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Giustizia: che fine ha fatto?

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Dialogo tra V e Giustizia
Dialogo tra V e Giustizia
Dialogo tra V e Giustizia

Dialogo tra V e Giustizia

Che fine ha fatto la giustizia?
Una domanda che ci si pone non solo per il caso Azzolini di questi giorni (è solo l’ultimo di tanti), ma perché è una cosa che si ripete da anni (in Italia purtroppo ci si è tristemente abituati a furia di scandali, corruzioni, salvataggi vari per fini di potere), si può dire da quando esiste la società umana.
Le leggi dovrebbero essere uguali per tutti e nessuno dovrebbe essere al di sopra di esse.
Purtroppo invece si deve costatare che esistono persone, specie politici e chi detiene denaro e potere, per cui si applica un peso diverso di giudizio, che spesso li assolve anche se sono colpevoli.
Non ci si deve meravigliare se poi si finisce col non credere più nella giustizia.
Come scrive George Orwell in La fattoria degli animali tutti gli animali sono eguali ma alcuni animali sono più eguali degli altri“.

Il corno

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Un breve racconto fantasy umoristico per sorridere un po’.

cornoCinquant’anni, una vita trascorsa tra tomi polverosi, cimiteri abbandonati, laboratori impregnati dall’odore dolciastro della decomposizione, impegnato ad accumulare sempre più sapere ed eccolo in una situazione inverosimile.
“Dalla conoscenza viene potere.” Ripeteva sempre il suo maestro di necromanzia. Ma se aveva accumulato così tanto potere, perché era finito dentro un loculo per orchi, per di più delle dimensioni di un topo?
La risposta era sul fondo. «La prossima volta che tocchi qualcosa senza permesso, ti trasformo in ghoul.»
Il nano continuò ad affilare l’ascia. «Non sapevo che era una cosa incantata.»
«Siamo nella tana di un orco magi e ti meravigli che ci siano oggetti magici.» A Jardin partì un’imprecazione in elfico.
«Occhio, orecchie a punta: capisco il tuo idioma.» Il suono metallico della lama che veniva affilata accompagnò il tono serafico del nano.
L’elfo portò una mano alla faretra e una all’arco. «Vuoi che passi dalle parole ai fatti? Ti vedo anche al buio.»
Selidor si lasciò andare contro la parete. Un umano, un elfo e un nano rinchiusi in un sepolcro, perché il mentecatto che gli arrivava a malapena all’ombelico aveva ribattuto a un commento proprio nell’attimo in cui prendeva in mano un raro Opale dei Desideri.
“Vorrei che provaste a essere come topi chiusi in una tomba.”Il nano era sbottato tirando una manata sulla pietra lucente sopra il tavolo. “E vorrei esserci per sentire cosa avete da dire.”
Un lampo ed eccoli nelle tenebre del sepolcro. Represse l’impulso di trasformare il nano in uno scheletro ballerino. “Meglio di no: il rumore d’ossa che sbatacchiano sulla pietra sarebbe troppo fastidioso.”
E dire che era una missione facile quella intrapresa con Jardin: recuperare un corno d’orco magi per realizzare l’antidoto al morbo di Huxcrahimer, prima che riducesse gli gnomi di Valleiden in zombi putrefatti.
Dato il buon cuore e l’insegnamento nobiliare ricevuto, l’elfo non aveva esitato a prestare il proprio aiuto agli abitanti del villaggio. Un comportamento prevedibile. Come il suo, d’altronde: aveva accettato di accompagnarlo perché per caso sapeva che nella biblioteca del villaggio c’era un antico grimorio d’arti oscure. Grimorio che avrebbe avuto come ricompensa per il proprio servigio.
Un lavoro da niente e invece eccoli lì. Sbatté il pugno contro la pietra.
«Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.»
Selidor volse il capo verso la voce del nano. «Cosa vuoi dire?»
«Se non foste venuti tra queste montagne non vi trovereste nei pasticci.»
«Se avessi tenuto le mani a posto, non saremmo nei guai» ribatté acido Jardin.
«Basta!» scattò Selidor. «Non serve recriminare.» Si strinse addosso il mantello. «Se solo avessimo l’opale: con il desiderio che avanza potremmo uscire da qui.»
«Se la soluzione è questa, non c’è problema» rispose con calma il nano. «E’ qui con me.»
Nel sepolcro tornò a calare un silenzio di tomba.
«L’avevi e non hai detto nulla» il sussurro dell’elfo era teso dall’ira.
«Non l’avete chiesto.»
L’aria risuonò del vibrare di una corda, infranta da un tintinnio metallico.
«Ascia batte freccia» disse il nano con sicumera.
Selidor si alzò in piedi. «A dopo i chiarimenti. Esprimi il desiderio e facci uscire di qui.»
«E se volessi tenerlo per me?»
«Se non ci fai uscire di qui, ti riduco in cenere all’istante.»
Il nano sbuffò. «D’accordo. Dovevo dare ascolto alla mia vecchia e stare lontano dagli stranieri.» Tirò su con il naso e sputò. «Vorrei che quanti sono qua dentro ne escano e ritornino alla vita che conducevano prima di finire in questa tomba.»
Un lampo e si ritrovarono nella caverna.
«Tutto è tornato alla normalità» sospirò Jardin rimirando il corpo tornato alle solite dimensioni.
«Non direi» brontolò una voce contrariata alle loro spalle. «Qualcuno vuol spiegare chi ha spostato i mobili nella mia casa? E soprattutto, che cosa ci fa una freccia in una mia orbita?»
“Maledizione. Oggi non ne va dritta una.” Selidor lentamente si voltò, pensando a cosa dire al redivivo orco magi.

Mad Max : Fury Road

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Mad Max: Fury RoadMad Max: Fury Road mantiene le premesse non solo d’intrattenimento (il binomio belle donne/motori si conferma una ricetta di successo), ma anche lo spirito della prima trilogia, soprattutto del secondo film, cui trae molta ispirazione a livello di trama e di eventi.
Quando venne data la notizia di un quarto film sul guerriero della strada, non ne fui molto convinto, timoroso che la serie venisse rovinata, perdendo le caratteristiche che l’avevano fatta apprezzare in nome della spettacolarità (purtroppo reboot, remake, hanno fin troppo spesso dimostrato la loro mediocrità); è vero che il regista, George Miller, è sempre lo stesso, ma alle volte questo non è garanzia di qualità, dato che la verve può essere andata perduta (vedasi George Lucas con la seconda trilogia di Guerre Stellari) o si è adeguata alla commercialità (altro campo, ma si prenda l’esempio di Terry Brooks con le produzioni realizzate dopo il ciclo degli Eredi di Shannara).
Con piacere deve dire che il film è stato superiore alle attese. Adrenalinico, mai un momento di stanca, mai banale, teso, avvincente, è quasi alla pari con Interceptor – Il Guerriero della strada (il secondo film della serie ha un che di epico, di desolazione e perdita, che manca a Mad Max: Fury Road), la pellicola migliore girata da Miller. Certo non è perfetto. Tom Hardy non ha il carisma di Mel Gibson (in certi momenti non sembra altro che un bruto che sa a malapena parlare). Il motore V8 adorato come una divinità poteva essere evitato, così come certi riferimenti al Valhalla e alla morte gloriosa da trovare sulla strada. Ma si è in un mondo impazzito e si è voluto portare tutto all’estremo, dai mezzi agli antagonisti che inseguono il gruppo di fuggitivi. Ora non sono solo il carburante, l’acqua, il cibo, i beni più preziosi richiesti in un mondo desertico, ma anche chi non è contaminato, non ha patologie tumorali, deformazioni che ne condizionano la vita e perciò possiede sangue “puro” da usare per trasfusioni. Chi è sano viene catturato per essere usato come sacca donatrice di sangue, permettendo così di continuare a vivere a chi è malato. E’ così che Max si trova imprigionato e usato dai Figli della Guerra guidati da Immortan Joe, un despota che guida una cittadina ossessionato dall’avere dal suo harem di belle donne dei figli sani (e non menomati come quelli che ha già, uno un gigante ritardato, l’altro un nano deforme, che tanto ricordano il duo di Mad Max – Oltre la sfera del tuono, Master/Blaster).
Questo naturalmente prima che l’Imperatrice Furiosa (ottima l’interpretazione di Charlize Theron) non cerchi di raggiungere con una blindocisterna le Terre Verdi assieme alle donne cui Immortan tiene tanto e che vogliono essere finalmente libere. Dapprima Max è risoluto a pensare solo per sé e alla sua sopravvivenza, incarnando il perfetto esempio di solitario che non vuole più avere a che fare con gli altri e l’umanità (questo a seguito della perdita della moglie e della figlia), poi coinvolto nell’aiutare il gruppo disperato a trovare una speranza all’apparenza impossibile (e magari così facendo trovare quella redenzione capace di dargli un po’ di pace, come fa Nux, dapprima un Figlio della Guerra e poi eroe che si sacrifica per salvare i fuggitivi).
La maggior parte del film s’incentra sull’inseguimento della blindocisterna e la sua difesa da parte di Max e Fuoriosa (vera protagonista del film e capace di mettere da parte Max, relegandolo al ruolo di comprimario), che ricorda molto quanto visto in Interceptor – Il guerriero della strada (a Miller piace autocitarsi: già quando appare Valchiria, una delle Molte Madri, si sa che morirà durante il viaggio di ritorno alla cittadella combattendo contro gli uomini di Immortan, proprio come successo alla donna guerriera che fa parte del convoglio guidata da Max/Gibson).
Coma, the Doof Warrior, interpretato da iOTAVisivamente spettacolare, esplosioni, rombi di motori e sleghi di chitarra all’ennesima potenza (il personaggio di Coma, the Doof Warrior, interpretato da iOTA, è totalmente inutile, un tamarro di prima categoria, ma quando appare sullo schermo trascina lo spettatore con le sue movenze e la sua musica), lascia anche un po’ di spazio alla riflessione, oltre un messaggio di speranza per un mondo in rovina che può ancora riprendersi.

Ora due osservazioni a margine del film, che da esse prendono spunto.
Semmai ci sarà qualcuno che vorrà girare un film o una serie televisiva su Le Cronache della Folgoluce di Brandon Sanderson, è da contattare assolutamente chi ha realizzato gli effetti speciali di Mad Max : Fury Road: la tempesta di sabbia mi ha fatto subito venire in mente un’altempesta ed è stata fatta veramente bene, potente, distruttiva, impressionante. Magari Miller ha letto il lavoro di Sanderson e gli è talmente piaciuto questo elemento che ha voluto usarlo anche lui ;).
La scena in cui Furiosa, raggiunte le Molte Madri, scopre che la meta cui ha sempre cercato, le Terre Verdi, non esiste più, è praticamente la stessa in cui Guerriero scopre da Maestro che Luna Azzurra è qualcosa che non esiste: per entrambi c’è il crollo della speranza, l’infrangersi del sogno, la perdita della ragione di vita. Questo non vuol essere un mettere a paragone Mad Max: Fury Road con L’Ultimo Potere, né dire che uno ha preso ispirazione dall’altro (L’Ultimo Potere è del 2011 e Miller non ha certo preso spunto da qualcosa che non credo proprio sia di sua conoscenza), ma dimostrare che l’uomo, in forme e tempi diversi, narra le stesse situazioni, mostrandole ad altri perché la consapevolezza non vada perduta e sia d’aiuto agli altri per andare avanti.

Le avventure di Cugel l'Astuto

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Le Avventure di Cugel l'Astuto di Jack VanceSecondo capitolo della Terra Morente di Jack Vance, Le avventure di Cugel l’Astuto si presenta come un romanzo che racconta di un mondo con il suo sole prossimo a spegnersi. Un mondo decadente, come le società e gli uomini che vi abitano, ricco di magia, stranezze e insensatezze. Proprio su queste Vance si concentra, mostrando con una certa ironia le illogicità che sono presenti anche nella nostra realtà, seppur dandogli un aspetto differente. Il quadro che disegna, dietro la facciata ironica, non è certo confortante, dato che non si salva nessuno: tutti tentano di fregare e ingannare il prossimo, è tutto un raggirare e sfruttare. E tutti fanno in un modo o nell’altra una brutta fine (che non necessariamente significa andare incontro alla morte).
Questo Mondo Morente e il suo essere vengono mostrati attraverso le vicende di Cugel l’Astuto (appellativo che si è dato lui stesso, ma che di astuto ha ben poco, dato che si caccia in un guaio peggiore del precedente), che tentando di fregare il Mago Beffardo Iucounu si ritrova catapultato in una landa lontana, impegnato in una ricerca che una volta portata a termine lo vedrà intraprendere un lungo viaggio di ritorno. Tra lenti che alterano la realtà facendola sembrare un luogo paradisiaco, paesi che debbono sempre avere qualcuno di guardia per non risvegliare un’antica presenza, totalità e nullità, viaggi nel tempo, pellegrinaggi e uomini-ratto che rapiscono persone, il viaggio si conclude da dove era cominciato, con Cugel che, non ascoltando l’assennato consiglio Zaraides il Saggio, si ritrova nello stesso punto in cui le sue sventure sono iniziate.
Romanzo più cinico del precedente volume, Le avventure di Cugel l’Astuto sotto il velo di ironia non lascia speranze per i personaggi e per l’umanità, specchio di un mondo dove ormai tutto è decaduto e non c’è più nulla da salvare, ma solo cercare di arraffare quanto più possibile.

5 cm per second

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Quanto può condizionare qualcosa di non detto? Quanto può cambiare la vita?
Alle volte davvero tanto: una semplice frase non pronunciata può far prendere all’esistenza un corso diverso, ancora di più se dietro di essa si nasconde un forte sentimento come un amore non rivelato. A tanti, specie in gioventù, per inesperienza, insicurezza, paura, è capitato di non trovare la forza di aprire il proprio cuore alla persona di cui si era innamorati, intimoriti da un sentimento che sembrava troppo grande. Nell’attimo in cui si vive tale esperienza, il rimpianto, il dolore che si prova pare assoluto, che possa durare per sempre; crescendo, le cose cambiano, il sentimento che c’era prima svanisce e ci si accorge che la vita va avanti, provando tenerezza e dolcezza per quanto passato, alle volte anche accorgendosi che è stato meglio così.
Ma alle volte non si riesce a staccarsi da un certo sentimento e si rimane ancorati a esso: è allora che le parole non dette diventano un macigno, un fantasma che segue come un’ombra, non lasciando più liberi, facendo sì che non ci si accorga delle tante opportunità che la vita ha da offrire, inseguendo qualcosa che è oltre le proprie possibilità.
Di questa realtà è perfetta incarnazione Takaki Toono, personaggio creato da Makoto Shinkai per il film d’animazione 5 cm per second, dove viene mostrato un percorso che dalla prima adolescenza si protrae fino all’età adulta. Il regista mostra l’inizio di un amore tra Takaki e Akari, studenti delle elementari con la passione per i libri: questo li avvicina e fa nascere un legame che diventa sempre più forte, ma purtroppo, per il lavoro dei genitori che sempre si devono trasferire, si trovano allontanati l’uno dall’altra. Rimangono in contatto scrivendosi lettere, decisi a non far morire il legame, convinti che il loro sentimento possa durare per sempre. Si rincontrano in una notte di neve, dopo un lungo viaggio tribolato di Takaki in treno, quando le condizioni meteo parevano ormai far saltare il loro ultimo incontro. Ed è un incontro magico nel silenzio della notte innevata, con il loro primo e unico bacio dato sotto un ciliegio. Un incontro carico di promesse, di speranze, che sembra eterno, ma che nello stesso in cui viene formulato tale pensiero si capisce che i due non potranno rimanere insieme, dovendo affrontare lontani uno dall’altra una vita desolata e un tempo infinito. In un mattino luminoso si separano e nessuno dei due riesce a trovare il modo di rivelare il sentimento che prova per l’altro, né a parole, né con la lettera che hanno scritto (Takaki l’ha persa in mezzo alla neve cambiando treno, Akari non ha il coraggio di consegnarla).
una scena di 5 cm per secondMa se crescendo Akari riesce ad andare avanti, provando dolcezza per il periodo passato, Takaki rimane ancorato a quel momento e a quel sentimento, covando nel cuore la speranza di rincontrarla, sognando di passare dei momenti insieme a lei: è questo che fa quando si siede su una collina a guardare le stelle, immaginando di averla al suo fianco. Così facendo non si accorge dell’amore che prova per lui una sua compagna di classe, Kanae, che tristemente si rende conto che lui non potrà mai amarla perché il suo cuore è rivolto verso un’altra persona: è come se fosse un cosmonauta con lo sguardo fisso e perso nell’infinito dello spazio aperto, che avanza spinto dalla convinzione che in fondo all’abisso profondo debbano esserci i misteri dell’universo, cercando di avvicinarli. Magnifico è il parallelo Takaki/astronauta che avanza nell’universo verso una meta ignota e lontana, creando un’immagine appropriata con il rincorrere un tempo, una situazione passati e che più non ritorneranno, simbolo di qualcosa d’irraggiungibile. Anche qui, con Kanoe, abbiamo parole non dette, un amore che non riesce a essere rivelato, lasciando così rimpianto e perdita di qualcosa di unico e prezioso, e tanta, tanta tristezza.
Takaki cresce, diventa adulto, ha solo cercato di andare avanti, aspettando qualcosa che forse era al di là della sua portata, tuffandosi nel lavoro, convinto che se avesse tenuto duro, qualcosa sarebbe accaduto.
E qualcosa in effetti accade. Ritornato a Tokyo, a un passaggio a livello, incrocia di nuovo Akari e si avvera la convinzione che avevano da adolescenti che avrebbero rivisto insieme i ciliegi in fiore. Ma si avvera in un modo ben diverso da quanto desiderato, una coincidenza non voluta, fugace, della durata di un istante, che lascia un senso di amaro, perché fa rendere conto che quel sentimento tanto forte che per anni l’ha accompagnato ora non c’è più, è definitivamente, inesorabilmente sparito. La vita, le persone, sono andate avanti e non hanno aspettato, hanno lasciato indietro quel passato, e quanto legato a esso, cui tanto Takaki era rimasto attaccato. Le parole non dette, i sogni cullati su di esse, appartengono solo al mondo dei ricordi e non sono più parte della vita reale e tutto quel ricercare in luoghi dove è impossibile incontrare la persona centro dei propri sentimenti, quell’aspettare, sono stati solo un modo per crogiolarsi in emozioni trascorse, belle, ma che non possono più tornare, rendendo il solo fatto di vivere una riserva di montagne di tristezza.
5 cm per second può essere considerato un capolavoro non solo a livello grafico (davvero ben realizzati i disegni), musicale e di regia, ma soprattutto per il tatto, la profondità, la sensibilità con la quale sono stati trattati i personaggi e i loro sentimenti. Una storia magnifica perché racconta di vita e lo fa in un modo che se ne viene toccati a fondo. Una storia universale, che comunica a tutti perché parla di esperienze, stati d’animo che chiunque almeno una volta nell’esistenza ha vissuto.
Una visione davvero consigliata, perché 5 cm per second è uno di quei film che non si dimenticano, che rimangono dentro come pochi sanno fare.

lepre

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lepre

La serie tv di Shannara

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prima immagine della serie tv di ShannaraDa pochi giorni è stata lanciata la prima foto ufficiale della serie televisiva dedicata al mondo di Shannara di Terry Brooks, e in particolare al suo inizio, Le Pietre Magiche di Shannara (secondo romanzo del mondo di Shannara, preferito a La Spada di Shannara perché ritenuto più adatto a far partire il tutto). I proclami, come sempre, sono entusiasti, ma per chi vuole essere obiettivo da quanto visto e letto in rete non può essere così, anzi il giudizio non può essere certo positivo. Gli attori scelti non sembrano essere adatti ai ruoli, non è stata fatta una selezione adeguata alle caratteristiche lette nei libri; è vero che ognuno si fa un’immagine personale del personaggio ed è impossibile che corrisponda a chi interpreterà il suo ruolo, ma un minimo di attinenza servirebbe. Si prenda l’esempio di Amberle, un’elfa piccola e minuta, che ha fatto una scelta radicale di vita e non possiede alcun potere magico, trasformata in una ragazza dotata di magia, che usa la spada e soprattutto più alta del suo corrispondente cartaceo (osservare l’immagine postata per vedere che è più grande dell’attrice che interpreta Eretria, cosa che invece non è così nel romanzo). Un cambiamento spinto dal voler dare al pubblico personaggi femminili forti, delle eroine, come pare adesso andare di moda, perché così si raggiunge e si coinvolge un maggior numero di persone. Di per sé la scelta potrebbe anche essere accettata, se non fosse che va a stravolgere lo spirito del libro. E’ sbagliato andare a cambiare un lavoro che è ottimo e ha avuto un grande successo; questa mania di adattarsi ai tempi, di dare al pubblico quello che vuole, è un grosso errore. Le Pietre Magiche di Shannara ha avuto successo, è piaciuto a più di una generazione proprio per come è stato creato; lo stravolgimento che verrà fatto nella serie televisiva porterà a fare un lavoro mediocre, proprio come è stato fatto con La Spada della Verità e, visti gli scarsi risultati da questa serie, non ci si prospetta di vedere dei seguiti, dato che si è bruciato prodotto e mercato.
Quello soprattutto che colpisce e fa pensare è che Terry Brooks è soddisfatto ed entusiasta del lavoro svolto. A questo punto si è di fronte a due strade: o allo scrittore viene dato un lauto compenso (e per questo è contento per il guadagno) oppure pur di vedere il suo lavoro sullo schermo e avere notorietà è pronto ad accettare di tutto, anche a stravolgere il suo lavoro (e questo significa che si è perso del tutto nella commercialità, vendendosi al mercato e al solo fare soldi). Ci sono stati autori che si sono infuriati per le trasposizioni su pellicola delle loro opere (per esempio Michael Ende con La Storia Infinita, o Alan Moore con Watchmen, e dire che con quest’ultimo era stato fatto anche un buon lavoro, rispettando non solo lo spirito del fumetto, ma anche in buona parte la trama); il comportamento di Brooks fa riflettere, soprattutto dimostra una caduta non solo di stile, ma anche di rispetto, perché un autore non dovrebbe permettere che si stravolga il proprio lavoro per venderlo alla massa e accontentare i dettami del momento: è una questione di onestà per il proprio operato, ma soprattutto per se stessi. Magari si può essere portati a credere che adeguandosi si abbia da guadagnarci, invece si ha tutto e solo da perdere.

Le due torri

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Non sono le due torri di Il Signore degli anelli, né quelle di Bologna, ma la natura sa fare, anche nel piccolo, delle opere che colpiscono.

Straniero in terra straniera

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straniero in terra stranieraStraniero in terra straniera, quando venne pubblicato per la prima volta nel 1961, subì pesanti tagli (quasi un quarto del volume venne eliminato) perché la casa editrice ritenne che avrebbe potuto risultare offensivo per i gusti e la morale dell’epoca. Per certi versi il romanzo di Robert A. Heinlein fu considerato qualcosa troppo vicino ai figli dei fiori, troppo libertino per come tratta argomenti come il sesso, la proprietà, il denaro. E’ stato solo nel 1989, anno successivo la morte di Heinlein, quando venne rinnovato il copyright di Straniero in terra straniera, che il volume poté essere pubblicato nella sua versione originale. Infatti, nel 1976 negli Stati Uniti fu varata dal Congresso una legge sui diritti d’autore secondo la quale, nel caso un autore morisse e gli eredi rinnovassero i copyright, qualsiasi contratto precedente veniva automaticamente cancellato. Heinlein aveva conservato una copia del manoscritto originale in un file custodito presso la biblioteca dell’Università della California di Santa Cruz e la moglie, confrontando la prima versione con quella pubblicata, comprese il grosso errore dell’effettuare i tagli; parlandone con l’agente di Robert, ebbe modo di far prevalere le sue ragioni e stessa cosa avvenne con i redattori della casa editrice (che nel frattempo erano cambiati), convenendo anche loro come l’originale fosse migliore di quella censurata.
E così, dopo quasi trent’anni dalla sua prima uscita, i lettori hanno avuto modo di leggere quella che forse è l’opera migliore di Heinlein. Un romanzo di fantascienza, questo è certo, ma Straniero in terra straniera è un’opera che traveste il messaggio originale del Vangelo, trasmettendo quello che voleva essere lo spirito di libertà, consapevolezza e crescita che veniva dalla conoscenza di se stessi, della realtà e della vita. La proprietà e il denaro non sono visti come qualcosa di così importante come invece è sempre stato per le istituzioni e le società, mentre invece il sesso viene ritenuto un modo per avvicinare le persone, perché considerato (come a esempio nella kabbalah) un’esperienza angelica, che eleva gli individui. Quanto mostrato da Heinlein non va inteso come libertinaggio, come un fare sesso sempre e con chiunque, ma un modo d’intendere il sesso libero da tabù, da ossessioni, sfruttamenti, soprattutto dalla gelosia e dalla possessività, come qualcosa di naturale, senza quelle limitazioni create dalle morali delle cosiddette società, che spesso sono ipocrite e non fanno che addossare pesi alle persone, rovinandogli l’esistenza.
E’ attraverso Valentine Michael Smith, figlio di due membri della prima spedizione su Marte (di cui è erede di una grande eredità finanziaria), cresciuto dai marziani e poi riportato da adulto sulla Terra da una successiva spedizione, che si conosce una mentalità che appare straniera, si può dire propriamente aliena, in un mondo limitato da tante morali e leggi che cercano solo di sfruttare l’individuo. In un percorso di crescita che lo vede da individuo ingenuo, che si fida di tutti e per questo capace di essere sfruttato da chiunque, divenire, grazie all’aiuto di Jubal Harshaw (che significa “padre di tutti”) e delle esperienze che fa grazie alle persone che incontra, quella guida, quel messia giunto sulla Terra per mostrare una via che fa comprendere meglio e rendere migliore l’esistenza. E’ attraverso le esperienze, il contatto con i suoi simili umani (anche se lui è stato educato con una mentalità marziana, atta a non avere fretta, a cercare di conoscere a fondo le cose, senza dare importanza a cose come proprietà, denaro, morte, dato che quest’ultima è solo uno stato di passaggio per altri livelli d’esistenza), che Michael arriva a grokkare (termine marziano dai tanti significati quali a esempio bere, comprendere, fare proprio) gli esseri umani (cosa in cui riesce dopo aver assistito allo zoo a una scena tra alcune scimmie e aver compreso il dolore e il motivo per cui si ride) e proprio per questo aiutarli a evolvere, a compiere quelli che comunemente vengono chiamati miracoli, ma che altro non sono che la manifestazione di una maggiore comprensione dell’esistenza e permettono non solo di spostare o far sparire gli oggetti senza toccarli, ma anche cambiare il proprio corpo e mantenerlo sempre in salute, inattaccabile dalle malattie, agli effetti dell’alcool, delle droghe, dei veleni.
Una via però che pochi sono in grado di comprendere e seguire, mentre i più non solo non la riescono a capire, vedendola come male, come eresia, peccato, crimine, qualcosa da eliminare, distruggere (proprio come accaduto a Gesù, perseguitato e messo a morte dai Sommi Sacerdoti perché lo ritenevano un pericolo per il potere loro e della loro istituzione religiosa), perché l’umanità non è in grado di concepire qualcosa che viene dato gratuitamente (troppo abituata a dover pagare, fare fatica per ottenere le cose) e che serve a rendere liberi.
Una via dove la bontà, le buone intenzioni non bastano, perché da sole portano solo all’inferno ed è per questo che occorre quella saggezza, che in apparenza sembra cinismo e disincanto, che Jubal ha dato a Michael quando è vissuto sotto il suo tetto e lo proteggeva da chi voleva appropriarsi delle sue ricchezze, insegnandogli, attraverso le discussioni che avevano, il modo di fare di un mondo a lui straniero. Michael (da notare che il nome dell’Uomo di Marte è lo stesso dell’Arcangelo Michele, di cui lui è incarnazione sulla Terra, e di come queste figure compaiono nel romanzo, associate agli Anziani che vivono su Marte) grokka che l’umanità impiegherà tempo a cambiare, centinaia, forse migliaia di anni (e forse non cambierà mai del tutto) e divenire quel modello che lui vuol trasmettere; grokka che pochi capiranno il significato della frase che lui e chi lo segue usano, “Tu sei Dio” (riprendendo una frase usata da Gesù nel Vangelo “Voi siete dei“, indicando così la presenza dell’essere divino in tutto ciò che è vivo), indice delle illimitate capacità dell’uomo se ha la volontà di cambiare, di conoscere, di comprendere (ma anche una sfida, una rivendicazione della propria responsabilità personale), mentre i più riterranno simili parole come offese alla loro cosiddetta morale e per questo ricercheranno di mettere in pratica quella sorta di distorta giustizia che altro non è che un modo per dare sfogo alla rabbia e alla violenza insiste e represse nel loro animo. Come avvenuto con Gesù, fatto morire di morte violenta in croce dopo lunga tortura e agonia, anche Michael verrà brutalmente ucciso a colpi di sassi, fucile e bruciato vivo prima di scorporarsi. Una morte brutale che però non sconvolge chi l’ha seguito, perché hanno compreso il suo insegnamento e lo portano avanti, grokkandolo alla fine nella sua pienezza mangiando il suo corpo (un onore e qualcosa di naturale per chi viene da Marte), in quello che è un atto che tanto ricorda la cerimonia eucaristica della religione cristiana (un memoriale simbolo dove ci si ciba del corpo di Cristo offerto perché si possa crescere in conoscenza e consapevolezza).
Romanzo in prevalenza dedicato ai dialoghi e alle dissertazioni dei personaggi (in particolare di Jubal, il cui duro realismo contrasta l’idealismo e il misticismo di Michael), Straniero in terra straniera si rivela essere un’opera di critica, rivoluzionaria per l’epoca in cui è stata scritta, con una prima parte dedicata alle mosse delle varie parti per accaparrarsi Michael (soprattutto la sua ricchezza) e il mostrare il muoversi di enti politici e il funzionamento delle leggi del sistema di governo, e una seconda più incentrata sulla divulgazione dell’insegnamento della disciplina marziana da parte di Michael con la creazione della Chiesa di Tutti i Mondi. L’Uomo di Marte, neo Promoteo e Messia, affascina (e fa anche ridere) dapprima con la sua ingenuità, con il suo modo di vedere e fare privo di malizia e inganno, che sa dare solo verità (come mestamente riflette Jubal quando ritiene che Michael, arrivato a essere considerato un figlio, sia scomparso, triste per il fatto che la gente non abbia saputo comprendere il dono che ha voluto dare), poi con il suo carisma, la sua apertura mentale, il desiderio di condividere con gli altri ciò di cui dispone e il suo essere anarchico (che non significa portare caos come spesso si pensa con il termine anarchia, ma mettere la libertà della persona e la completa responsabilità di se stessi al primo posto). Ma sarebbe limitante pensare che tutto il romanzo dipenda da lui, quando grande importanza hanno le azioni, i pensieri e le parole anche dei personaggi secondari; molto interessanti e profonde le riflessioni fatte su quella che è la politica, la televisione (definita la scatola delle cazzate) e sull’arte, considerata un mezzo per insegnare all’uomo, come ben mostrato dal brano seguente:

“il mondo è diventato pazzo, e l’arte contemporanea dipinge sempre lo spirito dei suoi tempi. Rodin produsse le sue maggiori opere alla fine del diciannovesimo secolo, e Hans Christian Andersen lo precedette solo di pochi anni. Rodin morì all’inizio del ventesimo secolo, ovvero più o meno proprio nel periodo in cui il mondo iniziò ad andare fuori di testa… portandosi dietro anche l’arte.
«I successori di Rodin notarono le cose incredibili che faceva con la luce, l’ombra, la massa e la composizione (a prescindere dal fatto che tu le colga o meno), e le copiarono. Oh, come le copiarono! E le estesero, anche. Ciò che non colsero, però, è che ogni opera del maestro non solo raccontava una storia, ma metteva a nudo il cuore umano. I suoi successori, invece, si dedicarono a cose come il ‘design’, divenendo sdegnosi nei confronti di qualsiasi scultura o dipinto che raccontasse una storia. Arrivarono fino al punto di etichettare tali opere come ‘letterarie’, perché consideravano questa una brutta parola. Si dedicarono completamente all’astrazione, senza più degnarsi di dipingere o di intagliare qualsiasi cosa che ricordasse il mondo umano in cui viviamo.»
Jubal scrollò le spalle. «I disegni astratti vanno benissimo… come carta da parati o per le piastrelle del bagno. Ma l’arte è un’altra cosa; è il processo attraverso il quale si evocano pietà e terrore, e non è affatto astratta, ma decisamente umana. Ciò che stanno facendo gli artisti moderni non è altro che una masturbazione pseudointellettuale, mentre l’arte creativa implica un vero e proprio rapporto, in cui l’artista deve sedurre e portare a un livello emotivo il suo pubblico ogni singola volta che si appresta a comporre un’opera.”
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Una lettura davvero consigliata.

1.  Straniero in terra straniera. Robert Heinlein. Fanucci Editore 2011, pag. 542