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Meglio reprimere o comprendere?

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È di qualche tempo fa la polemica per la ristampa del libro Mein Kampf di Adolf Hitler: una decisione ritenuta inappropriata perché considerata pericolosa, dato che poteva dar adito al ritorno di idee che hanno contribuito a uno dei periodi più oscuri, brutali e catastrofici qual è stato quello perpetrato dal nazismo.
Quanto sostenuto è giusto perché ci sono degli individui fortemente influenzabili che possono essere condizionati da idee traviate e seguire movimenti pericolosi.
C’è però anche un altro punto di vista da prendere in considerazione: occorre conoscere certe idee e comprenderle per poterle combattere e fermare. Più si reprime e si censura qualcosa, più si fa sorgere nelle persone la voglia di conoscere, e magari seguire, quanto spaventa tanto.
Entrambe le posizioni comportano dei rischi.
Nel primo caso, mettendo al bando il libro, sembra quasi di voler limitare la libertà, e quindi s’innesca un senso di ribellione che porta a voler scoprire quello che viene visto come tabù (succede sempre così: più una cosa viene vista come tale, più sorge la curiosità di svelarla).
Nel secondo caso, pubblicando liberamente, si corre il pericolo di diffondere un’idea sbagliata e far sì che riprenda piede.
Allora qual è la soluzione al dubbio che sorge nel fare la scelta?
La risposta è semplice e allo stesso tempo difficile e sta nell’essere consapevoli.
La consapevolezza è qualcosa di complesso sia da insegnare, sia da raggiungere: occorre tempo ed esperienza per avere la capacità di discernere il valore di qualcosa, per riuscire a comprendere che cosa ha di valido da dare e che cosa ha di sbagliato. Ignorare a priori qualcosa e non voler conoscere che cosa di cela in essa porta solo a ritrovarsi poi nei guai.
Il primo re di Shannara è un' opera di fantasia di Terry Brooks, eppure aiuta anche a riflettere per comprendere certe realtàTerry Brooks, quando ancora realizzava romanzi validi, aveva mostrato questa realtà in Il primo re di Shannara. Il libro narra la storia di Bremen e del suo piccolo gruppo di alleati che lotta contro le forze del Signore degli Inganni; un tempo questa creatura era un essere umano e un druido, ma Brona, questo il suo nome in origine, addentrandosi nello studio della magia, non prese le dovute cautele, si fece ammaliare dal potere fino a farsene possedere e controllare, perdendo la sua umanità e divenendo un mezzo d’impulsi oscuri e distruttivi. A seguito di tale vicenda, il consiglio dei druidi di Paranor non permise più lo studio della magia, ritenuta pericolosa. Solo Bremen e pochi altri, compresero che soltanto la magia avrebbe potuto aiutarli nella lotta contro il Signore degli Inganni e per questo continuarono a studiarla, naturalmente con molta attenzione, non spingendosi oltre certi limiti e certe direzioni.
Il tempo diede ragione a Bremen: il consiglio, ignorando i suoi avvertimenti, incapace di opporsi alla minaccia in arrivo, fu distrutto da Brona, lasciando le Quattro Terre senza uno dei baluardi che poteva opporsi al ritorno del pericoloso nemico. Solo con grandi sacrifici, alla fine, il Signore degli Inganni poté essere fermato (non definitivamente: questo avverrà nella storia La spada di Shannara).
L’opera di Brooks è una storia di fantasia, eppure aiuta anche a riflettere sul comprendere certe realtà. Fare certe scelte non è mai facile e non ci sono certezze nel seguirle, eppure comprendere più cose possibili, avere discernimento di certe realtà, è qualcosa che andrebbe sempre tenuto in considerazione.
E visto che si è parlato di Mein Kampf, sarebbe giusto che chi lo legge, leggesse anche, per esempio, Se questo è un uomo di Primo Levi: aiuterebbe a comprendere a che razza di orrori hanno portato certe idee distorte e folli.  Comprendere e ricordare, perché ricordare è un dovere.

Final Fantasy VII Advent Children

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Final Fantasy VII: Advent ChildrenFinal Fantasy VII: Advent Children è il secondo film d’animazione realizzato in ordine di tempo dalla famosa serie di videogiochi Final Fantasy. Come Kingsglaive: Final Fantasy XV  funge da introduzione a Final Fantasy XV, così Final Fantasy VII: Advent Children narra le vicende seguite alla conclusione di Final Fantasy VII.
Occorre fare subito una premessa. Se Final Fantasy: The Spirit Within e Kingsgalive: Final Fantasy XV potevano essere tranquillamente seguiti senza conoscere nulla del mondo di Final Fantasy, così non è per Final Fantasy VII: Advent Children, fortemente legato a quanto successo nel videogioco. Per questo, prima di parlare del film, occorre fare un riassunto della storia di Final Fantasy VII.

A Midgar, una città di Gaia, il gruppo di ribelli Avalanche lotta contro la compagnia Shinra per fermare i suoi Reattori Mako, che sfruttano indiscriminatamente del pianeta, portandolo verso la sua fine. Barrett e Tifa, facenti parti di Avalanche, assoldano alla loro causa Cloud, amico d’infanzia di Tifa, mercenario ed ex-membro della Soldier, l’elite della Shinra. Durante la loro lotta incontreranno altri personaggi: Aerith, Red XIII, Cid, Yuffie, Cait Sith, Vincent. Ognuno di loro ha avuto a che fare con la Shinra, subendo gravi perdite personali (è il caso di Barrett) oppure brutali esperimenti (Red XIII e Vincent).
Oltre alla lotta per la salvezza del pianeta, le vicende ruotano attorno a Cloud e Aerith, l’ultima superstite dei Cetra, un’antica tribù che riuscì a entrare in perfetta sintonia con il pianeta, e che ha attirato l’attenzione della Shinra, che la reputa la chiave per raggiungere la Terra Promessa, una landa che la compagnia vede come una fonte abbondante di Mako (l’energia del pianeta). I due saranno i protagonisti dell’intera vicenda nel tentativo di fermare Sephiroth, leggendario Soldier ritenuto morto, frutto di un esperimento della Shinra che tentò di clonare una creatura interstellare (Jenova) caduta sul mondo migliaia di anni prima, ma scambiata per una Cetra. Sepiroth, scoperte le sue origini, decise di attuare la sua vendetta contro la Shinra e il pianeta, assorbendo dentro di sé tutti i cloni contenenti le cellule di Jenova, e scatenando lo spaventoso potere della leggendaria Materia Nera, il terribile incantesimo Meteor. In una delle scene più famose della serie Final Fantasy, Sephiroth uccide Aerith mentre tenta d’invocare l’aiuto del pianeta utilizzando la Materia Bianca per lanciare l’incantesimo Holy.
Come si scoprirà, Cloud non è legato a Sepiroth solo dal volersi vendicare della morte dell’amica, ma anche da un passato che solo dopo anni si dipana: Cloud non è mai stato un membro dei SOLDIER, ma fu colui che ferì Sephiroth quando quest’ultimo impazzì scoprendo la sua natura. I suoi ricordi sono confusi perché le sue aspirazioni di far parte della Soldier si unirono alle memorie di Zack Fair (un Soldier che era con lui quando Sephiroth fu fermato la prima volta) a seguito degli esperimenti subiti dalla Shinra dopo la loro cattura; riuscirono a scappare grazie a Zack, che però rimase ucciso dai soldati durante la fuga. Fu allora che Cloud prese la spada dell’amico e raggiunse Midgar per portare avanti la sua lotta contro la Shinra.
In un finale drammatico, Sephirot viene fermato ancora una volta; questo però sembra non bastare, perché ormai attivato, Meteor sta arrivando. Quando tutto sembra perduto, il Flusso Vitale del Pianeta accorre in loro aiuto: lo spirito di Aerith si è fuso con quello del pianeta, fermando così la distruzione del mondo.

Da queste basi comincia il film Final Fantasy VII: Advent Children.
Il pianeta si sta lentamente riprendendo dalla spaventosa lotta che l’ha quasi portato alla rovina. I segni della distruzione sono ovunque: città in rovina, nuove lapidi nei cimiteri, feriti. Una nuova malattia sta colpendo molte persone, soprattutto i bambini: il Geostigma.
Anche Cloud ne è stato colpito. Allontanatosi dagli amici, combatte da solo contro la malattia, anche se è propenso a lasciarsi andare, roso dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare Aerith. Un lupo ferito che vuole morire da solo (un paragone non casuale, dato che l’immagine di questo animale compare in più di un’occasione quando si tratta di Cloud). Questa solitudine non dura a lungo: oltre agli amici che lo cercano, uno strano trio capeggiato da Kadaj lo attacca all’improvviso. Presto i loro scopi sono chiari: stanno braccando tutti quelli venuti a contatto con la testa della loro Madre (Jenova) per ritrovarla e poter dare vita a una nuova Reunion (come aveva fatto in precedenza Sephiroth).
Sotto l’aspetto visivo, Final Fantasy VII: Advent Children è ben fatto, a tratti spettacolare; ben fatta anche la colonna sonora, che ben accompagna le varie scene del film, creando melodie malinconiche o adrenaliniche a seconda del momento. La trama non è complessa: gioca sul trovare un rimedio al Geostigma, fermare la gang di Kadaj e dare risoluzione al senso di colpa di Cloud per non essere riuscito ad aiutare Aerith. Un film ben realizzato, ma il suo limite è che potrà essere apprezzato appieno da chi è stato fan di Final Fantasy VII e conosce il suo mondo e la sua storia. Per uno spettatore casuale è difficile capire il senso delle vicende senza avere alcuna conoscenza di quello che è avvenuto prima: il tutto potrà apparire come qualcosa senza un nesso logico, che si limita alla spettacolarità degli scontri (da brividi una delle evocazioni più famose del videogioco, coadiuvata ottimamente da un brano musicale epico).
Qualche fan potrà aver storto il naso per le modifiche fatte all’arma di Cloud: da spada in stile Berserk nel videogioco (chiarissima l’ispirazione all’Ammazzadraghi di Gatsu dell’omonimo manga di Kentaro Miura) a spada componibile nel film (una scelta probabilmente fatta per poter realizzare la limit break (un attacco speciale) più potente di Cloud, l’Omnislash). Questo però non toglie che in tanti hanno avuto piacere di rivedere personaggi che si credevano scomparsi e rivivere le vicende di un mondo che ha fatto la storia della famosa serie videoludica.
In definitiva un bel film, ma solo per appassionati del mondo di Final Fantasy VII.

Lavoro gratuito per i rifugiati

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Il viminale propone di far lavorare gratuitamente i rifugiati È di questi giorni la proposta fatta dal Viminale di far fare lavori socialmente utili e degli stage in azienda ai rifugiati; si sta valutando infatti a chi chiede rifugio di dare in cambio la propria manodopera.
Qualcuno potrà vedere una cosa giusta in tutto ciò, un dare e un avere, dato che in molti criticano i rifugiati e il loro “farsi mantenere” e “mangiare sulle spalle degli italiani”.
Tuttavia non si sta prendendo in considerazione una cosa, sottovalutando gli eventuali sviluppi del passare di questa proposta, proprio come è successo con i famosi voucher, nati inizialmente per pagare alcuni lavori stagionali in campagna (come la raccolta frutta) e poi diffusisi in maniera spaventosa, venendo utilizzati per sostituire altre forme di contratto e di pagamento. Un utilizzo spesso indebito per far sì che chi pagava potesse risparmiare.
Se la proposta passasse, ci si ritroverebbe con persone che lavorano gratuitamente, permettendo un risparmio notevole in fatto di denaro. Risparmio non solo per la collettività nel caso dei lavori socialmente utili, ma anche per gli imprenditori. Sì, perché il passo del far lavorare i rifugiati in ditte private a costo zero sarebbe breve; si avvererebbe così il sogno degli imprenditori di avere manodopera senza spendere un centesimo. Non solo questo sarebbe uno sfruttamento bello e buono e una forma di schiavitù celata sotto sembianze di buonismo, ma sarebbe anche rischioso per i lavoratori dipendenti pagati regolarmente, che rischierebbero di essere sostituiti da queste persone, andando così ad aumentare il numero d’individui che hanno perso il posto di lavoro e fanno fatica a trovarne un altro. Ci si troverebbe alle solite: pochi che si arricchiscono sempre di più sulle spalle degli altri, e tanti che diventano sempre più poveri.
È tutto un divenire e potrà quanto espresso sopra sembrare un voler pensare male, ma purtroppo ormai si hanno avute troppe dimostrazioni di cose fatte per favorire i soliti pochi. Non deve sorprendere tutto ciò: siamo nell’Era dell’Economia e tutto ciò che s’inchina al denaro e ai ricchi è vista come cosa buona e giusta.
Luigi Pintor, in un memorabile editoriale di diversi anni fa, scriveva che essere immigrati in Italia era peggio che avere il cancro… Mai però come oggi il giudizio di Pintor è apparso così vero e reale e, contemporaneamente, a tratti, quasi un po’ naif. Mai egli avrebbe immaginato, infatti, che sui cancelli dei centri di accoglienza, sparsi in tutta Italia, un giorno avrebbe campeggiato la scritta “Il lavoro gratuito vi darà asilo”.
Questo è quanto si legge nell’articolo de Il Fatto Quotidiano sulla proposta del Viminale. La frase Il lavoro gratuito vi darà asilo colpisce con forza perché è molto simile una frase purtroppo molto famosa, Il lavoro rende liberi, o come è conosciuta nella lingua originale che l’ha coniata, Arbeit macht frei.
Qualcuno potrà obiettare che è esagerato e inappropriato paragonare la proposta italiana a quanto fatto dal nazismo, ma si è davvero sicuri che non si sta percorrendo lo stesso percorso? Allora era in nome di un ideale malato, ora in nome dei soldi, ma la dignità umana viene sempre calpestata ugualmente.

La morte come spettacolo

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La morte fa parte della vita. Alcuni la vedono come la sua nemesi. Altri come un passaggio a un’altra forma di esistenza. Ma per certi individui, la morte viene vissuta come un mezzo per fare spettacolo. Di esempi ce ne sono tanti.
La morte dei gladiatori nel colosseo era uno spettacolo per migliaia di romaniBasta pensare ai combattimenti nel Colosseo tra gladiatori ai tempi dell’Impero Romano oppure ai cristiani fatti dilaniare da belve feroci durante le prime persecuzioni, dove migliaia di spettatori accorrevano per assistere a tali spettacoli.
Nel Medioevo, ai tempi dell’Inquisizione, della Rivoluzione Francese, le esecuzioni pubbliche attiravano folle di persone che assistevano affascinate alla morte di loro simili.
La letteratura non poteva che prendere esempio dalla storia. Un esempio è la trilogia Hunger Games (2008-2010) di Suzanne Collins (che ricorda molto il romanzo del 1999 di Koushun Takami, Battle Royal), dove la morte dei Tributi viene mostrata in diretta a milioni di persone. Un modo per tenere sotto controllo la massa non solo attraverso la paura, ma anche attraverso il fascino del seguire le vicende d’individui che non sono più persone, ma parti di un ingranaggio di controllo di un sistema dittatoriale. Un sistema già ben mostrato nel film Rollerball del 1975.
Emblematico di questa realtà è il discorso fatto da Kusanagi nel film The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, dove la guerra viene vissuta come uno spettacolo.

“Nella sua storia, l’umanità non ha mai voluto né potuto eliminare la guerra perché è la sua esistenza a dare senso e realtà alla vita degli esseri umani. Avere sempre delle guerre in corso in qualche parte del mondo ha una sua specifica funzione: quella di alimentare l’illusione di pace della nostra società. Ma la guerra deve essere reale, non può sembrare una finzione. Leggere delle guerre del passato non basta. La narrazione rischia di trasformarle in favole e annullarne l’effetto. Se la gente non vede morti veri in televisione, se la sofferenza non viene mostrata, se la guerra non la tocca da vicino e le fa paura, la pace non può essere mantenuta. E il suo stesso significato viene dimenticato. La gente ha bisogno della guerra per sentirsi viva. Proprio come noi ci sentiamo vivi quando combattiamo nei cieli.”

Storia, finzione, dimostrano come la morte possa essere uno spettacolo. Ma se non bastasse questo, basta guardare la realtà e vedere quante persone utilizzano la morte di loro simili per fare foto o video da postare in rete e attirare il maggior numero di visitatori.
Dinanzi a questo modo di fare, una cosa è certa: la morte sta perdendo significato e dignità e dolore. E questo non va bene, perché la morte è una cosa seria, come dice la signora Cristina nel film Don Camillo del 1952.

Perdita di diritti

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È ormai chiaro che c’è la volontà di togliere sempre più diritti alle persone. Questo comporta sempre meno tutele nei loro confronti, specialmente nel mondo del lavoro.
È chiaro da tanti anni a questa parte che i vari governi non sono al fianco dei lavoratori ma dei datori di lavoro; già il motto tanto sbandierato ultimamente “gli imprenditori sono eroi” rende palese da che parte pende la bilancia. Se non bastasse questo, ci sono ulteriori prove a dimostrazione di ciò: il Job Act ne è un esempio calzante.
Non bastasse ancora, basta vedere la decisione presa dalla Consulta di bocciare il quesito referendario sul reimmettere l’articolo 18, dichiarandolo inammissibile. E anche la decisione della Cassazione che ritiene giusto per un imprenditore licenziare per aumentare i propri profitti.
Il Quarto Stato, ottimo esempio della questione sociale sui diritti dei lavoratori Si sta arrivando dove gli imprenditori vogliono arrivare: poter fare tutto quello che vogliono, avere libertà di licenziare e decidere della sorte e condizione dei lavoratori come più gli pare e piace. È un tornare indietro di decenni, prima dell’acquisizione dei diritti dei lavoratori dopo anni di lotta.
Questo non vuol dire che i lavoratori debbano avere solo diritti e non alcun dovere: è dovere del lavoratore fare il suo dovere e non è ammissibile che ci siano, come purtroppo tanto spesso è successo, i furbetti del cartellino, ovvero gente che timbrava, ma invece di lavorare era a farsi i fatti suoi. Ci vuole competenza e serietà, le cose, visto che si fanno, vanno fatte bene. Non si può essere pagati per non fare niente o per fare le cose male.
Come non si può in nome del denaro e della produttività essere trattati come oggetti o schiavi.
Come sempre, la soluzione sta nell’uso del buon senso. Quel buon senso che richiama all’equilibrio, ma che sembra essere stato perduto e pare non voglia essere recuperato.
Come scrisse Giuseppe Pellizza da Volpedo nel suo diario prima di dipingere il famoso quadro Il quarto statoLa questione sociale s’impone“.

Arte come insegnamento ed educazione

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Platone rifiutava l’idea che l’arte avesse l’unico scopo di generare piacere, perché riteneva che dovesse trasmettere valori e virtù, che dovesse educare e insegnare. L’arte è per sua natura una copia e una copia è sempre imperfetta, in essa è presente qualcosa d’illusorio, una minima distorsione della realtà. Secondo Platone, un artista è sostanzialmente un bugiardo; la sua avversione era soprattutto verso la poesia, secondo il quale era limitata a offrire opinioni e sentimenti destinati a finire. Per lui fare poesia era finire nelle mani della musa corrotta.
Se accetterai la Musa corrotta della poesia lirica o epica, nella tua città regneranno il piacere e il dolore anziché la legge e la ragione, scrive nella sua opera Repubblica. Amava i miti purché fossero intesi come insegnamento morale, ma era nemico dei mitografi perché inventori di mondi falsi.
La pIetà di Michelangelo, un esempio di come l'arte possa essere un mezzo d'insegnamentoIn questo modo di pensare si può vedere uno scontro tra ragione e sentimento, tra razionalità e intuizione. Un modo di pensare imperniato sulle regole e che avversa ciò che non sottostà a esse, proprio come fa l’arte, perché l’arte è tante cose, soprattutto libertà d’espressione. In tutti i modi, l’arte è comunicazione, perché trasmette qualcosa a chi ne è spettatore: possono essere insegnamenti, emozioni, esperienze e tutto può essere arricchente per l’individuo.
Si può non essere d’accordo, dato che è limitante, con il pensiero di Platone che vede un certo modo di fare arte come negativo, ma va riconosciuto che la considerazione che lui aveva sull’usare l’arte come fonte di educazione e insegnamento fosse giusta. Una realtà che ho voluto utilizzare nella realizzazione di Strade Nascoste, volume appartenente a Storie di Asklivion.

 

Viaggiarono spediti, la stagione primaverile con i suoi canti e i suoi colori che permeavano ogni spazio; in cielo le nuvole si rincorrevano simili ora ad animali, ora a montagne.
Il cammino piegò a nord-ovest, come detto da Ariarn: avrebbero attraversato la piana sopra la Cordigliera di Nekton, spingendosi verso il Muro delle Lame, fino ad arrivare alla foresta di Hestea, proseguendo poi a ovest fino a giungere a Ronaan.
Per tre giorni camminarono nella pianura, circondati solamente da distese d’erba; al quarto giorno la morfologia del terreno mutò, sorsero declivi, le foreste riempirono gli spazi. Il paesaggio si arricchì della presenza di un fiume e dei suoi piccoli affluenti, il cielo blu e le nubi bianche che si riflettevano sulla superficie di un gran lago attorniato da selve di conifere.
All’ottavo giorno una fitta nebbia calò su tutta la zona. Persino per Periin divenne difficile orientarsi in quel mare bianco. Per due giorni le grigie condizioni atmosferiche persistettero prima di lasciare di nuovo posto al sole. I cinque si ritrovarono immersi in una vasta vallata di boschetti, circondata da basse montagne intercalate da passaggi che portavano alla pianura circostante.
«Abbiamo piegato troppo a nord rispetto al percorso» disse Periin. «Rimedieremo adesso dirigendoci più a ovest.»
La comparsa di uno squadrato pezzo di marmo in mezzo all’erba, seguito dopo pochi passi da un altro, li colse di sorpresa. Qualche metro ancora e si ritrovarono a camminare su un lastricato bianco, che si snodava sinuoso costeggiando i verdi boschetti della vallata. Piedistalli diroccati sorgevano in prossimità delle svolte del sentiero.
Il viale lastricato, accompagnato dal profumo di fiori di campo, arrivò a una scalinata: i resti di bianche mura mostravano il perimetro di ciò che era stato un ampio e vasto complesso architettonico. Della grandiosità di un tempo rimaneva solo macerie coperte da edere.
Era un luogo abbandonato, ma vi aleggiava un’atmosfera di pace, come se la presenza di quanto era stato non se ne fosse andata, continuando a permearlo.
La curiosità e il fascino del luogo fecero salire gli scalini scheggiati. I pilastri, un tempo sostegno ai cancelli d’ingresso, splendevano nel loro candore; i resti dell’arco che univa le due colonne erano sparsi nello spiazzo che si estendeva davanti ai cinque.
Guardandosi intorno come bambini in una casa nuova, arrivarono di fronte a un piedistallo alto due metri, dall’ampia base, l’attenzione attirata dalla placca metallica posta sulla sua facciata: i rampicanti non erano saliti sulla sua superficie, risparmiata dalla ruggine e dal trascorrere delle stagioni; solo una leggera patina oscurava la brillantezza della lastra, lasciando leggibili i simboli che vi erano incisi.
Ghendor lasciò scivolare le dita sulle linee elaborate, osservandole attentamente.
«Riesci a capire cosa c’è scritto?» chiese Reinor.
Il Messaggero continuò a fissare le lettere. «È una lingua antica, di cui sono rimaste poche tracce: proverò a tradurla, ma ho bisogno di qualche minuto per farlo.»
Mentre il Messaggero era intento a tradurre l’antico testo, i restanti quattro si guardarono attorno.
«Cosa sarà mai sorto in questo luogo sperduto?» domandò Periin passando accanto ad Ariarn.
«Un santuario» giunse la voce di Ghendor alle loro spalle. «Lo rivela la scritta sulla placca.»
«Apparteneva all’Ordine?» chiese Ariarn.
Il Messaggero si fece meditabondo. «Non lo so. Non ci sono riferimenti all’Ordine, anche se in quanto scritto si avverte la presenza dello spirito della Rivelazione. O forse si tratta di una mia interpretazione: non ci sono segni o riferimenti che confutino la mia sensazione.»
«Cosa dice l’iscrizione?» Lerida gli si fece vicina.
«La mia non è una traduzione precisa, ma il significato è questo:

             

            Benvenuto amico in questo sacro terreno
            Qui troverai per il corpo riposo e per il cuore ristoro
            Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
            A nulla giovano allo spirito
            Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
            E una volta trovatolo, vivrai in pienezza
            È quanto incontrerai una volta qui giunto

             

            Un posto per quietare le tue ansie e quelle del mondo
            Perché nel silenzio tu possa percorrere il varco che è la tua anima, l’immagine del tuo essere
            E vedendola tu l’ami e la desideri maggiormente
            Perché tu possa crescere ed essere quello che sei e puoi essere
            Nella serenità di questo luogo tu possa rispecchiarti in essa
            E capire che è un tutt’uno con te
            E che è più grande di te perché non viene dal luogo del tuo corpo

             

            Ti è donato gratuitamente, senza pegno
            Per farti guardare dove stai andando e scegliere meglio la via
            Non essere turbato dai turbamenti interiori, avviso di cambiamento.
            Sono come diluvio che spazza via l’inutile e fa emergere l’importante
            Per farti essere un uomo nuovo, migliore del vecchio
            Sii saggio con quanto donato, usalo nel modo giusto
            Desidera, ma non bramare, perché una fiamma peggiore del fuoco non ti consumi

             

            Qui amico non troverai maestri, ma fratelli, esseri come te
            Con gli stessi intenti, la stessa spinta, disposti a fare il tuo stesso percorso
            Non troverai avversari da superare né nemici da combattere
            Non esistono qui, dimorano solo nel tuo cuore
            Sei tu l’unico avversario da superare, sei tu il nemico da sconfiggere
            Armato inutilmente di vecchi e logori atteggiamenti e abitudini
            Cammina leggero, privo di pesi

             

            Segui il tuo cuore, le tue intuizioni
            Non credere che siano le cose o gli altri a poterti dare quello che cerchi
            Questo non è in loro potere
            Non possono darti quello che hai già e che devi solo scoprire
            Moderazione ed equilibrio siano il tuo motto e anche compassione
            Mai il tuo pugno per punire e la tua bocca per sentenziare
            Lascia queste cose del mondo a chi non ricerca la vita

             

            Presta attenzione a quanto ti è attorno
            Impara dalla natura, dagli animali, dalle stelle, dalla luna e dal sole
            Dal vento, dall’acqua, dal fuoco e da quanto esiste
            Ascolta le loro voci, ascolta il loro spirito
            Perché portino seme fertile in te
            Comprendi la parola che più che sentire percepisci e diventalo tu stesso
            Per te e per gli altri, perché così il mondo diventi armonia
 

           

«Questo è quanto» concluse Ghendor
«È stupendo!» esclamò Lerida assorta dalle parole.
«Sì, è molto bello» convenne il Messaggero.
Periin sbuffò. «Ora che vi siete trovati d’accordo sulla sua bellezza, possiamo andare? Avremmo fretta e molta strada ancora da fare.»
Ripresero a inoltrarsi nei ruderi, passando accanto ai resti di muri e giardini, dove panche e tavole scolpite erano ricoperte da muschio. Superati i gruppetti d’alberi che affiancavano l’ingresso, si ritrovarono in una vera e propria cittadella; la natura si stava riappropriando di quanto era suo, ma l’impronta di chi era vissuto in quei luoghi era ancora evidente.
«Dev’essere stato splendido quando la gente viveva qui» disse Lerida. «Sarei curiosa di sapere com’era questo luogo quando era intatto.»
«Sarebbe interessante avere il tempo di studiare questi reperti: dall’antichità si rivelano cose sorprendenti, pezzi mancanti della storia che permettono di capire meglio il presente» disse Ghendor camminandole accanto. «Secondo studi archeologici, le zone dei santuari avevano una disposizione predefinita. Vicino ai cancelli si trovavano le sale per dare accoglienza ai pellegrini; accanto a esse erano situati gli edifici del personale che si occupava dei servizi per persone e strutture» si voltò a guardare indietro. «Il grande spiazzo appena superato era la piazza dove la gente s’incontrava per discutere e rilassarsi all’ombra delle piante. Nei nostri tempi non si usa quasi più, ma nell’antichità non c’era solo la parola e la scrittura per insegnare la morale, l’etica o altro: erano usati quadri, melodie, rappresentazioni teatrali. I piedistalli che abbiamo incontrato erano supporti di statue: aiutavano le persone a riflettere e a capire meglio quello che erano venuti a cercare in questo luogo. Non so se sei stata a Nhal: nel tempio della città c’è un antico dipinto che ha la stessa funzione. Questa metodologia non è stata portata avanti e si può affermare che rispetto al passato abbiamo fatto un passo indietro. Quel periodo può essere ritenuto un’età dell’oro, una fonte immensa di saggezza, dove da tutto si poteva imparare qualcosa; gli artisti in quell’epoca avevano gran rinomanza e un certo peso anche nell’insegnare.»

Strade Nascoste. Capitolo IX. Sogni.

Ombre o luci?

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Il 2016 non si è chiuso bene e il 2017 non è cominciato sotto buoni auspici.
In questo nuovo anno ci saranno più ombre o più luci?
Questo solo il tempo potrà dirlo.
Ma come nella foto sottostante, al momento paiono esserci più ombre, rendendo il quadro più cupo e pessimista. Uno spiraglio di luce c’è ancora e volendo in un attimo le nubi possono diradarsi, ma penso che la situazione attuale non possa cambiare così repentinamente come il tempo atmosferico.
ombre o luci?

Guardare al passato

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Se si è notato, in questi ultimi anni si ha la tendenza a volgere lo sguardo al passato. Se si fa caso ascoltando la gente, in più di un’occasione si osserva che i discorsi vertono su esperienze passate, non su quello che si sta facendo o sui progetti che si stanno sviluppando per costruire il futuro.
Ghost in the shell, un film d'animazione del passato a cui ci si è ispirati per fare una "nuova" pellicola cinematograficaMa non è solo nei discorsi della gente che il passato prevale sul resto: esso, se ci si è fatto caso, predomina anche in film, serie televisive, libri. Non si tratta solo, come sta succedendo per esempio nella televisione italiana, di riproporre prodotti realizzati tanti anni fa (non solo per farli conoscere alle nuove generazioni, ma anche per “rifar sognare” coloro che li avevano apprezzati quando uscirono), ma di farne dei remake che gli danno una nuova veste mantenendo praticamente lo stesso copione originale (film e serie televisive in questo la fanno da padroni).
Mancanza d’idee o nostalgia del passato?
Entrambe le cose.
Che ci sia poca innovazione e poca ricerca di cose nuove è un fatto; è vero che è stato realizzato tanto ed è difficile creare qualcosa di diverso da quello già visto, ma non ci si sforza nemmeno, non si prova a dare il vita a qualcosa di vivo, che inneschi pensieri che volgano alla ricerca di qualcosa di diverso dal conosciuto, che facciano sorgere pensieri nuovi. Un po’ perché è facile stare nel conosciuto, è confortante ritrovarsi in copioni, atmosfere, già conosciute: alla maggior parte delle persone non piace cambiare e preferisce restare entro schemi già visti e vissuti. Un po’ perché non si vuole rischiare e si punta a ricalcare le orme di prodotti che hanno avuto successo per andare sul sicuro e avere un guadagno quasi sicuro; il denaro domina ormai su tutto (lo è stato fin dalla sua comparsa, ma ora le cose si sono accentuate, se non esasperate) e nel mercato il guadagno è l’unica cosa che conta.
La nostalgia di cose che hanno fatto provare emozioni è un fattore naturale ed è normale che si provi piacere nel rivedere film o rileggere libri legati a un particolare periodo della propria vita; il ricordo è qualcosa d’importante, che va preservato, ma che però, come tutte le cose, deve essere vissuto con equilibrio perché non diventi la totalità.
Ed è qui che bisogna soffermarsi e capire perché si volge tanto lo sguardo al passato: il presente non è bello e il futuro lo appare ancora meno, quindi si preferisce trovare un rifugio che protegga da uno spettacolo che ferisce, alla ricerca di qualcosa di buono, qualcosa di migliore che aiuti a sopportare l’esistenza e ad andare avanti. Ma rifugiarsi nel passato, nei sogni trascorsi, non cambierà il presente. Potrà sembrare che le cose per un po’ vadano meglio, ma si tratta solamente di un’illusione. E prima o poi, la verità solleverà il velo e si mostrerà.