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L'Ultimo Potere - Preludium - III Credenze ipocrite e cieca follia - parte 2

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La porta del bar sbatté con violenza, facendo trasalire tutti gli astanti.
Il sacerdote si voltò verso la fonte del rumore, contrariato dall’imprevisto che aveva sviato l’attenzione del suo pubblico. Un cipiglio seccato comparve sul volto, richiedente una spiegazione per l’interruzione.
«Un fatto tremendo.» Disse l’uomo trafelato avvicinandosi al bancone. «Un crimine mai visto.»
La folla cominciò a sussurrare sbigottita, avvicinandosi morbosamente per ascoltare la notizia.
«Che è successo? Parla!» Intimò con fretta il sacerdote.
«Una ragazza del centro di benessere aperto poche settimane fa.» L’uomo deglutì per inumidire la gola riarsa dalla corsa.
L’aspettativa della folla crebbe impaziente.
«E’ stata trovata in fin di vita all’interno degli spogliatoi della palestra.»
Le donne trassero sospiri strozzati; gli uomini si fecero più vicini.
«Chi era?»
«Cosa le è successo?»
«Quando è accaduto?»
Piovvero le domande da tutte le parti.
«Una ragazza del personale, assunta da appena una settimana. E’ stata ritrovata dalla donna delle pulizie questa mattina. Stuprata.»
Gridi soffocati squittirono nell’aria.
«Com’è potuto succedere?»
«Non si sa ancora: la ragazza è in coma all’ospedale. Dalle indagini della polizia, qualcuno è entrato nella palestra quando era ancora aperta e ha aggredito la ragazza che si stava apprestando a chiudere il centro. Pare sia stata drogata: sono state trovate sulle panche tracce di polvere bianca.» L’uomo guardò la gente che l’attorniava con occhi sbarrati. «E’ stata violentata tutta la notte, fino a essere ridotta in fin di vita.»
L’indignazione esplose in un urlo.
«Chi è stato?» Il sacerdote si mosse in avanti con fare inquisitorio.
L’uomo scosse il capo. «Non si sa ancora.»
«Che crimine orrendo!» Mormorò esterrefatta una donna. «Chi può aver osato fare una cosa del genere?»
«Un criminale, senza dubbio.» Sputò la sentenza un uomo.
Molte voci convennero all’affermazione.
«Chi può essere stato?» Sussurrò tremante una donna minuta e nervosa. «Forse uno di noi?»
«Sciocchezze.» Disse categorico un uomo dalla camicia bianca. «Nessun membro della comunità farebbe male a un suo fratello.»
«E’ stato lo straniero!» Ululò l’uomo con i lustrini arancione.
«Impossibile.» Lo corresse il barista. «E’ stato nel locale tutta la notte di ieri, senza mai muoversi di qui. Ci sono testimoni.»
Diverse teste assentirono.
«Il colpevole va trovato!» Strillò una donna vestita con un lungo abito bianco quasi trasparente.
«Le parole del sacerdote ce lo rivelano già!» Si fece sentire una voce dal fondo. «E ci dicono che il male è in mezzo a noi!»
Facendosi largo tra le fila degli avventori del locale, lo stilista si portò davanti alla folla.
«Fa male ammetterlo, ma il colpevole è uno della comunità.» Disse con occhi invasati.
«Chi?» La cerchia di persone si strinse attorno a lui, come tenebra attorno a una candela.
«Qualcuno che vive ai margini della società, vicino a boschi.» Insinuò velenoso, lasciando che le sue parole facessero presa nell’animo della gente attorno a lui.
«Allora vuoi dire che…» Sussurrò allibita la donna minuta e nervosa.
«Aspetto dimesso, poco curato: il suo essere è l’identikit di un criminale. E’ lui quello che stiamo cercando.»
«Aspettiamo le indagini della polizia. Se è poco curato è perché vive in una famiglia poca agiata, che è sempre vissuta nelle difficoltà.» Suggerì il professore, ma il suo intervento fu schiacciato dalla voce quasi urlante dello stilista.
«Il colpevole è quel poco di buono conosciuto da tutti: è stato lui ad aggredire la ragazza!» L’arringa incalzò feroce la folla. «Un segnale inequivocabile della sua palese malvagità. La povertà è un segno di Dio per mostrarci che è un essere maledetto: se fosse benedetto, la sua condizione sarebbe differente. Non è forse così?» Si voltò verso il sacerdote.
«Certamente.» Asserì il ministro divino con uno sguardo carico d’intesa.
«Avete sentito? Che bisogno d’altre conferme abbiamo? Avete sentito la bocca della verità.»
«Sì!» Urlarono in risposta gli avventori.
«Un crimine è stato commesso!» Inveì furioso lo stilista. «E nessuno fa niente, lasciandolo libero e impunito! Quella ragazza merita giustizia!»
«Sì!» Urlò di nuovo la massa.
«Chi è con me?»
Un boato esplose nel locale.
Il sacerdote si portò al fianco dello stilista. «Fedeli, andiamo a rendere giustizia a Dio!» Tuonò spiritato. «Andiamo a prenderlo!»
Ruggendo, la folla sciamò come una fiumana, avanzando nelle strade come una mandria impazzita.

Adagiati agli schienali dell’auto, i due poliziotti se ne stavano all’ombra del vicolo ascoltando la musica trasmessa dalla radio.
«Che afa.» Brontolò l’uomo alla guida allentando il colletto della camicia.
«Siamo in estate: che altro ti aspetti?» Rimbrottò il compagno con un giornale posato sul volto.
«Lo so, ma non sopporto il caldo.» Si lamentò l’altro. «Ti si appiccicano i vestiti addosso, sei sempre sudato. E non è bello mandare cattivo odore.»
«Usa i deodoranti.» Un foglio di giornale vibrò sopra la voce impastata.
«Certo che li uso.» Fu la protesta lamentosa. «Ma non riesco a sopportare il fastidio d’appiccicaticcio sulla pelle.»
«E tu non ci pensare: vedrai che non ti accorgerai di sudare.» Suggerì stancamente il compagno.
«Ma che diavolo…» Sbottò il poliziotto alla guida.
«Cos’hai questa volta?» Disse sonnacchioso l’altro. «Il sudore ti è andato negli occhi?»
«Tira via quel giornale dagli occhi e guarda.»
Seccato, il secondo poliziotto fece scivolare sul petto il paraocchi improvvisato. Sbigottito vide nel sole del mezzogiorno una folla sfavillante sciamare lungo il marciapiede, invadendo per buona parte la corsia stradale. Alcune auto strombazzarono inviperite schivando il corteo.
«Porcaccia…ma che stanno combinando?» Mormorò trattenendo il fiato.
Con la radio che suonava un blues di qualche decennio prima, fissarono inebetiti la fiumana che si allontanava, ascoltando il riecheggiare delle urla.
«E adesso che si fa?» Chiese perplesso il poliziotto sul lato passeggero.
Il conducente avviò l’auto. «Li seguiamo e teniamo d’occhio la situazione.»
Uscita dal vicolo la macchina s’immise nella strada principale, seguendo a debita distanza il corteo brulicante che s’ingrossava a ogni isolato. Molta gente s’affacciava alle finestre dei palazzi, facendo domande e ascoltando le urlate risposte rabbiose. Alcune persone rimasero sui balconi a osservare il fluire della folla; in gran numero si riversarono nelle strade, andando a unirsi alla calca. Cominciarono a fare la loro comparsa spranghe e bastoni.
«Riesci a capire cosa sta succedendo?» Chiese il poliziotto sul lato passeggero.
Il conducente lo zittì con un gesto, reclinando il capo verso il finestrino abbassato. «Parlano di uno stupro e di andare a prendere il colpevole.» Mormorò preoccupato.
Arrivati ai margini della periferia, la folla occupava tutta la carreggiata. Lame alzate al cielo mandarono feroci bardagli sotto il sole.
«E quelli da dove saltano fuori?»
Il conducente non rispose al compagno: con il volto scuro fissò la folla trepidante che avanzava senza posa.
«Vogliono fare un linciaggio.» Sussurrò sgomento il poliziotto sul lato passeggero, afferrando il megafono.
«Che vuoi fare?» Il conducente gli prese saldamente il polso.
«Dobbiamo fermarli.» Rispose stupito l’altro. «Prima che sia troppo tardi.»
« Non l’hai capito?» Lo rimproverò sgarbatamente il compagno. «E’ già troppo tardi.»
«Uccideranno qualcuno!»
«E uccideranno anche noi se c’intromettiamo!» Abbaiò il conducente. «Li hai guardati? Vogliono veder scorrere il sangue e solo quando ciò sarà avvenuto, la loro furia si placherà. Ma non capisci?» Lo scrollò con forza. «Niente li farà ragionare finché non otterranno quello che vorranno.»
«Dobbiamo mantenere l’ordine: altrimenti a cosa serve il nostro ruolo?»
«L’ordine non c’è più: ormai siamo solo una figura rappresentativa di ciò che è stato un tempo. Siamo un ornamento, delle statuine da decoro, nient’altro. Lascia stare: non possiamo fare nulla contro quella folla. Non vale la pena rimetterci per gli altri: pensa a tirare avanti come meglio puoi.»
Il compagno lo fissò titubante, ancora indeciso sul da farsi.
«Lascia stare.» Insistette il conducente.
Lentamente la mano che teneva il megafono s’abbassò.
«Non te la prendere: non ci si può fare niente.»
Il compagno volse lo sguardo fuori dal finestrino. «Per lo meno vediamo di capirci qualcosa di più in questa faccenda.» Mormorò rassegnato all’ineluttabile.

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