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L'Ultimo Potere - Preludium: I Overture

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A seguito di fatti di cronaca che esulano dall’ambito letterario, si è tornato a parlare del fantastico; un copione già conosciuto che immancabilmente si ripete: ormai sono anni che si ascoltano i soliti discorsi.
Il fantastico come fuga dalla realtà. Il fantastico per disadattati, per gente che non vuole crescere e chi più ne ha, più ne metta: non ho intenzione di perdere tempo con giudizi del genere perché sono un modo superficiale di giudicare senza avere la conoscenza di un genere spesso sottovalutato, ma che non ha nulla da invidiare alla cosiddetta letteratura “colta”, “intellettuale”; anzi, ha molto da dare. Solo che viene sottovalutato perché usa una veste diversa da quella conosciuta.
Un grosso errore, come lo riterrebbero i greci antichi, dato che avevano compreso come fosse più facile per la gente giungere alla comprensione d’insegnamenti sulla realtà e sull’umanità attraverso le storie, indifferentemente che fosse il metterle in scena a teatro o il raccontarle attraverso i miti.
Un errore che se non si sta attenti fa cadere (e ha fatto cadere) molti in una mentalità discriminante, limitante e inquinante.
Il fantastico non è un palliativo come fa vedere la riflessione di Lara Manni: il fantastico è un modo per mostrare la realtà, facendo comprendere i suoi lati oscuri, i suoi vizi e trovare il bandolo della matassa per far giungere a una comprensione che porta all’evoluzione.
Il discorso potrebbe dilungarsi a lungo, portando a riflessioni approfondite, ma non è questo il mio intento: troppo a lungo ha visto ripetersi queste discussioni. Non dico che sono inutili, ma ormai le conosco bene e le lascio fare ad altri. A chi fosse interessato suggerisco di seguire gli articoli pubblicati da Lara Manni, interessanti e affrontati in modo intelligente e con toni che non vanno sopra le righe, che non sfociano in flame e non hanno pregiudizi, come è invece per una parte dei giornalisti (leggere questo post. C’è una parte di verità, ma fortunatamente non tutti quelli che scrivono lo fanno per farsi intervistare e finire in tv o sui giornali. Inoltre, non sono poi così ben disposti a farsi manipolare il proprio lavoro come pare e piace all’editore).
Come Val (e come ha detto Lara), ho voglia di storie, voglia di leggerle, ma anche di raccontarle.
Per questo ho deciso di mettere sul sito “Preludium”, la prima parte di L’Ultimo Potere, l’ultima opera di genere fantastico che ho realizzato. Certo, il fantastico è narrativa, ma anche fonte di consapevolezza, mezzo per parlare della realtà e della società. Ed è questo che ho voluto fare con tale romanzo: vediamo se attraverso le vicende si è riuscito nell’intento. Io dico di sì, ma essendo l’autore, il giudizio è di parte 😉 .
I fatti si svolgono in una società decadente e ormai decaduta, una situazione causata dalla mentalità e dalle scelte umane, ma anche da forze che agiscono nell’ombra: due elementi che saranno gli artefici degli sviluppi che ci saranno nel mondo mostrato.
Un mondo che come scenario mi ha fatto tornare in mente quelli di Mad Max, il protagonista della trilogia cinematografica di Interceptor, Il Guerriero della Strada: una figura ben caratterizzata e forte, che rivisita l’archetipo ben conosciuto del Guerriero, che in tante storie è così spesso presente: lo è nella trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay (interpretato da Arthur Pendragon), lo è nel manga di Tetsuo Hara e Buronson (pseudonimo dello sceneggiatore Yoshiyuki Okamura), Hokuto No Ken, lo è anche nel romanzo che ho scritto (nei capitoli già pubblicati di L’Ultimo Potere, non a caso uno dei protagonisti porta appunto il nome di Guerriero: una scelta voluta, non casuale, perché anche i nomi hanno un significato e devono essere scelti con cura perché rivelano e rafforzano la natura di un individuo o la possono anche cambiare. Ma questo è un discorso che verrà affrontato un’altra volta, sempre con un brano tratto dal libro).
Come già detto in un post precedente, gli Archetipi hanno trovato ampio spazio nelle pagine dell’opera ultimata, come spazio hanno trovato i Vizi (e già si può capire dai primi capitoli: sarebbe interessante vedere se i lettori riescono a individuare quali sono i primi a essere incontrati) nel mostrare lo spaccato della società che porta alle vicende centrali della storia.
Una società che ha portato all’estremo elementi già ben presenti nella realtà che viviamo: l’apparire, il consumismo, lo sfruttamento. Ma anche un ritorno e uno sviluppo di teorie del passato che non sono mai del tutto sparite, come quelle di Cesare Lombroso. Riassumendo sinteticamente, un criminale può essere riconosciuto dal proprio aspetto: quindi, se non rientra nei canoni della persona normale (e qua ci sarebbe da riflettere su cosa è la normalità e sull’influenza che ha la maggioranza nel sceglierla), un individuo viene considerato pericoloso per la società. Molte delle teorie di Lombroso sono state destituite di ogni fondamento, tuttavia c’è una mentalità persistente nella società dove chi è al di fuori dai canoni della normalità viene visto come pericoloso, come male: il povero, l’extracomunitario, il mussulmano, ma anche chi è brutto o presenta deformità fisiche. Certo non è una cosa solo di adesso, ne parlava già Verga (e quanti prima di lui: l’associazione bello=buono e brutto=cattivo è vecchia come il mondo) nel racconto Rosso Malpelo, dove un ragazzo, la cui unica colpa (se si può parlare poi di colpa) è di essere nato con i capelli rossi, viene visto come un poco di buono, un delinquente.
Ho già tolto molto spazio all’inizio della storia, quindi lascio campo alla lettura del primo capitolo.

Vidi salire dal mare una bestia
che aveva dieci corna e sette teste,
sulle corna dieci diademi
e su ciascuna testa
un titolo blasfemo

(Apocalisse 13,1)

Seduta all’ombra dell’albero, la donna se ne stava a guardare il vento spazzare le distese erbose. Di tanto in tanto, mollemente, sollevava lo sguardo a fissare il passaggio delle nuvole nel cielo e il lento scorrere del traffico nella cittadina a valle.
Con un sorriso soddisfatto, si portò le mani dietro alla nuca, stiracchiandosi pigramente come un gatto. Tutto il giorno a lasciar passare le ore in un monotono accavallarsi. Una vita senza pressioni, senza stimoli: un’apatia che smussava ogni cosa, rendendo tutto uguale. Niente picchi emotivi, nessun arrabattarsi dietro sogni: solo il quieto lasciar andare e il perdersi nella dimenticanza del non fare.
Un boato in lontananza, come d’aria collassata su sé stessa, gli fece piegare il capo di lato con disinteresse.
Zolle di terra furono strappare, cespugli avvizzirono nel vento rovente giunto dalla pianura, foglie s’arricciarono nel caldo che si faceva sempre più cocente.
“Esibizionista.” Sbadigliò annoiata.
Piccole trombe d’aria si rincorsero lungo la salita del pendio ingiallendo l’erba.
«Basta così.»
Un gesto mellifluo della mano e i vortici si dispersero in una brezza leggera che andò a sfiorarle i lunghi capelli. Sospirando rassegnata, si sistemò in una posizione meno rilassata, preparandosi alla visita in arrivo.
Spassionatamente rimase a guardare il vento che urlando, bruciando, cercava di sferzare la sommità della collina, trovando a chetarsi come un agnellino appena si avvicinava all’area di sua influenza.
«Tu.» La parola del nuovo arrivato calò come un’accusa, un giudizio carico di colpa e livore.
La donna sollevò gli occhi dal fiore con cui stava giocando. «Modera l’aura: le tue manifestazioni non m’impressionano.»
«Dovrebbero.» Sibilò il nuovo arrivato, le spire di vento che si divertivano a rincorrersi tra i capelli sparati all’insù.
«Lo sai che per quanto ti sforzi non puoi toccarmi con il tuo Potere.» Lo redarguì la donna.
«E il tuo non ha modo di contrastarmi.» Rimbeccò l’altro.
Con un sorriso sbiadito, la donna non poté che convenire. «Una situazione di stallo. Quindi perché prendersela così tanto?»
L’uomo la squadrò in cagnesco prima di mettersi a camminare avanti e indietro, la testa incassata tra le spalle. «Voglio vederti distrutta.» La voce carica d’astio fece tremare l’aria.
La donna abbozzò un flaccido sorriso. «Tutta quella bile ti corroderà le viscere.»
«Quello che per te è veleno, per me è un nettare che mi sostiene e mi rafforza.»
«Credi quello che ti pare.» Con una mano moscia, la donna lo liquidò come se stesse allontanando delle mosche.
L’espressione di divertimento cattivo scomparve dalla faccia affilata dell’altro. «Tu sai perché sono qui.»
«Certo.» Lei socchiuse gli occhi sbadigliando, tendendo la pelle molle di rilassatezza del volto tondo.
«E non hai nulla da dire?»
La donna scrollò le spalle. «Dovrei?»
Il vento esplose ululando, portando scintille con sé.
«Hai finito con queste sceneggiate? Non mi fanno né caldo né freddo.» La donna sbatté le palpebre con disinteresse.
«La città è mia.» Ringhiò l’uomo.
«Interessante.» Rispose lei con noncuranza. «Ma tal questione è tutta da verificare.»
«Non t’intrometterai in questa storia.» La voce dalle labbra sottili dell’uomo in un sibilo.
Svogliatamente la donna si lisciò i capelli compiaciuta. «E tu cosa stai facendo?» Lo punzecchiò con nota sarcastica.
«Non mi provocare. Questa città deve essere mia.» L’aria si fece come d’acqua al passo in avanti dell’uomo, prendendo a ballonzolare come una bolla.
L’indice sinistro di lei fece cenno di no. «Non metterai piede sulla sommità della mia collina: è suolo sacro.»
«Sacro per chi?» Abbaiò sguaiatamente lui.
«Per me e tanto deve bastare.» Il tono basso non faceva presagire nulla di buono. «Per quanto riguarda l’altra questione, so perché la brami tanto: stai cercando di accrescere il tuo Potere per prendere il posto del Sapiente.»
Il volto affilato dell’uomo s’irrigidì.
«Non fare quella faccia.» Le sopracciglia curate della donna si sollevarono annoiate. «E’ quello che tutti noi stiamo cercando di fare.»
«Se lo sai, allora fatti da parte.»
«E rinunciare a una fetta di torta così invitante? Non ci penso nemmeno.» La bolla liquida nella quale si era avvolta cominciò a tremolare sempre più ferocemente, levando schizzi come una botte piena d’acqua colpita con forza. «Possiamo anche stare qua a scannarci, perdendo tempo in uno scontro che non vedrà nessun vincitore.» Sospirò con disinteresse osservando l’erba assumere tonalità giallastre sotto i piedi dell’altro. «Oppure trovare un’alternativa per risolvere la questione.»
L’aura di lui si placò, lo sguardo vigile e rapace. «Quale alternativa?»
«Una sfida.»
«Vuoi combattere con me?» Il corpo dell’uomo si tese con compiaciuta ferocia.
«Di che cosa abbiamo parlato fino adesso?» Lei lo rimproverò pacatamente. «Sei troppo istintivo, per niente riflessivo: assecondando il tuo carattere, fai andare una quantità eccessiva di sangue al cervello, offuscandone il pensiero.»
«E tu sei troppo accomodante.» La rimbeccò con una sferzata l’altro. «Mi domando se ancora sei capace di sollevarti in piedi o se i muscoli ti si sono atrofizzati.»
«Inutile sprecare energie per spiegare a chi non può capire.» Le guance grassocce ballonzolarono allo scuotersi della testa tonda. «Ma ritorniamo alla sfida. E’ più divertente di un confronto diretto tra noi due.» La schiena si staccò dal tronco dell’albero. «Facciamo come gli umani in un lontano passato; scegliamo un campione in mezzo alla gente e lasciamo che sia lui a portare avanti la nostra diatriba. Chi vince si prende tutto il piatto, chi perde lascia il campo. A prescindere dall’esito della sfida, non ci massacreremo a vicenda.»
L’uomo la squadrò in cagnesco. «Dov’è il trucco?»
«Nessun trucco.»
«Perché non risolviamo la questione subito?» La bolla liquida prese a incresparsi all’aumentare dell’aggressività.
«Mio caro» sorrise la donna quando vide il ringhio distorcere i lineamenti dell’altro «tu non hai pazienza, non sai gustare le cose: così facendo ti brucerai tante esperienze.»
«Al diavolo te e i tuoi discorsi!» La voce aspra fece levare di nuovo il vento rovente. «Io voglio la città!»
«E l’avrai. Ma solo se riuscirai a vincere la sfida: non c’è altro modo. Altrimenti continueremo ad annullarci a vicenda.»
Spazientito, l’uomo strinse i pugni con forza. «Ognuno può scegliere chi vuole? Qualsiasi mezzo è lecito?»
«Certo.»
«Limiti di tempo?»
«Il più veloce ad attuare la tattica migliore vince.»
Uno sfrigolio elettrico pervase l’atmosfera.
Uno sguardo d’intesa intercorse tra i due.
«Allora che sia sfida.» Concesse l’uomo.
«Che sia sfida.» Convenne la donna.
In un ghigno tra il divertito e l’arrogante, lui la squadrò. «Sono curioso di vedere come farai per vincere la sfida.»
«Non hai che da aspettare.» Fu la disinteressata risposta che seguì alla scrollata della spalle morbide.
«Sei un parassita.»
«Tu no?»
«Io mi do da fare per ottenere quello che voglio.» Fu il rimbrotto serpentino. «Tu deleghi sempre agli altri, non ti esponi mai. E in una guerra, come nella vita, vince chi è attivo, non chi è passivo.»
«Chi filò ebbe una camicia; chi non filò ne ebbe due.» La donna si gustò compiaciuta la perplessità disegnata sul volto affilato. «E poi fare da spettatori è più divertente.» Sorrise sorniona. «Ti puoi defilare se le cose vanno male, spegnere tutto senza farti male. Ricorda: la vera forza non è quella che si vede, ma quella che rimane celata. Ma tu sei troppo grezzo per comprendere simili sottigliezze.»
L’uomo rispose con un sorriso cattivo. «Gioca pure al burattinaio, agisci come meglio credi. Vedremo chi la spunterà.» Con il corpo scosso da una risata a stento trattenuta, ritornò da dove era venuto.
«Poverino.» Commentò a mezza voce la donna, sentendosi quasi di compatirlo.
Placidamente si lasciò scivolare sul manto erboso, le mani adagiate sul ventre morbido.
Poteva tornare alla sua attività preferita.
Chiuse gli occhi, smettendo di pensare.

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