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Selfie

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selfieIl selfie, termine derivato dalla lingua inglese, è una forma di autoritratto fotografico realizzata principalmente attraverso una fotocamera digitale compatta, uno smartphone, un tablet o una webcam puntati verso se stessi o verso uno specchio.
Questa è la definizione data da Wikipedia del selfie, un modo di fare ormai divenuto diffusissimo, per non dire fin troppo abusato, al punto che più che moda è diventata una vera e propria mania a dir poco fastidiosa e invasiva.
Fastidiosa perché per esempio non se ne può più di un capo di governo che passa più tempo a farsi dei selfie e a pubblicarli sui social invece di occuparsi davvero di politica (ennesima dimostrazione che ci si occupa di cose per nulla importanti lasciando perdere invece quelle davvero necessarie).
Invasiva perché ora tutti si sentono autorizzati a pretendere di fare selfie con chiunque vogliono (specie personaggi dello spettacolo, gente famosa che appare in tv), anche se l’altro non vuole (e se avviene il rifiuto si è pronti ad accusare come se fosse stata commessa un’ingiustizia o un reato, come nel caso di Briga), disposti a tutto pur di ottenere quanto vogliono, arrivando anche a superare i limiti del vivere civile (come accaduto al fan che voleva un selfie con Suor Cristina e che è stato arrestato per stalking).
Quelli sopra menzionati sono solo alcuni esempi di come il selfie non sia più una cosa normale, ma di casi del genere ce ne sono davvero tanti: molte persone si ritengono in diritto d’imporre il proprio volere, di prevaricare, come se farsi un selfie con chi vogliono sia qualcosa che gli sia dovuto, come se l’altro fosse soltanto una schiavo a propria disposizione. Si è perso il senso del vivere civile, al punto che si è creato un movimento anti-selfie perché questo modo di fare non è più qualcosa d’accettabile, dato che è divenuta un’ossessione.
Ma esaminiamo le origini di questo modo di fare.
A tutti piace avere ricordi di certi momenti, esperienze, così da poterli rivedere nel tempo e rammentare un determinato periodo della propria vita, di ciò che si è provato: le foto sono uno dei mezzi più diffusi e utili per questo scopo.
In tutto ciò non c’è assolutamente nulla di male, anzi, è qualcosa di molto bello e soprattutto utile, perché oltre a essere un mezzo per rivivere emozioni, sono testimonianze, un modo per mantenere viva la memoria.
Si mutano in male quando non sono più un piacere, ma causano disagi, diventano prevaricazione e imposizione. Nel modo in cui è vissuto il selfie c’è qualcosa di molto sbagliato, che è specchio della società che si è sviluppata in questi anni, basatasi sull’apparire e non sull’essere, dandovi estrema importanza. Tra le persone è stata fatta nascere e diffondere la mentalità che se non si appare in tv, sui media, non si è nessuno; si è giocato sul fatto che da sempre gli individui vogliono essere qualcuno, vogliono essere riconosciuti dagli altri, perché attraverso il riconoscimento altrui si sentono importanti, di valore. Con la diffusione dei social e tutte le possibilità di essere guardati, seguiti da chiunque, questa voglia di riconoscimento è aumentata in maniera esponenziale perché si ha l’impressione di essere qualcuno, di essere famosi (specie se si riesce a fare selfie con personaggi realmente famosi), senza però avere alcun valore, senza fare assolutamente nulla che possa attribuire quel qualcosa che renda meritevoli di essere riconosciuti.
Purtroppo questi sono alcuni dei difetti di questa attuale società narcisista (sì, perché di narcisismo si tratta e, per chi non lo sapesse, il narcisismo è una patologia, un disturbo, che caratterizzano nella persona elementi tutt’altro che positivi, quali manipolazione altrui, incapacità d’empatia, considerazione e percezione di sé sopravvalutata, volontà di sfruttare gli altri a proprio vantaggio) che alimentano l’ego dando un senso fasullo di benessere e accresce il bisogno di essere riconosciuti, il non riuscire a capire il proprio reale valore e aver bisogno della superficiale, volubile, momentanea approvazione altrui per non sentirsi una nullità. Questo è ciò che fa la società (e le persone glielo permettono): far sentire senza valore gli individui, creandogli poi dei bisogni che vengono sfruttati a proprio favore. La società ha voluto creare dei mendicanti (ed è stato dato il consenso perché ciò si verificasse), sfruttando un bisogno molto forte delle persone: gli individui vogliono essere ricordati. Negli uomini c’è una paura molto profonda e radicata che è quella di essere dimenticati, che altro non è che una forma di una di quelle più ataviche, ovvero quella dell’abbandono.
Tutto questo modo di fare, tutto questo sistema basato dell’apparire, è molto triste perché mostra un mondo di mendicanti, disposti a tutto pur di avere un briciolo d’attenzione della durata di un fugace momento.

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