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L’Amuleto di Samarcanda

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L'Amuleto di SamarcandaL’Amuleto di Samarcanda è un romanzo di Jonathan Stroud del 2003, primo della tetralogia di Bartimeus. Ambientato a Londra nel XX secolo, presenta un mondo moderno dove i maghi convivono con le persone comuni, ma sono loro ad avere posizioni di comando e avere il compito di proteggere la popolazione e la nazione dagli altri paesi. Occorre fare attenzione innanzitutto a non pensare che i maghi siano benefattori e paladini della giustizia, altruisti che pensano solo al bene dei più deboli: i maghi descritti da Stroud sono meschini, arroganti, approfittatori, egoisti, preoccupati solo di avere sempre maggior potere e migliori posizioni nella scala sociale, sempre in lotta tra loro. Non ci sono scuole per maghi, come succede nei libri della Rowling, dove i giovani vanno a Hogwarts per imparare a usare la magia, ma ogni mago prende un apprendista e gli trasmette il proprio sapere; non che lo faccia per scelta, è quasi un obbligo. Non c’è un gran legame tra i due (non è raro che, cresciuto, l’apprendista, elimini il proprio maestro), non s’instaura la complicità o il rispetto tra alunni e alcuni professori come si è visto nei libri di Harry Potter.
Ma non sono le uniche differenze tra i due mondi.
In Harry Potter i maghi hanno un talento innato per la magia (possono essere di sangue puro o mezzosangue), nella saga di Bartimeus sono persone comuni che con gli studi acquisiscono potere. Un potere che non viene da bacchette magiche, ma da invocazioni: i mezzi dei maghi di Stroud sono gessi per disegnare pentacoli, candele e la conoscenza del nome degli spiriti da invocare e mettere al proprio servizio. Sì, perché conoscere il vero nome di qualcuno è potere (per questo i maghi cambiano nome da piccoli e non rivelano a nessuno quello di nascita, almeno così dovrebbero fare) e il potere dei maghi sta tutto nella tipologia di spiriti che si possono convocare: più è potente lo spirito, più è grande la forza del mago. Folletti, foliot, jinn, afrit, marit (ma anche creature più potenti), sono ciò che un mago può invocare al suo servizio. Il rapporto che c’è tra le due parti non è paritario: gli spiriti sono schiavi dei maghi e per questo i primi, se possono, cercano sempre un modo per vendicarsi.
Dopo queste premesse, il mondo creato da Stroud appare cupo e con ben poco di positivo. Se non fosse per il jinn Bartimeus: con la sua ironia, il suo sbeffeggiare e il suo essere sempre sopra le righe in qualsiasi situazione (anche la più drammatica), Bartimeus riesce a dare alla storia un tocco particolare, leggero, divertente. E’ lui che tira sempre fuori dai guai Nathaniel che, privo si esperienza e saggezza, si mette sempre in situazioni più grandi di lui, finendo invischiato nei piani di gente senza scrupoli, pronta a tutto per arrivare al potere. La voglia di dimostrare le proprie capacità, di bruciare le tappe, lo spingono a invocare un jinn, Bartimeus appunto, quando ancora il maestro non lo ritiene pronto (a torto, ma il suo maestro si dimostrerà un incapace) e a dargli come ordine il furto dell’amuleto di Samarcanda, un oggetto magico di grande potere, posseduto da Simon Lovelace.
Le cose non andranno come progettato e la storia si farà sempre più rocambolesca, con Nathaniel e Bartimeus inguaiati in situazioni sempre più intricate.
L’amuleto di Samarcanda si dimostra una lettura gradevole, ricco d’azione, capace di divertire e intrattenere, con in aggiunta anche una bella e giusta presa in giro a un genere di libri che ha incentrato le sue storie su figure di adolescenti salvatori del mondo, quando invece la realtà è cosa ben diversa (come fa notare Bartimeus a Nathaniel: è quest’ultimo la causa di tutti i problemi che sono capitati, facendo pagare anche ad altri, alcuni totalmente innocenti, i guai che ha combinato).

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