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La Paura del Saggio

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Di Patrick Rothfuss ho apprezzato molto Il Nome del Vento, primo volume di Le Cronache dell’Assassino del Re. Lettura che si è rivelata ugualmente piacevole con La Paura del Saggio, secondo capitolo di questa saga: romanzo più corposo del precedente, con l’autore sempre intento a mostrare il percorso d’evoluzione di Kvothe all’interno dell’Accademia e la sua ricerca dei Chandrian. Lo stile di scrittura si mantiene sempre sul livello del precedente romanzo, le avventure del protagonista continuano ad affascinare, tuttavia l’opera presenta dei momenti di stanca: seppur ben scritto, l’avere incentrata tutta l’attenzione su un unico personaggio, può far scendere l’interesse.
Questo è uno dei rischi in cui s’incorre nel focalizzarsi su un solo elemento: allungare la storia, renderla molto particolareggiata, invece di aumentare la suspense, la fa allentare. Aggiungere sempre tasselli che lentamente vanno a formare il quadro della storia può sì arricchire la trama, ma anche stancare il lettore che vede accumulare informazioni che non lo portano all’avvicinarsi alla soluzione del mistero.
Tener viva l’attenzione del lettore non è facile, occorre pianificazione nel creare l’intreccio e saperlo tenere sulle spine, ma non si può mantenere sempre questo stato: una corda non si può tenere sempre tesa, altrimenti, inevitabilmente, s’allenta. Occorre saper dare al lettore un “contentino”, far vedere che la sua pazienza è ripagata.
Elemento ben conosciuto da autori come Jordan, Erikson e Sanderson che in fatto di saghe lunghe dai tomi corposi hanno molto da dire: loro hanno compreso che per non ripetersi e non stancare, per scrivere opere lunghe e mostrare un mondo con la sua storia, occorrono più punti di vista. La diversità, come in tutte le cose, arricchisce e intriga, è la spinta ad andare avanti per scoprire ciò che si trova oltre il già conosciuto.

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