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L'Ultimo Potere - Preludium - III Credenze ipocrite e cieca follia - parte 3

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L’uomo camminava lungo i sentieri percorsi dai caprioli, abbandonato nei rumori e nei profumi della natura,. Scostando rami e arbusti, seguiva le impronte fesse lasciate dalla pista che dal campo vicino a casa sua saliva verso le colline, costeggiando il boschetto sulle rive del torrente e arrampicandosi sui pendii erbosi chiazzati da gruppetti di querce. Non era la prima volta che trovava tracce di quegli animali, specie nei pressi dell’orto, ma quel giorno, accanto alle solite impronte, ce n’erano altre più piccole.
Desideroso di vedere i cuccioli, aveva preso a seguire la pista che si erano lasciati alle spalle. Aveva camminato tenendo un passo regolare, perdendosi nel percepire i muscoli delle gambe che si tendevano e rilassavano, ascoltando il respiro che entrava e usciva nei polmoni. Andò per i boschi, saltando fossati e arrampicandosi su erte salite, lasciando che la mente non pensasse a nulla.
Due ore di cammino dopo si era ritrovato sulla sommità della collina più alta, seduto a fianco di una lunga fila di querce che gettava una fresca ombra sul terreno. Ascoltando il canto del vento che in disparte lo accarezzava, posò lo sguardo sulla linea montuosa che s’alzava avvolta di foschia molto distante dalle sagome dei palazzi rossi e grigi della periferia. Come sembrava piccola la città dove i sogni umani bruciavano traditi dalle false credenze di un’eterna stoltezza: una dura, gigantesca pietra lavorata dove la gente sognava e viveva nelle vuote armonie di una morte che si protraeva arida ogni giorno che passava.
Alzò lo sguardo, tendendosi per ascoltare la melodia del vento; gli pareva quasi di udire una voce nei soffi d’aria che saliva lirica e potente fino alla volta del cielo.
Rido di te, mi beffo di te, nella terra incastrata, stupita urbe morente.
“E gioisco perché vivrò ancora quando tu non sarai più”. Fu il rapido pensiero sorto al nascere dai versi silenti portati dalle lenti correnti.
E mentre lo formulava li scorse salire la dorsale dell’area collinare. In fila indiana i tre caprioli procedevano a testa alta, eleganti e sinuosi nel loro incedere, il manto nocciola che risaltava sul manto erboso. Un sorriso s’allargò vedendo il batuffolo bianco che i piccoli avevano per coda scodinzolare allegramente mentre la madre li leccava.
Il sorriso si fece più stanco. Fosse sempre tutto così semplice e naturale.
Perché gli uomini non potevano vivere in modo differente? Perché dovevano sempre correre in maniera insensata, esaurendosi fino a bruciarsi? Si facevano trasportare dagli eventi senza pensare, senza chiedersi il motivo di quanto facevano, affannandosi senza posa.
E per cosa? Per avere un lavoro più remunerato, così da poter comprare più roba, avere una casa più grande, possedere auto e abiti alla moda?
Dovevano arrabattarsi tutta la vita per queste cose?
Da anni provava a darsi una spiegazione, a cercare una risposta, una giustificazione nel passare l’esistenza per accumulare e mantenere il superfluo; ma non ci riusciva. Era tutto così… sprecato.
Trasse un lungo sospiro. Quei pensieri servivano solo ad angustiarlo, doveva cercare di vivere più serenamente, senza arrovellarsi su questioni su cui non poteva fare nulla e che a un certo punto non lo riguardavano. Se il mondo aveva deciso di implodere, che facesse pure: non si sarebbe fatto trascinare verso il fondo. Sarebbe rimasto da una parte, senza avere alcuna parte in quella recita scadente.
Sì, sarebbe stato così. Non avrebbe più avuto nessun ruolo in quel circolo vizioso; ormai era sceso dal treno e non vi sarebbe più risalito.
Lasciò che i minuti s’accavallassero uno sull’altro, indifferente al tempo che passava. Non aveva alcuna voglia di scendere dal piccolo monte, ritornando nell’aria stantia della pianura. Voleva starsene da solo, libero da ogni pensiero, ogni dovere; libero anche da sé stesso, sciolto da ogni vincolo e forma.
Essere come il vento.
E per qualche minuto lo fu davvero; fu come essere una cosa nuova, appena nata.
Poi la mente si richiuse di nuovo sul suo essere, riportandolo ai pensieri e alle pesantezze della solita vita.
Svogliatamente si rimise in piedi, prendendo la via del ritorno. Anche se ora doveva affrontare la discesa, gli pareva di fare più fatica di quando era salito.
Solo a metà del percorso s’accorse che sulla strada c’era una grossa macchia nera. Bloccato in mezzo al sentiero, cercò di capire perché tutta quella gente fosse riunita in quel punto. Poteva trattarsi di un incidente, ma un assembramento del genere era eccessivo; e poi era raro che le auto uscissero dalla città: i contatti con l’esterno avvenivano esclusivamente per via telematica, pochi si mettevano in viaggio sulle strade. Al massimo, se proprio erano costretti, venivano usati treni e aerei.
Allora, che cosa stava succedendo?
Cominciò a sentire squarci d’urla giungere alle orecchie come il moto della risacca.
Perché tutte quelle grida?
Inquieto, riprese a discendere il sentiero, il passo incerto mentre continuava a seguire i movimenti della massa. Sentì crescere il disagio, come se stesse osservando le movenze di una gigantesca vedova nera.
La sagoma di una collina più bassa coprì la visuale, nascondendo la folla che avanzava. Spinto da un’impellenza che non seppe spiegarsi, si mise a correre lungo il sentiero, incurante degli arbusti che gli sferzavano le gambe. Spuntò fuori da un gruppetto di querce e il fiato gli si bloccò in gola.
Si stavano dirigendo alla sua casa. Molte delle persone erano armate.
In pochi attimi l’edificio in sassi fu circondato.
Una finestra al primo piano fu aperta.
Le grida si levarono d’intensità. La massa si strinse attorno ai muri.
“Non uscite di casa.” Fu il pensiero irrazionale che lo martellò, mentre il suo corpo si rifiutava di muoversi. “Vi prego, non uscite di casa.”
La folla prese a rumoreggiare come una mandria di bufali inferocita.
«Fatelo uscire! Sappiamo che è lì dentro!» Tuonarono i molti.
“Stanno cercando me.” Fu lo sconvolgente, e allo stesso tempo confortante, pensiero. “Se è così, li lasceranno stare, sono al sicuro.”
Un senso di terrore staffilò il suo corpo in ondate travolgenti, arrivando a fargli provare una costrizione al petto.
Che cosa volevano da lui?
Non aveva niente a che fare con quelle persone, praticamente non aveva rapporti con gli abitanti della città: era un solitario che se ne stava sulle sue, senza dar fastidio a nessuno. Non aveva fatto nulla che potesse scatenare un’avversione così violenta.
Eppure il comportamento della massa diceva il contrario: non aveva mai visto tanto odio e rabbia.
“Non uscite di casa.” Implorò in silenzio, cominciando a capire quanto stava per succedere.
Vide sopraggiungere un’auto della polizia e un sollievo quasi doloroso lo rasserenò.
Adesso tutto si sarebbe sistemato, tutto sarebbe stato spiegato. Ci doveva essere stato un incredibile equivoco: non aveva fatto nulla di male.
Basito, vide l’auto allontanarsi dalla strada e fermarsi in mezzo al prato vicino al torrente, tenendosi a una cinquantina di metri di distanza. I poliziotti scesero dal mezzo, ma non si mossero dalla loro posizione. A braccia incrociate, rimasero a fissare la scena.
“Ma cosa…”
Un rimbombo secco lo riscosse dallo sbigottimento.
La massa si stava gettando contro la porta.
«Dove lo nascondete?» Sentì le urla giungere nitidamente nel punto dove si trovava.
Poi ci fu lo schianto e la folla si riversò all’interno della casa come una serpe nella tana del topo.
Gli strepiti delle donne incitavano gli uomini.
Gli individui entrati uscirono come se fossero stati vomitati, ritenuti indigesti alla casa. Con sé trascinarono i suoi genitori.
«Dove lo nascondete?» Tuonò inferocita la moltitudine.
“In tutto il mondo ogni uomo cerca di sterminare gli esseri più deboli.” Era quanto gli aveva detto un senzatetto quando lo aveva soccorso dopo essere stato pestato da un gruppo di adolescenti. Ma a tutto c’era un limite: vivevano in un’epoca civile…
Quella era forse civiltà? Incredulità e rabbia combatterono la loro battaglia, senza che nessuna delle due riuscisse a prevalere, mentre gli occhi continuavano a fissare impietosi la scena. Gli esseri umani si mostravano per quello che erano realmente: esseri spaventosi. La follia che tanto era stata in incubazione, era esplosa in una pandemia virulenta.
Ma perché doveva capitare proprio a lui? Lo stupore lo tenne inchiodato senza fare niente.
«Dove lo nascondete?» Abbaiò la folla, un branco di cani randagi affamati.
Non riuscì a sentire la voce dei genitori, sovrastata dalle grida.
O più semplicemente, gli fu impedito perché le spranghe cominciarono a colpire.
La gente voleva veder scorrere il sangue, non avere risposte.
E intanto la polizia se ne stava a osservare la scena con le braccia conserte.
Doveva fermare quella follia, anche se questo significava che si sarebbe riversata su di lui. Riprese a muoversi, gli arbusti che gli scivolavano accanto in macchie indistinte.
In un attimo, come per incanto, lame metalliche comparvero nelle mani degli assalitori: lunghi e larghi coltelli da cucina vennero levati in alto dalle braccia abbronzate simili a chele di una mantide religiosa.
Spalancò la bocca, inspirando quanto più fiato possibile.
Le lame s’abbassarono come tanti machete.
Il sangue zampillò, prendendo a scorrere sull’erba e sul cemento, mentre i corpi venivano rotolati e trascinati e lembi di carne venivano staccati e maciullati. Le membra furono sbalzate in aria come palloni, riprese a essere fatte a pezzi quando ricaddero a terra.
«Noooo!»
L’urlo esplose come un tuono caduto dal cielo, sovrastando le grida stridule della folla.
La moltitudine parve non sentirlo, presa dall’opera di macellazione.
Si gettò lungo il pendio, saltando in un balzo il letto del torrente, sapendo che era troppo tardi, che non poteva fermare quei pazzi.
Urlando a squarciagola caricò a testa bassa.
I poliziotti, vedendolo emergere dall’argine, si scossero dall’immobilismo, scattando e convergendo all’unisono su di lui.
L’uomo non li vide sopraggiungere, gli occhi iniettati di sangue. Non li sentì arrivare, ogni rumore sovrastato dal ruggito che saliva dalla gola.
Si ritrovò a terra, centrato al fianco da un grosso peso. Mani rudi gli piegarono le braccia dietro la schiena. Sentì freddo attorno ai polsi e uno scatto metallico. Si dibatté come una belva, prima che un tacco calasse con impeto su un lato della testa. Una macchia nera punteggiata di lampi verdi esplose davanti ai suoi occhi. La forza rabbiosa che lo aveva pervaso scemò di colpo, lasciandolo esanime a terra.
Si sentì rimettere in piedi con forza, la testa pulsante come se qualcuno lo stesse prendendo a martellate. I poliziotti lo trascinarono verso l’auto sorreggendolo per le braccia.
Scosse la testa, cercando di riacquistare lucidità, puntando i piedi per opporre resistenza
«Sali in macchina.» Gli intimò strattonandolo il più corpulento dei due.
L’uomo si voltò verso la folla, cercando di mettere a fuoco la scena. «I miei genitori…li hanno massacrati…e voi non avete fatto nulla…» Biascicò le parole sentendo la bocca invasa da un sapore ramato.
«Cammina.» Lo strattonò l’altro poliziotto.
La moltitudine si era fermata, ansando e osservando spiritata il risultato dei suoi sforzi.
L’ondata di furore lo travolse nuovamente
«Se la sono fatta con dei vecchi!» Urlò furioso mentre vedeva i genitori a poche decine di metri fatti a pezzi. «E voi non avete fatto nulla!»
Una nuova fiammata alla tempia, un lampo e il mondo prese a ballonzolare davanti a lui in un vorticare cacofonico. Si sentì trascinare di nuovo, una mano che gli premeva sulla testa spingendolo verso il basso. Si ritrovò su un sedile, la bocca invasa dal sapore di sangue e bile. Sentì sbattere una portiera e aprirsene un’altra.
La vista cominciò a oscurarsi. Attraverso il finestrino vide la folla che lanciava grida inumane sollevando gli arnesi del massacro al cielo, come se fossero delle coppe: esseri umani che esultavano per la morte di loro simili.
Demoni, non esseri umani. La rabbia ebbe un ultimo guizzo prima che la sua luce fosse soffocata dall’inconsapevolezza pressante.
«Dovresti esserci riconoscenti: ti abbiamo salvato la vita.» Sentì dire dal conducente mentre metteva in moto l’auto e s’avviava per fare ritorno in città.
Fu l’ultima cosa che udì prima di piombare nell’oblio.

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