stampella, tenendo nell’altro braccio una sportina di plastica bianca; al suo interno si scorgeva una rotondità rosea.
“Credevo ti avessero spedito all’inferno, Rhea del Cöos. Tu e la tua maledetta sfera.” Strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche.
L’anziana si diresse verso di lui. «Posso sedermi accanto a lei?» chiese sorridendo.
Alfredo la scrutò freddamente. «Fai del tuo peggio» sibilò.
L’anziana tentennò alcuni istanti, ma poi si sedette vicino a lui. «Lei dove è diretto?» domandò dopo qualche istante.
Alfredo sentì i nervi tendersi. «Alla Torre Nera.»
«La Torre Nera? È un nuovo ristorante? Non l’ho mai sentito prima. L’unica torre che conosco è Torre Annunziata; sa, là c’ho dei parenti e ogni estate li vado a trovare.» L’anziana parlava come un fiume in piena. « È così bello laggiù il mare, sa? Dovrebbe andarci, ci fanno un pesce…»
Alfredo si volse di scatto verso di lei. «Smettila di prenderti gioco di me, maledetta strega: sai benissimo di cosa sto parlando. Ti diverti perché sai che non ho con me le mie pistole. Ma aspetta che le riabbia e ti piazzo una pallottola in fronte, rispedendoti nel buco dal quale sei strisciata fuori.»
L’anziana sbarrò gli occhi dalla sorpresa, poi si alzò più velocemente che poté, portandosi il più lontano possibile da lui.
Alfredo scese alla fermata davanti alla stazione dei treni. Attraversò il piazzale e si diresse verso i binari.
“Sei stato furbo a venire qua, Blaine il Mono, ma mimetizzarti non ti servirà: troverò il modo di smascherarti. E mi condurrai alla Torre Nera.”
Stava girovagando da una decina di minuti, quando un sorriso gli si dipinse sul volto.
“Certe monete false saltano fuori in continuazione.”
Osservò l’uomo con il completo nero scendere la scalinata alla sua destra.
“Speravi di avermi seminato, Walter, ma io so vedere oltre i tuoi sortilegi.”
Alfredo lo pedinò tenendosi a diversi passi di distanza, senza mai perderlo d’occhio. Si mosse senza fretta, pregustando il momento: Walter sarebbe stato preso e Walter avrebbe parlato.
“È solo questione di fede. È solo questione di tempo” pensò risoluto. “E allora Childe Alfredo alla Torre Nera giungerà.”
L’uomo in completo nero salì sul treno e Alfredo lo seguì.

Sul leggere - Perché aumentano i non lettori

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In Italia aumentano i non lettori di libri e il 30% non legge per mancanza di tempo. In particolare questo motivo è indicato dal 31,8% degli uomini e dal 27,7% delle donne. […] Dai dati emerge che il 23,7% di chi non legge preferisce altri svaghi rispetto ai libri, il 15,9% ha motivi di salute che allontanano dalla lettura (“non ci vedo bene, età anziana”) e il 9,1% è troppo stanco dopo aver svolto altre attività. Il motivo economico (“i libri costano troppo”) è scelto invece dall’8,5% dei non lettori. […]
La mancanza di tempo – spiega Levi – è sempre stata la motivazione principe che i non lettori portano per giustificare il loro rapporto con il libro e la lettura. È certamente vero, soprattutto all’interno degli odierni ritmi di lavoro, spostamento, occupazione del tempo. In realtà credo che dietro questa affermazione si nascondano delle dinamiche più complesse.
Dietro questo dato penso ci sia piuttosto un disinteresse verso la lettura più in generale che non si vuole dichiarare, un posizionamento del libro e dell’attività del leggere vissuto come qualcosa di non completamente positivo. Se questo è vero diventa centrale il ruolo che i soggetti delegati alla socializzazione della lettura, e in primo luogo scuole e biblioteche, dovranno svolgere nei prossimi anni. […]
Forse c’è da porsi anche una domanda: quanto incide sull’aumento della non lettura impegnata in genere l’abuso del tempo dedicato allo smartphone, durante il quale l’impegno degli utenti viene dedicato soprattutto alle immagini, ai video e alle chat, con prevalenza assoluta per le banalità?”

Questi sono estratti del seguente articolo.
Si sarà brutali, ma salvo qualche caso, quanto asserito dalle persone del sondaggio paiono essere delle scuse. Passi per chi ha seri problemi alla vista, dove il leggere diventa qualcosa difficile da effettuare, ma il resto andrebbe tradotto con “non ho assolutamente voglia di leggere perché + un’attività inutile e da sfigati”.
Certo, i libri non costano poco, ma non è detto che si debba acquistare l’edizione deluxe di un’opera: esistono anche quelle economiche. Si possono poi chiedere in prestito i libri agli amici; ci sono le bancarelle e le librerie dell’usato, dove a poco si possono trovare bei libri e anche davvero ben tenuti (con quanto si spende a comprare un libro nuovo, dai posti dove si vende l’usato si può tornare a casa alle volte con sei/sette volumi ); oltretutto, le vecchie edizioni che si trovano nell’usato sono molto migliori di alcune attualmente in commercio, dato che la cura del prodotto anni fa era migliore.
Senza dimenticare che esistono le biblioteche; è vero che non tutte sono ben fornite e che a parte le biblioteche delle città, quelle dei comuni (specie i piccoli) non sono molto rifornite e magari non si trova quello che si cerca (magari lo si può far arrivare, ma i tempi sono lunghi). Senza contare che le biblioteche hanno budget limitati, spesso subiscono tagli, e non possono comprare nuovi volumi (per questo ci sono spesso iniziative cui si chiede ai cittadini di comprare libri in libreria e poi donarli alle biblioteche; ma anche qui bisogna seguire dei dettami, non tutti i volumi vanno bene, bisogna seguire delle indicazioni precise).
Quest’ultima cosa porta a capire una cosa, ovvero a come è considerata la lettura in Italia.
Il problema è culturale, di mentalità, non di non avere tempo libero. Già ai tempi dei miei nonni e dei miei genitori, leggere era considerata una perdita di tempo, era qualcosa che era adatto solo a chi si laureava, perché gli serviva per gli studi che faceva; leggere come passatempo, come divertimento, o come approfondimento culturale, era qualcosa d’inconcepibile: si dovevano fare solo le cose utili, che davano guadagno, e il leggere non lo era.
Le cose con il tempo sono un poco cambiate, ma non più di tanto; è arrivata la televisione, i canali commerciali, poi sono arrivati internet e i social, e la lettura è rimasta qualcosa per pochi. La scuola non invoglia con i testi che propone, ma dipende sempre dal professore e dall’approccio che ha: c’è chi fa amare la materia, chi la fa odiare. Oltre a questo, influisce l’ambiente in cui si è: familiare, di amicizie, di studio e di lavoro.
Leggere è considerato qualcosa di passivo, mentre i media, la società, martellano per essere attivi, per essere “quelli del fare”, dell’essere sempre in movimento, di corsa; per leggere bisogna stare fermi e questo non è visto tanto di buon occhio in una società che spinge all’apparire e all’utile: si è dimenticato forse di ministri di governo che dicevano che l’arte e la cultura non danno da mangiare? Una cosa falsa, perché a valorizzare tutto ciò ci sarebbe da ottenere guadagno. Ma occorre fare i conti con una società e dei governi limitati, che limitano e guidano la popolazione in una certa direzione, dove si cerca di non spingere alla lettura perché fa riflettere, rende più consapevoli e apre orizzonti alla mente, aiutando a essere meno creduloni e vedere le menzogne che vengono propinate, mostrando realtà sgradevoli.
Questo tanti preferiscono non vedere, scegliendo qualcosa che non fa pensare, che fa divertire. Non diamo la responsabilità al non avere tempo quando la colpa è dell’uomo e delle scelte che fa.

Pro e Contro Hitler

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«Come il fallimento delle sue imprese non fa di Hitler uno stupido, così la mole di queste imprese non ne fa un grand’uomo.»
« voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli si spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo» (B. Brecht, La resistibile ascesa di Arturo Ui, Einaudi, 1963).
(1)

Pro e contro - Hitler - Dossier Mondadori.Così scriveva Bertold Brecht su Adolf Hitler e così si conclude il libro Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori, che è andato ad analizzare la vita del dittatore tedesco che tanto danno ha portato nel mondo. Un’analisi che ha messo a confronto vari punti di vista, da chi lo appoggiava a chi lo contrastava. Hitler ha commesso tante atrocità, ma è stato possibile perché gli è stato permesso, non solo dalla maggioranza del popolo tedesco che l’ha seguito, ma anche dagli altri paesi che sono stati fermi quando ha iniziato a conquistare una nazione europea dopo l’altra. Anche l’America non è stata esente da colpe, dato che reputava meglio il nazismo che il comunismo: ben famose sono le parole del sottosegretario.

«Per salvaguardare i loro interessi economici, le democrazie occidentali e gli Stati Uniti d’America furono particolarmente lieti di accettare l’hitlerismo come un valido bastione contro l’avanzata comunista» (il sottosegretario di Stato americano Sumner Welles nel suo volume The Time for Decision). (2)

Nessuno può dimenticare la guerra che ha scatenato, gli orrori dei campi di concentramento: ci sono cose che non possono essere dimenticate. Ci sono cose che vanno ricordate perché non si ripetano: Hitler non c’è più, ma la sua mentalità, le sue idee vivono e possono vivere ancora. Bisogna stare attenti a chi va al potere e quello che gli si permette di fare, perché altrimenti si verrà manipolati, la verità verrà falsata.

Una prima anticipazione sui futuri interventi del regime in campo culturale e artistico è fornita da Hitler nel colloquio con Breiting del 1931. Sulla stampa: «La cosiddetta grande stampa d’informazione… sarà costretta a dare sul conto nostro le informazioni che a noi piaceranno. Dovranno ballare al suono della nostra musica, perché i lettori affamati di sensazioni esigono notizie… Il contenuto delle nostre notizie li farà rimanere interdetti ». Sull’editoria: «.., Si incoraggiano i libri contro la rinascita della Germania. Va da sé che noi bruceremo questi libracci e li bandiremo da Vienna come da Berlino » (E. Calic, op. cit.). E già nel 1931, appunto, i nazisti hanno dato la dimostrazione pratica dei loro sistemi, costringendo il governo – mediante una campagna di violenza ininterrotta sugli spettatori – a vietare le proiezioni del film antimilitarista « Niente di nuovo sul fronte occidentale ». (3)

Il primo rogo di libri appartenenti alla “disgregatrice letteratura ebraica” avviene il 9 maggio 1933, all’università di Berlino, con la regia dell’esultante Goebbels. Vengono date alle fiamme le opere dei “miserabili letterati” emigrati all’estero: da Thomas e Heinrich Mann a Kurt Tucholsky, da Franz Werfel a Bertolt Brecht. Alcuni uomini di cultura sono rimasti: per costringerli al silenzio sarà usata la tortura, come nel caso di Karl von Ossietzky, premio Nobel per la pace nel 1935, e di Erich Muhsam, ucciso in un campo di concentramento. (4)

Hitler parla nell’agosto del 1932 a una riunione dei quadri superiori nazisti: «L’istruzione generale è il veleno più corrosivo e più dissolvitore che il liberalismo abbia mai trovato per la propria distruzione. Non vi può essere che un grado di istruzione per ciascuna classe e, in ogni classe, per ciascun gradino. La totale libertà d’istruzione è il privilegio della classe scelta e di coloro che essa ammette nel suo seno. Tutto l’apparato della scienza deve rimanere sotto un controllo permanente… Conseguenti a noi stessi, accorderemo alla gran moltitudine della classe inferiore il beneficio dell’analfabetismo » (H. Rauschning, op. cit.). (5)

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi, con i mezzi a disposizione, nulla di questo sarebbe possibile. Invece è possibilissimo, perché queste cose dipendono dal consenso che la gente concede ad alcuni e da quanto riesce a farsi condizionare. Bisogna stare attenti a chi sa comprendere gli umori di un’epoca e sa sfruttarli, a chi segue fanatismi e vuole sottomissione, proprio come fece il nazismo.
Il nazismo vuole uomini obbedienti e fanaticamente sottomessi, come solo una religione li può plasmare; così il credo nazista si trasforma sempre più in una religione.

«L’anima della razza, il sangue e il suo appello misterioso, rappresentano la potenza immanente e superiore concretizzata dal popolo (Volk)… Il Fuhrer, che sa cogliere in modo infallibile i comandamenti dell’anima della razza, è anche il grande sacerdote che sa esprimere la volontà divina» (Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi Editore 1955).
«Se l’ebreo non esistesse, bisognerebbe inventarlo » ha detto Hitler a Rauschning (op, cit.). L’ebreo infatti per il nazismo è come il diavolo per il cristianesimo. « Questo dualismo manicheo era essenziale. La presenza del diavolo faceva sì che meglio si percepisse il dio: scatenando l’odio verso l’Impuro, l’adorazione della divinità ne veniva stimolata. La religione della razza dei Dominatori permetteva di ottenere dai fedeli terrore e sottomissione generali » (L. Poliakov, op. cit.). E per circondare di sacro orrore questo diavolo in carne e ossa, tutti i mezzi sono buoni. « Lo sapete – dice un volantino di Streicher distribuito nel 1935 a Berlino – che gli ebrei insidiano i vostri bimbi, violentano le vostre mogli e sorelle, uccidono i vostri genitori, rubano la vostra proprietà, si fanno beffe del vostro onore, distruggono la vostra Chiesa? Lo sapete che i medici ebrei vi uccidono lentamente, e gli avvocati ebrei non vi aiutano mai a ottenere giustizia?» (“Storia Illustrata”, agosto 1969).
(6)

Queste sono frasi pronunciate decenni fa, ma ancora si sentono oggigiorno, anche in Italia: cambia il soggetto indicato come colpevole di certe situazioni, ma lo spirito è sempre quello.
Se si studiasse la storia e la si comprendesse, certe idee non si ripresenterebbero e così non si ripeterebbero certe tragedie; ma per tanti gli anni passati non insegnano nulla.

1. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 159
2. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 102
3. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 94
4. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 94
5. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 94-95
6. Pro e Contro. Hitler. I Dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 100-101

Nebbia

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Matt scese il sentiero con passi lenti, misurati, guardandosi continuamente attorno.
Alla sua destra si ergeva una ripida parete rocciosa. Alla sua sinistra si apriva un precipizio di centinaia di metri. Un luogo simile a molti che aveva già visto, ma con una differenza: lui non doveva trovarsi lì.
Si voltò e diede un’altra occhiata alla grotta nella quale si era risvegliato. Grande, semicircolare. E bassa, tanto che aveva dovuto procedere chinato per non sbattere la testa. Non ci aveva messo molto a perlustrarla. Aveva impiegato molto di più a decidersi a uscirne, il fucile a canne mozze puntato sull’ingresso, restando in attesa che qualcosa facesse la sua apparizione.
Si era costretto a fare dei lunghi respiri per calmare il battito del cuore e riprendere a ragionare con lucidità.
“Non possono essere state le chimere a portarmi qui: se fossero riuscite a prendermi, mi avrebbero fatto a pezzi.”
Le bestie avevano iniziato a braccarlo subito dopo mezzogiorno: una volta fiutata la sua pista, non l’avevano più mollato. Aveva tentato in ogni modo di seminarle, ma non c’era stato verso: ogni espediente che aveva attuato era risultato inutile. Le scimmieragno avevano continuato a dargli la caccia senza posa, aumentando di numero.
Matt aveva continuato a muoversi, cambiando sempre direzione per cercare almeno di disorientarle. La sua unica possibilità di salvezza era lasciare la città; se si fosse asserragliato in un palazzo o in un magazzino, sarebbe stata la sua fine: prima o poi le scimmieragno sarebbero riuscite a entrare.
L’inseguimento era durato per tutto il pomeriggio e la sera. La notte aveva cominciato a calare e la fatica si era fatta sentire sempre più insistentemente, ma era riuscito a raggiungere la periferia; dalla posizione in cui si era trovato, era riuscito a scorgere il canyon verso cui si era diretto: una volta raggiunto il fiume, si sarebbe lasciato trasportare dalla corrente, allontanandosi dal pericolo e facendo perdere definitivamente le sue tracce alle chimere. Doveva solo non farsi trovare finché le tenebre non fossero calate completamente.
Il caso però non era voluto stare dalla sua parte: due scimmieragno gli erano praticamente cadute addosso. Era riuscito a eliminarle senza che lo ferissero, ma i rumori della lotta avevano segnalato la sua posizione al resto del branco.
Era stata una fuga angosciosa. Le strida delle chimere erano riecheggiate nelle strade. Era riuscito appena in tempo a superare gli ultimi palazzi, prima che le scimmieragno calassero dalle loro ragnatele e gli precludessero ogni via di salvezza. Le maledette bestie però non si erano date per vinte.
Ricordava di aver lasciato la strada asfaltata, correndo in mezzo alla sterpaglia del deserto, inerpicandosi su un pendio sassoso, il canyon che si stagliava a poche centinaia di metri da lui. Aveva raggiunto il fiume e vi si era gettato, le bestie sempre alle sue calcagna. Poi…
Poi si era svegliato nella grotta. Stando alla luce che filtrava dall’ingresso, doveva essere sul mezzogiorno. Erano trascorse dodici ore. Dodici ore di cui non ricordava nulla.
Matt riprese a muoversi lungo il sentiero.
“Come diavolo ho fatto a giungere fin qua? Forse qualcuno mi ha visto trascinato dalla corrente e mi ha tratto in salvo, portandomi al riparo della grotta.”
NebbiaEscluse subito la possibilità: non c’erano impronte lungo il sentiero che salivano, solo le sue che stava lasciandosi alle spalle. Inoltre, benché la parete rocciosa assomigliasse a quella del canyon verso cui si era diretto mentre fuggiva, non poteva essere lo stesso che aveva visto: sotto di lui si estendeva una folta foresta e nessuna città si scorgeva all’orizzonte. Camminò per ore, continuando a scendere verso di essa.
Quando finalmente il sentiero terminò, si ritrovò in una radura. Matt si avvicinò agli alberi, ma quando vide che dai loro tronchi neri trasudava una linfa simile al sangue, decise di tenersene alla larga. Inoltre la sera stava calando e non era consigliabile avventurarsi in un luogo sconosciuto col giungere delle tenebre. Volse lo sguardo al cielo.
“La Luna sta sorgendo.” Fece per rimettersi in marcia, ma si fermò dopo pochi passi, tornando a guardare il cielo.
“Cazzo.”
Accanto alla Luna c’era un altro satellite più piccolo, d’una colorazione rossastra. Ma guardando meglio, capì che quella non era la Luna: nessuna Luna che lui aveva visto possedeva sfumature verdastre che si facevano sempre più intense mentre continuava la sua ascesa nella volta celeste.
I due astri si fecero indistinti mentre la bruma prese a salire sopra la cima degli alberi.
La nebbia.
In quell’attimo Matt capì. Anche quando si era gettato nel fiume c’era la nebbia, ma non era la solita nebbia: troppo cupa e riflettente, come un cristallo oscuro. Era avanzata come un serpente viscido di umori, allungando le sue spire verso di lui.
“Aveva ragione quell’uomo.” Quando aveva sentito la sua storia non ci aveva creduto; aveva ritenuto impossibile che gli uomini avessero trasceso la natura della nebbia, spingendosi oltre limiti conosciuti, creando e scatenando energie che andavano oltre la loro comprensione e il loro controllo, capaci di aprire una finestra su altri luoghi, di creare passaggi per altri mondi: mondi da favola, mondi d’orrore. Ma ora, dinanzi all’evidenza, doveva ammettere che la follia umana era andata oltre la creazione di mostri come le chimere, era andata…
Lo schiocco di qualcosa che si rompeva lo fece ritornare alla realtà.
Al limitare della foresta qualcosa di grosso stava banchettando con i resti di un uomo. Qualcosa che aveva la stazza e gli artigli di un orso, ma la coda di uno scorpione. La creatura si levò eretta sulle zampe posteriori, volgendo il muso da scimmia al cielo, le narici che fremevano spasmodiche. Poi si volse verso di lui, snudando le zanne. In un attimo la creatura si mise a quattro zampe, lanciandosi in carica.
Matt imbracciò l’arma e la puntò verso di lei. La paura e lo sbigottimento di prima erano svaniti, sostituiti dal sangue freddo acquisito in anni di lotte.
Poteva anche essere finito su un altro mondo, ma le cose non erano poi così diverse dalla Terra: dovunque si andasse, per sopravvivere c’era sempre da combattere.

Cambiamento delle royalties degli e-book su Amazon

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A partire dal 15 gennaio, le royalties degli ebook su Amazon sono cambiate; con il nuovo anno anche Streetlib, con cui pubblico le mie opere, ha dovuto adeguarsi alle condizioni imposte da Amazon.
Ecco che cosa è cambiato.
Ora i libri vengono fatti rientrare in due modelli.
•Modello Standard: prevede un guadagno pari al 25% del prezzo di copertina.
•Modello Enhanced: prevede un guadagno pari al 60% del prezzo di copertina* al netto dei costi di spedizione che sono così calcolati:

Amazon.com
USD $0.15/MB
Costo minimo: USD $0.01

Amazon.ca
CAD $0.15/MB
Costo minimo: CAD $0.01

Amazon.co.uk
£0.10/MB
Costo minimo: £0.01

Amazon.de, Amazon.fr, Amazon.es, Amazon.it, Amazon.nl
€0.12/MB
Costo minimo: €0.01

I libri vengono fatti rientrare nel modello Standard o Enhanced in base al prezzo di copertina:
•Prezzo inferiore a €2,99 → Standard
•Prezzo tra €2,99 e €9,99 → Enanched
•Prezzo oltre€ 9,99 → Standard

Strade Nascoste, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone, Jonathan Livingston e il Vangelo, seppur con un prezzo di 1.99 E non rientrano nel modello standard e mantengono le royalties al 60 % perché non sono coinvolti nei libri pubblicati dagli editori indipendenti indicati poco sopra, che rispondono ai seguenti requisiti:

•caricati a partire dal 1° agosto 2017

oppure

•con un numero di vendite inferiore a 25 unità nei 12 mesi dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.

I libri caricati al di fuori dei periodi/condizioni indicati mantengono per il momento le condizioni già previste per il calcolo delle royalties.

C’è questo “per il momento” che non è tanto piacevole e fa presagire che Amazon può decidere quando vuole di cambiare le condizioni (per il momento, da quel che ho visto dal 15 gennaio ad adesso, le royalties si sono mantenute al 60%). In questo caso, le cose per quanto riguardano i prezzi degli e-book che ho realizzato, potrebbero cambiare, come spiegherò fra poco.
Strade Nascoste – Racconti, essendo stato pubblicato il 22 gennaio 2018 e avendo il prezzo di 1.99 E, rientra nel modello standard e percepirà royalty al 25%.
Per quest’opera avrei potuto aumentare il prezzo a 2.99 E per mantenere le royalties al 60%, ma essendo una raccolta di racconti, seppur legata a un romanzo corposo, non ho reputato giusto far pagare di più ai lettori una decisione presa da Amazon. Dal mio punto di vista, una serie di racconti non può costare più di un romanzo; naturalmente dipende dalla lunghezza dell’opera, perché è illogico (portando un esempio estremo) che una raccolta di racconti di mille pagine costi meno di un romanzo di cento pagine.
La decisione di Amazon però non mi è piaciuta, anche se per questa volta ho deciso di lasciare lo stesso prezzo delle altre opere; per i prossimi lavori però mi vedrò costretto a utilizzare come prezzo 2.99 E per mantenere le royalties al 60%, anche se sono consapevole che l’aumento dei prezzi può non piacere a lettori (a nessuno piacciono i rincari) e questo potrà influire sul numero di vendite.
Qualcuno potrebbe obiettare che il 25% è un’ottima percentuale, che tanti autori che pubblicano con le ce tradizionali lo vorrebbero, ma ci sono dei punti che non vengono presi in considerazione. Qui si sta parlando di e-book, non di libri cartacei, quindi non ci sono costi di materiale e di produzione. Inoltre con una ce tradizionale ci sono pure i costi che lei si sobbarca per la distribuzione e la promozione, cosa che un autore autopubblicato non ha e per le quali si deve dare da fare personalmente. Senza contare che se si pubblica con una ce, in teoria si ha anche il servizio di editing (in pratica ci sono ce che questo servizio non lo fanno, ma vogliono avere il testo già editato, con l’autore che deve pagare personalmente un editor).
Guadagnare un quarto di due euro, dopo che si è fatto personalmente tutto il lavoro di stesura, revisione, correzione, realizzazione della copertina e dell’e-book, e ci si sobbarca la promozione, è poco; dato che lo store a parte mettere in vetrina non fa altro, tenersi una fetta così alta di guadagno è troppo.
Come ho già scritto, quella di Amazon è una scelta che non mi è piaciuta, perché uno dei punti di forza per gli autori autopubblicati per vendere è tenere prezzi bassi; 2.99 E rimane ancora un prezzo basso, vista anche la lunghezza delle opere che ho realizzato (si parla di diverse centinaia di pagine), ancora di più confrontandolo con quelle delle ce (spesso costano come minimo il doppio e hanno meno pagine) o con quelle di altri autori autopubblicati, che con lo stesso prezzo vendono opere di poche decine di pagine. Purtroppo però si deve avere a che fare con un mercato dove la gente legge sempre meno e si hanno dei pregiudizi verso le opere autpubblicate (a volte a ragione, ma bisognerebbe valutare caso per caso, non fare di tutta l’erba un fascio).
Perché Amazon ha effettuato questo cambiamento?
Si possono fare delle supposizioni.
Un modo per limitare le autopubblicazioni.
Oppure un modo per cercare di guadagnare di più dalle autopubblicazioni, dato che tanti vendevano a 0.99 E e 1.99 E.
Amazon ha sempre avuto una politica spesso opinabile; si potrebbe anche non avere a che fare con esso (Strettlib permette di scegliere gli store su cui pubblicare), ma purtroppo si deve tenere conto che, se non si vuole limitare la diffusione delle proprie, Amazon è lo store che fa vendere di più, perché tanta gente acquista su di esso per le condizioni che pone verso il cliente. E il cliente è contento, anche se non si pone domande a che prezzo ciò avviene (ovvero, si gioca sulle pelle altrui, basta pensare alle condizioni lavorative dei dipendenti di Amazon).
Vedrò come andrà la decisione che metterò in atto per le prossime opere (e non solo per esse, se le cose attuali dovessero cambiare), anche se temo che ne pagherò le conseguenze (riferito al numero di vendite), ma è qualcosa che non dipende da me ed è questa la cosa che più m’infastidisce.

Il giorno buono

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Carlo guardò le auto della polizia parcheggiate davanti alla casa. Con calma diede un tiro alla sigaretta, assaporando il fumo che entrava nei polmoni.
Luigi fu il primo a essere portato fuori: lui, che camminava sempre a testa alta tra la gente, ora stava a capo chino, gli occhi inchiodati sul marciapiede.
“Ti vantavi sempre di saperci fare con le parole: perché non fai uno dei tuoi bei discorsi?”
Ma Luigi se ne stava muto, le mani ammanettate dietro la schiena, facendosi condurre come un bambino ubbidiente.
Dietro di lui Francesca piangeva, dimenandosi come una pazza tra le braccia di due agenti.
Carlo la scrutò intensamente. “Sorridi, che la vita ti sorride: non è così che mi dicesti quella volta? Perché tutte queste lacrime?” Diede un altro tiro alla sigaretta. “Non è così facile sorridere quando si è nella merda, vero brutta stronza?”
Pochi secondi dopo comparve Gianfranco, pallido in volto, quasi trasportato di peso da due poliziotti.
“Oibò, fenomeno, ora non fai più tanto lo sborone.”
Dalla casa giunsero urla isteriche che crebbero d’intensità. Pamela era una donna minuta, ma ci vollero tre poliziotti per trascinarla fuori dalla porta.
«Ridatemi mio figlio! Ridatemi mio figlio!» si sgolava inarcandosi, cercando di guardare dietro di sé.
Quando fu fatta salire su una delle auto della polizia, un agente uscì nel cortile tenendo tra le braccia, avvolto in delle coperte, un infante che piangeva disperato.
Una smorfia contrasse il volto di Carlo: non riusciva a sopportare i pianti dei bambini. “Mi spiace per quello che stai passando, piccolino, tu non c’entri nulla; verrai tolto a tua madre, è inevitabile dopo questa notte, ma fidati di me: è molto meglio così. Tu ancora non sai che razza di persona è. Ma se sei fortunato, non lo saprai mai.”
Osservò le auto con a bordo i suoi ex compagni di classe allontanarsi lungo la strada. Non più rotta dalle urla di Pamela, la notte era tornata quieta. Seduto sulla panchina, Carlo ascoltò lo sciabordio del fiume che scorreva alle sue spalle. Con la mente tornò a un giorno di scuola di dieci anni prima.
Non sapeva se fosse stata un’idea di tutti e quattro o solo di alcuni di loro. Forse era stato uno solo ad averla: non importava. Quello che sapeva per certo è che loro facevano tutto insieme, si coprivano sempre a vicenda, anche quando facevano qualcosa di sbagliato.
«È stato solo uno scherzo» gli ripetevano tutte le volte che lo incontravano da solo, ammettendo così la responsabilità del fatto. «Non devi prendertela.»
Quello che per loro era stato uno scherzo, per lui era stata la rovina della vita.
Il padre, quando aveva saputo quello che era accaduto, lo aveva pestato di brutto. Aveva provato a difendersi, ma pugni e calci piovevano da tutte le parti. L’ultima cosa che si ricordava erano lo zio e il nonno che portavano via di peso suo padre che urlava come impazzito «Lo ammazzo! Lo ammazzo!» Si era risvegliato all’ospedale intubato, un braccio ingessato; al suo fianco c’era sua madre con gli occhi gonfi di pianto che gli teneva la mano. «Andrà tutto bene» gli ripeteva.
Ma le cose non erano andate per niente bene.
Dopo quanto accaduto, i suoi divorziarono: sua madre non voleva più che suo padre avesse a che fare con loro. Si erano trasferiti in un’altra città, dove potevano cominciare una nuova vita. Ma sapeva che questo non era possibile: certe etichette non vengono più via. Quello che più lo feriva però era sua madre quando lo guardava. A parole non faceva che ripetere che il tempo avrebbe sistemato le cose, che tutto sarebbe andato bene, ma negli occhi leggeva la perdita di fiducia nei suoi riguardi.
E tutto perché quei quattro bastardi gli avevano infilato un sacchettino di marjuana in mezzo al quaderno dei compiti che, guarda caso, la professoressa d’italiano proprio quel giorno avrebbe ritirato. Solitamente il controllo lo avrebbe fatto a casa, con calma, ma quella mattina aveva deciso di fare una cosa veloce in classe; quando vide il sacchettino, reagì da isterica.
«Tu sei un drogato» sibilò sconvolta prima di uscire di corsa dall’aula. Poco dopo arrivò la polizia che lo prelevò per portarlo in caserma. Passando per i corridoi aveva addosso gli occhi degli studenti e dei professori delle altre classi.
Vista la quantità di roba trovatagli nel quaderno, se l’era cavata con poco, ma sarebbe stato tenuto d’occhio: questo gli disse il carabiniere che lo accompagnò a casa.
La scuola divenne un inferno. Tanti nel suo istituto facevano uso di marjuana e robe più pesanti, ma lui era diventato “il drogato”: così ormai tutti lo chiamavano. I professori non fecero nulla per aiutarlo: alcuni vedevano come veniva trattato, ma facevano finta di non vedere; altri lo presero di mira, trattandolo peggio dei coetanei.
Fu un sollievo quando cambiò scuola. Ormai però era stato marchiato.
Osservò due poliziotti uscire dalla casa: uno teneva al guinzaglio un cane antidroga, l’altro teneva in mano un sacchetto di plastica trasparente con all’interno qualcosa di bianco. Poi chiusero la porta e misero i sigilli per indicare che l’edificio era sotto sequestro.
Carlo rimase seduto ancora un poco sulla panchina. Fumò un’altra sigaretta. Poi si alzò e si allontanò nella notte, un lieve sorriso sulle labbra.
Come scriveva Stephen King, prima o poi, per ogni cane il giorno buono arriva.