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Sottoterra. Parte 1

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Tutte le lampade della Caraffa Schiumosa erano accese, rischiarando la pietra delle pareti e il legno del soffitto. Uomini sorseggiavano birra al bancone, accompagnati dall’odore di stufato che proveniva dalla cucina. Le cameriere sgusciavano tra i tavoli con piatti fumanti sulle mani.
Seduto in un angolo del locale, Reinor era in compagnia dei resti della cena. Era nella locanda da un’ora prima del tramonto, orario convenuto con Darden per incontrarsi; vedendo il suo ritardo, aveva ordinato: sicuramente era stato trattenuto dai suoi impegni.
La figura corpulenta dell’amico comparve nella sala. Con alcuni cenni attirò la sua attenzione.
Il mercante arrivò al tavolo trafelato, sedendosi con un sospiro di sollievo e asciugandosi con un fazzoletto il sudore che scendeva dalla fronte.
«Che corsa per arrivare.» Le parole gli uscirono in uno sbuffo.
«Potevi evitartela, visto che l’ora dell’appuntamento era passata» commentò Reinor.
«L’ingratitudine non ha limiti a questo mondo. Uno si preoccupa, fa di tutto per mantenere i propri impegni e viene ripagato con risposte pungenti e incomprensione» rispose melodrammatico Darden.
Reinor sorrise: cercando di sdrammatizzare ogni cosa, Darden riusciva ogni tanto a farlo sorridere. Un evento raro, specie negli ultimi tempi.
Darden continuò la filippica con fare sconsolato. «Sei ancora giovane per capire gli impegni gravosi che comportano gli affari e non sai ancora cosa significa portare avanti con dedizione e passione il lavoro di una vita…»
«Risparmiami: non ho fatto nulla di grave per meritarmi una simile punizione» lo fermò Reinor prima che l’amico mettesse in atto una commedia, chiamando al tavolo una cameriera. «Un piatto di stufato e una birra» ordinò. «Speriamo che con la bocca piena la smetterai di lamentarti» borbottò.
«Guarda che ti ho sentito!» Darden si raddrizzò sulla sedia. «Dovresti avere più rispetto per gli anziani.»
«Hai ragione, ma c’è un piccolo particolare da considerare: tu non lo sei» puntualizzò Reinor.
Darden alzò le mani in segno di resa. «Devi sempre avere l’ultima parola, vero? Speriamo che la cena sia buona, visto che la compagnia non è delle migliori.»
Reinor rise davanti alla sua faccia teatralmente immusonita.
Non parlarono più finché Darden non ebbe consumato il pasto. Reinor s’immerse nei suoi pensieri, estraniandosi dai rumori della folla. Come alle volte accadeva, mentre teneva lo sguardo fisso davanti a sé, una sensazione strana fece capolino: era come se la sua mente fosse attirata in una spirale e più vi si addentrava, più perdeva contatto con la realtà e con se stesso, come se stesse per dissolversi. Ma prima che iniziasse una discesa che ben conosceva, fu riportato alla realtà dal sospiro compiaciuto di Darden che aveva terminato la cena.
«Quello che ci voleva dopo una dura giornata di lavoro.» Darden si massaggiò l’addome sporgente.
«Quale lavoro?» lo punzecchiò Reinor.
«Caro ragazzo, devi sapere che per portare avanti buoni affari occorre dimestichezza nella contrattazione. Occorre pazienza e tatto, trovare le parole giuste al momento giusto. La mente è sempre sotto pressione, sempre allerta, e richiede un gran dispendio di energie» spiegò il mercante con sicumera.
«Non metto in dubbio l’intellettualità del tuo lavoro, anzi direi che il tuo essere rispecchia pienamente il lavoro che pratichi.» Reinor fece cadere lo sguardo sull’addome prominente.
Darden sorrise compiaciuto, convinto per una volta che fosse riconosciuto un suo ragionamento: quando si accorse dell’allusione che Reinor stava facendo, assunse uno sguardo offeso.
«Quando la smetterai di prenderti gioco di me, ragazzo?»
«Quando la smetterai di prenderti troppo sul serio» rispose serafico Reinor.
«Senti chi parla di non prendersi sul serio: quello che affronta ogni situazione come se fosse una guerra. Non sei la persona adatta a fare queste osservazioni.»
Reinor non ribatté, sapendo che c’era verità in quella battuta.
«A proposito di cose serie» Darden assunse il tono pacato che riservava a particolari occasioni. «Non potrò accompagnarti nel proseguimento del viaggio.»
Reinor accolse la notizia senza scomporsi, lasciando l’amico proseguire.
«Dagli incontri avvenuti in questi giorni sono scaturiti nuovi contatti che paiono essere promettenti.» Bevve un sorso di birra. «È un risvolto inaspettato, ma benvenuto: il cosiddetto colpo di fortuna che noi mercanti aspettiamo sempre. Gli affari andranno in porto, ne sono sicuro, tuttavia non si concluderanno velocemente. Potrebbero occorrere diverse settimane e non credo tu sia propenso a stare fermo così a lungo.»
«Non c’è niente che questa cittadina possa darmi, a parte un pasto caldo e un letto. Restare sarebbe solo uno spreco di tempo» disse con calma Reinor.
«Sapevo che avresti risposto così.» Darden batté la mano sul tavolo, con un sorriso compiaciuto. «Ed è per questo che ho già trovato una soluzione: sono venuto a sapere che fra due giorni una piccola carovana partirà per Womb Rendin. Ho fatto domande e non hanno nulla in contrario ad avere con loro un altro viaggiatore.» Tamburellò le dita sul legno. «Avrei preferito accompagnarti, ma gli eventi non sono andati come programmato. Però arriverai a poca distanza da Hatieven senza fatica Allora, che ne dici?»
Reinor soppesò la proposta. «Va bene: è la soluzione più conveniente per entrambi.»
«Davvero non ti dispiace che non riesca ad accompagnarti?»
«Da quando esiste un mercante che antepone i sentimenti agli affari?» s’informò Reinor.
«Ecco il risultato di essersi preoccupato per qualcuno: malignità e diffidenza.» Darden riprese a recitare la parte drammatica.
«Va bene, basta che non ricominci a fare la vittima» rispose divertito l’Usufruitore. «Piuttosto dimmi l’ora e il luogo dove dovrò trovarmi per unirmi alla carovana.»
«Avrai tutte le informazioni che ti servono, ma per il momento godiamoci la serata. Ragazza, altra birra!» esclamò levando il boccale vuoto mentre una cameriera passava dalle sue parti.

La mattina di due giorni dopo Reinor era su una larga strada che conduceva alla porta nord di Nhal, il ritrovo della carovana. I carri erano allineati vicino ai palazzi, con gli uomini intenti a terminare i preparativi per la partenza. Rimanendo presso l’angolo della strada, evitò di essere risucchiato in quella che ormai era una scena familiare: nell’arco di un mese era la terza volta che assisteva alla partenza di una carovana.
Una mano gli scosse la spalla. «Aspetti che partano, per poi corrergli dietro? O hai cambiato idea e deciso di rimanere a tenermi compagnia?»
«Nessuna delle due» rispose alzando lo sguardo su Darden. «Aspetto che si calmi il trambusto.»
«Si vede che non hai la stoffa per diventare un mercante: tutto questo è la nostra linfa vitale.»
«Non ho mai detto di volerlo diventare» si schernì Reinor.
Una sonora risata scosse il corpo dell’omone. «Seguimi, ti faccio conoscere la persona con cui viaggerai.»
Si fecero largo fra la folla di mercanti e lavoratori, arrivando all’inizio della colonna, fermandosi vicino a un carro coperto da un pesante telo cerato. Un uomo con larghi pantaloni bianchi e una blusa indaco che metteva in risalto la carnagione olivastra stava sistemando il carico di botti.
«Mastro Cander» chiamò Darden.
Un volto sulla cinquantina, con capelli crespi e folti baffi, si voltò a osservarli.
«Signor Darden.» L’uomo porse la mano al mercante.
«Ecco l’amico di cui le ho accennato qualche giorno fa.» Darden presentò l’Usufruitore.
«Giusto in tempo per la partenza; puoi sistemarti sul sedile del conducente o nel retro se vuoi dormire durante il viaggio.»
«È ora di salutarci» disse Darden. «Ti raggiungerò a Hatieven una volta conclusi i miei affari.»
«Bada di non diventare troppo ricco» Reinor accennò un sorriso.
«E tu accantona per un po’ gli studi e lasciati vivere» controbatté il mercante. «E non cacciarti in qualche guaio.» La sua risata risuonò mentre si allontanava.
Reinor andò a sistemarsi sul carro, mentre la colonna lentamente si avviava verso la porta. Si voltò a dare un ultimo sguardo alla città: nel punto dove era stato pochi istanti prima vide Darden che assisteva all’allontanarsi della carovana. Con un cenno della mano lo salutò prima che le mura lo celassero alla vista.

La giornata, la quinta dopo aver lasciato Nhal, era cominciata come al solito all’alba, con l’odore dei fuochi che andava a risvegliare i viaggiatori ancora sotto le coperte. Subito dopo la colazione, la carovana s’inoltrò nella piana che si stendeva oltre la zona collinare circostante Nhal.
Reinor non si unì alle conversazioni dei compagni di viaggio, restando all’interno del carro a studiare sui libri e a meditare. Uscì quando la calura del giorno cominciò ad attenuarsi, portandosi a fianco del conducente. Il villaggio che avevano scorto due ore prima stava scorrendo alla loro destra, uscendo dal campo visivo.
«Credevo che ci saremmo accampati per la notte nei pressi di quel piccolo centro abitato.»
«Avremmo anticipato la sosta, perdendo tre ore di marcia inutilmente» spiegò Mastro Cander. «La regione è tranquilla: possiamo fermarci in qualsiasi luogo senza correre pericoli.»
Stava per perdersi nelle sue riflessioni quando vide sporgere oltre la linea della carovana la sagoma di uno dei carri più avanzati: la struttura di legno rimase per una frazione di secondo sospesa in un’inclinazione innaturale, poi si piegò di lato, andandosi a schiantare al suolo e accartocciandosi su se stessa. Le assi del piano si divelsero, andando a mescolarsi con la merce rotolata sul manto erboso.
Il carro subito dietro seguì la stessa sorte.
La carovana si trasformò in una cacofonia d’urla e nitriti spaventati. I passeggeri dei mezzi ribaltati furono aiutati a riprendersi, i cavalli liberati dai finimenti ingarbugliati. L’incidente non aveva causato ferite ad animali e persone. Gli unici a riportare danni erano stati i carri: le assi dei pianali, i semiassi e i raggi delle ruote erano spezzati; niente d’irreparabile, ma occorreva tempo per rimetterli in sesto.
Reinor rimase a fissare la voragine che si era aperta al loro passaggio mentre le merci venivano recuperate. “Delle semplici piogge non possono causare un simile fenomeno, a meno che sotto il terreno non ci sia uno spazio vuoto, come delle tane di animali. Ma quali bestie possono scavare simili buche sotto il suolo?”
Con sua sorpresa la carovana ripiegò verso il villaggio.
«Non possiamo trasportare per tutto il tragitto la merce degli altri mercanti» disse Mastro Cander anticipando la sua domanda. «I carri devono essere riparati, ma ci manca il materiale per farlo: al villaggio possiamo procurarcelo, così da poter ripartire nell’arco di qualche giorno.» Fece una smorfia di disapprovazione. «Un ritardo non preventivato.»
Reinor accolse la notizia restando in silenzio.

Sottoterra (un estratto di un racconto del mondo di Asklivion)

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Quarto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata Dentro al pozzo. Pozzi, caverne, segrete, cantine: tutti posti bui, claustrofobici, dove far sentire la sensazione di stare laggiù, al buio. Tale racconto è una parte di una storia più ampia dedicata a Reinor, uno dei protagonisti di Strade Nascoste. Nell’idea della prima stesura tale storia doveva fare parte del romanzo, ma allontanava il lettore dalle vicende principali, risultando purtroppo dispersiva; nulla vieta però ora, dopo averla elaborata, di proporla per arricchire il mondo di Asklivion. Le vicende in esse narrate sono antecedenti i fatti di Strade Nascoste, e vanno collocate prima che il gruppo si formi a Womb Rendin.

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.
Alzare e abbassare. Abbassare e alzare.
Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.
Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.
A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi.
Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.
Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava.
Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti.
Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.
Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.
Era rimasto tutto nella sua mente.
L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.
Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare.
Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso.
Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.
Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo.
Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati.
Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.
La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri.
Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti.
Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole.
Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio.
Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti.
Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere.
Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine.
Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo.
Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto.
Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.
Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata.
Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.

Antica cultura

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Il Partenone di Atene, magnifico esempio dell'antica cultura grecaLa cultura dell’antica Grecia è affascinante, oltre che ricca, e ha dato un contributo notevole ad architettura, scultura, pittura, tragedia, commedia, filosofia, mitologia, politica. Un’influenza che si è fatta sentire non solo per quanto riguarda il passato, ma anche nel presente, basta vedere quanto i miti su dei ed eroi hanno contribuito negli studi di psicologia; per chi segue il genere fantastico, non possono essere sfuggite le opere letterarie di Rick Riordan dedicate a Percy Jackson o i film che hanno visto come protagonisti Perseo (Scontro tra Titani e La furia dei titani), Teseo (Minotaur), Ercole (Hercules: Il Guerriero e Hercules. La leggenda ha inizio) (questo per citare solo le pellicole più recenti).
Personalmente il mondo dell’antica Grecia mi ha colpito e affascinato fin da quando l’ho conosciuto ai tempi delle elementari. Inutile dire che da bambino quello che mi coinvolgeva di più erano le storie degli eroi e degli dei: come non farsi prendere dalle scappatelle di Zeus, dalle imprese di Ercole, Teseo e Perseo, dalla guerra di Troia, dal lungo viaggio di Ulisse. Per non parlare delle guerre con i Persiani, delle strategie usate per fermarli, degli atti di eroismo (basti pensare a Leonida) e di come i greci riuscirono a fermare una forza numericamente superiore alla loro. Crescendo ho saputo poi apprezzare la filosofia, il teatro, elementi che richiedono più tempo, sono meno immediati specie per un bambino; l’architettura, come i miti, mi ha invece preso fin da subito. Nelle linee delle statue, delle colonne e dei capitelli di templi e palazzi, c’è qualcosa che mi ha sempre colpito: sicuramente c’è bellezza, grandezza, ma anche qualcosa che comunica a livello inconscio, che fa riecheggiare di cose che vanno oltre il conosciuto, che sanno di epicità, di scoperta, di mistero. Non posso non pensare alla magnifica Acropoli di Atene, con il Partenone, l’Eretteo, i Propilei, il tempio di Atena Nike; è stata proprio la bellezza di questo luogo, la sua grandezza, il suo essere simbolo di una cultura ricca di saggezza e sapienza, che mi ha ispirato nel creare l’antico luogo dove Ariarn, Periin, Reinor, Ghendor e Lerida giungono nel loro lungo viaggio alla scoperta di che cosa sta colpendo le regioni da dove provengono. Un luogo che lascerà un segno importante sia in loro, sia nelle vicende della storia.

 

La comparsa di uno squadrato pezzo di marmo in mezzo all’erba, seguito dopo pochi passi da un altro, li colse di sorpresa. Qualche metro ancora e si ritrovarono a camminare su un lastricato bianco, che si snodava sinuoso costeggiando i verdi boschetti della vallata. Piedistalli diroccati sorgevano in prossimità delle svolte del sentiero.
Il viale lastricato, accompagnato dal profumo di fiori di campo, arrivò a una scalinata: i resti di bianche mura mostravano il perimetro di ciò che era stato un ampio e vasto complesso architettonico. Della grandiosità di un tempo rimaneva solo macerie coperte da edere.
Era un luogo abbandonato, ma vi aleggiava un’atmosfera di pace, come se la presenza di quanto era stato non se ne fosse andata, continuando a permearlo.
La curiosità e il fascino del luogo fecero salire gli scalini scheggiati. I pilastri, un tempo sostegno ai cancelli d’ingresso, splendevano nel loro candore; i resti dell’arco che univa le due colonne erano sparsi nello spiazzo che si estendeva davanti ai cinque.
Guardandosi intorno come bambini in una casa nuova, arrivarono di fronte a un piedistallo alto due metri, dall’ampia base, l’attenzione attirata dalla placca metallica posta sulla sua facciata: i rampicanti non erano saliti sulla sua superficie, risparmiata dalla ruggine e dal trascorrere delle stagioni; solo una leggera patina oscurava la brillantezza della lastra, lasciando leggibili i simboli che vi erano incisi.

«Dev’essere stato splendido quando la gente viveva qui» disse Lerida. «Sarei curiosa di sapere com’era questo luogo quando era intatto.»
«Sarebbe interessante avere il tempo di studiare questi reperti: dall’antichità si rivelano cose sorprendenti, pezzi mancanti della storia che permettono di capire meglio il presente» disse Ghendor camminandole accanto. «Secondo studi archeologici, le zone dei santuari avevano una disposizione predefinita. Vicino ai cancelli si trovavano le sale per dare accoglienza ai pellegrini; accanto a esse erano situati gli edifici del personale che si occupava dei servizi per persone e strutture» si voltò a guardare indietro. «Il grande spiazzo appena superato era la piazza dove la gente s’incontrava per discutere e rilassarsi all’ombra delle piante. Nei nostri tempi non si usa quasi più, ma nell’antichità non c’era solo la parola e la scrittura per insegnare la morale, l’etica o altro: erano usati quadri, melodie, rappresentazioni teatrali. I piedistalli che abbiamo incontrato erano supporti di statue: aiutavano le persone a riflettere e a capire meglio quello che erano venuti a cercare in questo luogo. Non so se sei stata a Nhal: nel tempio della città c’è un antico dipinto che ha la stessa funzione. Questa metodologia non è stata portata avanti e si può affermare che rispetto al passato abbiamo fatto un passo indietro. Quel periodo può essere ritenuto un’età dell’oro, una fonte immensa di saggezza, dove da tutto si poteva imparare qualcosa; gli artisti in quell’epoca avevano gran rinomanza e un certo peso anche nell’insegnare. Ora tutto è sulle spalle dell’Ordine, con qualche sporadico aiuto degli atenei» fece cenno davanti a sé. «Qui sorgevano le biblioteche, cui ognuno poteva accedere.»
Seguendo il lastricato passarono accanto a un bosco che s’insinuava in profondità nell’area delle rovine. Superata la massa verde, lo spettacolo che li accolse tolse il fiato.
Baciata dai raggi del tramonto, la struttura che si stagliava contro il cielo pareva prendere fuoco: il tempio più grande che avessero visto. Persino nella rovina mostrava la sua magnificenza.
Possenti e slanciate colonne salivano alla volta azzurra, lo slancio interrotto dalla natura che le aveva spezzate. Il frontone, riccamente abbellito da bassorilievi di vita silvestre, mostrava una suggestiva rappresentazione dell’esistenza al tempio: cavalieri, portatori d’acqua e offerte, fanciulle intente in danze e canti, saggi anziani con libri aperti nelle mani, bambini che giocavano con animali.
Seguendo il sentiero alberato arrivarono a inerpicarsi sulla scalinata del muraglione che faceva da base al tempio, procedendo in uno stretto passaggio che portò a un piccolo ingresso a colonne, quasi un tempio minore che annunciava l’arrivo in quello più grande. Superatolo, si trovarono davanti ai resti del recinto del tempio: le aggraziate aste di metallo, assieme al cancello, erano a terra contorte e corrose dalla ruggine.
Ammirati dalla bellezza decadente, superarono l’ingresso non più chiuso da portoni, camminando sul pavimento pieno di sottili crepe: lungo la sua superficie erano disseminati i ruderi dei muri e del tetto; sprazzi di colore sulle pietre erano fantasmi di mosaici e dipinti.
Statue, panche, candelabri, accessori per il culto: tutto era svanito. Sul fondo restava il basamento dell’altare e alle sue spalle l’unico muro ancora in piedi. Gli ultimi strali di luce filtrarono sui resti del santuario prima di smorzarsi e lasciare il passo all’incedere della notte.

Jonathan Livingston e il Vangelo

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Jonathan Livingston e il VangeloJonathan Livingston e il Vangelo, a differenza degli altri lavori che ho realizzato, non è un’opera di narrativa ma di saggistica. L’idea è nata diversi anni fa, quando ancora stavo lavorando a Strade Nascoste – Storie di Asklivion: rileggendo Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è risultato evidente che proponeva lo stesso messaggio del Vangelo. Il messaggio originale intendo, quello di libertà, non quello che alle volte viene piegato per favorire il tornaconto di qualcuno  (non per niente Papa Francesco si sta impegnando perché la Chiesa ritrovi questo spirito, dato che troppe volte si è allontanata da un cammino che ha proposto cose ben diverse da quelle riportate nel Vangelo). Non è stata una cosa pensata o programmata: è qualcosa che è nato sul momento. In poco tempo è stato facile associare i brani di Il gabbiano Jonathan Livingston a quelli equivalenti del Vangelo e sviluppare un breve commento che mostrasse il significato insiti in quei pezzi. La stesura della struttura di come si presenta ora Jonathan Livingston e il Vangelo è stata realizzata in pochi giorni: si trattava di una bozza per sapere in che direzione far andare il progetto. Il progetto però non è stato sviluppato subito.
Perché?
Quello che si ha ora davanti non era stato pensato per essere un libro: doveva servire come spunti di riflessione. Inoltre, nel periodo in cui ho realizzato la bozza, come già scritto, stavo portando avanti altri lavori e quindi tempo ed energie erano impiegate altrove. La verità però è anche un’altra: i tempi non erano maturi per sviluppare approfonditamente Jonathan Livingston e il Vangelo. O forse è più appropriato dire che io non ero maturo a sufficienza per un’opera del genere. Nonostante ci fossero già delle basi, avvertivo che mancava ancora qualcosa per poter realizzare un lavoro soddisfacente e quel qualcosa era esperienza di vita, che avrebbe portato a far sviluppare la consapevolezza necessaria per scrivere un simile libro. Così, solo dopo qualche anno, quando stavo iniziando a dare il via al ciclo di I Tempi della Caduta, ho effettuato la prima stesura. Anche dopo le prime revisioni, mentre aspettavo risposte agli invii di sinossi e lettere di presentazioni, ho continuato ad approfondire e sviluppare certi argomenti trattati: le esperienze fatte, la crescita personale da esse conseguite, hanno portato ad ampliare il lavoro. In questo hanno contribuito anche le letture che ho fatto e quanto scritto sul sito che gestisco, Le Strade dei Mondi: come ho avuto modo di scrivere su Jonathan Livingston e il Vangelo, da tutto e da tutti si può imparare e si può crescere.
Anche se dal numero di pagine può non sembrare, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato un lavoro lungo, che ha dovuto saper attendere, perché per poter giungere a compimento era necessario che i tempi arrivassero a maturazione. Tutte le cose hanno i loro tempi, bisogna solo saper aspettare, anche se nella società di oggi, sempre di corsa, che vuole tutto e subito, questo modo di fare è inconcepibile: è uno dei mali della società. Una società sempre protesa al materialismo, che non ne vuole sapere di riflessione e meditazione, di calma, vedendole come cose inutili, delle perdite di tempo. Eppure, se non ci si ferma a riflettere e non si assimilano le lezioni che la vita ha da dare, dandogli il tempo di cui si necessitano, si ripetono errori già visti.
Jonathan Livingston e il Vangelo è questo: la condivisione di riflessioni fatte sulla vita e quello a cui è correlata partendo da due opere che hanno tanto da dare perché sono libri sacri. Sì, anche Il gabbiano Jonathan Livingston può essere considerato tale, dato che un libro è sacro perché ha la capacità d’insegnare e arricchire chi legge le sue pagine, a prescindere del riconoscimento dato da un’autorità religiosa. Un insegnamento valido indipendentemente dal tempo in cui è scritto e dalla nazionalità di chi lo realizza, che permette a una persona di migliorare la propria vita.
Ma l’opera scritta non prende spunto solo da essi: per il suo sviluppo hanno dato il loro contributo altri libri, per non parlare di film, ma anche opere teatrali, canzoni e fumetti. Stephen King, Guy Gavriel Kay, George Orwell, Patrick Suskind, sono alcuni degli autori le cui opere sono servite per mostrare certi aspetti della vita. Almeno, questi sono alcuni di quelli che sono serviti a me: con tutto quello che è stato scritto nel mondo, ce ne sono tanti altri da cui prendere ispirazione e imparare. Ma non bisogna fermarsi ai libri, perché c’è sempre da apprendere, da tutto: piante, fiori, bambini, animali, fiumi, monti. Tutto può aiutare a trovare se stessi. In fondo, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato scritto per questo. E far capire che di maestri ce ne sono tanti, a partire da se stessi e che forse è il più importante, e il più difficile, da riconoscere.

(Alla pagina download è possibile scaricare un’anteprima gratuita dell’opera.)

Arte come insegnamento ed educazione

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Platone rifiutava l’idea che l’arte avesse l’unico scopo di generare piacere, perché riteneva che dovesse trasmettere valori e virtù, che dovesse educare e insegnare. L’arte è per sua natura una copia e una copia è sempre imperfetta, in essa è presente qualcosa d’illusorio, una minima distorsione della realtà. Secondo Platone, un artista è sostanzialmente un bugiardo; la sua avversione era soprattutto verso la poesia, secondo il quale era limitata a offrire opinioni e sentimenti destinati a finire. Per lui fare poesia era finire nelle mani della musa corrotta.
Se accetterai la Musa corrotta della poesia lirica o epica, nella tua città regneranno il piacere e il dolore anziché la legge e la ragione, scrive nella sua opera Repubblica. Amava i miti purché fossero intesi come insegnamento morale, ma era nemico dei mitografi perché inventori di mondi falsi.
La pIetà di Michelangelo, un esempio di come l'arte possa essere un mezzo d'insegnamentoIn questo modo di pensare si può vedere uno scontro tra ragione e sentimento, tra razionalità e intuizione. Un modo di pensare imperniato sulle regole e che avversa ciò che non sottostà a esse, proprio come fa l’arte, perché l’arte è tante cose, soprattutto libertà d’espressione. In tutti i modi, l’arte è comunicazione, perché trasmette qualcosa a chi ne è spettatore: possono essere insegnamenti, emozioni, esperienze e tutto può essere arricchente per l’individuo.
Si può non essere d’accordo, dato che è limitante, con il pensiero di Platone che vede un certo modo di fare arte come negativo, ma va riconosciuto che la considerazione che lui aveva sull’usare l’arte come fonte di educazione e insegnamento fosse giusta. Una realtà che ho voluto utilizzare nella realizzazione di Strade Nascoste, volume appartenente a Storie di Asklivion.

 

Viaggiarono spediti, la stagione primaverile con i suoi canti e i suoi colori che permeavano ogni spazio; in cielo le nuvole si rincorrevano simili ora ad animali, ora a montagne.
Il cammino piegò a nord-ovest, come detto da Ariarn: avrebbero attraversato la piana sopra la Cordigliera di Nekton, spingendosi verso il Muro delle Lame, fino ad arrivare alla foresta di Hestea, proseguendo poi a ovest fino a giungere a Ronaan.
Per tre giorni camminarono nella pianura, circondati solamente da distese d’erba; al quarto giorno la morfologia del terreno mutò, sorsero declivi, le foreste riempirono gli spazi. Il paesaggio si arricchì della presenza di un fiume e dei suoi piccoli affluenti, il cielo blu e le nubi bianche che si riflettevano sulla superficie di un gran lago attorniato da selve di conifere.
All’ottavo giorno una fitta nebbia calò su tutta la zona. Persino per Periin divenne difficile orientarsi in quel mare bianco. Per due giorni le grigie condizioni atmosferiche persistettero prima di lasciare di nuovo posto al sole. I cinque si ritrovarono immersi in una vasta vallata di boschetti, circondata da basse montagne intercalate da passaggi che portavano alla pianura circostante.
«Abbiamo piegato troppo a nord rispetto al percorso» disse Periin. «Rimedieremo adesso dirigendoci più a ovest.»
La comparsa di uno squadrato pezzo di marmo in mezzo all’erba, seguito dopo pochi passi da un altro, li colse di sorpresa. Qualche metro ancora e si ritrovarono a camminare su un lastricato bianco, che si snodava sinuoso costeggiando i verdi boschetti della vallata. Piedistalli diroccati sorgevano in prossimità delle svolte del sentiero.
Il viale lastricato, accompagnato dal profumo di fiori di campo, arrivò a una scalinata: i resti di bianche mura mostravano il perimetro di ciò che era stato un ampio e vasto complesso architettonico. Della grandiosità di un tempo rimaneva solo macerie coperte da edere.
Era un luogo abbandonato, ma vi aleggiava un’atmosfera di pace, come se la presenza di quanto era stato non se ne fosse andata, continuando a permearlo.
La curiosità e il fascino del luogo fecero salire gli scalini scheggiati. I pilastri, un tempo sostegno ai cancelli d’ingresso, splendevano nel loro candore; i resti dell’arco che univa le due colonne erano sparsi nello spiazzo che si estendeva davanti ai cinque.
Guardandosi intorno come bambini in una casa nuova, arrivarono di fronte a un piedistallo alto due metri, dall’ampia base, l’attenzione attirata dalla placca metallica posta sulla sua facciata: i rampicanti non erano saliti sulla sua superficie, risparmiata dalla ruggine e dal trascorrere delle stagioni; solo una leggera patina oscurava la brillantezza della lastra, lasciando leggibili i simboli che vi erano incisi.
Ghendor lasciò scivolare le dita sulle linee elaborate, osservandole attentamente.
«Riesci a capire cosa c’è scritto?» chiese Reinor.
Il Messaggero continuò a fissare le lettere. «È una lingua antica, di cui sono rimaste poche tracce: proverò a tradurla, ma ho bisogno di qualche minuto per farlo.»
Mentre il Messaggero era intento a tradurre l’antico testo, i restanti quattro si guardarono attorno.
«Cosa sarà mai sorto in questo luogo sperduto?» domandò Periin passando accanto ad Ariarn.
«Un santuario» giunse la voce di Ghendor alle loro spalle. «Lo rivela la scritta sulla placca.»
«Apparteneva all’Ordine?» chiese Ariarn.
Il Messaggero si fece meditabondo. «Non lo so. Non ci sono riferimenti all’Ordine, anche se in quanto scritto si avverte la presenza dello spirito della Rivelazione. O forse si tratta di una mia interpretazione: non ci sono segni o riferimenti che confutino la mia sensazione.»
«Cosa dice l’iscrizione?» Lerida gli si fece vicina.
«La mia non è una traduzione precisa, ma il significato è questo:

             

            Benvenuto amico in questo sacro terreno
            Qui troverai per il corpo riposo e per il cuore ristoro
            Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
            A nulla giovano allo spirito
            Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
            E una volta trovatolo, vivrai in pienezza
            È quanto incontrerai una volta qui giunto

             

            Un posto per quietare le tue ansie e quelle del mondo
            Perché nel silenzio tu possa percorrere il varco che è la tua anima, l’immagine del tuo essere
            E vedendola tu l’ami e la desideri maggiormente
            Perché tu possa crescere ed essere quello che sei e puoi essere
            Nella serenità di questo luogo tu possa rispecchiarti in essa
            E capire che è un tutt’uno con te
            E che è più grande di te perché non viene dal luogo del tuo corpo

             

            Ti è donato gratuitamente, senza pegno
            Per farti guardare dove stai andando e scegliere meglio la via
            Non essere turbato dai turbamenti interiori, avviso di cambiamento.
            Sono come diluvio che spazza via l’inutile e fa emergere l’importante
            Per farti essere un uomo nuovo, migliore del vecchio
            Sii saggio con quanto donato, usalo nel modo giusto
            Desidera, ma non bramare, perché una fiamma peggiore del fuoco non ti consumi

             

            Qui amico non troverai maestri, ma fratelli, esseri come te
            Con gli stessi intenti, la stessa spinta, disposti a fare il tuo stesso percorso
            Non troverai avversari da superare né nemici da combattere
            Non esistono qui, dimorano solo nel tuo cuore
            Sei tu l’unico avversario da superare, sei tu il nemico da sconfiggere
            Armato inutilmente di vecchi e logori atteggiamenti e abitudini
            Cammina leggero, privo di pesi

             

            Segui il tuo cuore, le tue intuizioni
            Non credere che siano le cose o gli altri a poterti dare quello che cerchi
            Questo non è in loro potere
            Non possono darti quello che hai già e che devi solo scoprire
            Moderazione ed equilibrio siano il tuo motto e anche compassione
            Mai il tuo pugno per punire e la tua bocca per sentenziare
            Lascia queste cose del mondo a chi non ricerca la vita

             

            Presta attenzione a quanto ti è attorno
            Impara dalla natura, dagli animali, dalle stelle, dalla luna e dal sole
            Dal vento, dall’acqua, dal fuoco e da quanto esiste
            Ascolta le loro voci, ascolta il loro spirito
            Perché portino seme fertile in te
            Comprendi la parola che più che sentire percepisci e diventalo tu stesso
            Per te e per gli altri, perché così il mondo diventi armonia
 

           

«Questo è quanto» concluse Ghendor
«È stupendo!» esclamò Lerida assorta dalle parole.
«Sì, è molto bello» convenne il Messaggero.
Periin sbuffò. «Ora che vi siete trovati d’accordo sulla sua bellezza, possiamo andare? Avremmo fretta e molta strada ancora da fare.»
Ripresero a inoltrarsi nei ruderi, passando accanto ai resti di muri e giardini, dove panche e tavole scolpite erano ricoperte da muschio. Superati i gruppetti d’alberi che affiancavano l’ingresso, si ritrovarono in una vera e propria cittadella; la natura si stava riappropriando di quanto era suo, ma l’impronta di chi era vissuto in quei luoghi era ancora evidente.
«Dev’essere stato splendido quando la gente viveva qui» disse Lerida. «Sarei curiosa di sapere com’era questo luogo quando era intatto.»
«Sarebbe interessante avere il tempo di studiare questi reperti: dall’antichità si rivelano cose sorprendenti, pezzi mancanti della storia che permettono di capire meglio il presente» disse Ghendor camminandole accanto. «Secondo studi archeologici, le zone dei santuari avevano una disposizione predefinita. Vicino ai cancelli si trovavano le sale per dare accoglienza ai pellegrini; accanto a esse erano situati gli edifici del personale che si occupava dei servizi per persone e strutture» si voltò a guardare indietro. «Il grande spiazzo appena superato era la piazza dove la gente s’incontrava per discutere e rilassarsi all’ombra delle piante. Nei nostri tempi non si usa quasi più, ma nell’antichità non c’era solo la parola e la scrittura per insegnare la morale, l’etica o altro: erano usati quadri, melodie, rappresentazioni teatrali. I piedistalli che abbiamo incontrato erano supporti di statue: aiutavano le persone a riflettere e a capire meglio quello che erano venuti a cercare in questo luogo. Non so se sei stata a Nhal: nel tempio della città c’è un antico dipinto che ha la stessa funzione. Questa metodologia non è stata portata avanti e si può affermare che rispetto al passato abbiamo fatto un passo indietro. Quel periodo può essere ritenuto un’età dell’oro, una fonte immensa di saggezza, dove da tutto si poteva imparare qualcosa; gli artisti in quell’epoca avevano gran rinomanza e un certo peso anche nell’insegnare.»

Strade Nascoste. Capitolo IX. Sogni.

Il Maestro dei Sogni e Strade Nascoste

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Il maestro dei sogni di Olga KharitidiIl Maestro dei Sogni di Olga Kharitidi è un libro che mi è capitato di trovare e leggere di recente e che racconta l’esperienza della psichiatra russo-americana nella sua iniziazione alla tecnica millenaria degli sciamani uzbeki di Samarcanda, i Guaritori del Sogno. La lettura dell’opera è gradevole e scorrevole, mai pesante, che dà spunti interessanti di riflessione e, se si vuole, anche d’aiuto nella comprensione dei traumi e della loro risoluzione.
Quello che mi ha colpito è il fatto che ci sia un punto in comune con Strade Nascoste; quanto scritto da Olga Kharitidi è qualcosa che esiste da secoli e io, scrivendo qualcosa di simile nella mia opera, non ho scoperto nulla di nuovo. Tuttavia, quando ho scritto quello che ho scritto, non ero a conoscenza di tali concetti e quanto realizzato è stata un’idea, o se si vuole un’intuizione, che ho reputato funzionale alla scena che stavo descrivendo. Non deve sorprendere la cosa, non si è di fronte a nulla d’eccezionale: è già capitato che siano sorte idee senza sapere che esse erano già state pensate e scoperte, vuoi per via dell’inconscio collettivo, vuoi perché magari gli esseri umani sono collegati tra loro da qualcosa d’invisibile e che li connette alle conoscenze esistenti.
Anche se è interessante e importante scoprire come vengono alla luce certe idee, in questo momento l’attenzione viene focalizzata su cosa tale idea trasmette.

Ghendor non fece altre domande sull’argomento, sapendo che non ci sarebbero state risposte: non era ancora venuto il tempo. «C’è una cosa che non capisco ed è legata ai miei timori» disse dopo qualche momento. «Perché la mia paura portava avanti una parte di me che non si riusciva a staccare dall’infanzia? Perché era così ancorata a dove ero nato e ai miei genitori, al timore di non rivederli più? Non ho mai avuto separazioni che potessero creare un trauma tale da generare un’emozione del genere.»
Aliman mise le mani dietro la schiena. «La paura che hai sentito è una parte di tua madre: un trauma che ha lasciato un segno nel suo animo e che inconsciamente ti ha trasmesso alla nascita. Si è dovuta separare molto giovane dai luoghi cui teneva, costretta ad andarsene per lavorare e poter mangiare, stando lontano dai suoi genitori per molto tempo. La paura di non rivederli, di essere abbandonata, le ha lasciato una cicatrice mai guarita. E alla tua nascita è passata a te. Ecco perché vivevi quelle emozioni e non ne capivi bene il motivo.» Si fermò. «Ecco perché nella Rivelazione s’insiste sulla risoluzione dei conflitti interiori: non solo per vivere meglio, ma anche per non correre il rischio di trasmettere ad altri i propri timori, o colpe, come sono chiamate, e far pagare a loro le proprie mancanze.»
«Mia madre mi ha raccontato della sua infanzia, di quanto le è capitato: non può essere stato questo ad avermi condizionato?»
«Ti ha reso il timore a un livello di coscienza più alto, ma non l’ha fatto nascere. Puoi far fatica a crederci, ma è così: fa parte del complesso gioco della vita.»
Strade Nascoste – Capitolo XVII. La foresta di Hestea.

«Nelle storie familiari ci sono tragedie molto più gravi di quanto potreste mai immaginare. Le persone imparano a nasconderle a se stesse e ai loro figli. Giocano a nascondino con gli spiriti del trauma; secondo voi come va a finire? Nella maggior parte dei casi sono le persone a perdere, perché, anche se loro non ricordano, i loro geni – quelle infallibili particelle di memoria – non dimenticano nulla e la ferita resta aperta finché non viene curata.
«Funziona così anche nelle cose più piccole. Poco dopo essere venuti al mondo, nell’archivio della nostra memoria si cominciano ad accumulare ferite, il meccanismo è lo stesso della teoria darwiniana della sopravvivenza del più forte, ma in questo caso viene applicato alle realtà psichiche. Ogni creatura tenta di sopravvivere e questo vale anche per gli spiriti del trauma: devono “nutrirsi”. Hanno sempre fame e si procurano il loro cibo provocando altre ferite. Come spiegate il paradosso per cui le vittime di abusi si trasformano a loro volta nei peggiori carnefici? Sembra illogico, ma per gli spiriti del trauma è assolutamente normale sopravvivere dentro alle vittime di abusi attraverso le loro ferite e nutrirsi ricreando quelle ferite.
Il Maestro dei Sogni. Olga Kharitidi. Oscar Mondadori 2003, pag.56

Strade Nascoste - Promozione Natalizia

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Strade Nascoste, con l’approssimarsi del periodo natalizio, dal 16 novembre fino al 31 dicembre è in offerta con lo sconto del 50% su tutti gli store online: quindi, anziché a 1.99 E è possibile acquistarlo a 0.99 E.
Un’occasione in più per chi vuole entrare nel mondo di Asklivion e scoprire la sua storia, i suoi misteri, conoscere Ariarn, Periin, Ghendor, Reinor, Lerida e i compagni che gli si affiancheranno in un viaggio che li porterà a scoprire i mondi nascosti che si celano nella realtà in cui vivono.

Strade Nascoste

Zoo e Strade Nascoste

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La serie tv di Zoo tratta dal romanzo di James PattersonZoo e Strade Nascoste: che cosa hanno in comune?
Sono entrambe opere di narrativa, ma a parte questo non sembra esserci nessun altro nesso, dato che uno è un fantasy, l’altro un thriller e che il romanzo di James Patterson e Michael Ledwidge è conosciuto a livello internazionale (grazie anche alla serie televisiva da esso tratto), mentre Strade Nascoste…beh, non si può dire lo stesso.
Conoscendole invece si può osservare che abbiano un’idea in comune, anche se poi vengono prese strade differenti. Questo non significa che uno abbia copiato dall’altro (Zoo è stato realizzato nel 2012, Strade Nascoste, anche se pubblicato nel 2015, è stato realizzato tra il 2001 e il 2007, ed è praticamente impossibile che un autore affermato a livello internazionale vada a bazzicare su un piccolo sito italiano), ma semplicemente che persone diverse, in luoghi diversi, senza conoscersi, abbiano praticamente nello stesso tempo la stessa idea (cosa più frequente di quanto si possa pensare, ma qui si andrebbero a toccare punti come l’inconscio collettivo e si finirebbe fuori tema).
Qual è questa idea che accomuna le due storie?
Che a un certo punto gli animali comincino ad attaccare senza motivo gli esseri umani e che lo facciano in maniera organizzata e deliberata, premeditata. Gli uomini, fino a un certo momento la specie dominante, si trovano presto braccati, in pericolo, sotto assedio, uccisi. Sembra che gli animali si siano evoluti, abbiano sviluppato un’intelligenza diversa e non ci stiano più a essere in balia degli umani, decisi a dimostrare chi è che comanda.
Che cosa si nasconde dietro questo modo di comportarsi?
L’unica maniera per scoprirlo, in entrambi i casi, è addentrarsi nella lettura.

Una riflessione da L'inizio della Caduta: Delirio d'onnipotenza

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Era il 2008 quando realizzai la prima stesura di Non Siete Intoccabili, scritta subito dopo Strade Nascoste. L’intenzione allora era di proseguire con la narrazione delle Storie di Asklivion; dieci capitoli erano stati scritti quando sorse l’idea per una storia staccata da quel mondo, ambientata nel nostro che parlasse del mondo del lavoro, delle sue ingiustizie, del mobbing, delle morti bianche. Un’idea che premeva con forza per prendere vita e che non mi permetteva di continuare con le vicende di Asklivion e dei suoi personaggi: così è nato Non Siete Intoccabili.
In quest’opera ho voluto sperimentare, cambiare stile e approccio, cercando di realizzare qualcosa che estremizzava i comportamenti, i dialoghi, rendendolo eccessivo, sopra le righe, alle volte grottesco. Non rinnego quanto ho fatto perché mi è servito a capire qual è la strada che è più adatta a quanto voglio narrare, a come voglio porre storia e personaggi, a quali sono gli errori da evitare. Non Siete Intoccabili ha delle idee e degli spunti validi e sono state mantenute, ma sviluppate diversamente: per questo delle parti sono state tenute e usate per realizzare una storia che partendo da esso è stata modificata per andare a completare il quadro che è andato formandosi con la realizzazione di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone. Si tratta di una narrazione con forti elementi fantastici e paranormali, ma che è fortemente ancorata nella realtà. Anche se in Italia il fantastico è sottovalutato, esso è un forte mezzo, pregno di simbolismo, per affrontare la realtà e soprattutto i suoi lati oscuri: in questo Stephen King è un maestro, con le sue opere fantastiche che mostrano spicchi densi di realtà e dei suoi problemi, della sua follia.
Era il 2008, ma sembra di narrare i fatti di cronaca odierna. Non si tratta di essere stato profetico, ma se si osserva la realtà, il contesto storico, e soprattutto avendo studiato un poco la storia, si può vedere dove si vuole andare a parare. Quindi non sorprendono certe affermazioni fatte da Renzi contro i sindacati (Non lasceremo la cultura ostaggio di questi sindacalisti contro l’Italia) e da Squinzi (che vuole il dimezzamento degli stipendi dei lavoratori), dato che sono anni che governi e imprenditori cercano di togliere diritti ai lavoratori, rendere le loro condizioni peggiori e sfruttarli il più possibile. Più spesso di quanto si creda, realtà e fantastico non sono poi tanto lontani tra loro.