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Il Druido di Shannara

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Il druido di ShannaraIl Druido di Shannara, secondo volume del ciclo degli Eredi di Shannara di Terry Brooks, riprende gli eventi lasciati in sospeso in Gli Eredi di Shannara e lo fa seguendo la trama dedicata a Walker Boh e al compito di riportare Paranor e i Druidi nelle Quattro Terre. Nel volume precedente si era lasciato lo Zio Oscuro avvelenato dall’Asphynx, il braccio pietrificato e saldamente ancorato alla roccia, prigioniero nella Cripta dei Re. Straziato e indebolito, con un gesto disperato riesce a liberarsi, amputandosi il braccio. Viene trovato e soccorso da Cogline, ma nemmeno gli Stor, i famosi gnomi guaritori, possono salvarlo dal veleno che scorre nel suo corpo; si ritira così a Pietra del Focolare, tentando disperatamente di trovare un modo per salvarsi e gli permetta di portare avanti la missione. Tutto però sembra perduto quando giungono Rimmer Dall e una legione d’Ombrati, distruggendo la casa e lasciandolo morente dopo che Cogline e Bisbiglio, il gatto delle paludi, sono caduti sotto i colpi dei nemici per dargli una possibilità di salvezza.
Nel mentre, Morgan Leah, lasciato Padishar Creel dopo la caduta della Sporgenza, ferito nel corpo e nello spirito per la perdita della sua spada magica, ora spezzata, va a Varfleet per mantenere la promessa fatta a Steff in punto di morte e proteggere Nonna Elise e Zia Jilt, in pericolo dopo il tradimento di Teel, rivelatasi in realtà un Ombrato infiltrato. Riesce a salvarle dalle grinfie della Federazione, ma viene da essa catturato. Il più improbabile dei salvatori, Pe Ell, lo libera, seguendo gli ordini di Viridiana, figlia del Re del Fiume Argento, vero e proprio miracolo vivente che porta speranza e risanamento ovunque si rechi. Il trio si reca a Pietra del Focolare, appena in tempo per salvare Walker; a questo punto la fanciulla svela i suoi piani e perché ha riunito i tre: devono recarsi a Eldwist, città-regno di Uhl Belk, il Re della Pietra, e riprendere quanto ha rubato, la Pietra Nera.
A loro si uniranno Horner Dees, una Guida, e Carismano, un cantastorie, in un viaggio che si rivelerà pieno di desolazione e devastazione. Perché a Eldwist non c’è nulla di vivo, tutto è diventato di pietra, secondo il volere distorto di Uhl Belk, che vuole estendere il suo dominio su tutte le terre, mutando tutto in arida roccia con l’aiuto del suo mostruoso figlio, il Maw Grint, trasformatosi in un gigantesco verme. Non bastasse questo, devono aggirarsi nella città stando attenti a non finire nelle grinfie di Rastrello, gigantesco Serpide che funge da cane da guardia del Re della Pietra.
La desolazione di Eldwist, il senso di smarrimento che la città deserta dà, spesso avvolta dalla nebbia e dalla pioggia, rendono perfettamente lo stato d’animo in cui i personaggi si trovano, ognuno con i suoi dubbi, le sue paure, i suoi pesi da portare e gli sbagli fatti da dover affrontare. Stati d’animo riscontrabili soprattutto in Morgan e Walker, due dei migliori personaggi della saga, entrambi spezzati (uno per la perdita della spada magica, l’altro del braccio), entrambi privati di quelle sicurezze che li avevano resi quelli che erano. Una ricerca la loro che non sarà solo quella di trovare la Pietra Nera e fermare Uhl Belk, ma anche di ritrovare se stessi, tornare a essere integri, arrivando ad accettare il proprio ruolo nella storia e non più rinnegandolo e fuggendo da esso (questo riguarda soprattutto Walker). Un compito in cui verranno aiutati da Viridiana, figlia della terra e degli elementi, mezzo con cui il Re del Fiume Argento vuole fermare il fratello, il Re della Pietra, che sta diventando più umana di quanto potesse credere, costretta ad affrontare elementi sconosciuti ed estranei quali i sentimenti.
Il Druido di Shannara è un ottimo romanzo, con una trama solida, una caratterizzazione e un approfondimento dei personaggi davvero ben fatti e non solo nei riguardi di Walker e Morgan: con poche pennellate Brooks riesce a tratteggiare il carattere del burbero Horner Dees e del sognatore Carismano. Per non parlare del freddo e spietato Pe Ell, la cui natura è fin da subito rivelata, ma che avrà da rivelare delle sorprese (come si vedrà nel finale, cosa che non si limiterà solo a lui). E per chi vuole andare oltre a una bella storia ben raccontata, ci sono pure spunti di riflessione su come nasce la dipendenza e come anche un buon intento possa trasformarsi in rovina (vedasi cosa simboleggia la pietra, solida, sicura, resistente, ma anche priva di vita, che non porta cambiamento alcuno e non può dare nulla).

Fortezza Superdimensionale Macross

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un'immagine con i personaggi e i mezzi di Fortezza Superdimensionale Macross in RobobtechFortezza Superdimensionale Macross è una serie del 1982, conosciuta in Italia soprattutto perché facente parte della serie Robotech, dove fu fatto un lavoro di riscrittura della sceneggiatura da parte della Harmony Gold nel 1985 per collegarla ad altri due anime, Chōjikū kidan Southern Cross e Kiko soseiki Mospeada, e farne diventare una storia unica. A differenza di tanti cartoni animati che erano stati trasmessi in Italia in quel periodo sulle emittenti televisive (se si toglie Gundam), incentrati prevalentemente sui combattimenti tra il robot difensore della Terra e quelli invasori (dove le munizioni sembravano non finire mai e dove gli alieni sembravano accanirsi contro il Giappone, attaccando con un mostro alla volta), la serie Macross ha tematiche molto più varie e profonde.
Tutto inizia nel 1999, quando sulla Terra, su Macross, si schianta una ciclopica astronave aliena. Dal suo studio vengono fatte nuove scoperte tecnologiche, soprattutto in campo bellico, con la costruzione a esempio dei Varitech VF-1 (o Valkirye). Ma la sua presenza porta l’arrivo dell’immensa flotta degli Zentradi, un popolo alieno di giganti molto simili agli umani, dedito unicamente alla conquista e alla guerra. Per sfuggire all’attacco, l’SDF-1 (così è stata chiamata la fortezza superdimensionale) fa un salto nell’iperspazio, iniziando una lunga odissea che dai confini del sistema solare la vede voler ritornare sulla Terra, sempre braccata dalla flotta nemica convinta che in essa ci siano i segreti delle misteriosa Protocultura. Nel mentre, all’interno della gigantesca nave si è andata a ricreare una piccola società umana (gli abitanti della cittadina di Macross hanno fatto anch’essi il salto nell’iperspazio), cercando di costruire una parvenza di normalità in un contesto anomalo e straniante come può essere quello di essere in mezzo all’universo e a un conflitto alieno. All’interno dell’SDF-1 sorgono negozi, attività commerciali, viene anche fatto un concorso di bellezza per rendere meno dura la vita e non far pensare alla gente la situazione in cui si trova. Il concorso vede vincitrice la giovane Lynn Minmay, e la lancerà nella carriera di cantante, diventando un’icona di Macross e non solo: le sue canzoni, il suo modo di fare, non solo faranno braccia nel cuore del giovane pilota Hikaru Ichijyo (nella serie Robotech conosciuto come Rick Hunter), con cui avrà una travagliata relazione, ma anche in quello degli alieni, avendo un ruolo determinante nello scontro.

Fortezza Superdimensionale Macross offre molti spunti di riflessione e una profondità di trama e dei personaggi notevole. Lo spettatore non solo viene coinvolto dalle vicende del protagonista Hikaru Ichijyo (che da civile diventa militare, prendendo parte attiva nella lotta, con le difficoltà dell’addestramento, la paura della battaglia, di morire, lo sbigottimento della scoperta del nemico, la perdita di compagni e amici, il peso delle responsabilità) o degli altri personaggi (l’instabile, indecisa, capricciosa, nonché affascinante Lynn Minmay, il carismatico comandante Roy Fokker, la rassicurante Claudia LaSalle, l’introversa e decisa Misa Hayase, il capitano Global, l’asso dei cieli Maxmilian Jenius), ma anche dal confronto tra due razze differenti, che in realtà hanno in comune più di quanto si pensi. Ma prima di arrivare a questa scoperta, colpisce l’impatto che ha il modo di vivere degli umani su una razza aliena che conosce solo la guerra. Una razza aliena dove non ci sono contatti tra i membri di sesso maschile e quelli di sesso femminile, che vivono separati, e che rimane sconvolta dinanzi a cose semplici come una canzone, un bacio (il vedere un uomo e una donna che si baciano li manda nel panico più totale).
Magnifico è il messaggio che viene fatto passare sull’importanza della cultura, del creare, che si contrappone al distruggere della guerra: il confronto con essa getta molti dubbi negli Zentradi sul loro modo di vivere, ponendosi domande sul senso e la giustezza della loro esistenza, spingendoli a ribellarsi e a schierarsi con gli umani, volendo conoscere la cultura di cui dispongono, volendo vivere in mezzo a loro. E’ ben mostrato il loro desiderio di cambiare, ma anche la difficoltà di adattarsi a qualcosa di nuovo e a lasciarsi alle spalle un modo di vivere che ha occupato la totalità della loro esistenza: non tutti gli Zentradi ci riescono e in tanti sentono il richiamo delle armi, di tornare a combattere, che per tanto è stata la loro ragion d’etre, dando così via a nuovi conflitti dopo che si era raggiunta la vittoria a caro prezzo.
Questa serie di Macross merita davvero d’essere vista per il messaggio sull’importanza della cultura (quella cultura che tanto ora, specie nel nostro paese, è sottovalutata, disprezzata e banalizzata), per la comprensione e la convivenza tra razze diverse, la critica contro la guerra ma anche la necessità di saper difendere ciò che è importante e prezioso. Ma merita anche per lo spessore e la profondità dei personaggi che rendono unica questa storia, lasciando un segno in chi la guarda con una delicatezza di grande impatto. Senza contare che, ancora oggi, visivamente è ancora uno spettacolo valido e che Macross è stata una pietra miliare dall’animazione giapponese e può tranquillamente essergli attribuito il termine di capolavoro.

Il futuro di Internet

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Sul suo sito, Tanabrus ha tradotto un interessante articolo sul discorso tenuto da Jennifer Granick al Black Hat 2015 sulla fine del sogno di Internet: ne consiglio la lettura perché è ben fatto e approfondito e soprattutto fa riflettere su questioni che i più ignorano o vogliono ignorare.
Quello che sta accadendo è un po’ quello che è accaduto con il ’68: l’impressione dell’inizio di una nuova era, un’era migliore, che si è conclusa invece con la fine di un sogno, mostrando una realtà invece ben diversa.
Le prospettive non sono buone, il quadro si fa somigliante con quello descritto da George Orwell con 1984. La rete è una risorsa, ma dipende come viene usata: non è tutto oro quello che luccica.
Può essere usata per danneggiare gli altri, per spiarli; è evidente che colossi come Facebook e tutti quelli che raccolgono dati sulle persone usino queste informazioni per un proprio tornaconto. Ma non sono solo loro a dover far pensare: ci sono anche i governi. Come ci si può fidare di chi vuol tenere tutto sotto controllo, gestire la vita degli altri, sapere tutto di loro, quando invece di questi enti non si sa nulla?
Il futuro di Internet non appare roseo, sono più i timori che le speranze: più che l’ottimismo tanto sbandierato, si vede tanta preoccupazione e segnali ben poco positivi. Ma ancora una volta, se le cose possono andare bene o male, dipende tutto dalle persone, se vogliono essere responsabili e padroni della propria vita, oppure se vogliono permettere che siano altri a gestirgliela.

Le difficoltà del crescere i figli

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Il compito di un genitore è quello di rendere un figlio un individuo indipendente, con la capacità di pensare, giudicare e fare liberamente le proprie scelte. Un compito non certo facile, in cui si può fallire e se si fallisce è perché tanti sono i fattori che influiscono nella crescita di un individuo.
Non è mai stato facile crescere un figlio: è sempre stato così in ogni tempo. Un genitore ha sempre avuto le sue difficoltà nel crescere i propri figli perché ci sono sempre differenze tra una generazione e l’altra e non è facile riuscire a comunicare, a farsi comprendere: occorre pazienza, conoscere l’altro, valutare in base al carattere su come muoversi, comprendendo le situazioni per riuscire a dare un insegnamento utile per crescere e acquisire sapienza ed equilibrio.
Questo è un compito che non si è sempre riuscito a compiere a dovere nei secoli, per tanti motivi: perché troppo impegnati a lavorare per avere di che sopravvivere per occuparsi dei piccoli, perché si è perpetrato lo stesso modello con il quale si era stati cresciuti, anche se non era stato dei migliori. Ma se non è stato dei migliori, perché allora trasmettere un insegnamento limitato, con delle lacune?
Molto semplicemente perché una volta non c’era la possibilità di confronto con altre culture, apprendendo nuovi insegnamenti: si viveva in piccoli mondi, spesso realtà contadine, limitati dal non avere cultura e da credenze superstiziose e religiose. Pochi avevano la possibilità di avere una cultura e ancora meno avevano una mentalità aperta e “illuminata” da trasmettere ai propri discendenti. Così, i figli crescevano con quel che veniva dato, spesso imparando facendo esperienza, apprendendo gli usi e i costumi dei loro simili e dell’ambiente in cui crescevano.
Per secoli tale modello è rimasto invariato, con qualche piccola variazione che però si è verificata molto gradualmente, andante di pari passo con la storia e i mutamenti a essa legati. Questo fino al XIX secolo, periodo che ha avuto una forte spinta al cambiamento dei costumi della società e del modo di vivere: con l’avvento dell’era industriale molte cose sono cambiate, tutto è divenuto più veloce (quasi si volesse andare di pari passo con i mezzi a vapore che tanto stavano prendendo piede, come a esempio i treni). E si è accelerato ancora di più nel XX secolo con lo sviluppo e la sempre più massiccia diffusione della tecnologia e dei suoi mezzi, quali tv, pc, cellulari, smartphone, tablet. Se per i genitori già era difficile educare prima, avere dialogo con i figli, tutto lo è divenuto ancora di più negli ultimi decenni del 1900 e negli anni che sono l’inizio di quelli 2000, perché si ritrovano a dover stare al passo con un mondo che va sempre più avanti e nel quale i loro figli crescono, acquisendo pertanto una maggiore dimestichezza con esso e dei suoi mezzi di chi li ha preceduti. Con bombardamenti d’informazioni e sollecitazioni di ogni genere da tutte le parti, diventa difficile educare i propri figli, soprattutto perché si deve “lottare” con giganti come i media, che, con i modelli che fanno passare, condizionano pesantemente le menti dei giovani. Risulta quindi difficile crescere degli individui maturi e consapevoli, specialmente se si considera che molti dei genitori sono cresciuti proprio con la mentalità creata dai media e che pertanto l’hanno trasmessa ai figli (ognuno trasmette ciò che conosce, impossibile trasmettere quello che non si conosce).
Se a questo si aggiunge il seguire insegnamenti errati (vedasi quelli di Spook, incentrati sul permissivismo), affidarsi a consigli che giungono da tutte le parti (che non sono spassionati, ma puntano solo al tornaconto di chi li dà, fatti per condizionare le persone a farsi seguire e all’ottenere da loro guadagno), si può capire quanto possa essere difficile nel nostro tempo crescere ed educare dei figli. Un tempo che non vuole far soffermare a riflettere, che è sempre di fretta, che spinge a correre, ad agire e reagire senza prendersi pause, perché le pause di riflessione sono viste come una perdita, qualcosa d’inutile. Un tempo dove i valori che contano sono quelli dell’apparire, del possedere e non dell’essere.
In un tempo così, i genitori non possono che essere in difficoltà, perché in primis hanno dimenticato una cosa importante: per educare i figli a essere individui liberi, responsabili, consapevoli, occorre esserlo in prima persona.

Felicità

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La maggior parte di chi governa vuol far credere che va tutto bene, che con l’ottimismo tutto si risolve, che le cose stanno riprendendo, che si va verso un miglioramento, ritornando ai tempi in cui si andava bene e c’era felicità. Parole di circostanza, sorrisi che vogliono essere rassicuranti (ma che in realtà sono palesi prese in giro); non c’è però da meravigliarsi, questo è il politichese: usare tante parole per non dire niente, per non dare risposte, girare attorno ai problemi senza però mai risolverli (né volere risolverli).
Se si indaga però un po’ a fondo, i dati rivelano una situazione diversa da quella che viene raccontata. Dati che non sono quelli emessi da chi è legato a chi comanda (spesso manipolati o dati solo in parte per tirare acqua al proprio mulino), ma quelli che rispecchiano l’andamento della realtà.
Senza però andare a guardare indagini, statistiche, si provi semplicemente a osservare le persone che s’incontrano per accorgersi dello stato delle cose, dello stato di felicità.
Ogni periodo ha le sue difficoltà, non è mai roseo, ma ci sono momenti in cui le cose scivolano verso il basso e si ha un peggioramento. La crisi economica in questo senso ha dato un grosso contributo: abituata a un certo tenore di vita, a vivere in un certo modo, la gente ha fatto fatica ad accettare il cambiamento in negativo. Abituata a contare prevalentemente sui soldi, su quello che potevano dare (viaggi, cene nei ristoranti, rinnovare in continuazione le tecnologie con nuovi acquisti), ha fatto fatica o non è riuscita ad adattarsi al nuovo tempo. Questo ha portato allo scontento, perché i soldi a disposizione sono meno, mentre le spese per il necessario aumentano, costringendo a fare rinunce, alle volte arrivando a trovarsi in situazioni di disagio. E’ logico che non si può essere contenti quando si è nelle difficoltà, ma quando nella vita si punta tutto su qualcosa, quando essa viene a mancare ci si ritrova a veder sparire le fondamenta del proprio vivere e si è smarriti, ci si sente vuoti. Un vuoto che viene sostituito dall’insofferenza, dalla rabbia.
Si osservi la gente e si vedrà che ha un atteggiamento più insofferente, più diffidente; si percepisce un’atmosfera più dura, più cupa. Difficile da spiegare, ma si percepisce che il tempo è cambiato. La gente è cambiata. S’incontrano sempre più individui con lo sguardo spento, assente, come se la loro mente fosse da un’altra parte per non assistere all’esistenza condotta dal corpo. Le persone sorridono sempre meno (si parla di sorrisi sinceri), troppo prese nel spendere la vita lavorando per mantenere il superfluo, vivendo con l’apprensione di non avere mai abbastanza soldi per il proprio mantenimento, aspettando con ansia il giorno di paga e guardando con preoccupazione lo stipendio calare rapidamente, preoccupati di non riuscire ad arrivare alla fine del mese. E mentre si passano gli anni pagando il mutuo della casa, le bollette e le vacanze da fare regolarmente, aggiungendoci alle volte il patema di trovare un lavoro se lo si perde o un impiego meglio retribuito, l’esistenza scivola da un’insoddisfazione all’altra, intervallata da qualche sprazzo di serenità. Se alle persone si prova a chiedere se sono veramente felici, si vedrà quanti “se non fosse per”, “però”, “vorrei che”, sono presenti nelle risposte, sintomi di un malumore malamente dissimulato.
Allora come si fa a trovare la felicità? Non basandosi su ciò che si trova all’esterno, ma volgere lo sguardo all’interno di se stessi e osservare sinceramente che cosa si vuole davvero, trovare la propria strada, che non è quella che propone il mondo. Solo così si potrà trovare la felicità, anche se questo non significa avere una vita senza difficoltà.

Gli Eredi di Shannara

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Gli Eredi di ShannaraPeriodo di riletture in ambito fantasy, visto che di nuove uscite valide e interessanti (almeno personalmente) al momento non ce ne sono, dato che con il successo della serie Cronache del Ghiaccio e del Fuoco i prodotti attuali si mettono sulla scia di romanzi stile Martin/Abercrombie, dove l’elemento fantastico è minimo e si punta tanto sul mostrare il fango della società umana e dei suoi membri. Un genere, specie con Abercrombie, che ho apprezzato, ma quando l’attenzione di un genere si focalizza solo su un certo tipo di storia, ci si stanca, perché la varietà è importante.
Così ho riletto Gli Eredi di Shannara di Terry Brooks, primo romanzo del ciclo degli Eredi; una veloce rilettura di alcuni brani era stata fatta tempo fa quando ho realizzato un articolo d’approfondimento su questa saga, ma era da molto che non leggevo completamente il romanzo dall’inizio alla fine. Non è stato come la prima volta che l’ho letto (l’età conta), ma è stato lo stesso coinvolgente e piacevole.
Sono trascorsi trecento anni nelle Quattro Terre dalla scomparsa di Allanon, dei Druidi e di Paranor: delle vicende che fecero la storia di quel periodo solo pochi hanno memoria che sono stati fatti reali, i più ritengono che sono soltanto miti. Il mondo è completamente cambiato da quell’epoca. Gli elfi sono scomparsi dalle Terre dell’Ovest da un centinaio di anni. La Federazione ha preso possesso delle terre e delle città del Sud, schiavizzando i nani e allargando sempre più il suo dominio. La magia è quasi scomparsa e in pochi credono realmente in essa; Par e Coll Ohmsford sono tra questi e viaggiano nelle città raccontando le storie del passato per mantenerle in vita. Soprattutto, Par possiede la magia appartenuta al suo antenato Jair Ohmsford, in grado di creare immagini e illusioni.
Per questo la Federazione lo vuole catturare, dato che ha bandito la magia e tutti coloro che ne fanno uso. Rimmer Dall, il capo dei Cercatori, in persona lo raggiunge a Varfleet per catturarlo, ma l’intervento di uno sconosciuto, legato a Par in una maniera che risale ai loro antenati uniti nella lotta contro il Signore degli Inganni, manda in fumo i suoi piani.
Non sono solo Rimmer Dall e il misterioso salvatore a seguire Par. Da un passato dimenticato riemerge Cogline, eremita, Druido mancato e portavoce di Allanon, venuto a cercare gli eredi di Shannara per convincerli ad ascoltare i sogni che Allanon gli ha inviato. E così non solo i due ragazzi di Valle d’Ombra, ma anche loro cugina Wren e lo zio Walker Boh sono coinvolti in quella che si rivelerà una vicenda di grande portata: le Quattro Terre stanno morendo, gli Ombrati stanno dilagando in esse. Occorre trovare una soluzione per salvare il mondo. Vinte la ritrosia e la diffidenza, gli eredi rispondono alla chiamata di Allanon e si recano al Perno dell’Ade per ascoltare le parole del Druido e le missioni che ha da affidargli. Par deve trovare la Spada di Shannara, un tempo custodita nel Parco del Popolo a Tyrsis e poi improvvisamente scomparsa. Wren deve ritrovare gli Elfi e farli tornare. Walker Boh deve far rivivere Paranor e i Druidi.
Imprese all’apparenza impossibili ma necessarie per salvare e guarire le Quattro Terre, per sconfiggere gli Ombrati e scoprire il mistero che li riguarda.
Mentre Walker e Wren sono restii ad accettare il loro ruolo, Par non ha dubbi e, seguito da Coll e Morgan Leah, parte nella sua ricerca, trovandosi così ad avere a che fare con i Nati Liberi, un gruppo di ribelli che si oppone al dominio della Federazione. In un viaggio ricco di colpi di scena, combattimenti con Ombrati, tradimenti e incontri speciali, Par si troverà travolto da una marea che lo sconvolgerà con la sua forza, in un turbine di emozioni e vicende che rischiano di farlo perdere, incapace di vedere dove stia la verità.
Romanzo avvincente, senza un momento di stanca, Gli Eredi di Shannara fa conoscere l’ansia e la paura che vengono dallo scappare a dall’avere a che fare con un nemico di cui non si sa nulla, la tranquillità di Pietra del Focolare, lo spettro della minaccia che la visione di Allanon ha mostrato, lo strazio della scomparsa di persone care e del tradimento. Ma mostra anche quanto può costare cara la perdita del ricordo del passato, facendo anche riflettere sulle lezioni che la storia sa dare; è vero, si è in una storia inventata, ma non si può fare a meno osservando la Federazione di pensare ai fasci/nazisti (il vestirsi di nero, utilizzare come simbolo quello di un animale predatore, il lupo, quando il regime nazista usava un’aquila) e alle persecuzioni perpetrate verso chi era considerato diverso (ebrei, polacchi, rom, neri). La stessa cosa si vede in Gli Eredi di Shannara, con la Federazione che dà la caccia e imprigiona chi usa la magia, che ha schiacciato i nani con deportazioni, sfruttamento del lavoro in quello che vuole essere un lento sterminio; senza contare che come ogni regime tenta di riscrivere la storia a proprio favore, facendo credere quello che vuole (tentativo che è stato fatto qualche hanno fa in Italia dal governo di destra, volendo revisionare i testi di storia a proprio vantaggio e tentando di far passare la destra diversamente da quello che è stata).
Un romanzo profondo, che dà importanza al rapporto con il mondo e la natura e alla sua preservazione, alla memoria e alla conoscenza delle cose. Ottimi tutti i personaggi, ben caratterizzati e approfonditi, non solo nei protagonisti, ma anche in quelli secondari dal granitico Steff all’enigmatica Teel, da Nonna Elise a Zia Jilt, dal carismatico Padishar Creel all’adorabile Damson, dallo schivo Talpa al saggio e scorbutico Cogline. Unico punto debole (attenzione: a seguire SPOILER) quando Walker Boh va alla Cripta dei Re alla ricerca della Pietra Nera: proprio lui, così riflessivo, diffidente, lascia da parte la cautela e infila la mano in un buco senza accendere una luce per vedere cosa c’è dentro. Quanto accaduto a seguito di quest’azione poteva accadere ugualmente, ma il farlo avvenire in maniera diversa avrebbe giovato alla solidità della storia, così invece è un agire sciocco di un personaggio che sciocco non è.
Tolto questo piccolo dettaglio, Gli Eredi di Shannara rimane un ottimo libro, primo romanzo della migliore saga realizzata da Brooks.

La Torre Nera - I romanzi

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La Torre Nera, la famosa serie di Stephen KingLa Torre Nera può essere considerata l’opera magna di Stephen King, quella che raccoglie in sé altri lavori dello scrittore, fungendo da fulcro d’unione di mondi e storie differenti. Un’opera buona, a tratti molto buona, anche se non può essere considerata quella più famosa o la migliore (questa dicitura spetta a L’ombra dello scorpione e It), ma che comunque rimane uno di quei lavori di King che si dovrebbero conoscere perché riecheggia di epicità, è la rivisitazione del cavaliere alla ricerca del Graal. In questo caso non si ha un uomo in armatura che segue i codici arturiani, ma un pistolero che viaggia tra i mondi e magari anche tra i tempi (come farà capire il finale della serie) alla ricerca della Torre Nera. Roland non è l’eroe senza macchia: ha le mani sporche di sangue, ha fardelli da portare per le scelte fatte, ma è risoluto, va sempre avanti, spinto da una forza che intimorisce e spaventa chi gli sta attorno. Un andare sempre avanti, a ogni costo, che gli fa perdere molte cose e anche fare delle scelte sbagliate ed è anche normale che sia così, perché quando si è concentrati solo su una cosa, la si fa diventare l’unica ragione di vita e si sacrifica tutto per essa perché è quello che conta di più, è inevitabile che si giunga a una certa conclusione (anche se da molti contestato, il finale che King ha dato alla serie è coerente con il personaggio di Roland e le sue scelte, specchio del suo voler andare sempre avanti e non accorgersi che la vita non è solo un raggiungere una meta, ma anche, e soprattutto, ciò che s’incontra durante il viaggio, che spesso dà proprio quello che si cerca, anche se non se ne è pienamente consapevoli.)
Il viaggio di Roland, per i lettori, è un cammino che dura otto romanzi (ci sono anche otto volumi in fumetti, ma verranno presi in considerazione in un’altra occasione), iniziato nel 1982 e concluso per il momento nel 2012. (Attenzione: a seguire ci sono SPOILER sull’arco narrativo della Torre Nera).

L’Ultimo Cavaliere (1982) mostra un Roland solitario impegnato a inseguire l’Uomo Nero, sua nemesi, attraversando deserti e paesi in rovina, dove vive gente altrettanto in rovina, completamente alla deriva. E’ con l’incontro con Jake, un bambino, che qui vedrà (lascerà) morire (ma che ritornerà nei volumi successivi e sarà uno dei membri del suo tet), che si scopre il passato di Roland e il motivo della sua cerca. Roland riesce a raggiungere l’Uomo Nero e avere un conciliabolo con lui, avendo rivelazioni sul suo futuro e sulla ricerca che da tanto ha in atto.
Ritenuto da diversi non molto chiaro e leggibile (King nel 2003 ha scritto una nuova versione), rimane una lettura gradevole e scorrevole, con un suo fascino particolare.

La Chiamata dei Tre (1987) comincia con Roland su una spiaggia poco dopo l’incontro con Walter (l’Uomo Nero) attaccato da un gruppo di aramostre che gli causano la perdita di alcune dita della mano destra. Menomato e ferito, il pistolero trova tre porte solitarie sulla spiaggia, ognuna che si apre sul nostro mondo in tre tempi differenti: ognuna di esse lo porterà a trovare e a portare con sé persone che lo aiuteranno a raggiungere la Torre Nera. Eddie e Susan si uniranno a lui, mentre Jack Mort si rivelerà essere il centro per fargli ritrovare Jake (uccidendolo, Roland impedisce così che questi elimini il bambino).
Romanzo dal ritmo più serrato del precedente, dove si comincia a formare il gruppo che sarà al centro della ricerca (Eddie e Susan prendono il posto di Alain e Cuthbert, i compagni di un tempo di Roland), fa conoscere attraverso i nuovi personaggi la pazzia e i lati più oscuri dell’uomo, con salti nel tempo e tra i vari mondi che tengono incollati alle pagine.

Terre desolate (1991), dopo aver visto le vicende svolgersi praticamente nel nostro mondo, sposta la sua attenzione sul Medio-Mondo, il mondo di Roland; con il ritrovamento di Jake (e la conseguenza ricucitura dello strappo temporale che lo riguarda) e l’aggiunta del bimbolo Oy (un incrocio tra un tasso, un procione, un cane con una limitata capacità di parlare), il tet si completa, mettendosi in cammino sul Sentiero del Vettore. Arrivando prima a Crocefiume e poi a Lud, il gruppo scopre che c’è un treno monorotaia che s’inoltra nelle terre desolate in direzione della Torre Nera. Tra superstiti degenerati di antiche fazioni in guerra tra loro, il pericoloso e pazzo Tick Tock (il cui vero nome è Andrew Quick, discendente di David Quick, fuorilegge leggendario) e l’ennesima comparsa di Walter, il gruppo riesce a lasciare la città di Lud prima che sia invasa da gas venefico, ma non è salva, perché ora è nelle mani di Blaine il Mono, treno senziente con solo un brandello di razionalità, ormai dominato solamente dalla follia e dalla passione per gli indovinelli. Proprio quest’ultima impedisce a Blaine di uccidere il gruppo, accentando la sfida lanciata da Roland e iniziando il viaggio attraverso le terre desolate.
Romanzo con momenti di grande tensione (quali il ritrovamento di Jake, il confronto con Blane il Mono) ed altri di stanca (il confronto con Tick Tock), si mantiene su un buon livello, lasciando con il fiato sospeso per sapere come il gruppo riuscirà ad averla vinta con il treno impazzito.

La sfera del buio (1997) riprende dove il gruppo era stato lasciato, ovvero alla sfida d’indovinelli con Blaine il Mono. Eddie con la sua antilogica riesce a distruggere il malefico treno, raggiungendo una particolare versione di Topeka nel Kansas, dove non c’è più anima viva a causa di una superifluenza. In questo scenario apocalittico, Roland racconta agli altri la storia di Susan Delgado, suo primo e vero grande amore, incontrata mentre era in missione ad Hambry per spiare le mosse del Rosso con Alain e Cuthbert. Tra streghe, intrighi di corte, tradimenti, duelli e il malefico e pericoloso Pompelmo di Maerlyn (la Sfera del Buio), Roland mostra un passato duro, fatto di decisioni spietate, ma anche toccante e straziante, dove si vede che per il suo voler (ma anche dover: sembra che sia mosso da una forza che non gli concede di fare altrimenti) andare avanti, il pistolero inevitabilmente commette degli sbagli che gli fanno perdere quello cui tiene di più, pur credendo di far bene (anche se c’è da dire che in diverse situazioni Roland è manovrato, manipolato, condizionato da altri, come succede con il Pompelmo di Maerlyn e con Marten, alias Walter).
In assoluto il miglior romanzo della serie, dove si respira l’atmosfera del selvaggio west, l’epicità di uomini di grande spessore che vivono momenti cruciali e decisivi per la storia, ma anche la tenerezza e la profondità del primo grande amore. Magnifico.

I Lupi del Calla (2003) mostra il ka-tet di Roland giungere a Calla Bryn Sturgis, un paesino dove i Lupi di Rombo di Tuono, ogni 23 anni, giungono per prendere un bambino da ogni coppia di gemelli, che ritorna pochi mesi dopo mentalmente menomato, non potendo più essere una persona normale. Qui incontrano padre Callahan (personaggio di Le notti di Salem), giunto dal nostro mondo dopo essere morto cacciando i vampiri in compagnia della Sfera del Buio. Il gruppo ora di sei membri, oltre a difendere il paese e sconfiggere i Lupi, deve difendere una rosa rossa a New York (la sua morte farebbe cadere la Torre Nera) e avere a che fare con le conseguenze di quando Susannah si occupò del demone nel cerchio di pietra (Terre desolate).
Romanzo che si mantiene sul livello del precedente volume (La Sfera del Buio), anche se di una spanna inferiore, tiene viva l’attenzione immettendo nuovi (almeno per chi non ha letto altri romanzi di King) personaggi e mostrando la grandezza dell’impresa cui il gruppo è davanti. Un’altra ottima lettura la questa serie.

La canzone di Susannah (2004) è ambientata principalmente nel nostro mondo, a New York. Susannah ha a che fare nel 1999 con la demone gravida dentro di lei, seguiti da Jake, Oy e Callahan che cercano di salvare la compagna. Roland ed Eddie viaggiano nel Maine del 1977 impegnati nella missione di proteggere la rosa rossa ed è lì che incontrano King, scoprendo che lo scrittore altro non è che un tramite per narrare le vicende della Tore Nera.
Interessante l’idea dell’incontro tra scrittore e i personaggi che ha inventato (o pensa d’aver inventato), il legame che c’è tra essi. La ricchezza d’azione non manca, è superiore agli altri cinque volumi, ma di tutti i romanzi della serie è quello meno coinvolgente, che meno rimane impresso nella mente di chi legge. Benché scritto bene, non è di certo la storia migliore della Torre Nera, anzi si può dire che è quella cui attribuire il voto più basso.

La Torre Nera (2004), il capitolo conclusivo della serie, dove i fili delle trame vengono tirati. Il demone che era in Susannah partorisce quello che è il figlio sia di Roland sia del Re Rosso e lo chiama Mordred (chiaro riferimento al figlio illegittimo e incestuoso di re Artù), che, pieno di rabbia verso il padre Bianco (il pistolero), parte alla sua caccia. Susan e Jake si ricongiungono, Callahan muore per dare una possibilità a Jake di continuare la missione. Roland ed Eddie tornano dal Maine, ritrovano gli altri e insieme fermano i Frangitori, un gruppo con poteri mentali usati per far cadere i quattro Vettori e di conseguenza la Torre (qui Roland incontra una vecchia conoscenza, Sheemie, un ragazzo che ha salvato in La sfera del buio). Eddie muore in uno scontro con i kan-toy, seguito poco dopo da Jake che salva la vita a Stephen King nell’incidente nel mondo reale che quasi gli è costato la vita. Al gruppo si unisce Patrick Danville, che avrà un ruolo chiave nello scontro finale col Re Rosso, dato che ha la capacità di rendere reali i disegni che fa. Susan capisce che la strada che stanno percorrendo porterà solo alla morte e cerca di farlo capire inutilmente a Roland; chiede a Patrick di disegnarle una porta che porti a un altro luogo e a un altro tempo, dove incontra in una realtà alternativa Eddie e Jake, qui fratelli e ancora vivi, potendo così vivere insieme.
Rimasto con Oy e Patrick, Roland continua imperterrito il suo viaggio, scontrandosi con il mostruoso figlio (è un gigantesco ragno, eredità genetica dell’altro padre) e vincendo, anche se la vittoria richiede il sacrificio del bimbolo. Giunge finalmente alla Torre e con l’aiuto di Patrick sconfigge il Re Rosso, entra nella Torre e comincia a salirla, dove ogni piano, ogni porta, riporta pezzi del suo passato. Apre l’ultima porta e nell’attimo in cui la apre si ricorda (per poi subito dimenticarsene) che questa è una cosa che ha fatto centinaia di altre volte e che sarà costretto a farla (come si capirà dalla serie a fumetti, lui è maledetto, una maledizione che ha lanciato lui stesso per aver ucciso involontariamente Alain) finché non avrà imparato a fare scelte diverse. E così Roland si ritrova dove aveva iniziato l’inseguimento all’Uomo in Nero, guarito dalle menomazione alla mano, di nuovo con le due pistole, ma anche con il Corno perso a Jericho Hill, l’ultima battaglia dei pistoleri contro l’esercito del Rosso, segno che c’è una speranza di spezzare il suo destino.
Romanzo con momenti epici (Roland che sale la Torre, il sacrificio di Callahan), strazianti (la morte di Eddie, Jake e Oy), pieni di speranza (la scelta di Susan), ma anche con momenti davvero di stanca, dove si fa fatica ad andare avanti (la parte di Mia è davvero pesante), poteva essere molto più gradevole se fossero stati fatti dei tagli e fosse stato meno prolisso, il degno volume conclusivo di una saga epica. Seppur contestato da diversi, il finale è quello giusto perché rispecchia la natura a la storia che ha caratterizzato Roland; certo è un finale amaro e duro da digerire, ma è questo che il pistolero ha costruito e che ben rappresenta il suo modo di essere.

La Leggenda del vento (2012) è un po’ come La Sfera del Buio, con Roland che racconta ai compagni parte del suo passato mentre si riparano da una tempesta. Cronologicamente collocabile prima di I Lupi del Callah, è una storia gradevole, che però nulla aggiunge alla trama principale della ricerca della Torre Nera, se non scoprire un altro pezzo della storia del pistolero.

In definitiva, la serie di la Torre Nera non può che essere promossa, ritenuta più che positiva, sia per quanto ha saputo mostrare, sia per quanto ha creato, sia per la sua ampiezza, dato che ha collegato tra loro mondi e tempi diversi, volendo dare un legame a quanto è stato creato nella lunga carriera di King. E’ in essa che si trovano riferimenti ad altre sue opere quali Gli occhi del drago, Le notti di Salem, Cuori in Atlantide, Mucchio d’ossa, L’ombra dello Scorpione, La casa del Buio, Rose Madder, Il talismano, Insomnia, It, Desperation.
La rivisitazione del cavaliere e della ricerca del Graal, il pistolero ispirato a Clint Eastwood, il mondo centrale che è perno per altri mondi, lo scrittore che incontra i personaggi da lui creati e da esso c’è un confronto che mette in dubbio che lui ne sia il creatore, rivelando che invece è un semplice osservatore che riporta le vicende di mondi su cui apre una finestra e guarda (anzi, i personaggi rivelano avere un ruolo importante nello spingere King a continuare a scrivere di loro e della loro storia, che in un qualche modo lo salvano), sono solo alcuni degli elementi che rendono particolare e meritevole d’essere letta questa saga che riesce a unire dentro di sé vari generi (western, horror, fantasy e fantascienza), facendola essere di grande respiro. Certo non è perfetta, ha i suoi punti deboli, ma questo non inficia certo la sua bontà, che rimane davvero alta.

La città delle ombre

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la città delle ombreLa città delle ombre è un romanzo realizzato nel 1989 da Richard Awlinson, primo volume della trilogia di Avatara, le cui vicende si svolgono nei Forgottem Realms, famosa ambientazione del gioco di ruolo AD&D della TSR. Pubblicato in Italia da Armenia nel 2001 a seguito del successo avuto dai videogiochi della Black Isle ambientati nel mondo dei Forgotten Realms (in special modo la serie di Baldur’s Gate, di cui precede gli eventi accaduti in questa saga videoludica), il romanzo parte dalla cacciata degli Dei dalle Pianure a seguito del furto delle Tavole di Lord Ao. Gli dei, costretti a incarnarsi in un avatar per poter tornare nel luogo di origine, si ritrovano a essere menomati nei poteri, senza contare che la magia, sia di origine stregonesca sia di origine chiericale, è diventata caotica, con effetti imprevedibili.
In questo volume le vicende ruotano attorno a quattro personaggi (la maga Mezzanotte, il ladro Cyric, il sacerdote Adon e il guerriero Kelemvor) che si ritrovano coinvolti nello scontro tra gli dei Mystra e Dissidio, prendendo le parti della prima per aiutarla a liberarsi dalla prigionia del nemico e poter raggiungere il tanto agognato obiettivo.
Lo spunto da cui parte il tutto è interessante (la cacciata degli dei, la magia che diventa instabile), com’è affascinante l’ambientazione dei Forgottem Realms, una delle più ricche create da Ed Greenwood, che ha dato il via a tante avventure, sia letterarie sia di semplice gioco.
I punti positivi del romanzo finiscono qui. La prosa non è certo delle migliori (il testo risente di un pessimo editing a livello di punteggiatura, non si sa se perché scritto così originariamente o a causa della traduzione), i dialoghi sono spesso banali e stereotipati, la caratterizzazione dei personaggi è tale che non si prova empatia per loro, neppure un poco di curiosità per le loro vicende. La trama sembra una delle tante sedute di gioco fatte tra amici per passare un pomeriggio o una sera a divertirsi: funzionale come passatempo, ma inadatta a essere un romanzo.
La città delle ombre è un romanzo mediocre, esempio di come non si dovrebbe scrivere una storia, sviluppare trame e personaggi, tipico prodotto che è valso a dare al fantasy la connotazione di letteratura di serie B, facendolo disprezzare e sottovalutare.

Tecnologia insicura

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La tecnologia è qualcosa di utile, che velocizza quello che si fa. Con un click o un semplice comando vocale si può far avviare a distanza il riscaldamento di casa, si possono fare operazioni bancarie, pagamenti; praticamente si sta arrivando ad avere tutto sotto controllo con un solo dispositivo quale può essere uno smartphone. Si è di fronte a un qualcosa dove tutto sembra facile, veloce e bello, che viene sostenuto e pubblicizzato con forza, dove si incita a essere sempre connessi alla rete, come se essa fosse una panacea, una El Dorado.
Ma non è tutto oro quello che luccica.
Innanzitutto, se viene a mancare l’energia elettrica tutto diventa inservibile.
Stessa cosa se i dispositivi di comando si rompono, cosa nient’affatto improbabile, vista la fragilità dei loro componenti e il fatto che spesso non sono di prima qualità perché si vuole risparmiare.
Ma i problemi non si limitano solo a questi punti: c’è anche la questione della sicurezza. Sì, perché tutti questi dispositivi si basano su software e tali software non sono tanti sicuri, sono spesso facilmente bucabili. Presi dall’entusiasmo della novità, di accaparrarsi le fette di mercato maggiore, non ci si è preoccupati dalla sicurezza e così ci si ritrova vulnerabili agli attacchi di hacker. Dati rubati, conti prosciugati, ma anche veri e propri pericoli materiali. Tutto quello che viene controllato dalla rete, se il suo sistema viene hackerato, può essere usato contro chi lo usa. Telecamere e webcam possono essere usate per spiare e controllare i movimenti delle persone per poi magari ricattarle oppure entrare in casa quando non c’è nessuno.
Si può bloccare il traffico, lasciare una città senz’acqua o prive di energia elettrica, le catene di montaggio delle aziende possono essere bloccate.
Si possono bloccare i freni o il motore di un’auto in corsa. Cosa ancora peggiore, si possono disabilitare dispositivi medicali quali pompe per insulina e pacemaker intelligenti, anche far morire a distanza le persone.
Lo scenario così tanto ben pubblicizzato ha un grosso lato oscuro e si avrà in futuro un nuovo tipo di criminalità, molto più diffuso di quello attuale. Il problema non sta solo nella sicurezza dei dispositivi, ma anche che non si è preparati a fronteggiare un simile genere di criminalità.
Nell’attesa di avere una sicurezza e una protezione maggiore su rete e dispositivi, è consigliato avere una maggiore cautela e magari anche diffidenza verso i dispostivi elettronici e non affidarsi totalmente a essi per risparmiare un po’ di fatica. Meno entusiasmo e semplicismo e più usare la propria testa non fanno certo male, anzi, c’è tutto da guadagnare.