Il falco

L’inizio della Caduta

 

Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Intervista su Leggere Distopico.

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Per chi fosse interessato, segnalo che sul sito Leggere Distopico c’è una mia intervista inerente L’Ultimo Potere e L’ultimo Demone.
E già che ci si è, se interessa il genere distopico e post-apocalittico, suggerisco di dare un’occhiata agli altri articoli di Leggere Distopico: sono interessanti.

Promozione d'ottobre

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Per tutto il mese di ottobre Strade Nascoste, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone e Jonathan Livingston e il Vangelo saranno in promozione sugli store con uno sconto del 50%, ovvero potranno essere acquistati a 0.99 E anziché 1.99 E.

Limiti e paure

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In L’Ultimo Demone c’è un brano, postato anche su Le Strade dei Mondi sotto forma di racconto con il nome di Il Dio del LimiteMuro, un modo per tenere lontana la paura, che parla di muri, di limiti e confini; è messo sotto forma di favola, ha una connotazione fantastica, ma di fantastico, se ci si pensa, ha solo l’aspetto, perché parla di realtà. La realtà che viviamo ogni giorno. Anche se a tanti non piace ammetterlo, ormai la vita delle persone è dominata dalla paura; anche se assume tanti aspetti (la paura degli altri, la paura di perdere il lavoro, i diritti), essa è sempre la stessa e sta divenendo sempre più forte, si allarga a macchia d’olio. Se si osserva si ha sempre meno fiducia negli altri, si guarda con sospetto chi è diverso, spesso lo si vede come una minaccia. E quando ci si sente minacciati, spesso una delle reazioni che si attuano è quella di aggredire. Emblema sotto gli occhi di tutti di tale realtà è il presidente degli Stati Uniti, Trump (ma si potrebbe dire lo stesso di Erdogan per quanto riguarda la Turchia), con i muri fisici e non (basti pensare al muro con il Messico o ai limiti d’accesso per le persone agli Stati Uniti o ai dazi commerciali per quanto riguarda le merci di altri paesi) che vuole ergere. Trump non è un dio, anche se con il modo che ha di fare si può pensare che lui si ritenga davvero tale, ma di certo è un creatore di limiti, oltre che un creatore di paure, tensioni e anche conflitti; il fatto che non sia l’unico, ma che ci siano altri potenti come lui che fanno alla stessa maniera, non fa presagire a nulla di buono. Arroganza, presunzione, mania di controllo, sete di potere, dimostrare la propria superiorità, disprezzo e mancanza di rispetto per gli altri: tutti questi sono elementi che vanno a spiegare questo modo di fare. Se però ci si pensa, questo agire è dettato dalla paura; una paura di fondo che magari non è neppure riconosciuta, ma che ha il controllo dell’individuo, le cui conseguenze si ripercuotono anche sugli altri. Finché ci sarà paura, non ci sarà modo che si possano creare e sviluppare elementi positivi. Questo contesto ben è rappresentato da una frase presente in L’ombra dello scorpione di Stephen King: “L’amore non cresce bene in un posto dove c’è solo paura, così come la piante non crescono bene in un posto dove c’è sempre buio.”

L'Ultimo Demone revisionato.

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Sugli store online è stata caricata la versione corretta e rivista di L’Ultimo Demone, secondo romanzo della serie I Tempi della Caduta. La revisione effettuata è andata a correggere quei refusi che erano stati segnalati nella recensione fatta da Annalisa Sutto, che ancora ringrazio per aver così permesso di migliorare il lavoro fatto; qualcuno potrebbe obiettare che erano piccoli dettagli, ma spesso sono proprio i dettagli a rendere migliori le cose. Spero di essere riuscito a trovarli tutti; di certo ora ce n’è un numero minore che nella precedente versione.

Torneranno i fiori

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Fiamma se ne stava in disparte, lo sguardo perso fra le rocce, rigirando tra le mani un sassolino.
Era stanca, gli facevano male i piedi. Non facevano altro che camminare tutto il giorno, mangiando sempre gallette e la carne dei serpenti che Mangusta catturava, bevendo l’acqua che trovavano nei ruscelli e nelle pozze delle oasi. Avrebbe desiderato cambiare ogni tanto; le sarebbe piaciuto tornare ad assaggiare quelle piccole barrette dolci che avevano trovato nel magazzino di una città: Volpe aveva detto che erano fatte con cioccolato e caramello. Le erano piaciute davvero tanto. Ma dopo che erano dovuti fuggire da quel luogo, in nessun altro erano riusciti a trovare quelle barrette così buone; Volpe era riuscita a portarne alcune con sé, ma anche se gliele aveva date solo in occasioni speciali, da un pezzo erano finite.
“Magari nella città in cui stiamo andando possiamo trovarne” pensò speranzosa. Ma subito sospirò. “Finirà come sempre: arriveranno i mostri e noi dovremo scappare e saremo di nuovo nel deserto.” Sospirò nuovamente.
«Come siamo melanconici oggi» disse Bardo alle sue spalle.
«Sono annoiata» disse mogia la bambina.
«Meglio annoiarsi che avere paura» ribatté con un sorriso Bardo.
«Sì» fece poco convinta Fiamma. «Ma se non sono mostri, è sempre deserto: non c’è mai niente, nemmeno un fiore. Sono tutti sassi. E pure brutti.»
Bardo rovistò in una delle sue tasche, prendendo qualcosa e poi porgendolo alla bambina. «Non tutte le pietre sono brutte.»
«Che bella!» esclamò Fiamma tenendo tra le mani una pietra dalle mille sfaccettature. «Sembra una rosa!»
Bardo sorrise. «Infatti viene chiamata la rosa di ferro.»
«Cambia colore.» Fiamma la sollevò davanti agli occhi a bocca aperta, muovendola avanti e indietro. «Non ne avevo mai viste prima: dove l’hai trovata?»
«Bisogna sapere dove cercare: il mondo è pieno di pietre del genere. Anche più belle» spiegò Bardo. «Se ti piace, puoi tenerla.»
«Grazie!» Fiamma se la mise in tasca, tornando però ad assumere un’espressione sconfortata quando posò di nuovo gli occhi sulla piana deserta. «Mi mancano i fiori: è da tanto che non li vedo.»
«Non li vedi perché non si fanno vedere.»
«Come?» domandò stupita Fiamma.
«Hanno deciso di non farsi vedere.»
«Perché?»
«Per come si sono comportati gli uomini: non hanno fatto altro che strapparli, macinarli, avvelenarli. Non si soffermavano più a guardarli, ammirarli, annusarli: quando non li distruggevano, li ignoravano, come se fossero semplice erba» spiegò Bardo. «Devi sapere che i fiori sono molto narcisisti e altrettanto permalosi. Se a questo aggiungi che gli esseri umani nei loro riguardi hanno perpetrato veri e propri genocidi, puoi capire perché se la sono presa tanto: molte delle loro specie si sono estinte e i superstiti sono diminuiti di anno in anno, arrivando al punto che rischiavano di scomparire del tutto, divenendo solamente una leggenda.»
«Allora che cosa è successo?» domandò incuriosita Fiamma.
«Hanno deciso di riunirsi. C’è stato un gran consiglio, dove gli esponenti di ogni specie hanno parlato. E quando hanno deciso, hanno sparso i loro pollini al vento per comunicare la loro decisione a tutti i fiori del mondo.»
«E che cosa hanno deciso?» lo incalzò la bambina.
Fiori«Che non sarebbero più spuntati fino a quando l’uomo non fosse cambiato: sarebbero rimasti sottoterra, nascosti all’interno dei semi, in attesa del cambiamento dei tempi.»
«Per questo allora non se ne vedono più.»
«Esatto.»
«Ma non sono scomparsi del tutto» precisò Fiamma in cerca di conferma.
«In questo momento sono proprio sotto di te, addormentati nel loro lungo sonno.»
«E come faranno a sapere quando svegliarsi?»
«Quando verrà il momento giusto, lo sapranno: è un loro piccolo potere segreto.»
Fiamma abbassò lo sguardo, fissando la terra sotto i suoi piedi. «Credi che riuscirò a vederne di nuovo qualcuno nel nostro viaggio?» domandò seria dopo qualche tempo.
Bardo sorrise. «Ritengo che ci siano buone probabilità.»
Fiamma lo fissò per alcuni momenti, poi riprese fuori dalla tasca la rosa di ferro e si mise a rimirarla alla luce degli ultimi raggi.
Bardo levò lo sguardo sull’orizzonte. “Hanno detto che nel nostro tempo avremmo raccolto la loro eredità e che avremmo imparato da ciò che avremmo visto. Hanno detto che le stesse parole avrebbero avuto significati differenti, che anche la rettitudine avrebbe cambiato volto. Hanno detto che tutto che ciò che c’era di buono nel nostro tempo sarebbe caduto dalla grazia.” Lanciò un’occhiata a Fiamma che rimirava la pietra che aveva avuto in regalo. “Hanno detto che avremmo cercato il potere per dare vita a tutte le storie del passato e fare sì che il nuovo regno venisse.”
Si alzò seguendo Fiamma per andare attorno al fuoco appena acceso.
“E che ci saremmo riusciti. Adesso come in passato.”

La fine del paradiso

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Quando erano liceali, loro cinque andavano d’accordo in tutto e per tutto. Si accettavano reciprocamente così com’erano, si comprendevano l’un l’altro. In questo, ognuno di loro trovava una profonda felicità. Ma quella beatitudine non poteva continuare in eterno. Il paradiso, prima o poi lo si perde. Le persone crescono ognuna a velocità diversa, e prendono strade diverse. Col passare del tempo si era creata un’inevitabile disarmonia. Erano apparse le prime crepe. Crepe che alla fine non si potevano più considerare tanto sottili. (1)

 

Nella sua brevità, questo è un brano molto emblematico di L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami, che ben mostra cosa si perde quando si cresce e la distanza che si crea tra le persone, anche con quelle a cui si era più legati. Un brano toccante e significativo, che diventa ancora più intenso se letto con sottofondo Le mal du pays, la musica che ha fatto da colonna sonora alla vita di Tsukuru; a un primo ascolto il pezzo può non coinvolgere, ma se lo si riascolta si riescono ad apprezzare le sue sfumature e la sua profondità.
Non vuole essere un paragone con Murakami, ma in L’Ultimo Demone ho fatto una riflessione simile: penso che tanti, prima o poi giungono a fare simili considerazioni. In fondo, questo è parte della vita.

 

Appollaiato su una roccia, Sanjuro osservava Mangusta, Fiamma e Lettore impegnati a costruire un piccolo castello con dei ramoscelli secchi. Un’immagine che sarebbe stata bella mantenere immutata nel tempo, perpetrandola per l’eternità: ma quel momento sarebbe divenuto presto solamente un ricordo e con il tempo il ricordo si sarebbe logorato per poi finire dimenticato.
“È così che va la vita: ci si lascia indietro sempre qualcosa di prezioso che non può essere recuperato. Anche la loro età, così bella e unica, passerà e non saranno più bambini innocenti ma uomini e donne con il loro carico di rimpianti, con il peso delle scelte a segnarli.”
Si poteva solo sperare che potessero crescere insieme, fare lo stesso percorso per avere qualcosa da condividere, per aiutarsi a vicenda fino a diventare degli adulti capaci di generare nuove vite e poterle crescere. Ma era una speranza vana, le cose sarebbero andate diversamente: crescendo si sarebbero separati prendendo ognuno strade differenti, allontanandosi non solo fisicamente, ma in una maniera che, se si fossero rincontrati, non si sarebbero più conosciuti; la complicità e l’empatia avute nel periodo vissuto insieme da bambini sarebbe stato qualcosa di morto, impossibile da riportare in vita. Sarebbero stati degli estranei con il ricordo di aver condiviso delle esperienze passate, ma così sbiadito che si sarebbero domandati com’era stato possibile aver avuto qualcosa in comune.
“È così che va la vita: non ci si può fare nulla. Accade e basta ed è difficile trovare un perché. Ci si può arrabbiare, spaccare la testa sopra, ma non si troverà una risposta.”

 

  1. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi Super Et 2017, pag. 270.

Jonathan Livingston e il Vangelo

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Jonathan Livingston e il VangeloJonathan Livingston e il Vangelo, a differenza degli altri lavori che ho realizzato, non è un’opera di narrativa ma di saggistica. L’idea è nata diversi anni fa, quando ancora stavo lavorando a Strade Nascoste – Storie di Asklivion: rileggendo Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è risultato evidente che proponeva lo stesso messaggio del Vangelo. Il messaggio originale intendo, quello di libertà, non quello che alle volte viene piegato per favorire il tornaconto di qualcuno  (non per niente Papa Francesco si sta impegnando perché la Chiesa ritrovi questo spirito, dato che troppe volte si è allontanata da un cammino che ha proposto cose ben diverse da quelle riportate nel Vangelo). Non è stata una cosa pensata o programmata: è qualcosa che è nato sul momento. In poco tempo è stato facile associare i brani di Il gabbiano Jonathan Livingston a quelli equivalenti del Vangelo e sviluppare un breve commento che mostrasse il significato insiti in quei pezzi. La stesura della struttura di come si presenta ora Jonathan Livingston e il Vangelo è stata realizzata in pochi giorni: si trattava di una bozza per sapere in che direzione far andare il progetto. Il progetto però non è stato sviluppato subito.
Perché?
Quello che si ha ora davanti non era stato pensato per essere un libro: doveva servire come spunti di riflessione. Inoltre, nel periodo in cui ho realizzato la bozza, come già scritto, stavo portando avanti altri lavori e quindi tempo ed energie erano impiegate altrove. La verità però è anche un’altra: i tempi non erano maturi per sviluppare approfonditamente Jonathan Livingston e il Vangelo. O forse è più appropriato dire che io non ero maturo a sufficienza per un’opera del genere. Nonostante ci fossero già delle basi, avvertivo che mancava ancora qualcosa per poter realizzare un lavoro soddisfacente e quel qualcosa era esperienza di vita, che avrebbe portato a far sviluppare la consapevolezza necessaria per scrivere un simile libro. Così, solo dopo qualche anno, quando stavo iniziando a dare il via al ciclo di I Tempi della Caduta, ho effettuato la prima stesura. Anche dopo le prime revisioni, mentre aspettavo risposte agli invii di sinossi e lettere di presentazioni, ho continuato ad approfondire e sviluppare certi argomenti trattati: le esperienze fatte, la crescita personale da esse conseguite, hanno portato ad ampliare il lavoro. In questo hanno contribuito anche le letture che ho fatto e quanto scritto sul sito che gestisco, Le Strade dei Mondi: come ho avuto modo di scrivere su Jonathan Livingston e il Vangelo, da tutto e da tutti si può imparare e si può crescere.
Anche se dal numero di pagine può non sembrare, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato un lavoro lungo, che ha dovuto saper attendere, perché per poter giungere a compimento era necessario che i tempi arrivassero a maturazione. Tutte le cose hanno i loro tempi, bisogna solo saper aspettare, anche se nella società di oggi, sempre di corsa, che vuole tutto e subito, questo modo di fare è inconcepibile: è uno dei mali della società. Una società sempre protesa al materialismo, che non ne vuole sapere di riflessione e meditazione, di calma, vedendole come cose inutili, delle perdite di tempo. Eppure, se non ci si ferma a riflettere e non si assimilano le lezioni che la vita ha da dare, dandogli il tempo di cui si necessitano, si ripetono errori già visti.
Jonathan Livingston e il Vangelo è questo: la condivisione di riflessioni fatte sulla vita e quello a cui è correlata partendo da due opere che hanno tanto da dare perché sono libri sacri. Sì, anche Il gabbiano Jonathan Livingston può essere considerato tale, dato che un libro è sacro perché ha la capacità d’insegnare e arricchire chi legge le sue pagine, a prescindere del riconoscimento dato da un’autorità religiosa. Un insegnamento valido indipendentemente dal tempo in cui è scritto e dalla nazionalità di chi lo realizza, che permette a una persona di migliorare la propria vita.
Ma l’opera scritta non prende spunto solo da essi: per il suo sviluppo hanno dato il loro contributo altri libri, per non parlare di film, ma anche opere teatrali, canzoni e fumetti. Stephen King, Guy Gavriel Kay, George Orwell, Patrick Suskind, sono alcuni degli autori le cui opere sono servite per mostrare certi aspetti della vita. Almeno, questi sono alcuni di quelli che sono serviti a me: con tutto quello che è stato scritto nel mondo, ce ne sono tanti altri da cui prendere ispirazione e imparare. Ma non bisogna fermarsi ai libri, perché c’è sempre da apprendere, da tutto: piante, fiori, bambini, animali, fiumi, monti. Tutto può aiutare a trovare se stessi. In fondo, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato scritto per questo. E far capire che di maestri ce ne sono tanti, a partire da se stessi e che forse è il più importante, e il più difficile, da riconoscere.

(Alla pagina download è possibile scaricare un’anteprima gratuita dell’opera.)

Archetipi- L’ombra.

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OmbraNella saga di I Tempi della Caduta è chiaro che i Demoni, i nemici dell’umanità e degli Usufruitori, incarnano l’archetipo dell’Ombra. Rappresentano tutti gli errori, le scelte sbagliate che sono state fatte, tutti gli atteggiamenti, le mentalità erronee, che sono stati portati avanti e che tanto deleteri sono risultati: tutti elementi di cui spesso si è ignari e per i quali occorre una grande consapevolezza per rendersene conto. In una società come la nostra, dove si è sempre di corsa, dove si dà grande importanza all’apparenza, dove il tempo per la riflessione e l’interiorità è considerato uno spreco, è facile essere assoggettati da forme distorte della psiche proprie o altrui. Questo sono i Vizi Capitali di cui parla la teologia cristiana (e che i Demoni incarnano traendone potere): forme distorte della personalità che possono prendere il sopravvento e oscurare la visione della realtà, il giudizio sulle cose, facendo prendere strade sbagliate e creando squilibri che non portano a nulla di buono. Quanto insegnato dalla religione cristiana viene visto come un divieto, un comandamento, un ordine a non fare certe cose, ma in realtà è un monito, un insegnamento a vivere in maniera migliore e più consapevole. Un insegnamento giusto ma spesso dato in modo sbagliato, che viene vissuto come imposizione, come richiesta d’obbedienza, portando spesso la gente a fare l’opposto di quanto detto perché si considera libera di fare quello che vuole. Ma questa non è libertà: questo è semplicemente seguire il caos, è reagire quasi per fare dispetto.
Purtroppo i risultati dimostrano quanto siano sbagliare queste scelte: i fatti sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Omicidi. Suicidi. Abusi su bambini e anziani. Stalking. Stupri. Truffe. Insulti. Aumento delle dipendenze da gioco, tecnologia, sesso, droga, alcool. L’Ombra ha preso il sopravvento su tanti e tanti non fanno che continuare a ignorare i segnali che li mettono in guardia sul suo avanzare e dilagare; più la si ignora, più la si rifugge, più l’Ombra si rafforza. Nella sua saga di Terramare, Ursula K. Le Guin ha ben mostrato la figura di questo archetipo e del danno che può portare.
Per quanti esempi si possono mostrare, per quanti ragionamenti si possono fare, la via per vincere l’Ombra alla fine è sempre una: essere consapevoli. Di sé e della vita.

Luce e ombra

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Michele sconfigge Satana: la luce sconfigge le tenebreLeggendo le presentazioni di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone, se viene fatta un’analisi veloce può sembrare che si tratti della guerra ben conosciuta tra bene e male, dato che viene narrata la lotta contro i Demoni per salvare l’umanità. Leggendo i due romanzi ci si accorge che le cose non sono così semplici e che non c’è poi una separazione così marcata tra luce e oscurità (specie in L’Ultimo Demone), ma ci sono tante sfaccettature: un fatto che non è niente di nuovo, dato che ben si sa che non esiste nel mondo materiale nulla di completamente buono o completamente cattivo (questi valori assoluti esistono solamente nel mondo del pensiero; Gesù non per niente dice “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo” (Marco 10, 18) che sta nei cieli).
Simbolo TaoNon è solo nella religione cristiana che si parla di questa realtà: Igor Sibaldi in Agenda degli Angeli ne dà esempio parlando di MiYKa’eL (uno dei settantadue angeli della tradizione ebraica) e ponendo a confronto il dipinto dell’angelo Michele che sconfigge un diavolo e il simbolo del Tao perché non puoi vedere la luce se non vedendo accanto a essa anche l’ombra (1). Le due immagini sono molto chiare nel mostrare questa realtà (che non è l’unica: essi rappresentano altre cose, ma in questo caso si prende in considerazione quella pertinente all’argomento), insegnando che  si deve evitare di voler vedere in qualcosa solamente il buio, il male, la negatività, oppure solo la luce, il bene, la giustizia (1).
Tutto ciò ha un semplice scopo: far accorgere di come stanno le cose e non essere limitati (o intralciati) da idealizzazioni o pregiudizi, perché la verità non è mai qualcosa di unico e assoluto. La verità è che la verità è tante verità.

 

  1. Agenda degli Angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli 2012