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La fine del paradiso

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Quando erano liceali, loro cinque andavano d’accordo in tutto e per tutto. Si accettavano reciprocamente così com’erano, si comprendevano l’un l’altro. In questo, ognuno di loro trovava una profonda felicità. Ma quella beatitudine non poteva continuare in eterno. Il paradiso, prima o poi lo si perde. Le persone crescono ognuna a velocità diversa, e prendono strade diverse. Col passare del tempo si era creata un’inevitabile disarmonia. Erano apparse le prime crepe. Crepe che alla fine non si potevano più considerare tanto sottili. (1)

 

Nella sua brevità, questo è un brano molto emblematico di L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami, che ben mostra cosa si perde quando si cresce e la distanza che si crea tra le persone, anche con quelle a cui si era più legati. Un brano toccante e significativo, che diventa ancora più intenso se letto con sottofondo Le mal du pays, la musica che ha fatto da colonna sonora alla vita di Tsukuru; a un primo ascolto il pezzo può non coinvolgere, ma se lo si riascolta si riescono ad apprezzare le sue sfumature e la sua profondità.
Non vuole essere un paragone con Murakami, ma in L’Ultimo Demone ho fatto una riflessione simile: penso che tanti, prima o poi giungono a fare simili considerazioni. In fondo, questo è parte della vita.

 

Appollaiato su una roccia, Sanjuro osservava Mangusta, Fiamma e Lettore impegnati a costruire un piccolo castello con dei ramoscelli secchi. Un’immagine che sarebbe stata bella mantenere immutata nel tempo, perpetrandola per l’eternità: ma quel momento sarebbe divenuto presto solamente un ricordo e con il tempo il ricordo si sarebbe logorato per poi finire dimenticato.
“È così che va la vita: ci si lascia indietro sempre qualcosa di prezioso che non può essere recuperato. Anche la loro età, così bella e unica, passerà e non saranno più bambini innocenti ma uomini e donne con il loro carico di rimpianti, con il peso delle scelte a segnarli.”
Si poteva solo sperare che potessero crescere insieme, fare lo stesso percorso per avere qualcosa da condividere, per aiutarsi a vicenda fino a diventare degli adulti capaci di generare nuove vite e poterle crescere. Ma era una speranza vana, le cose sarebbero andate diversamente: crescendo si sarebbero separati prendendo ognuno strade differenti, allontanandosi non solo fisicamente, ma in una maniera che, se si fossero rincontrati, non si sarebbero più conosciuti; la complicità e l’empatia avute nel periodo vissuto insieme da bambini sarebbe stato qualcosa di morto, impossibile da riportare in vita. Sarebbero stati degli estranei con il ricordo di aver condiviso delle esperienze passate, ma così sbiadito che si sarebbero domandati com’era stato possibile aver avuto qualcosa in comune.
“È così che va la vita: non ci si può fare nulla. Accade e basta ed è difficile trovare un perché. Ci si può arrabbiare, spaccare la testa sopra, ma non si troverà una risposta.”

 

  1. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi Super Et 2017, pag. 270.

2 comments to La fine del paradiso

  • All’università un giorno la mia prof. di psicologia dello sviluppo disse questa cosa: che durante l’adolescenza e la giovinezza ci sono queste amicizie fortissime, indivisibili, che poi a un certo punto, spesso senza un preciso motivo (cioè senza litigi o fatti specifici) si allentano e si dissolvono, e che questo è dovuto al fatto che durante l’adolescenza l’amico del cuore è funzionale alla crescita (“serve” per rispecchiarcisi, per avere un alleato “contro il mondo”, per fare esperienze di crescita insieme ecc.), quando il ruolo di questa amicizia si è concluso, spesso finisce di punto in bianco anche l’amicizia, così all’improvviso, quell’amicizia che fino a poco prima sembrava l’ultimo baluardo che sarebbe mai potuto cadere. Ricordo che ascoltando queste parole rimasi offesa. In quel periodo stavo vivendo esattamente quella stessa situazione (io e la mia Migliore Amica, indivisibili come sorelle dai tempi delle elementari, quasi all’improvviso eravamo diventate come estranee, due rette parallele, senza rotture eclatanti né litigi né motivi apparenti, semplicemente da che ci vedevamo tutti i giorni non ci vedevamo più) e mi rifiutavo con tutta me stessa di credere che quell’amicizia meravigliosa che aveva significato così tanto per quasi tutta la durata della mia vita fosse in realtà un “usarsi” a vicenda, uno strumento funzionale alla nostra crescita. Eppure c’è del vero in questo, e crescendo ho capito che non c’è da restare offesi… funzionale o meno, quelle amicizie sono state fondamentali per noi.
    In realtà, poi, alcune amicizie nate ai tempi del liceo sono ancora con me e ormai credo non ci lasceremo più. Ma la vera sorpresa per me sono state le amicizie nate in età adulta. Non so perché in molti ci sia questa idea che da adulti è difficile trovare vere amicizie. Nel mio caso non è affatto così.

  • La tua prof. aveva ragione e si arriva a capirlo con l’esperienza; quando si vive quel periodo, come hai detto tu, ci si risente a sentire certi discorsi, ma passato quel tempo si capisce che fa parte della crescita.
    Probabilmente si ha l’idea che le amicizie di quando si è giovani siano migliori perché si idealizza quel periodo, forse perché si vive più intensamente, più d’impulso: si è nell’età dei valori e proprio per questo si pensa che le cose possano essere migliori, mentre si ritiene l’età adulta qualcosa di più grigio, fatto d’incombenze, responsabilità, dove si ha meno tempo d’instaurare legami con altri.

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