Il falco

L’inizio della Caduta

 

Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste – Racconti

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Strade Nascoste

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Il magazzino dei mondi 2

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Natività

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Si conoscono ormai a memoria i soliti luoghi comuni quando ci si avvicina alle feste natalizie: lo spirito fraterno, di carità, dove si è tutti più buoni, più generosi, più sorridenti, più di facciata di come lo si è di solito.
Un clima talmente dolce e sdolcinato che si diventa acidi.
Ebenezer scroogeE mentre dietro all’atmosfera falsa che il sistema vuole si pensa almeno che si possa avere una piccola pausa dalla quotidianità, ecco che arriva la liberalizzazione della Corte Costituzionale di tenere sempre aperti i punti vendita al dettaglio e i centri commerciali: si deve sempre lavorare, sempre creare guadagno, perché solo con un ritmo continuo, senza pause si può sconfiggere la crisi. Una crisi causata da chi è ricco e al potere, ma per la quale deve pagare chi non ne ha colpa. Più che di Spiriti del Natale, il nostro mondo è pieno di Ebenezer Scrooge; certi individui farebbero bene a leggere l’opera di Dickens, davvero illuminante, ma servirebbe a ben poco, visto come sono ciechi, rinchiusi in se stessi. L’unica esperienza che potrebbe giovargli sarebbe un bell’incontro con la Nera Signora.
La Nera SignoraL’ipocrisia, le contraddizione, le prese in giro dei governanti e dei potenti sono sempre più numerose e pesanti: tutti i retaggi culturali, storici, religiosi, filosofici trasmessi fino a questo punto non hanno insegnato nulla. In un paese come quello in cui viviamo che si considera cristiano, che fa tanti bei discorsi, i bambini vengono calpestati senza ritegno, le famiglie ridotte alla fame da stipendi sempre più bassi e assenza di lavoro e private dalla possibilità di potere stare insieme perché devono pensare solo a lavorare, lo spirito sempre più fiaccato perché non gli si dà modo di rigenerarsi, la vita interiore distrutta dal diktat d’essere sempre di corsa, dal doversi conformare ai modelli fasulli creati dai media, dal consumismo.
Della nascita del Bambino, della sacralità delle Feste, del Riposo (indispensabile per rigenerarsi e non essere delle semplici macchine che perpetrano sempre gli stessi gesti), del Sacro, non gliene importa quasi più a nessuno.
Non auguro buone feste. Non auguro divertimento e spensieratezza. Non auguro di adeguarsi a questo ipocrita, bigotto e consumistico modo di fare del sistema.
Auguro che ognuno trovi la propria Natività, trovi quel qualcosa che lo possa rendere una Luce in mezzo alla Tenebra che si sta diffondendo. Perché la luce splende sempre nel buio; il buio, per quanto grande sia, non può comprimerla.

Dannazione

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Gustave Doré - InfernoQuando si pensa alla dannazione subito sorgono alla mente immagini di luoghi oscuri, violenti, dove la gente prova indicibili patemi, dove ci sono lacrime, disperazione, torture. Lo scenario descritto da Dante Alighieri nella Divina Commedia è l’incarnazione più conosciuta di tale realtà, ma ogni religione ha dato la propria descrizione di questa angosciosa condizione, rappresentandola con deserti, fiamme, ghiacciai, demoni, spiriti orrendi e crudeli che perseguitano l’anima condannata nell’esistenza che comincia dopo la morte.
Quasi tutte le religioni, fin dai tempi antichi, hanno professato regni di patimenti come punizione per le azioni perpetrate in vita: l’Ade dei greci con i suoi mostruosi guardiani, l’Inferno cristiano con i suoi demoni spietati. Ma un’esistenza può essere dannata ancora prima di raggiungere i regni dell’oltretomba, perché la dannazione è innanzitutto uno stato dell’animo in cui l’individuo cade a causa delle proprie scelte quando fa sì che comportamenti e pensieri erronei, ossessivi, prendono il sopravvento.
Odio. Orgoglio. Incapacità d’accettare le scelte, la realtà. Ferite, subite per tradimenti, così profonde che arrivano fino all’osso e non possono più essere riparate. Anche la persona più buona e virtuosa può cadere e divenire un’anima dannata.
Lucifero - Gustave DorèEsempio di questa realtà è Lucifero, che non è stato da sempre Signore dell’Inferno e che è bene ricordare che è stato tra i più grandi, se non il più grande, delle schiere angeliche per virtù. Eppure è caduto. Com’è potuto accadere? Per il non accorgersi di un bisogno che era dentro di lui: questa ignoranza non ha fatto altro che alimentare un male che ha creato una scissione dolorosa, non più sanabile.

E da quelle fiamme nessuna luce,
ma un buio trasparente,
una tenebra nella quale si scorgono
visioni di sventura,
regioni di dolore e ombre d’angoscia,
e il riposo e la pace non si troveranno,
né mai quella speranza che ogni cosa
solitamente penetra.

La parole di Milton sono le più appropriate per descrivere lo stato della dannazione: racchiudono le sfumature cupe e senza via d’uscita che avvolgono coloro che cadono nel suo abbraccio.
Parole che vengono usate come apertura per l’ambientazione di Ravenloft – Domini del Terrore, perfetta incarnazione della natura di un luogo abitato da esseri maledetti, vere e proprie creature dell’oscurità recluse in un mondo isolato delle nebbie, dove hanno grandi poteri, ma a cui non è concessa pace alcuna. Padroni di una terra di cui sono anche schiavi, dato che non possono lasciarla, torturati dalla maledizione che è stata impresse nel proprio animo.
strahd von zarovich - ravenloftLa forza di un’ambientazione ideata per il famoso gioco di ruolo Dungeons&Dragons non risiede solo nel cupo paesaggio in cui si svolgono le vicende o nel mistero che aleggia nel Semipiano nel Terrore, quanto nello scavare e scoprire la profondità delle tenebre dell’animo umano, nel rivelare dove possano portare desideri, sentimenti che con il tempo e gli accadimenti si sono mutate in ossessioni e di conseguenza poi in vere e proprie dannazioni. Ed è questo che accade quando un pensiero diventa ricorrente, quando in continuazione non si fa altro che arrovellarcisi sopra, quando si perde ogni tranquillità, ogni pace interiore. Al giorno d’oggi con gli studi e le scoperte fatti, questo potrebbe essere etichettato come un disturbo della mente, un’ossessione compulsiva che rende la vita un inferno, facendo vedere tutto come un tunnel del quale non si riesce a scorgere la via d’uscita, se non cadere in un vortice che trascina nella pazzia.
Ma senza andare a scomodare manuali di psicologia, andando a utilizzare linguaggi tecnici, alle volte basta una buona storia per accorgersi di atteggiamenti e meccanismi mentali da evitare; è quello che facevano i greci attraverso le rappresentazioni teatrali, dove gli spettatori potevano vedere e riconoscersi attraverso esempi e quindi avere un monito per non intraprendere certe strade.
I Domini del Terrore possono essere considerati un semplice gioco, ma a mio avviso Ravenloft è molto più di questo: i suoi autori sono riusciti ad andare oltre il divertimento, sono riusciti a creare qualcosa di profondo e toccante (inteso non certo come commovente, ma bensì capace di toccare e risvegliare corde sopite).
Non è difficile riuscire a riconoscersi in uno dei Signori dei Domini che è diventato tale in seguito a un amore tradito o non corrisposto, dove questo sentimento s’è mutato in una rabbia e un odio profondi.
Non è difficile riconoscere una brama, un’ambizione smodata capace di arrivare a sacrificare tutto pur di soddisfarla.
Non è difficile riconoscere un sentimento così forte da divenire possessivo, reclamante di essere esclusivo e totalitario. Oppure un desiderio così forte da spingere a stringere qualsiasi patto pur di riuscire a raggiungerlo.
Quale che sia l’origine della dannazione che affligge uno dei Signori di Ravenloft, ciò che è sicuro è che la forza del loro potere nasce dall’intensità delle emozioni che provano, perché le emozioni sono un’energia sconfinata, anche tremenda: più è sentito il sentimento, più è capace di scendere in profondità e raggiungere energie del Multiverso capaci di concedere poteri incredibili. Ma per ogni cosa c’è sempre un prezzo da pagare, per avere bisogna anche dare.
E quello che si sacrifica per il potere è sempre la propria umanità. Non è un caso, anche nella realtà, che le persone più importanti e famose, quelle che hanno raggiunto le posizioni più ambite, quali possono essere politici, manager, industriali, appaiono come individui distanti, freddi, incapaci d’empatia per il prossimo: impegnati nell’accumulare potere e scalare posizioni per averne sempre di più, quindi occupando sempre più tempo in questo compito, hanno dovuto togliere spazio ai rapporti umani, ai sentimenti, divenendo sempre più lontani, aridi, insensibili e incomprensibili agli altri. Certo attirano a sé molte persone, ma non è certo per quello che sono, ma per quello che hanno: potere. Tutti ne vogliono, tutti anelano possederlo e sfruttarlo. Quello che però non riescono a comprendere è che è il potere a sfruttarli, non il contrario, lasciandoli vuoti e inservibili quando esso trova un ricettacolo migliore per interagire nel mondo.
Nessun potere merita la perdita di se stessi, della propria umanità; così come nessun pensiero, oggetto o persona può divenire un’ossessione, altrimenti davvero l’esistenza si muta in una maledizione creando un inferno che tormenta sempre più. Anche nel male l’uomo dimostra la sua natura di creatore, fautore di quella regola della vita da lungo tempo conosciuta; per questo mai dovrà cadere nell’oblio il motto tanto famoso dell’Oracolo di Delfi: conosci te stesso.

Stormi d'uccelli neri

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Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar

San Martino – Giosuè Carducci

La Leggenda del Vento

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Una storia dentro la storia dentro la storia.
Questo è La Leggenda del Vento di Stephen King, l’ottavo libro della serie La Torre Nera che cronologicamente si colloca tra La Sfera del Buio e i Lupi del Calla.
In viaggio verso la Torre Nera, Roland con il suo tet (Susannah, Eddie, Jack e Oy) viene colto da una spaventosa tempesta, lo starkblast, capace con il suo gelo di congelare all’istante qualsiasi cosa ed essere vivente, di sradicare alberi e case con le sue raffiche di vento. Grazie all’avvertimento del bimbolo, il gruppo trova per tempo un rifugio in un villaggio abbandonato, asserragliandosi all’interno di una casa dai muri di pietra e barricando ogni entrata. Avvolti da un’oscurità rischiarata dalle fiamme del camino tenuto sempre acceso, raggiunti dal gemito della tempesta, per far trascorrere le ore Roland racconta un episodio della sua gioventù, quando il padre e i suoi amici erano ancora vivi e Gilead esisteva ancora; la madre era morta da poco e lui assieme a Jamie, un altro pistolero, viene mandato in missione per scovare uno skin-man, un mutaforma che sta facendo strage di persone in un villaggio vicino.
E’ mentre sta facendo luce sul caso, che racconta a un ragazzo sopravvissuto alla strage una fiaba che la madre che gli raccontava da bambino prima d’addormentarsi: è La Leggenda del Vento, che vede come protagonista un ragazzino che si ritrova a intraprendere un viaggio attraverso una foresta antica, abitata da creature del mito e permeata da magia. Forze bianche e nere sono all’opera in questo territorio, aiuti e insidie si trovano sul cammino del ragazzino, pronte a ostacolarlo o a sorreggerlo.
L’opera di King non aggiunge nulla a quanto già si conosce del mondo della Torre Nera, è l’intermezzo di un lungo viaggio. Una storia semplice, ma come tutte le cose semplici ha un suo fascino: all’uomo è sempre piaciuto sedersi davanti a un fuoco e restare ad ascoltare storie che vengono raccontate. Avventure di tempi andati che rievocano immagini radicate nel profondo della propria memoria: l’orfano, la foresta, il mago, l’animale guida, il nemico, il genitore adottivo. Il cammino iniziatico che ogni giovane fa per passare dall’infanzia all’età adulta, superando le prove che lo faranno maturare per farlo divenire uomo.
Una storia che si è sentita migliaia di volte, che si ripete ogni generazione e che per questo risulta sempre nuova. King è andato sul classico, senza ricercare innovazioni, colpi di scena, senza voler stupire, riuscendo grazie a tale scelta a realizzare un buona lettura per essere di compagnia durante le lunghe e fredde serate invernali.

The Heroes

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La guerra è una merda.
Porta distruzione, rovina, morte. Le città vengono distrutte, i villaggi depredati, gli abitanti derubati. I soldati, quando non muoiono, riportano ferite che lasciano cicatrici, quando non sono menomazioni permanenti che lo rendono un invalido, emarginato dalla società perché non più utile. Chi ha la fortuna di sopravvivervi senza riportare conseguenze fisiche, ne rimane comunque segnato, profondamente mutato: gli orrori, le violenze viste e vissute sul campo di battaglia, uccidono una parte di lui, facendo nascere qualcosa di morto che si porta dietro per sempre.

La guerra è uno specchio.
Mostra come sono realmente le persone, fa uscire la loro vera natura. Una natura che alle volte risulta inaspettata perché la verità è che pochi conoscono veramente se stessi; nel momento del bisogno viene fuori chi si è davvero. E così c’è chi si scopre codardo, coraggioso, spietato, misericordioso, protettore, approfittatore. C’è chi scopre che la guerra è il suo habitat naturale, l’elemento che lo rende veramente vivo, e chi si accorge che non è affatto nelle sue corde essere un soldato, facendo uscire il meglio o il peggio di ciascun essere umano.

La guerra è violenza.
Aggredisce tutti i sensi. Si è assaliti dai colpi che si subiscono, che lacerano la propria carne. Si è colpiti dalle immagini dei propri colpi che mutilano, aprono squarci. Si è aggrediti dalla furia con cui gli uomini si gettano gli uni sugli altri. Si è bombardati dalle urla, dal clangore delle armi, dai cozzi degli scudi. Si è raggiunti dall’odore di sudore, sangue, escrementi, viscere che vengono all’aria. Lo spirito è travolto, esaltato, lacerato, dall’impeto delle battaglie.

La guerra è un’opportunità.
Dove alcuni trovano perdita, altri hanno guadagno. Sgradevole da accettare, ma c’è chi prolifera, trae vantaggio dalle disgrazie altrui. La morte lascia vuoti che vengono occupati da chi è ancora in vita. Dopo una guerra c’è sempre da ricostruire, cose che vanno aggiustate, case che vanno di nuovo edificate: quando c’è un periodo di stagnazione, sembra che non ci sia niente di meglio di qualcosa che fa tabula rasa del vecchio, rendendo necessario la nascita del nuovo per far sì che l’economia riprenda a girare. Un guadagno che più che altro riguarda i potenti, i governanti, individui che conoscono la guerra solo per nome, usandola come mezzo per aumentare il loro potere, usando parole maestose, risonanti di virtù per ammaliare le masse e manipolarle secondo i loro voleri. Per la gente comune invece ci sono solo briciole e cocci.
Quelli che usano i potenti sono soltanto veli per celare la realtà alle masse, esaltando le vittorie, le conquiste conseguite sul campo. Ma in guerra non ci sono vincitori: tutti perdono. Nella guerra non c’è nulla di glorioso, nulla di eroico. Gli unici eroi sono le immagini che la gente crea nella propria mente atte a innalzare persone perché incarnino valori astratti. Oppure sono semplicemente le pietre poste sopra una collina protagonista degli scontri tra due eserciti, come mostra Joe Abercrombie in The Heroes.
Con uno sguardo realista, duro e crudo, privo di abbellimenti e licenze poetiche come usavano nei tempi andati i bardi per cantare le gesta di re e cavalieri, lo scrittore inglese mostra gli aspetti che caratterizzano la guerra, lo spirito con cui gli uomini la vivono. Senza mezzi termini, li sbatte in faccia al lettore, immergendolo, costringendolo a guardare attraverso il punto di vista dei tanti personaggi la natura di questo costrutto umano. Uno sguardo che non è cinico, ma semplicemente disincantato, tipico di chi ha fatto esperienza e vede oltre le apparenze che il sistema crea.
Le scene descritte parlano di violenza senza censura, brutale, ma questa è la realtà della guerra: crani fracassati, gambe e braccia amputate, viscere che si riversano a terra, sangue che schizza a terra come se piovesse. Una violenza per niente gratuita, come non lo è la scurrilità.
Attraverso tre giorni di scontri senza quartiere, Abercrombie fa conoscere le lotte, gli interessi politici ed economici del Nord e del Sud del mondo che ha creato, un’ambientazione fantasy (anche se gli elementi di questo genere sono ridotti veramente all’osso, quasi inesistenti e bisogna aspettare le ultime pagine per poterli vedere) che ricorda molto il medioevo del nostro mondo quando vennero fatti i primi passi dell’uso della polvere da sparo sui campi di battaglia. Una narrazione fluente con personaggi davvero ben caratterizzati, vivi, al punto che si riesce a infilarsi nei loro panni senza fatica, anche se tra loro sono antagonisti. Individui che hanno guadagnato un nome sul campo di battaglia per essersi distinti, per aver dimostrato il loro valore. Dimenticarsi di Curden lo Strozzato, Caul il Brivido, Whirrum di Bligh (conosciuto anche come Whirrum il Tocco), Beck, il principe Calder, Bremer dan Gorst, Tunny, non è per niente facile, vista l’impronta che sono capaci di lasciare in chi legge le loro vicende.

L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XX L'Essenza del Nome (parte 1)

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I livelli più bassi delle dimore dei Figli della Cenere, come si erano definiti gli abitanti della città sotterranea, erano alle spalle da ore. In lontananza cominciò a prendere forma uno spiraglio di luce. La penombra che aleggiava nell’ambiente si rischiarò a ogni passo, restituendo i colori agli occhi dei tre uomini.
Il passo di Guerriero s’accorciò, le membra percorse da una tensione crescente, lo sguardo che andava sempre più frequentemente all’uscita che si avvicinava. Nervosamente controllò la posizione delle pistole, tenendosi pronto a estrarle; le possibilità di un nuovo incontro con il Demone erano tutt’altro che remote. Poteva già essere all’imboccatura del tunnel, in attesa del suo arrivo. Il rimpianto di aver abbandonato la sicurezza del sottosuolo s’intensificò.
«Lascia stare le preoccupazioni.» Lo rassicurò Maestro. «Se in zona c’è un Demone, i miei compagni ci avviseranno del pericolo: non correremo il rischio d’incontrarlo.»
Guerriero continuò a fissare la luce con apprensione. Nessuna delle parole dell’altro poteva dissipare le sensazioni impresse nel suo animo. Maestro diceva che dalla loro avevano il Potere per contrastare la forza dei Demoni, ma finora non aveva avuto nessuna dimostrazione di quanto affermato: soltanto bei discorsi, piacevoli da ascoltare quando si era al sicuro, ma inutili quando si stava per incontrare il pericolo.
Certo, quanto visto nella mente dell’uomo che li seguiva come un cagnolino non metteva in dubbio la portata delle energie che si potevano sprigionare in combattimento.
Osservò la schiena di Maestro che lo precedeva. Forse quell’uomo meritava davvero di essere seguito, ma non poteva modificare quanto provava: l’esperienza l’aveva forgiato in quella maniera. Ma la verità era che in quel caso non si trattava di avere fiducia verso qualcuno, cosa che mai aveva fatto: bruciava ammetterlo, ma aveva una paura del diavolo. L’aveva sempre avuta. L’aveva affrontata, l’aveva repressa, scacciata, ma non era mai riuscito a superarla, a lasciarsela alle spalle. L’incontro con un Demone non aveva fatto altro che portare a galla nella sua smisurata grandezza un elemento che era stato una costante della sua vita, anche se aveva preferito non ammetterlo.
E si era stancato di provare quella sensazione.
Allungò il passo per ridurre la distanza con Maestro, tenendo le mani il più vicino possibile alle pistole. Se vincerla significava combatterla, che così fosse: nessun sogno si poteva realizzare se si scappava sempre. A furia di fuggire si perdeva quanto si aveva di più caro.
L’aria rovente e arida del deserto investì le narici, costringendolo a respirare lentamente per far adattare i polmoni al nuovo clima.
Maestro seguì una stretta strada che s’insinuava in mezzo a palazzi ricoperti di ruvida sabbia tagliente, come se i granelli si fossero attaccati al cemento come migliaia di zecche. Guerriero si mise di retroguardia, scrutando ogni anfratto, pronto a estrarre le armi. L’uomo catatonico se ne stava in mezzo ai due completamente rinchiuso nel proprio mondo.
Continuarono a camminare per buona parte della mattinata, seguendo vicoli stretti e riparati dall’ombra. Solo quando raggiunsero un grande magazzino semi-sotterrato da dune di sabbia si concessero una pausa. Nella penombra del luogo, lontano da possibili occhi indiscreti, consumarono un pasto frugale.
Guerriero fissava l’uomo con il libro sbocconcellando distrattamente il cibo.
«Il fatto che non abbia bisogno di cibarsi è sempre una conseguenza dell’uso della Porta del Paradiso?»
Maestro fissò a lungo il custode del segreto che tanto aveva cercato. «Il passato si ciba di se stesso: non ha bisogno di sostentamento per il presente, perché non lo vive, né per il futuro, perché non esistono prospettive. È come in una fotografia, dove il momento viene immortalato per sempre, congelato: è statico come la pietra, non cambia, non muta. Non c’è vita e solo la vita ha bisogno di essere alimentata.»
Guerriero guardò oltre il varco del rifugio: era una realtà che non riusciva a comprendere. Mosse su una scacchiera che gli era chiusa. E lui era un pezzo su di essa.
Un pezzo.
Tornò a voltarsi verso Maestro.
«C’è una cosa che non ho capito.»
«Dimmi.»
«Riguarda la prima volta che ci siamo incontrati. Mi hai chiesto in quale pezzo degli scacchi mi riconosco: perché?»
Maestro sorrise. «Quando hai dei dubbi sul carattere di una persona, fagli questa domanda: ti aiuterà a capire molte cose di lei.»
Guerriero rifletté sulla risposta. «E cosa hai compreso su di me?»
«Che eri adatto ad accompagnarmi.» Maestro gli batté una mano sulla spalla, alzandosi in piedi. «Andiamo, ormai i nostri amici sono vicini.»
Ripresero a muoversi tra strade invase dal deserto. Il vento arido soffiava sulle cime dei grattacieli spezzati.
Maestro si muoveva con disinvoltura in mezzo alla città morta. E soprattutto non mostrava il minimo cenno di nervosismo e timore.
La svolta della stretta via li condusse in un piccolo spiazzo attorniato da alti cumuli di macerie. Tre teste si voltarono mentre mettevano piede sul lastricato lasciato libero dalla sabbia; non sembravano sorprese del loro arrivo.
«Riecco il figliol prodigo.» Disse l’uomo più grosso, vestito con abiti della tonalità del cemento. «Te la sei presa comoda.» Sbuffò sollevando il ciuffo biondo cenere che gli era scivolato sulla fronte.
«E hai pure portato un ospite.» Aggiunse la donna seduta con una gamba penzoloni su un blocco granitico.
«Come se non ne avessimo già abbastanza.» Bofonchiò l’uomo accoccolato sulla cima del cumulo di detriti.
«Che accoglienza.» Maestro scoppiò in una risata. «Cercate per lo meno d’essere più gentili con il nuovo arrivato.»
Guerriero lasciò che lo sguardo si soffermasse alcuni secondi su ciascuno dei tre.
«Lo sai che la gentilezza di questi tempi è cosa rara.» Disse la donna senza mutare l’inflessibile espressione del volto.
«E poi se fossimo più gentili, rischieremmo di assomigliare ai Posseduti o ai Demoni.» Commentò scherzoso l’uomo massiccio appoggiato al pilastro arenato di fronte all’ingresso del vicolo.
«Ne dubito.» Commentò l’uomo vestito di nero, mettendosi a passeggiare lungo una passerella di cemento sopra la testa dell’altro. «Per lo meno è capace?» Domandò volgendo lo sguardo verso Maestro.
Guerriero sobbalzò trovandosi l’individuo al fianco. Come aveva fatto a spostarsi fino a lui in quella maniera? Era sfuggito alla sua attenzione, eppure era sempre stato nel suo campo visivo.
«Non mettere a disagio il nuovo compagno, Spazio.» Lo redarguì bonariamente Maestro.
«Si diverte a stupire.» La donna sbuffò. «A ostentare.»
Spazio girò attorno a Guerriero. «Né l’uno né l’altro. Se deve far parte del gruppo, deve essere valutato.» Si fermò di fronte a lui. «Le capacità di combattimento, lo spirito d’adattamento, le sue reazioni.» Si voltò verso gli altri. «Dobbiamo essere certi che è pronto per quello che affrontiamo.»
Il sorriso di Maestro si smorzò. «Ha affrontato un Demone in questa città. Da solo.»
L’uomo massiccio lo fissò con interesse. «Solo con quelle?» Indicò le pistole. «Notevole.»
«O soltanto sciocco.» Borbottò la donna.
Spazio lo guardò pensieroso. «Tuttavia è riuscito a sopravvivere: qualche capacità la deve possedere. O forse si è trattato solo di fortuna.» Incrociò le braccia al petto. «Potrebbe essere utile.»
«Come no.» Sbottò la donna. «Se ha combattuto con delle semplici armi, significa che non ha la benché minima conoscenza dei Poteri: non ha nessun mezzo per contrastare i Demoni. Come puoi pretendere che si unisca alla lotta, Maestro? Il tuo è un azzardo. O una crudeltà: lo stai condannando a una fine sicura.» Scalciò un ciottolo. «Non che le cose cambino nel mondo in cui si vive: prima o poi incorrerebbe nello stesso destino. Ma ciò non cambia lo stato delle cose.»
«Sempre solare, Ombrosa.» Commentò l’uomo massiccio.
«Non è una questione di carattere.» Ribatté la donna. «Maestro, lui non è preparato. La scelta di prenderlo nel gruppo equivale a una condanna. Non pensi a lui, alla fine cui lo mandi incontro?»
«Penso a lui allo stesso modo in cui penso a voi.» Rispose Maestro.
«Ma la nostra è stata una scelta!» Sbottò la donna.
«Anche la sua.» Rispose senza scomporsi Maestro. «Anche se è solo all’inizio, le qualità non gli mancano: ha determinazione e coraggio. Ha volontà.» Calcò con forza le ultime parole. «Non verrà meno di fronte alle difficoltà. E anche se consciamente era privo dei mezzi per combatterlo, ha tenuto testa a un Demone in questa città.»
Guerriero sollevò un sopracciglio: le cose non erano andate in quella maniera.
«Allora è stato lui a creare tutto quel pandemonio nei quartieri occidentali.» Commentò Spazio. «Un bello scontro, vero Tempo?»
Il gigantesco uomo assentì con il capo. «Anche se non è stato tutto merito suo. Sono rimaste tracce di Potere in gran quantità.»
Un guizzo comparve negli occhi di Maestro. «Di che tipo?»
«Demoniaco.» Commentò Tempo. «Uno scontro tra simili.»
«Due Demoni nello stesso posto.» Mormorò Maestro.
«Ce n’era anche un terzo, ma non ha partecipato allo scontro.» Precisò Spazio salendo senza sforzo una ripida pira di calcinacci. «È rimasto in disparte a guardare. Ma la pista del suo Potere era ugualmente forte.»
L’espressione di Maestro si soffermò pensierosa su Guerriero. «Sono ancora nei paraggi?» Chiese rivolto agli altri tre.
«Lo sconfitto se n’è andato subito dopo lo scontro; il Necrofago che l’ha battuto girovaga senza meta tra le rovine della città, ma non sembra avere intenzioni ostili.»
«E il terzo?»
«Forse è ancora nei paraggi, ma non siamo mai riusciti a individuarlo: elude sempre le nostre ricerche. Ma il suo puzzo persiste con forza dove è passato.»
«Dunque abbiamo nelle vicinanze la presenza di due Demoni.» Costatò Maestro.
«Avete detto un Necrofago.» Intervenne Guerriero rimasto a osservare l’evolversi della discussione. «Che razza di creatura è?»
«Un Demone che si nutre di carne morta.» Spiegò Maestro. «Solitamente non molto pericolosi, ma da quel che ho capito, questa volta siamo di fronte a un individuo parecchio rognoso, se si prende la briga di attaccare un suo simile. Per lo più sono degli spazzini, ripuliscono i luoghi dove i loro fratelli sono passati.»
«Allora mi ha seguito anche lui.» Costatò pensieroso Guerriero.
Spazio fermò la passeggiata sulle macerie. «Come sarebbe a dire “anche lui”?»
«Il Demone con cui mi sono scontrato mi ha dato la caccia nella città in cui mi ero rifugiato prima di giungere qui.» Spiegò Guerriero. «Credevo di essere riuscito a far perdere le mie tracce, ma non mi ha mai mollato. Quell’altro, il Necrofago, l’ho incontrato per caso.»
Spazio sbuffò. «Un Demone non molla mai una preda quando vi ha piantato gli occhi addosso.» Commentò caustico. «Brutto affare quando si colpisce la sua attenzione. Peggio ancora quando sono due.» Scosse il capo. «Altro che fortuna: tu hai la capacità d’attirare i Demoni.»
«Altra ragione per non coinvolgerlo nelle nostre vicende.» Intervenne Ombrosa contrariata. «Come se non ci fossero abbastanza difficoltà: adesso dobbiamo fare da balia anche all’ultimo arrivato.»
«Non ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me.» Ribatté Guerriero. «Me la sono sempre cavata da solo.»
«Ah, davvero?» Lo provocò Ombrosa.
«Davvero.» Guerriero sostenne il suo sguardo senza scomporsi.
«È stato allevato da Vecchio.» Intervenne Maestro.
I tre si zittirono di colpo.
«Vecchio, hai detto.» Tempo appoggiò le palme delle mani al pilastro. «Questo spiega come sia riuscito a sopravvivere da solo così a lungo e a cavarsela con quel Demone.»
Guerriero rimase sorpreso dalla familiarità che avevano con quel nome. «Lo conoscevate anche voi?»
Spazio ebbe un accenno di riso. «E chi non lo conosceva alla Cittadella? Ha addestrato la maggior parte dei combattenti usciti dalle sue mura, compresi molti degli Usufruitori di Poteri dell’Essenza.» Si batté una mano sulla coscia. «Nella conoscenza delle Porte sei più avanti di quanto tu riesca a rendertene conto: Vecchio ti ha addestrato all’uso dei Poteri. Sei un Usufruitore senza sapere di esserlo.» Scosse il capo divertito.
«Se mi avesse addestrato a questi Poteri di cui parlate, lo saprei.» Ribatté Guerriero.
«Non necessariamente.» Spiegò Tempo osservandolo attentamente. «Vecchio deve aver usato il Potere per farti dimenticare di averti addestrato a esso. Tuttavia, quanto hai imparato non è andato perduto ed è saltato fuori nel momento del bisogno.»
«Perché fare una cosa del genere?»
Spazio scrollò le spalle. «Forse per darti una possibilità di sopravvivenza: i Demoni percepiscono chi usa il Potere e vanno alla sua ricerca per eliminarlo. Probabilmente voleva che restassi al sicuro.»
«Perché?»
Spazio sorrise. «Questa è una domanda che tanti si sono fatti alla Cittadella quando avevano a che fare con quell’uomo.»
«Cos’è questa Cittadella che continuate a nominare?»
La domanda si perse nell’intervento aspro di Ombrosa. «Questo non cambia le cose: deve star fuori da questa storia.»
«Perché ti scaldi tanto?» Spazio la fissò con disinteresse. «La decisione appartiene a Maestro e mai una sua scelta si è rivelata sbagliata.»
Ombrosa lo fulminò con lo sguardo. «La decisione deve appartenere soltanto a lui, non a un altro.» Si voltò verso Guerriero. «È questo ciò che vuoi? Entrare nella lotta ai Demoni?»
«Certo.» Rispose l’uomo senza esitazione.
«Perché vuoi combattere una guerra che non ti appartiene?» Lo incalzò Ombrosa.
«Questa guerra mi appartiene.» Disse freddamente Guerriero. «I Demoni hanno un debito da saldare nei miei riguardi. E stanno intralciando il mio sogno: per questo lotto.»
Ombrosa s’alzò indispettita. «Voi uomini volete sempre combattere.»
«Anche tu combatti: perché lo fai?»
La donna se ne andò senza rispondere.
«Dovremmo chiamarla Scontrosa anziché Ombrosa.» Borbottò Spazio.
Tempo osservò la compagna allontanarsi tra i resti dei palazzi prima di riportare l’attenzione sul gruppo appena arrivato. «Sei riuscito a trovarlo.» Costatò.
Maestro guardò l’uomo tanto cercato. «Ma ancora non siamo arrivati al nostro obiettivo.»
Spazio fu al suo fianco. Guerriero rimase di nuovo sorpreso della subitaneità del suo spostamento.
«Nessuna traccia della Porta?»
Maestro scosse il capo. «Di tracce ce ne sono in abbondanza, chiare come il sole. Ma trovare una cosa non significa anche comprenderla. Anche se ho visto gli effetti del Potere, e ho constatato che non si tratta solo di una leggenda, ancora mi sfugge la comprensione per attivarlo.»
«Allora il nostro lavoro in questa città è finito.» Spazio si mosse nella direzione in cui era sparita Ombrosa. «Vieni Guerriero: è tempo di muoversi.»
Tempo s’avvicinò a Maestro e all’individuo che li aveva mossi a intraprendere la ricerca. Entrambi fissarono la figura più alta che seguiva quella più bassa.
«Cosa ne pensi di Guerriero?» Chiese Maestro.
«Le doti non gli mancano: altrimenti Vecchio non l’avrebbe preso con sé.» Tempo osservò la figura che avanzava dinoccolata. «E penso che anche mio fratello sia dello stesso avviso: scommetto che ha già intenzione d’iniziare il tirocinio d’apprendimento.»
«Imparerà in fretta.» Commentò Maestro. «E sarà un bene: ci sarà bisogno del suo aiuto.»
«Pensi di metterlo alla prova?»
«Ci penserà il cammino che abbiamo intrapreso. C’è da augurarsi che sia pronto al momento giusto.» Un’espressione pensierosa corse sul volto di Maestro mentre s’andava a fissare sull’uomo che teneva stretto il libro. «Speriamo di esserlo tutti.»