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L'anno che verrà

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L'anno che verrà

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l’amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

E se quest’anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch’io.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità

L’anno che verrà. Lucio Dalla.

Libertà di linguaggio e libertà di pensiero

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1984 di George Orwell è famoso per il Grande Fratello, ma non è l’unica peculiarità di questo romanzo. Tra i punti che più colpiscono c’è quello della manipolazione del linguaggio, che dà vita alla neolingua, la lingua ufficiale dell’Oceania, fortemente voluta dal Partito. La neolingua è in costante revisione: ogni edizione elimina parole superflue e strutture obsolete. Il fine del Partito è di dare non solo un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti. Tanto per fare un esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo “Questo cane è libero da pulci”; o “Questo campo è libero da erbacce”. Non poteva invece essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto e mancava pertanto una parola che la definisse. A prescindere dall’eliminazione di vocaboli decisamente eretici, la contrazione del lessico era vista come un qualcosa di fine a se stesso, e non era permessa l’esistenza di una parola che fosse possibile eliminare. La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta (1).
Bücherverbrennungen, esempio di limitazione della libertà di linguaggioQuanto mostrato dall’appendice del romanzo è illuminante, non solo perché, se ce ne fosse bisogno, rende più chiaro quanto raccontato nel libro, ma perché, se ci si riflette, si possono trovare delle analogie con la storia e la realtà. Tanti regimi hanno adottato qualcosa di simile per condizionare e soggiogare la popolazione al suo volere: il nazismo con il rogo dei libri che non corrispondevano all’ideologia nazista , il fascismo che mise al bando i romanzi stranieri e fece un’attività di censura e di controllo sistematico della comunicazione. Questi sono solo alcuni esempi del voler colpire ciò che è legato al linguaggio.
Se si osserva, si sarà notato che nella realtà attuale c’è stato un impoverimento del linguaggio, sia scritto sia parlato. In parte è dovuto dalle persone, specie in Italia, che leggendo poco hanno un dizionario personale limitato; in parte è voluto da chi fa pubblicazione di ogni genere (libri, giornali, riviste, telegiornali), che spingono a usare solo termini semplici perché, si dice, così è più facile la comprensione. Ma non sarà che è un modo per condizionare e limitare la libertà di pensiero e di conseguenza tutta la libertà dell’individuo? Come scrive Orwell, la neolingua, così povera e limitata, serviva per far stare la popolazione sotto il dominio del partito, eliminando i possibili semi di pensieri che avrebbero potuto creare opposizione e rivolta contro il Socing.
Non si tratta solo d’impoverimento del linguaggio: si tratta anche di limitazione di ciò di cui si vuole parlare. Se si nota, spesso i media evitano di parlare di certi argomenti. Anche l’editoria fa qualcosa di simile, limitandosi a pubblicare opere solo di un certo tipo. Certo, in questo caso si può obiettare che pubblicano ciò che porta guadagno, rispondendo alle domande di mercato, ma non è solo questo: c’è una sorta di non volersi esporre, di non andare a trovare qualcosa di scomodo che faccia pensare e contestare un sistema che non vuole libertà di pensiero, ma solo consenso e obbedienza, adeguandovisi. Come dice Ginevra Bombiani in un’intervistaIn Italia c’è invece una precisa volontà di creare un’egemonia politico-culturale”.
Essere liberi, anche se si dice che si vive in un mondo civile pieno di possibilità, non è per niente facile. Se ci si pensa, non si è più tanto liberi, visti i tanti divieti e muri che sempre più si stanno alzando. Non solo: non si è neanche davvero liberi di pensare, perché spesso, se non si è consapevoli, ci si fa condizionare dal pensiero dei media, della maggioranza. Ma anche se si riesce a non essere condizionati, non si è liberi di pensare quello che si vuole, dato che vivendo in questo mondo si è obbligati a pensare ai problemi che esso crea e vanno a inficiare nella sopravvivenza dell’individuo: quindi si è costretti a pensare a cose come tasse, mutui, bollette, politica quando se ne farebbe volentieri a meno e si volgerebbe il pensiero verso altri lidi.
Ci si fermi a riflettere: quanta libertà di linguaggio e di pensiero c’è realmente nel nostro mondo?

1- 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. Pag.307-308

Una strana notte di Natale

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Una strana notte di NataleScrivo queste righe giunto a cinquantaquattro anni suonati. Esse rappresentano l’inizio di un racconto che avrei potuto buttar giù molto tempo prima, se un’intuizione non avesse arrestato la mia penna inducendomi ad aspettare. Ora, in questo autunno, mentre i giorni si accorciano, le stelle impallidiscono e si avvicina un altro Natale, sono finalmente abbastanza vecchio per scrivere questa storia con sincerità, e abbastanza giovane per sapere che cosa significhi.

Questo è l’inizio di Una strana notte di Natale (The Melodeon) di Glendon Swarthout, una storia ambientata nel 1930, il periodo della grande depressione economica, quando il tredicenne James viene mandato a vivere con i nonni che abitano in una fattoria del Michigan. La sua è una vita tranquilla, fatta di scuola (raggiungibile facendo cinque chilometri a piedi) e di lavori di campagna quali raccogliere frutta, mungere mucche, scremare il latte. Un’esistenza senza scossoni, con i nonni considerati come gente grigia, gentile e fragile, che hanno dimenticato sentimenti come amore, odio, rabbia; individui un po’ irreali, come gli attori di una commedia. Un giudizio tipico di un adolescente, che tanto ha ancora da scoprire del mondo e della vita, e che cambierà grazie alla convivenza quotidiana con gli anziani parenti, ma soprattutto a un’avventura avvenuta la notte di Natale.
Tutto inizia quando la nonna, la vigilia di Natale, decide di regalare l’armonium che possiedono alla chiesa della comunità, dato che ne è sprovvista; in fondo, lei non lo suona praticamente mai a causa dell’artrite alle mani, e il marito ha smesso di suonarlo all’età di sei anni, quando il padre morì nella Guerra di Secessione combattendo per l’Unione. Un’idea molto bella, in cui tutti sono d’accordo, se non fosse per un particolare: è in corso una tormenta di neve. Senza un’auto, trasportarlo su un carro trainato da cavalli è un’impresa impossibile: su questo il nonno pare irremovibile. Ma la nascita fuori stagione di un agnellino proprio la notte di Natale gli fa cambiare idea e decide di fare una sorpresa alla moglie. Assieme a James, aspetta che lei vada a dormire e messo in moto il trattore fermo da tempo, si armano di pazienza e coraggio e s’apprestano a portare l’armonium lungo i cinque chilometri di strada innevata che li separano dalla chiesa.
Un’impresa che pare superiore alle forze di un vecchio e un ragazzo, nonostante tutta la buona volontà. Ma nelle piccole comunità ci si dà sempre una mano: in una sosta lungo il tragitto in una casa di vicini, mentre il nonno si addormenta involontariamente sul divano, James trova nelle quattro figlie della vicina uno strano e non voluto aiuto. Ma l’armonium è troppo pesante per le loro forze quando devono farlo entrare in chiesa; tutto sembra perduto quando giunge un soccorso insperato: un uomo a cavallo si avvicina. Un uomo con una logora uniforme blu e calzoni da cavalleria con una banda laterale; al cinturone una Colt e una sciabola. Un uomo che pare conoscere molto bene l’armonium.
In un’atmosfera quasi da fiaba, dopo un dialogo quasi surreale, il cavaliere se ne va strappando una promessa a James.
Il giorno di Natale, dopo l’avventura notturna, la nonna, all’entrare in chiesa per la celebrazione della Messa, ha la sorpresa tanto sperata dal nonno. E ha un’altra sorpresa: il marito, convinto da James, dopo tanti anni suona l’armonium. Il ragazzo ha mantenuto la promessa fatta al cavaliere.

Una strana notte di Natale sembra essere una favola e in parte lo è. Ma è anche una storia vera, una storia che parla non solo della magia del Natale, ma anche di carità, quella carità individuale e spontanea che non ha nulla a che fare con le tasse, è un atto di generosità e non un calcolo a tavolino, come l’autore fa dire al giovane James. Una storia che lascia nel lettore qualcosa di buono: lascia una speranza. Ed è con questa speranza che faccio l’augurio di Buon Natale, perché esso sia l’inizio di un cambiamento che fa volgere al meglio.

L’ultimo veterinario di campagna

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L’ultimo veterinario di campagna di Silvano MontiL’ultimo veterinario di campagna di Silvano Monti è il resoconto di un tempo passato, di un periodo storicamente vicino eppure che sembra così lontano, tanto il mondo è andato avanti in così poco tempo. In ciò che viene raccontato non ci sono abbellimenti per rendere più romanzesche le vicende: è la realtà di tutti i giorni della vita di campagna che si conduceva diversi anni fa, narrata con la stessa semplicità con cui si viveva allora.
Alle generazioni attuali può sembrare un altro mondo, e in effetti lo è, perché il modo di vivere e dei rapporti umani di allora era diverso; più duro, in apparenza più povero senza le tecnologie attuali, ma sicuramente più vero, più genuino, più sincero e probabilmente anche più saggio. Alcuni personaggi possono sembrare quasi usciti dalle favole con il loro vivere tra i boschi, il parlare con gli animali, stare in solitudine tra i monti, ma per quegli anni, per chi viveva e lavorava in campagna, la vita era questa. Portare al pascolo gli animali, tagliare la legna, fare il carbone, coltivare i campi: le persone passavano molto tempo da sole a contatto con la natura e questo dava il via a un’introspezione che solo chi lo ha provato può capire. I ritmi della vita erano dettati da quelli delle stagioni, dalle esigenze di natura e animali; rispetto a quelli attuali erano rallentati.
L’ultimo veterinario di campagna non è solo un romanzo autobiografico di Silvano Monti in cui viene raccontata la sua infanzia, le marachelle di quando era piccolo, che cosa l’ha spinto a divenire veterinario, i casi che ha dovuto affrontare in tanti anni di mestiere: è la narrazione delle persone di una generazione ormai scomparsa; racconta delle case, dei boschi, delle colline delle zone di Porretta, Vergato, Castel d’Aiano e Villa d’Aiano. Le persone di cui parla sono personaggi alle volte un po’ strani, con la caratteristica parlata in dialetto (che può ricordare quello bolognese, ma che è diverso, perché basta cambiare anche solo provincia che l’inflessione, la pronuncia e il significato delle parole può variare), alle volte un po’ sopra le righe, ma non c’è nulla d’inventato in quanto raccontato: chi ha vissuto quel periodo ne dà conferma, avendo conosciuto questi personaggi di persona. Di questo ne ho testimonianza diretta, perché è in quei luoghi che risalgono una parte delle mie radici e persone che mi sono vicine e che conosco mi hanno raccontato le cose che sono riportate in questo libro.
Racconti semplici ma allo stesso profondi, soprattutto pieni di umanità. Tra le persone c’era più collaborazione, meno diffidenza, si poteva girare più liberamente senza troppe preoccupazioni, senza stare a guardare a tutti quei divieti che sono saltati fuori con la civiltà moderna, senza avere il pensiero di fare brutti incontri.
L’ultimo veterinario di campagna è capace di far sorridere ma anche di far provare malinconia; le sue pagine sono permeate di una poesia semplice e diretta. Non è solo un libro che intrattiene: funge da memoria, per ricordare un tempo e una cultura passati, e insegna a ritrovare valori, oggi andati perduti, per essere più umani. E fa anche riflettere su che cosa si perde con il cosiddetto progresso.

Final Fantasy: The Spirits Within

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Final Fantasy: The Spirits WithinFinal Fantasy: The Spirits Within è il primo film (2001) ispirato alla famosa serie videoludica di Final Fantasy, diretto da Hironobu Sakaguchi (il creatore della serie) e Moto Sakakibara. Ed è il primo film fotorealistico interamente generato in computer grafica. Non fu un successo: non solo perché non fece guadagnare quanto si credeva, ma anche perché fu criticato dai fan che lo ritennero completamente slegato dai videogiochi, senza i riferimenti che tanto avevano apprezzato (come invece è successo con Kingsglaive: Final Fantasy XV e Final Fantasy VII Advent Children).
Simili affermazioni sono allo stesso tempo vere e false. Non ci sono magie, invocazioni, che tanto hanno caratterizzato i videogiochi. Ci sono però spunti che si rifanno alla saga (c’è sempre un personaggio che si chiama Cid), specie a Final Fantasy VII (la meteora con entità aliena che precipita sulla Terra, il suo influsso che influisce su di essa, l’energia vitale del pianeta messa in pericolo e che nel momento del bisogno interviene in maniera salvifica). Nonostante questo, probabilmente i fan si aspettavano un film dove c’erano per protagonisti i personaggi dei videogiochi (come succede in Kingsglaive: Final Fantasy XV e Final Fantasy VII Advent Children). Una simile critica è comprensibile, tuttavia ingiusta nei riguardi di Final Fantasy: The Spirits Within, che si dimostra essere un buon film di fantascienza, di spessore superiore agli altri due citati.
Siamo nel 2065: la vita sulla Terra è limitata praticamente a poche città fortificate difese da particolari barriere, dopo che trentaquattro anni prima è precipitato sul pianeta un meteorite ed eterei alieni hanno preso a dilagare sulla sua superficie, cibandosi dello spirito di animali ed esseri umani. Ogni tentativo di eliminarli è fallito e gli uomini sono stati costretti, oramai decimati, a ritirarsi dietro le barriere per sopravvivere. Nessuno conosce il motivo di questa invasione, la ragione che spingono gli alieni ad agire in tale maniera, o di come possono essere fermati.
Nessuno eccetto la dottoressa Aki Ross, convinta che la chiave di tutto sia racchiusa nei sogni che da mesi fa. Tutte le notti non fa che sognare lo stesso scenario apocalittico, dove schiere di soldati alieni si scontrano in una guerra che porta una distruzione senza fine. Nella comprensione dei suoi sogni e nel portare a termine le ricerche del dottor Cid, suo mentore, è racchiusa la soluzione alla minaccia che rischia di distruggere la Terra. In una lotta contro il tempo, soprattutto contro l’ottusità dei militari che vogliono utilizzare un’arma devastante da poco creata per eliminare gli alieni, Aki dovrà riuscire a recuperare tutti gli otto spiriti necessari a creare lo spettro capace di portare salvezza al pianeta.
Film meno basato sul combattimento rispetto a Kingsglaive e Advent Children, è più riflessivo e se si vuole più intimista (il regista creò il personaggio di Aki dopo che la madre morì in un incidente anni prima la realizzazione del film), incentrato sui temi della vita oltre la morte e sul fatto che tutti gli esseri viventi abbiano uno spirito e che una volta lasciato il corpo esso ritorni a Gaia, il nucleo che racchiude tutte le essenze vitali e che è costante evoluzione. Buona la caratterizzazione dei personaggi seppur non si brilli per originalità, come sono buoni gli sviluppi delle relazioni tra loro senza scadere nella superficialità; la trama seppur già vista e non particolarmente complessa, è ben strutturata nello sviluppo delle vicende e del dipanarsi dell’intreccio (l’alternarsi di ciò che accade nella realtà e il progredire dei sogni di Aki tiene viva l’attenzione dello spettatore), non scadendo in facili e banali soluzioni (SPOILER: gli alieni non sono invasori venuti volutamente sulla Terra per conquistarla, ma sono gli spiriti di una razza che con la guerra ha distrutto il proprio pianeta natale, ritrovatisi così a vagare sperduti nello spazio; le loro azioni sono mosse solamente da paura e sofferenza perché smarriti in un pianeta sconosciuto e in una condizione che non comprendono, e il loro agire, portatore di morte, è qualcosa d’inconsapevole, un reagire privo di volontà).
Final Fantasy: The Spirits Within è un film sottovalutato che andrebbe riscoperto.

Disuguaglianza che sgretola la società

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L’esito del referendum sulla Riforma Costituzionale ha detto più di un semplice no al cambiamento della Costituzione Italiana: è il segnale di un malessere, di una rabbia appartenente a buona parte della popolazione; è il rigetto verso un modo di fare della politica (e non solo) che sta creando disuguaglianza. Non solo crea disuguaglianza, ma dimostra come la politica è completamente distaccata dai bisogni delle persone, non capendo e disinteressandosi delle loro necessità, andando avanti per la sua strada come se niente fosse.
Con un minimo di buon senso e intelligenza tutti i politici dovrebbero fermarsi a riflettere e con molta umiltà capire quello che sta succedendo, prima che la situazione esploda come l’eruzione di un vulcano, violenta e improvvisa, ma non imprevedibile.
Questo malessere non è solo italiano: c’è in Inghilterra (vedere la Brexit), c’è negli Stati Uniti (l’elezione di Trump), solo per fare due esempi, perché è qualcosa ormai diffuso a livello mondiale. Tutti i governanti dovrebbero fare un bagno d’umiltà, come suggerisce Stephen Hawking quando parla della disuguaglianza crescente nella popolazione mondiale e dei segnali lasciati dalle vicende sopra citate.

Quello che conta adesso, molto più delle vittorie della Brexit e di Trump, è come reagiranno le élite. Dovremmo, a nostra volta, rigettare questi risultati elettorali liquidandoli come sfoghi di un populismo grossolano che non tiene in considerazione i fatti, e cercare di aggirare o circoscrivere le scelte che rappresentano? A mio parere sarebbe un terribile errore.
Le inquietudini che sono alla base di questi risultati elettorali e che concernono le conseguenze economiche della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso tecnologico sono assolutamente comprensibili. L’automatizzazione delle fabbriche ha già decimato l’occupazione nell’industria tradizionale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale probabilmente allargherà questa distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie, lasciando in vita solo i lavori di assistenza personale, i ruoli più creativi o le mansioni di supervisione.
Tutto questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica, che già si sta allargando in tutto il mondo. Internet, e le piattaforme che rende possibili, consentono a gruppi molto ristretti di persone di ricavare profitti enormi con un numero di dipendenti ridottissimo. È inevitabile, è il progresso: ma è anche socialmente distruttivo.
Il povero Lazzaro e il ricco Epulone, rappresentazione di disuguaglianza socialeTutto questo va affiancato al crac finanziario, che ha rivelato a tutti che un numero ristrettissimo di individui che lavorano nel settore finanziario possono accumulare compensi smisurati, mentre tutti gli altri fanno da garanti e si accollano i costi quando la loro avidità ci conduce alla deriva. Complessivamente, quindi, viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si sta allargando invece di ridursi, e in cui molte persone rischiano di veder scomparire non soltanto il loro tenore di vita, ma la possibilità stessa di guadagnarsi da vivere. Non c’è da stupirsi che cerchino un nuovo sistema, e Trump e la Brexit possono dare l’impressione di offrirlo.
C’è da dire anche che un’altra conseguenza indesiderata della diffusione globale di Internet e dei social media è che la natura nuda e cruda di queste disuguaglianze è molto più evidente che in passato. Per me la possibilità di usare la tecnologia per comunicare è stata un’esperienza liberatoria e positiva. Senza di essa, già da molti anni non sarei più stato in grado di lavorare.
Ma significa anche che le vite delle persone più ricche nelle parti più prospere del pianeta sono dolorosamente visibili a chiunque, per quanto povero, abbia accesso a un telefono. E visto che ormai nell’Africa subsahariana sono più numerose le persone con un telefono che quelle che hanno accesso ad acqua pulita, fra non molto significherà che quasi nessuno, nel nostro pianeta sempre più affollato, potrà sfuggire alla disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: i poveri delle aree rurali affluiscono nelle città spinti dalla speranza, ammassandosi nelle baraccopoli. E poi spesso, quando scoprono che il nirvana promesso da Instagram non è disponibile là, lo cercano in altri Paesi, andando a ingrossare le fila sempre più nutrite dei migranti economici in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta mettono sotto pressione le infrastrutture e le economie dei Paesi in cui arrivano, minando la tolleranza e alimentando ancora di più il populismo politico.”

(Il brano riportato è preso dall’articolo di Repubblica che traduce un discorso fatto da Stephen Hawking; chiunque vuole leggere la versione completa tradotta in italiano può farlo a questo link).

Non c’è nulla da aggiungere alle parole pronunciate da Stephen Hawking: c’è soltanto da riflettere.
E se si vuol riflettere sulle prospettive future che certe scelte possono portare, c’è questo articolo scritto da Bruno Bacelli.

Archetipi- L’ombra.

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OmbraNella saga di I Tempi della Caduta è chiaro che i Demoni, i nemici dell’umanità e degli Usufruitori, incarnano l’archetipo dell’Ombra. Rappresentano tutti gli errori, le scelte sbagliate che sono state fatte, tutti gli atteggiamenti, le mentalità erronee, che sono stati portati avanti e che tanto deleteri sono risultati: tutti elementi di cui spesso si è ignari e per i quali occorre una grande consapevolezza per rendersene conto. In una società come la nostra, dove si è sempre di corsa, dove si dà grande importanza all’apparenza, dove il tempo per la riflessione e l’interiorità è considerato uno spreco, è facile essere assoggettati da forme distorte della psiche proprie o altrui. Questo sono i Vizi Capitali di cui parla la teologia cristiana (e che i Demoni incarnano traendone potere): forme distorte della personalità che possono prendere il sopravvento e oscurare la visione della realtà, il giudizio sulle cose, facendo prendere strade sbagliate e creando squilibri che non portano a nulla di buono. Quanto insegnato dalla religione cristiana viene visto come un divieto, un comandamento, un ordine a non fare certe cose, ma in realtà è un monito, un insegnamento a vivere in maniera migliore e più consapevole. Un insegnamento giusto ma spesso dato in modo sbagliato, che viene vissuto come imposizione, come richiesta d’obbedienza, portando spesso la gente a fare l’opposto di quanto detto perché si considera libera di fare quello che vuole. Ma questa non è libertà: questo è semplicemente seguire il caos, è reagire quasi per fare dispetto.
Purtroppo i risultati dimostrano quanto siano sbagliare queste scelte: i fatti sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Omicidi. Suicidi. Abusi su bambini e anziani. Stalking. Stupri. Truffe. Insulti. Aumento delle dipendenze da gioco, tecnologia, sesso, droga, alcool. L’Ombra ha preso il sopravvento su tanti e tanti non fanno che continuare a ignorare i segnali che li mettono in guardia sul suo avanzare e dilagare; più la si ignora, più la si rifugge, più l’Ombra si rafforza. Nella sua saga di Terramare, Ursula K. Le Guin ha ben mostrato la figura di questo archetipo e del danno che può portare.
Per quanti esempi si possono mostrare, per quanti ragionamenti si possono fare, la via per vincere l’Ombra alla fine è sempre una: essere consapevoli. Di sé e della vita.

Kingsglaive: Final Fantasy XV

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Kingsglaive: Final Fantasy XVKingsglaive: Final Fantasy XV è uno spettacolo per gli occhi. Visivamente eccezionale, curato in ogni dettaglio; inquadrature mozzafiato, scene adrenaliniche, scenari fantastici. Il tutto accompagnato da una colonna evocativa e sempre azzeccata.
Sono passati quindici anni da Final Fantasy: The Spirits Within, primo film dedicato alla famosa serie di videogiochi Final Fantasy, e l’animazione digitale ha fatto passi avanti notevoli; già il capostipite sotto l’aspetto grafico era molto buono, con Kingsglaive: Final Fantasy XV si raggiungono risultati notevoli. Il film serve da intro per l’ultimo videogioco della serie (Final Fantasy XV, appunto) e dalla cura avuta del prodotto si capisce che la Square Enix ha voluto fare un lancio in grande stile; non per niente attori come Sean Bean, Aaron Paul e Leane Headey sono stati coinvolti in questa produzione (loro le voci del doppiaggio originale), dove tutto è digitale e i personaggi protagonisti della storia sono realizzati con il Motion Picture.
La domanda che tanti immancabilmente potrebbero porsi è: Kingsglaive: Final Fantasy XV sarà comprensibile solamente per chi giocherà a Final Fantasy XV?
Risposta: no. Il film può essere visto tranquillamente senza poi giocare su console: inizia, sviluppa e conclude le vicende narrate nell’ora e cinquanta minuti che ha a disposizione. Naturalmente il finale è aperto, dando il via a quanto si vedrà sulla console, ma quanto si vede ha un senso compiuto.
Logicamente ci sono dei dettagli che solo i fan della saga possono cogliere e apprezzare. Il mostro behemoth. Cerberus, uno dei gf (guardian force) di Final Fantasy VIII. Bahamut, altro gf di Final Fantasy VIII e non solo, dato che è presente praticamente in ogni episodio della serie. Knights of the Round, una delle summon di Final Fantasy VII. I riferimenti ai chocobo. Il vestito del Cancelliere di Niflheim che si rifà al Sepiroth di Final Fantasy VII Advent Children. L’armatura del Generale di Niflheim che ricorda quelle dei Giudici di Final Fantasy XII. E naturalmente il connubio magia/tecnologia che tanto ha reso famosa questa serie.
Dopo queste premesse ci si può aspettare un film spettacolare, pieno di combattimenti e scontri tra creature magiche gigantesche, con ambientazioni particolari. Certo, questi sono elementi presenti, tuttavia, benché il mondo sia caratteristico, è stato creato in modo che gli spettatori trovino elementi della vita reale (auto, scorci cittadini) così da poterlo sentire proprio. Il tutto poi è sorretto da una storia che funziona; niente d’innovativo o particolarmente originale (Final Fantasy: The Spirits Within era più strutturato e più impegnato viste le tematiche affrontate), sia chiaro, ma è qualcosa di valido.
L’impero di Niflheim, dotato di grande forza militare (esercito formato da robot e potenti creature magiche chiamate Demon) ha espanso il suo dominio su tutti i paesi. Solo il regno di Lucis, dove nella capitale Insomnia è custodito il sacro Cristallo, fonte di un grande potere magico, ancora si oppone, ma ormai è allo stremo e per questo accetta l’armistizio dell’Impero, come accetta il matrimonio combinato tra il figlio del Re Regis e la principessa del regno di Tenebrae, ora nelle mani di Niflheim. L’armistizio è naturalmente una farsa e il tradimento di Niflheim non sorprende; tradimento che però giunge inaspettatamente anche da un’altra direzione, nato da un risentimento che ha covato sotto le ceneri per anni. In una lotta contro il tempo, Nyx, uno dei Kingsglaive, il corpo scelto di soldati di re Regis, si troverà con pochi alleati a cercare di salvare la principessa Lunafreya e l’anello dei re di Lucis (custode di un grande potere) dalle grinfie di Niflheim. Come ogni buon film d’azione non mancheranno gli eroismi e i sacrifici per poter dare a chi lo vuole una speranza per il futuro.
Di certo non si è dinanzi a una pellicola destinata all’oscar, ma Kingsglaive: Final Fantasy XV fa trascorrere più di un paio d’ore piacevoli (alla durata del film vanno aggiunti i contenuti speciali), senza essere banale né scontato, facendo emozionare e coinvolgere.

Riforma costituzionale: vittoria del NO al referendum.

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Il NO ha vinto al referendum sulla riforma della Costituzione ItalianaLa riforma costituzionale non è passata: al referendum il NO ha vinto con quasi il 60%.
Occorre subito fare una doverosa precisazione: non hanno vinto i vari Berlusconi, Salvini, Grillo. Non è merito loro se la maggior parte delle persone andate a votare ha espresso simile giudizio. Non è grazie a loro se la riforma costituzionale non è passata. Come si è visto ai primi risultati fatti uscire, c’era già chi si attribuiva il merito di una vittoria che considerava propria. Ma la vittoria non è loro: è facile e tipico salire sul carro dei vincitori, ma il risultato del referendum non appartiene a queste figure.
Ora, con Renzi che dovrebbe dimettersi, si aprono vari scenari, ma occorre chiarire subito una cosa, occorre subito togliere le illusioni: le cose non miglioreranno, qualsiasi sarà il governo che si formerà se verrà cambiato quello attuale. Berlusconi, Salvini, Grillo, non faranno cambiare in meglio le cose. Berlusconi ha già dimostrato di aver fatto male come Renzi (entrambi avevano lo stesso modus operandi); Salvini e Grillo non faranno meglio, lasciando il paese così com’è o portandolo ancor più alla deriva. Non si devono avere false speranze: con la classe politica che si ha ora in Italia e che è così da decenni (semmai è peggiorata), non si va da nessuna parte. Meglio essere consapevoli della situazione; una situazione che continuerà per anni e da cui sarà difficile uscirne perché si è troppo impantanati (Renzi non era quello che poteva far uscire dalla palude, come tanto affermava, che poteva far correre il paese: facendo come chi l’ha preceduto ha perpetrato lo status quo, impantanando ancora di più e facendo restare tutto immobile).
Fatte queste doverose premesse, vediamo i motivi che hanno fatto vincere il NO. Ogni persona ha avuto le sue ragioni, e ci sono state varie tipologie di motivazioni, ma a ben vedere essere possono essere raggruppate in pochi gruppi.
C’è chi ha votato NO perché riteneva che questa riforma costituzionale non fosse necessaria, che il paese necessitasse d’altro. Oltretutto tale riforma costituzionale è stata valutata fatta male e poco chiara, come avvenuto con il Canone Rai; il che poteva portare a qualcosa di non buono. Sospetto che era alimentato di come altre azioni del governo non fossero state fatte nel migliore dei modi e non fossero state create nell’interesse della popolazione, ma nell’interesse di pochi (vedere Job Act che, come spesso succede in Italia e non solo, favorisce ricchi e imprenditori).
Alcuni hanno votato NO perché con la vittoria del SI hanno visto un accentramento del potere che poteva portare a una deriva come quella che c’è stata quando è salito al governo il fascismo: lo spettro del regime e di quanto ne sarebbe seguito ha spinto a fare una scelta che evitasse tale scenario.
Altri hanno votato NO perché schierati con Berlusconi, Salvini, Grillo: a prescindere da quanto proposto, avrebbero dato voto contrario, per partito preso.
Altri ancora hanno votato NO a seguito di una campagna che li ha profondamente infastiditi, sentendosi invasi, obbligati, spinti a dare un voto che hanno avvertito come una forzatura, come qualcosa che voleva essere ottenuto con la forza. La campagna messa in moto da Renzi e dal governo è stata controproducente e ha ottenuto l’effetto opposto da quello voluto. Una campagna sbagliata, che ha usato modi sbagliati: ha giocato sulla paura, ha usato minacce, ha aggredito, ha tirato in ballo paesi esteri perché sostenessero le proprie ragioni. Le persone hanno sentito il voto non come la libertà d’espressione del proprio volere, ma come un’imposizione, come se glielo si volesse estorcere: si sono sentiti comandare, come se loro non contassero nulla e tutti fossero padroni di dirgli quello che dovevano fare, imponendo le proprie ragioni. Le persone si sono sentite strumentalizzate, ricattate, stanche di sentirsi dire che se il voto non fosse andato come pretendeva il governo si sarebbe andati incontro a scenari di miseria, stanche di essere accusate e ritenute responsabili dell’andar male delle cose future. Irritate da una campagna sprezzante, da dichiarazioni arroganti, molte persone hanno reagito in maniera opposta a quella tanto richiesta.
Quanto successo in questo periodo dovrebbe far riflettere tutti su come agire in futuro, quali vie scegliere di seguire e quali abbandonare.
L’arroganza e la strafottenza non pagano.
Il presenzialismo su media e social, intervenendo su qualsiasi cosa, anche la più banale, ha stancato, serve solo ad allontanare la gente e a sminuire i ruoli che si ricoprono, rendendoli ridicoli quando va bene e detestati fortemente quando va male.
Urlare, strepitare, mettere tutto in rissa, cercare lo scontro, denigrare gli altri, fregarsene del prossimo e delle sue opinioni: sono cose che degradano la società e la abbruttiscono, esasperando gli animi e creando tensioni e attriti inutili. Ci si dimentica che essendo in certi ruoli, sotto gli occhi di tutti, si è da esempio per tanti e quindi si fa passare il messaggio che certi atteggiamenti, certi comportamenti, sono accettabili e possono essere perpetrati liberamente perché questa è la norma. Così però si dà il via a cose per niente piacevoli: maleducazione, diffamazioni, aggressioni. La vita diventa una guerra continua e addio pace.
Senza pace non può esserci tranquillità e serenità. E senza tranquillità e serenità non si può riflettere con calma e trovare le soluzioni migliori per fare il bene per il paese e la sua popolazione. Questo però non basta: occorre conoscenza e preparazione, elementi che sono sempre mancati nei governi visti finora. Non è possibile che gente senza alcun merito, senza nessuna preparazione, si ritrovi a governare una nazione. Non è possibile che gente che non ha mai lavorato e non conosce nulla dell’ambiente del lavoro e di come lavorano le persone, faccia riforme sul lavoro. Non è neanche possibile che a governare sia gente che ha soldi o legami con imprenditori e quindi faccia gli interessi di pochi e non quelli del paese.
La strada da percorrere è lunga e per niente facile. Non ci sono prospettive rosee per il futuro. Ora, subito dopo il risultato del referendum sulla riforma costituzionale, tanti cantano vittoria, ma non è una vittoria: si è solo evitato un certo scenario. Le cose sono tutt’altro che risolte e l’unica cosa che permane è l’incertezza di una situazione che sembra essere senza soluzione.