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Il Ciclo di Landover di Terry Brooks

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“Ma da dove prende le idee?”
E’ una domanda che spesso si pone agli scrittori per comprendere il processo creativo che porta alla realizzazione di un romanzo. Una domanda che ha infinite risposte, perché qualunque incontro, evento, pensiero, riflessione può essere lo spunto per dare il via a una storia.
E’ quanto ho analizzato nell’articolo scritto per Fantasy Magazine sul
ciclo di Landover scritto da Terry Brooks.
Landover: un mondo da sogno, pieno di meraviglie; un modo per dire che alle volte la magia funziona davvero e che i sogni si realizzano. Anche se spesso non nel modo in cui ci si aspetta: è con un tocco d’ironia, un po’ canzonatorio, senza prendersi troppo sul serio, che Brooks parla di sogni e desideri, un tocco leggero, ma non superficiale, dato che spesso affronta tematiche come l’intolleranza, la possessività, la ricerca di se stessi e della fiducia, la responsabilità delle scelte, la difficoltà di comprendere ciò che è diverso dal conosciuto. Una scoperta che va fatta individualmente, che lascia alla fine la sensazione che a volte il magico funziona davvero. Basta solo avere un po’ di fiducia.

Plastik-Ultrabellezza

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In questi giorni sta passando la pubblicità dell’ennesimo programma propinato dalla televisione di basso livello che impera nei media. L’ennesimo programma che fa passare il messaggio che ciò che conta nella vita è l’apparenza, l’esteriorità, che tiene in considerazione l’essere umano come il due di coppe quando è briscola spade. Emblematica l’immagine che passa sullo schermo di una bistecca cruda a cui viene tagliato un filo di grasso. Questo è come viene considerato un essere umano: solo un pezzo di carne, come se fosse qualcosa di inanimato su cui lavorare.
Programmi simili riportano alla memoria il dottor Frankenstein che traffica sulla sua creatura, considerata solamente un esperimento.
Ma tutti sanno qual è stata la reazione di quello che è stato considerato un mostro, ma che non voleva altro che essere riconosciuto come essere vivente e non come cosa, come oggetto.
La letteratura ha molto da insegnare, se si leggesse.
Ma chi legge ormai?
In Italia poche persone, i più si limitano a subire passivamente quanto passa la televisione, il proprio livello di cultura e consapevolezza sempre più basso. Pur di apparire, pur di avere un minimo di notorietà si è disposti a tutto, senza ritegno, senza dignità, pronti a mettere in piazza di tutto. Questa, anche se non lo si vuol sentire, è pornografia.
L’uomo ha dimenticato il volto del proprio Padre e non sa cosa sta per diventare. Ma di certo non è nulla di buono: i fatti lo dimostrano.

EDIT. Per tutti coloro che hanno scritto in privato, contattandomi per richiedere come partecipare al programma in questione o facendo richieste su come si potesse contattare la redazione di Plastik: questo sito non ha nulla a che vedere con la trasmissione Mediaset, non vi è legato in alcuna maniera, quindi evitare certe richieste.

Notte senza stelle

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Una lunga notte scura è calata sull’umanità. Venti di morte (e non è il titolo di un’opera di Steven Erikson) spazzano la terra: guerre, catastrofi naturali, disastri ecologici, crisi economiche hanno velato le luci del cielo, portando una pesante cappa che sembra togliere ogni speranza.
Ma dietro le nubi la luce non scompare, continua a esistere anche se non si vede, anche se è offuscata.

In mezzo all’angoscia, alla disperazione sono i piccoli gesti delle persone, e non dei potenti e dei governi, a dimostrare che esiste ancora umanità nelle persone. Alle volte basta solo un gesto, qualcuno che dia inizio perché altri si mettano in moto creando una catena di solidarietà verso chi è in difficoltà. Certo, da soli non si può risolvere catastrofi immani che colpiscono interi paesi, ma l’unione di tanti può dare un contributo notevole, soprattutto tiene viva la speranza, permette a chi è colpito dalla disgrazia di non sentirsi abbandonato, isolato. E’ quello che fa Autori per il Giappone , nato da un’idea di Lara Manni che ha trovato la collaborazione di scrittori conosciuti e sconosciuti, ma anche il supporto tecnico di persone come Valberici per la realizzazione del sito e il postare le opere. Un’iniziativa che sta trovando sempre più supporti, economici, letterari e tecnici, volontari che danno il proprio contributo per una causa giusta e importante. Perché anche se le popolazioni abitano su continenti differenti, non sono isole isolate, fanno parte dello stesso mondo, sotto un unico cielo.
E anche se la notte sembra lunga, può sorgere una luce a rendere l’oscurità meno fredda e spaventosa.

« Il bujo, ove doveva essere lume, la solitudine delle cose che restavan lì con un loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l’anima smarrita, che Ciàula s’era all’improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito il buio totale è lo smarrimento dei suoi punti di riferimento e quindi non sa come muoversi. E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore. » (Ciàula scopre la luna-Luigi Pirandello)

Primavera

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«Nei primi giorni di febbraio nella mia terra, da bambini, si camminava sparsi per i pascoli, suonando le campane delle vacche – perché noi suonavamo quelle – e cantando una vecchia canzone che diceva: “Svegliati! Svegliati! È marzo. La neve va via e fa crescere l’erba”

Ricordo che noi bambini, più avanti nella stagione, andavamo a prendere le vacche in campagna e le portavamo in montagna. Ma quando passavamo per la strada con le campane in quei giorni di febbraio, le vacche si mettevano a urlare perché credevano che fosse arrivato il momento dell’alpeggio, e invece la neve non era ancora andata via, e uscivano appena appena i primi germogli.

Ecco, queste sono sensazioni che ancora si possono provare, anche vicino alle città, spostandosi dove iniziano i boschi. Se alla fine di febbraio andate a vedere i colori lungo le strade che accarezzano i boschi sentirete gli odori della primavera – perché la primavera ha anche odore – e ve ne innamorerete!

Ogni volta che arriva la primavera io “sento” la terra e m’innamoro.
È bellissimo: è la terra che si risveglia, che fa crescere i fiori e se ne sente l’odore e vi giuro che ogni volta mi viene voglia di raccontarlo. L’aria cambia e cambia anche il movimento da dove viene l’aria: è sempre un rinascere.

Anche in questa stagione, però, non posso dimenticare gli anni della guerra. In particolare tra il 1941 e il 1942, quando, arrivata la primavera, si doveva ricostruire tutto. Era il periodo che incominciava a sgelare e c’erano ancora delle macchine seppellite nella neve e nel ghiaccio con le cornacchie che mangiavano i cadaveri… erano l’inverno del 1941 e la primavera del 1942, ma quei mesi li ricordo come fosse oggi… si vedeva il disgelo di un inverno freddissimo, quando in montagna il termometro era sceso a -30°.
Fu l’inverno più freddo registrato nella storia dell’umanità, un inverno che non ha avuto pietà, un freddo così forte che ha congelato i carri armati.

Dovevamo “fare la contumacia”: la primavera ci chiamava e così abbiamo “bigiato” – come dicono oggi i ragazzi che vanno a scuola – abbiamo bigiato anche con il comandante, siamo usciti in campagna e siamo andati da un contadino che ci ha offerto polenta, coniglio e un bicchiere di vino e lì, finalmente, abbiamo trovato la primavera.» (Stagioni, Mario Rigoni Stern)

Sakura

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    “Tra i fiori il ciliegio
    Tra gli uomini il guerriero”

    Una verità semplice
    Quella della vita
    Alle volte ridente e gioiosa
    Alle volte stridente e crudele

    L’uomo è un’ombra
    Sul suolo della terra
    Come il volo di un uccello
    Lascia solo il ricordo del passaggio

    Ma un fiore, anche se appassito
    Lascia un seme e può tornare a nascere.

Dedicata al popolo giapponese.

17 marzo 1861-2011: 150 d'Unità d'Italia

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Il 17 marzo 1861 si ponevano le basi per la nascita di quella che sarebbe stata l’Italia. Un’unificazione politica della penisola italiana che fece cambiare il nome del Regno Sardo in Regno d’Italia quando fu annesso al grosso dei territori degli stati preunitari. E che in seguito, nel 1946, cambiò denominazione e fu mutata in Repubblica a seguito del referendum istituzionale.
Una data che segnò la fine di un lungo periodo che aveva visto la penisola divisa internamente in tanti piccoli stati e costantemerne sotto la dominazione di potenze straniere. Una conquista ottenuta attraverso guerre d’indipendenza, sacrifici, difficoltà, avvenuta soprattutto grazie alla volontà di gente capace di sognare, di vedere oltre i piccoli interessi che tenevano separati la popolazione italiana, arroccata in posizioni vecchie e stantie che non potevano più dare niente.
Oggi si ricorda la nascita della nazione italiana, ma occorre ricordare che se ciò è avvenuto non è stato per i meriti della classe politica, allora come adesso ferma nelle sue posizioni, intenta a guardare e mantenere lo status quo degli equilibri politici, ma grazie a gente venuta dal popolo, gente che credeva in un ideale e aveva una visione di futuro. Gente come Garibaldi, simbolo di una volontà che non si è mai arresa. Gente che aveva capito che se non si è uniti l’unico fato cui si può andare incontro è essere sfruttati e soggiogati, in balia della volontà e dei capricci di altri.

«Che cosa c’è di tanto divertente, vecchio mio? » chiese l’uomo dagli occhi grigi.
«Voi », rispose il guerriero. « Tutti voi. Non ho mai visto tanti ciechi in una sola stanza.»
«Che intendi dire? » chiese con sospetto il mercante di lana.
«Occorre spiegarlo? » mormorò l’uomo di Khardhun, fingendosi stupito. « Va bene, allora. Perché mai dovrebbe prendersi il disturbo di rendervi schiavi? » Indicò il mercante che aveva dato inizio alla discussione. « Se cercasse di farlo, quel poco di virilità che rimane ancora nella penisola potrebbe giungere a ribellarsi.»
Ettorcio tornò a guardare nervosamente la porta.
«Viceversa », proseguì l’uomo di Khardhun, « se si limita a spremervi con tasse e pedaggi e confische, può ottenere lo stesso risultato senza far infuriare nessuno. Alberico », terminò, bevendo un sorso di birra, « non è uno stupido. »
« E tu », disse l’uomo dagli occhi grigi, « sei uno straniero insolente e arrogante! »
L’uomo di Khardhun smise di sorridere. Fissò minacciosamente il mercante, ed Ettorcio ringraziò gli dei di avergli fatto togliere la spada, quando era entrato.
«Sono qui da trent’anni », disse l’uomo dalla pelle nera.
«Da prima che tu nascessi, scommetto. Proteggevo le carovane su questa strada quando tu bagnavi ancora il letto. E per il fatto di essere uno straniero, be’, l’ultima volta che ho chiesto informazioni, mi hanno detto che Khardhun era un paese libero. Noi siamo riusciti a ricacciare indietro gli invasori, e questo è più di quanto possa dire qualsiasi uomo della penisola!»
« Voi avevate la magia! » esclamò il ragazzo che faceva colazione appoggiato al banco. « Noi no! È il solo motivo!»
L’uomo di Khardhun si girò verso il ragazzo e gli rivolse una smorfia sprezzante. « Se pensi di poter dormire meglio, credilo pure. Forse sarai più contento di pagare le tue tasse, o di patire la fame perché non c’è grano. Se invece vuoi sapere la verità, te la posso dire gratis.
Diversi uomini si erano alzati in piedi e fissavano con ira l’uomo di Khardhun.
Guardandosi attorno, questi disse chiaramente: « Noi abbiamo ricacciato indietro Brandin di Ygrath, quando ci ha invaso, perché il Khardhun ha combattuto come una sola nazione. Voi siete stati sconfitti da Alberico e da Brandin perché vi preoccupavate troppo delle piccole dispute di confine tra voi, o di che duca o che principe dovevano condurre l’esercito, che prete o che sacerdotessa doveva benedirlo, chi doveva stare al centro e chi alle ali, dove si doveva trovare il campo di battaglia, o chi era maggiormente amato dagli dei. Le vostre nove province sono state inghiottite dai due maghi una alla volta, un dito alla volta. Io ho sempre pensato », terminò, fra il silenzio degli avventori, « che la mano combatte meglio quando è stretta a pugno »

Con questo significativo brano, Guy Gavriel Kay nell’opera Tigana (in Italia tradotta con il titolo Il Paese delle Due Lune) mostra come l’unità, l’unione fanno la forza.
Non è un caso che abbia scelto questo pezzo per mostrare questa realtà, perché Kay con la sua opera fantastica mostra la storia del nostro paese, le divisioni e le speranze rinascimentali d’unione; un paese soggetto all’egemonia di potenze straniere (a nord il regno austro ungarico a sud il regno borbonico), vezzato e spezzato, fatto di stati che litigavano tra loro. Non è un caso che Kay chiami la penisola in cui è ambientata la vicenda il Palmo, indicando con la chiusura delle Dita (gli stati che lo formano) il Pugno che rappresenta la forza che dà l’unione.
Un insegnamento da ricordare, perché la memoria serve a rammentare il passato con le sue lezioni da assimilare e comprendere; un bene che va difeso perché se dalla conoscenza viene potere, dall’ignoranza viene sottomissione e un popolo senza memoria, senza coscienza di sè è un popolo spezzato, come succede con quello di Tigana, il cui nome è stato gettato nell’oblio da una maledizione.
Rappresentativi di questa realtà sono i brani di questo libro riportati su Fantasy Magazine nell’articolo scritto da Martina Frammartino.

Oggi si festeggia l’Unità d’Italia, ma la nostra è una nazione divisa come allora, non geograficamente (non ancora almeno), ma nello spirito. Forse più che nazione sarebbe corretto parlare di persone che abitano nello stesso luogo, perché gli italiani non sono individui che formano un paese coeso, ma individualisti che pensano al proprio interesse e nient’altro, ben rappresentati dalla classe politica e dirigenziale, specchio di ciò che gli italiani sono realmente.
Anche se la coscienza è sopita le cose possono cambiare, basta solo che qualcuno dia il via alla risalita.

Ettorcio, durante una discussione tra un mercante di vini d’Astibar e uno di Senzio sulla supremazia delle rispettive regioni, prese la parola, contrariamente alle sue abitudini, per dire quello che aveva detto l’alto guerriero di Khardhun: che nove dita sottili erano state spezzate una alla volta perché non si erano strette a formare un pugno. L’osservazione gli era parsa giusta; quando l’aveva ripetuta, gli era parsa anche molto intelligente. Chi l’aveva sentita aveva annuito gravemente, ed Ettorcio aveva provato un forte orgoglio: di solito, la gente badava a lui solo quando diceva che era l’ora di chiudere.
Era una sensazione piacevole. Nei giorni seguenti, ripeté l’osservazione ogni volta che gli si presentò l’occasione di farlo.

Mondo dei Sogni: Segni del Passato

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Inquietudine, rabbia, dolore possono manifestarsi nei sogni rivelando eventi del passato che hanno lasciato un segno e che continuano a protrarre nel presente i propri effetti, condizionando la vita e rendendola un inferno.
L’angoscia che si vive in certi sogni è una reazione di difesa nei confronti di qualcosa che spaventa; alle volte è uno scontro tra la propria morale e un desiderio rimosso o che si vuole ignorare temendolo sbagliato o inappropriato. Una reazione generante conflitti interiori che scatenano rabbia (spesso rappresentata con incendi, dilagare di fiamme), una sorta di ribellione, di valvola di sfogo da una frustrazione affettiva che non riesce a trovare risoluzione.

La sera sopraggiunse trovandoli nei pressi della foresta di Hestea, l’area delle colline dell’antico luogo sacro una linea scura all’orizzonte.
Periin consumò il pasto lontano dal gruppo; Lerida non aveva avuto torto nel dire che quel giorno il suo umore era peggiore del solito.
Non solo era seccato per essersi addormentato senza accorgersene, dormendo tutta la notte, ma era infastidito dal sogno vissuto. Lo stesso sogno fatto dai compagni.
Aveva ascoltato le conversazioni degli altri membri e corrispondeva in tutto: aveva visto quanto raccontato da Lerida mentre girovagava nell’area del tempio osservando ogni cosa senza interesse, un posto come tanti in cui era passato.
«Dove vai?» Si era sentito chiedere.
Vide un bambino non molto grande, di massimo otto, nove anni, dai capelli corti e gli abiti lisi; un ragazzo di strada, come tanti. La povertà arrivava dappertutto, anche nei luoghi sacri. Era una regola cui non si sfuggiva.
«Dove vai?» Ripeté il bambino.
«Non ha importanza.» Rispose senza interesse.
«Perché viaggi tanto se non sai dove andare?» Domandò il bambino senza distogliere lo sguardo.
Fece per andarsene.
«Stai scappando? Solo chi scappa non guarda dove va: ogni posto va bene, purché lontano. Ma in nessuno riesce a posarsi, spostandosi sempre.»
Si voltò di scatto, come se lo volesse fulminare.
Il bambino non s’impressionò, restando a fissarlo come se niente fosse.
«Cosa ne sa un bambino delle scelte di un uomo?»
S’allontanò tra la folla, il passo agile e silenzioso che calpestava il lastricato bianco della strada. La piazza e la biblioteca erano alle sue spalle quando si fermò.
«Perché mi stai seguendo?»
«Non ti sto seguendo, stiamo andando nella stessa direzione.» Il tono atono della voce aveva poco d’infantile.
Non gli diede importanza: a vivere per strada si cresceva in fretta.
«E allora dove sei diretto?» Era infastidito che qualcuno camminasse con lui.
«Non ha importanza.» Fu la risposta che ottenne.
La bocca si distorse in un piccolo ghigno: il bambino era sveglio. Come avrebbe fatto altrimenti a sopravvivere?
«Fa come vuoi.» Riprese a camminare, consapevole che l’altro lo stava ancora seguendo.
Senza accorgersene si ritrovò a essere sopra al muraglione nei pressi del grande tempio; non era sua intenzione arrivarci. Scrollò le spalle: sarebbe tornato indietro.
Fece il percorso a ritroso, passando accanto ai fedeli in processione.
«Perché non entri nel santuario?» Sentì domandare dal bambino.
«Perché dovrei?» Il piccolo stava diventando una presenza fastidiosa. Nella vita di strada fare troppe domande portava a una sola conclusione: non gliel’avevano insegnato?
«La gente va nei tempi per trovare pace e serenità, per riconciliarsi con se stessi e trovare un rifugio per l’anima. Tu non ne hai bisogno?»
«Ti fidi di tutto quello che ti raccontano? Se vuoi credi alle favole, alla tua età è ancora possibile. La realtà però è tutta un’altra cosa.»
«Che cosa ti tiene lontano da questo luogo?» Volle sapere il bambino.
Fu sul punto di non rispondere, poi ci ripensò: forse il ragazzino non parlava da tempo con qualcuno e ne sentiva il bisogno. Forse se lo avesse assecondato per un po’ se lo sarebbe tolto di torno, molto prima che ignorandolo.
«La gente che si reca qui ha bisogno di un appoggio perché non è in grado di gestire la propria vita e sono gli altri a dirgli quello che deve fare; non si rende conto che così facendo è in loro balia, dando un modo per essere controllata. E i cosiddetti religiosi non si lasciano sfuggire quest’occasione di potere, manipolare le persone attraverso le loro debolezze. La gente viene qua per risolvere i problemi, ma i religiosi non danno una soluzione, solo una parvenza di speranza, illudendo che un giorno tutto si risolverà, costringendola a tornare. Se facessero diversamente, non avrebbero più motivo d’essere, perdendo i benefici che i condizionamenti comportano.» Si sistemò lo zaino sulle spalle. «Io sono libero da questi giochetti.»
«Ah.» Disse semplicemente il bambino. «Però è una bella costruzione: perché non entri solo per guardarla?»
«Perché non m’interessa.» Lanciò un’occhiata fugace al tempio.
«Capisco: non ti piacciono i luoghi affollati.» Osservò il ragazzino. «Forse hai ragione: c’è troppa gente.»
Si ritrovarono a camminare di nuovo sulla strada, ma non erano più nell’ampia via della zona del tempio: percorrevano un viottolo stretto, affiancato da basse case.
«Perché cammini sempre nell’ombra?» Chiese il bambino osservandolo.
Fu sorpreso dalla domanda. «Non ti è stato insegnato come si vive per strada?»
«Nessuno l’ha fatto.» Rispose il piccolo. «Ma non ne ho bisogno.»
Che avesse sbagliato a valutarlo?
Continuarono a camminare in viuzze secondarie stranamente familiari. Si ritrovarono ad attraversare un piccolo parco: anche questo era familiare.
«Forse potresti entrare in questo tempio.» Suggerì il bimbo. «Non c’è nessuno che possa disturbare.»
«No.» Fu repentina risposta, ora totalmente consapevole di dove si trovava.
«Perché no?» Insistette il bimbo. «Nessuno ti vedrà.»
«No.» Ripeté deciso. Gli occhi non riuscivano a staccarsi dalla piccola cappella distaccata dal tempio principale.
«Cosa sarà mai entrare in un luogo sacro? Hai paura di restare condizionato?» Insistette il ragazzino, ora al suo fianco, intento a guardare anche lui la costruzione.
«No.» Sibilò minaccioso.
«Perché…»
«No!» Gli urlò contro.
Il bambino lo fissò per nulla impressionato. «Cosa c’è dietro quella porta che ti spaventa tanto? Che cosa nasconde?» Continuò inflessibile. «Chi c’è là dentro?»
«Lupi travestiti da pastori; ladri, impostori, assassini: ecco cosa troverai.» Sentì bruciare una fredda furia negli occhi.
«Che cosa è successo?» Il bambino non s’arrese.
«Ci hanno imbrogliato, ci hanno illuso predicando misericordia, ma non c’è misericordia per dei bastardi come noi, non appartiene a chi non è ricco.» Sibilò a denti stretti.
«Cosa è avvenuto in quel tempio?» Volle sapere il ragazzino.
«Quello non è un tempio: è una tomba, un luogo dove danno benedizione al mattatoio che è quest’area.» Sentì la respirazione accelerare. «Le hanno fatto credere che sarebbe entrata in un mondo migliore, la sua dura vita finita; era così felice, raggiante. Quando ci ha lasciato, ha detto che una volta sistemata ci avrebbe invitato nella sua nuova casa; era così contenta che ci abbiamo creduto anche noi.» Il suo sguardo divenne feroce. «L’hanno venduta, fatta prostituire in un mondo di luci ed eleganza. E quando una verità troppo scomoda ed evidente stava per venire a galla, l’hanno eliminata. Non ci sarebbero stati strascichi: si fa in fretta e senza dare nell’occhio a far sparire chi non ha nessun legame al mondo. E quei porci dell’Ordine avrebbero coperto tutto senza fare niente per punire il ricco benefattore che l’aveva accolta in casa come serva e da cui lei attendeva un figlio: sarebbe stato uno scandalo per un uomo della sua posizione.»
«Come fai a sapere queste cose?» Lo interrogò il bimbo.
«Ho sentito i Messaggeri e quel porco del suo benefattore da una delle finestre dell’edificio, mentre attorno alla sua bara discutevano come risolvere quanto accaduto.» Serrò la mascella. «Non so neanche dove l’abbiano seppellita.» Strabuzzò gli occhi come se si fosse riscosso da uno stato di trance. Guardò irritato il bambino. «Questo posto mi ha schifato.»
Senza aspettare risposta si voltò. Mentre camminava s’accorse di stare stringendo con forza l’elsa delle spade; si sentì avvampare da un altro moto di rabbia. Avrebbe trovato un posto dove non sarebbe stato più costretto a usarle.
Camminò fino a lasciare la città alle spalle, attraversando prati e valli. Arrivò in una foresta mai vista, inabitata e cominciò a sentirsi meglio: non avvertiva nessuna minaccia in quel luogo. Si sfilò la cintura con le spade e le lasciò cadere: fu come abbandonare un gran peso.
Camminò a lungo nella foresta. Provò un benessere e una pace nuovi; quando fu stanco si fermò tra le radici di una grande sequoia, sedendosi, poggiando il capo contro il tronco e chiudendo gli occhi.
Quasi subito sentì un corpo premere contro il suo.
«Come si sta bene qui.» Sussurrò una dolce voce femminile. «Sapevamo che ci avresti guidato bene: su di te si può contare, ci sei sempre. Mantieni sempre le promesse.» La voce ridacchiò. «Smettila di farmi il solletico ai fianchi. Non cambierai mai.» Sentì un buffetto sul braccio. «Non cambiare mai, rimani sempre così: sei speciale.»
Si sentì scivolare beatamente nel sonno.
Gli occhi erano ancora chiusi, ma era sveglio, allarmato da un senso d’inquietudine che si faceva avanti inesorabile. Quando li aprì si scatenò l’inferno: la foresta bruciava, c’erano urla e suoni stridenti ovunque.
Cominciò a correre.
Un’ombra gli si parò davanti e l’abbatté; stessa sorte toccò a tutte quelle che si ritrovò sul cammino.
Quando si fermò, era in cima a una collina. Guardò indietro e vide i resti fumanti della foresta.
Il terreno era cosparso di corpi. Si piegò a riprendere fiato e solo allora s’accorse di impugnare di nuovo le spade: grondavano sangue.
Quando rialzò lo sguardo trovò il bambino a fissarlo.
«Perché sei cambiato?»
«Per sopravvivere.»
«Saresti sopravvissuto lo stesso.» Lo corresse il ragazzino. «Sei diventato quello che sei per non soffrire più, perché credevi di non riuscire a sopportare il dolore. Lo hai fatto per salvarti, ma non sarà certo in questa maniera che ci riuscirai. La strada che hai intrapreso non ti porterà nulla; ancora non ti accorgi di quello che sta avvenendo, ma faresti meglio a farlo prima che sia troppo tardi.» Il bambino si allontanò senza muovere le gambe. «Sei cambiato per diventare forte: c’era già forza in te, ma ti sei illuso di non averne abbastanza. La verità era che volevi mascherarti.» Ora era soltanto un punto distante. «Puoi ancora tornare a essere quello che eri.»
Per un attimo fu raggiunto da un raggio di luce che gli sfiorò il volto; poi l’oscurità calò su di lui coprendo ogni cosa.
Aveva capito cosa era successo durante il sonno: aveva rivissuto il passato, provando le stesse emozioni d’allora. Era già capitato. Questa volta però era stato molto più intenso.
Non capiva il significato del sogno, del bambino: sembrava un monito. Ma aveva l’impressione che ci fosse dell’altro. I sogni non seguivano mai un filo preciso, erano caotici e senza senso, a parte le emozioni che facevano scaturire: questo invece sembrava mirare a qualcosa. Che cosa fosse però lo ignorava e gli dava da pensare; per questo si teneva lontano dagli altri perché non capissero quello che stava passando. Se la gente non sa quello che pensi non può vedere i tuoi punti deboli, era diventata una delle sue regole di vita.
S’andò a sistemare ancora più lontano dall’accampamento, sedendosi contro il tronco di un albero. Rimase in attesa del giorno guardando stelle dalla luce fosca.

Mondo Dei Sogni: Insegnamento

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Tutti i sogni mostrano dei lati di sé, hanno un insegnamento da trasmettere; solitamente sono “criptati”, ovvero hanno bisogno di una chiave di lettura per interpretarli. Ma alcuni di essi sono così lucidi e diretti che non occorre rifletterci sopra. E’ come trovarsi in una specie di trance che fa raggiungere degli spiriti guida, essenze di un aldilà capaci di dare una conoscenza solitamente bloccata; un sonno in cui si è vigili e attenti, consapevoli di quello che succede.

Il cammino proseguì di buon passo fino a mezzogiorno, quando si fermarono per consumare un frugale pasto al riparo di un gruppetto d’acacie.
Socchiudendo gli occhi, Ghendor fissò i giochi di luce dei dardi solari nell’intreccio di rami e foglie. Era la stessa cosa accaduta in sogno.
Dopo aver girovagato nel luogo risorto, fermandosi a osservare le statue e la gente che passava, s’era incamminato alla volta del tempio, immettendosi nel flusso della corrente umana. Salita la gradinata dell’imponente muraglione, aveva oltrepassato i recinti del tempio, continuando a camminare lungo il perimetro del santuario.
Senza accorgersene si era allontanato dagli altri, fermandosi a rimirare una statua. Il volto incorniciato da una chioma fluente di capelli ondulati, era stato cesellato dando un’espressione penetrante. C’era severità e dolcezza, ma anche forza che si manifestava nelle membra muscolose e aggraziate, dando al corpo un senso d’armonia e grazia che trascendevano dall’aspetto umano; e che quell’essere fosse molto di più lo si poteva capire dalle grandi ali che spuntavano dal dorso. Ali d’aquila per sollevarsi da terra e volare nei cieli, lontano dal mondo conosciuto e dirigersi verso luoghi inesplorati, dove l’uomo non era ancora giunto. La magnifica creatura teneva la mano aperta, il palmo rivolto verso l’esterno, in un gesto che era un invito a unirsi nell’ebbrezza del volo.
Una sottile corda passava sul torace assicurando un lungo corno alla schiena: sembrava essere una delle trombe del giudizio citate in alcuni testi.
Un raggio luminoso lo colpì agli occhi. Per un attimo pensò che fosse il riflesso del sole sulla parte dorata della facciata del tempio; invece l’origine era una fonte luminosa che si trovava su una panca a pochi metri di distanza.
«Salve Messaggero.» La luce parlò e si mosse, come se qualcuno fosse avvolto in essa. «Siediti qui con me.»
Ghendor andò a occupare posto sulla panca.
«E’ una meravigliosa costruzione, non trovi?» La luce parlava tranquillamente, a suo agio. «Un giorno tornerà a essere così.»
«Questo è un sogno?» S’era sentito strano a porre quella domanda.
«Sogno?» Fece divertito l’essere. «Sì, lo è, ma è anche una realtà che è stata e che potrà di nuovo essere, se lo si vorrà.»
«Allora sto sognando il passato e il futuro?»
«Più che sognando si può dire che ti sei svegliato nel sogno.» La creatura rise all’espressione dell’uomo. «Fino a questo momento hai vissuto il sogno delle persone che sono rimaste qui, che hanno lasciato impresso in questo luogo l’ideale in cui più fermamente hanno creduto e che ora sta rivivendo nel vostro sonno. Ma quando si sogna non si è mai protagonisti, non si sceglie come agire, si subisce lo svolgersi del sogno; si è condizionati, come lo si è nella vita dai rapporti con gli altri e l’ambiente. Se tu stessi ancora sognando saresti entrato a pregare nel tempio con gli altri. Ma se tu sei qui significa che non sei più sotto la sua influenza e sei libero di scegliere: quindi sei sveglio. Perciò ti dico che ti sei svegliato all’interno del sogno.»
A Ghendor era parso che si voltasse a guardarlo.
«Non hai capito, ma non importa: non è questo quello che conta. La comprensione verrà da sé.»
«Sono libero di fare quello che voglio: quindi posso decidere di svegliarmi e tornare al presente?» Aveva chiesto titubante Ghendor, nonostante tutto gli sembrasse strano.
«Certo che puoi, ma perché vorresti farlo?» Chiese l’essere luce. «Hai ancora una cosa da fare qui.»
Ghendor aveva dato ragione alla creatura: non voleva ancora tornare alla realtà, ma ne ignorava la ragione. «Che cosa devo fare?»
«Qualcosa che ti aiuterà a compiere la missione.» Disse la creatura. «Imparerai a conoscere di più te stesso. Camminiamo un po’.»
«Come può essermi questo d’aiuto nella ricerca?»
La figura luminosa lo precedeva di qualche passo. «Alcune cose non ti sono chiare, anche se già sei sulla buona strada. Ma stai venendo aiutato e non ci metterai molto a capirlo.»
Si arrestò davanti a una statua di un uomo con entrambe le mani appoggiate sull’elsa di una spada piantata nel terreno; uno scudo era assicurato alle sue spalle.
«Quando un discepolo è pronto compare un maestro.»
Ghendor fissò l’opera. “Questa l’ho già sentita.” Pensò.
«Non solo l’hai già sentita, ma la stai vivendo.» Lo sorprese l’essere luce. «E non sarà difficile, visto che già possiedi delle buone basi: devi solo fare il passo successivo che divide la teoria dalla pratica. La tua mente è aperta e coglie il significato più profondo della Rivelazione. Liberandoti da certi blocchi scoprirai verità ulteriori. Hai bisogno di un po’ di tempo, ma hai la fortuna di avere incontrato chi potrà mostrarti come fare.»
«Ariarn.» Disse il Messaggero.
«Si. Ti può insegnare perché ha già intrapreso questa strada, ma ricorda che sarai tu a doverla percorrere.» Fece una pausa. «Sei molto bravo a insegnare agli altri, ma ricorda che per insegnare veramente bisogna prima saper fare: dovresti ascoltarti quando parli, ti sarebbero molto d’aiuto. »
«Di che cosa ho bisogno?» Ghendor si era sentito come un libro aperto per quella creatura, ma non avvertì disagio.
«Innanzitutto devi eliminare una visione errata di quanto che fai. Non sforzarti solamente di credere, comprendi che può essere veramente così, che ciò che insegni ha dei risvolti pratici, non solo per gli altri, ma anche per te: ci sei vicino, la sfiori, ma non riesci ad afferrarlo. E non ci riesci per un semplice motivo: ti manca convinzione, sottovaluti le tue capacità.»
Ghendor aveva fatto per parlare, ma l’essere aveva continuato. «Ti manca sicurezza e rimani ancorato al passato, non riuscendo a superare certi comportamenti. Tutti hanno delle debolezze; il fatto che tu non le veda, non significa che non ci siano. La sicurezza che cerchi la devi trovare in te stesso, gli altri non te la possono dare: ricordi?»
Ghendor aveva ricordato: erano parole sue. La creatura aveva ragione: era bravo nell’insegnare agli altri a risolvere i loro problemi. Allora perché non riusciva a risolvere i propri?
«Sempre per insicurezza.» Aveva risposto l’essere alla muta domanda. «Tu credi ai Messi Celesti e alla Rivelazione. Credi anche in te stesso. Ti accorgerai che è la medesima cosa.»
L’essere stava facendo il cammino a ritroso fatto per arrivare al tempio.
«Non esiste uomo che non abbia paura. Ma non è da tutti superarla e non può essere eliminata: ma limitata e impedire che blocchi, sì. Perché è questo che fa: impedisce di agire e crescere. Dovrai superarla per riuscire nella missione e potrai farlo solo se avrai sicurezza in te perché come in ogni uomo c’è molto più di quello che si vede. »
Erano arrivati all’ingresso della zona del santuario, davanti al piedistallo su cui era situata l’iscrizione letta.
«Perché non c’è nessuna statua?» Chiese Ghendor.
L’essere luce fissò la costruzione di pietra. «Perché non c’è opera di pietra o di altro materiale che possa rappresentare qualcosa di ampio e multiforme come l’anima. Il messaggio che si vuole trasmettere è conoscere quanto legata a essa, anche le parti più oscure, per farle diventare luce.»
A Ghendor parve che alzasse un braccio per indicare il piedistallo.
«Lo spazio è lasciato vuoto perché ognuno veda se stesso e comprenda che la crescita è senza limiti.»
Il Messaggero guardò verso i piedistalli che adornavano il sentiero. «Quelle statue invece sono state create per rappresentare singolarmente ogni lato del carattere umano, per frammentare l’intero dell’anima e rendere perciò più facile la sua comprensione, giusto?»
«E’ così: parti del sé che insieme formano l’uomo, come i colori formano la luce bianca.» L’essere si avviò verso le gradinate. «Il nostro tempo qui è ora concluso, ma ci rincontreremo. Potrei dire che ci vedremo sempre, ma ancora non capiresti.»
«Tu sei un Messo Celeste?»
L’essere luce rise. «Un giorno vedrai.» Continuò a scendere gli scalini. «Rammenta queste parole: andrai lontano, dove molti non hanno osato arrivare e dalle tue azioni scaturirà un gran bene. Molti avranno salva la vita grazie a te. Non sentirti fuori posto perché non appartieni alla mentalità di questo mondo; non aver paura di giudicarlo perché solo vedendo dove sbaglia potrai cambiarlo. E lo farai con la tua vita, seguendo la strada che già percorri: altri ti seguiranno perché rivelerai la verità.» Ormai era nel prato. «Non si affidano compiti a chi non è in grado di portarli a termine. Molti credono in te: credici anche tu.»
Ghendor avrebbe voluto fare altre domande, ma la luce si fece più intensa fino ad avvolgere tutto e a farlo svegliare.
Rifletté sulle parole del sogno: erano cose che già sapeva. Sentirle dire da un altro però era diverso: era come essersi liberato di un peso, sentendosi più libero e leggero.
Forse era venuto il momento di cambiare. Cosa aveva da perdere se poteva migliorare?
Con una nuova fiducia riprese il cammino insieme agli altri.

8 Marzo

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Le origini della festa dell’8 Marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento fu appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data fu proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.
Questo triste accadimento ha dato il via negli anni immediatamente successivi ad una serie di celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo dell’orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo della fabbrica.
Successivamente, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla condizione sociale, la data dell’8 marzo assunse un’importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche il punto di partenza per il proprio riscatto.
Ai giorni nostri la festa della donna è molto attesa, le associazioni di donne organizzano manifestazioni e convegni sull’argomento, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi che pesano ancora oggi sulla condizione della donna, ma è attesa anche dai fiorai che in questo giorno vendono una grande quantità di mazzettini di mimose, divenute il simbolo di questa giornata, a prezzi esorbitanti, e dai ristoratori che vedono i loro locali affollati. Magari non sanno cosa è accaduto l’8 marzo del 1908, ma sanno benissimo che il loro volume d’affari trarrà innegabile vantaggio dai festeggiamenti della ricorrenza. Nel corso degli anni, quindi, sebbene non si manchi di festeggiare questa data, è andato in massima parte perduto il vero significato della festa della donna.
Come accade molto spesso ai giorni d’oggi, si guarda all’apparenza, alla superficie senza andare oltre; si è perso lo spirito, sacrificato alle tradizioni ed alle istituzioni di tutti i generi.
Per secoli la donna è stata avversata e sminuita, tenuta sempre in basso, vessata e colpita da tutte le parti: le persecuzioni avute nella storia da parte della società, della religione, del mondo del lavoro, l’hanno tacciata con la forza perché considerata la parte debole in un mondo che otteneva le cose opprimendo ed imponendo.
Le donne sono state così colpite perché erano il simbolo visibile dell’elemento femminile, quell’elemento che da sempre ha spaventato perché imprevedibile ed impossibile da schematizzare ed imbrigliare. Nelle donne questo elemento ha sempre avuto la predominanza, conferendole una marcia in più, mettendole sempre un passo avanti: non perché fossero donne, ma perché l’elemento femminile ha un qualcosa in più. Così è anche per quegli uomini che sanno ascoltare questa parte, una parte che appartiene a qualunque essere umano. E che da sempre è stato osteggiato e represso.
Tutte le grandi persone hanno riconosciuto e accettato questa parte, hanno seguito la sua strada e sono arrivate lontano: l’hanno fatto perché era la cosa giusta da fare, era la strada giusta da percorrere, a prescindere dall’essere religiosi o atei, ricchi o poveri. Sono stati perseguitati e derisi, isolati e messi da parte, ma sono andati avanti per loro stessi e rispetto di quella vita che loro avevano veramente imparato a vivere. E facendo per loro hanno aiutato molte persone ad aprire gli occhi. Non avevano pretese di aiutare gli altri, ma l’hanno fatto ed i risultati si sono visti. A prescindere dall’ostilità che i grandi gruppi avevano verso di loro. E che dopo la loro scomparsa hanno riconosciuto come grandi: non perché avessero compreso quello che avevano fatto, ma perché molta gente li aveva seguiti. Ed avere molta gente sotto il proprio controllo significa avere un grande potere.
E’ quello che hanno sempre fatto i grandi gruppi: avere sotto il proprio controllo il più gran numero d’individui, annullandone l’identità e dandogli una mentalità da seguire. I grandi gruppi hanno un grande potere, ma hanno potere perché la gente glielo permette. Se la gente non si fa condizionare, tutta questa forza si riduce in niente. E’ quello che fa l’elemento femminile, che va oltre le tradizioni e le schematizzazioni, cose morte che non danno niente. Ricerca la vita, la crescita e l’indipendenza e ha la forza per fermare il conformismo che regna su questo mondo, il sistema che vuole inglobare ed annullare ogni cosa.
E’ in potere di tutti fare questo, ma quanti riusciranno a farlo? Quanti avranno il coraggio di andare contro la maggioranza ed il pensiero comune? Quanti avranno la forza di avere un modo di fare diverso dalla famiglia, dagli amici e dalle istituzioni laiche e clericali? Quanti riusciranno ad arrivare ad una consapevolezza superiore? Quanti avranno il coraggio di lasciare le vecchie abitudini, di lasciare la strada vecchia per seguire una via nuova e quindi sconosciuta ed inesplorata? Non c’è una risposta preconfezionata per questo: lo si può sapere solo istante per istante e la può dare solo la persona che la vive.
Questa è una delle verità da ricordare.
Come è da ricordare che l’essere donna è più di avere un bel corpo, apparire carine, ricevere doni o apprezzamenti: è l’essere rispettosa di sé e degli altri, consapevole che tutti hanno stessi diritti e opportunità, che bisogna lottare per ciò che è importante. Come fanno Loredana Lipperini e Lorella Zanardo