Cosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.
P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.
Inevitabilmente, con l’uscita dell’ultimo film su Dracula (Dracula – L’amore perduto di Luc Besson) c’è stato un gran clamore e tanti ne hanno parlato e altrettanti sono andati a vederlo (personalmente, non sono così curioso di andare al cinema, anche se c’è un’attrice che apprezzo come Matilde De Angelis, uno perché non ho voglia di avere a che fare con platee disturbanti e alle volte maleducate, due perché mi ha dato l’impressione di avere dei punti in comune col Dracula di Coppola); altra conseguenza, in tv sono stati trasmessi diversi film su Dracula usciti in precedenza: Demeter – Il risveglio di Dracula è tra questi.
Questo film del 2023 si concentra su uno specifico capitolo del romanzo di Bram Stoker (il settimo), quello del viaggio della Demeter, la nave su cui viene caricata la cassa contenente Dracula e che arriva sulle rive inglesi inspiegabilmente priva di equipaggio; conoscendo la storia (in pochi ormai non sanno qual è quella di Dracula) si sa che il famoso conte ha eliminato tutti i membri a bordo cibandosene, ma nel romanzo non viene descritto come. Demeter – Il risveglio di Dracula fa proprio questo; se vogliamo, forzando un paragone, si è sulla falsa riga di Alien: una nave con un mostro a bordo (di cui all’inizio l’equipaggio è ignaro) che una alla volta elimina le persone che incontra. La trama è tutta qua: niente che non si conosca già. Tuttavia qualcosa di nuovo c’è: innanzitutto viene mostrata la ciurma, cui si aggiunge Clemens, un medico nero formatosi all’Università di Cambridge, poi viene aggiunta la figura di Anna, una nativa del villaggio da cui proviene Dracula che viene trovata quasi dissanguata all’interno di una delle casse che trasportano dopo che si è aperta cadendo (gli abitanti del villaggio l’hanno usata come sacrificio per il viaggio per Dracula). Anna viene salvata da Clemens con una trasfusione e avverte del pericolo che c’è a bordo, anche se è tardi, dato che Dracula ha già ammazzato tutti gli animali a bordo.
Anche se l’equipaggio dà la caccia al non morto, il mostro miete una vittima a notte, così da mantenersi in forze fino all’arrivo in Inghilterra. All fine rimarranno solo Clemens e Anna a combattere Dracula, riuscendo a schiacciarlo con una parte dell’albero maestro mentre la nave sta affondando (il loro scopo era eliminarlo facendolo finire in mare). Purtroppo il loro piano fallisce e la nave s’incaglia sulle coste inglesi, permettendo a Dracula di liberarsi e raggiungere Londra.
Alla deriva, Clemens non può fare altro che assistere Anna che si lascia consumare dal sole prima di diventare una vampira (le trasfusioni avevano solo rallentato la trasformazione). Arrivato a Londra, Clemens incontrerà di nuovo Dracula, giurando di eliminarlo. Demeter – Il risveglio di Dracula non sorprende, ma tutto sommato non è un brutto film, anzi, il giudizio è positivo, tranne che per l’aspetto di Dracula, mostrato come un pipistrello gigante con sembianze umanoidi (un po’ mi ha ricordato la creatura di Jeepers Creepers): sinceramente si poteva fare di meglio.
Da anni la sanità in Italia non versa in buone condizioni con i continui tagli e le risorse sempre più scarse; le cose sono destinate a non migliorare, visto il modo di fare vigente (uno dei problemi attuali è che ci sono meno medici, il che fa pensare, dato che fino a qualche anno fa c’erano fin troppi laureati in medicina). Per quanto riguarda la provincia di Bologna, una delle cose che aveva fatto più discutere era l’idea di chiudere o ridurre l’operato degli ospedali di provincia e concentrare tutto all’Ospedale Maggiore di Bologna; un’idea sbagliata fin dall’inizio e si dimostrerà il perché, dalla logistica al deterioramento del servizio. Solitamente non mi piace parlare di cose che mi riguardano, ma in questo caso è necessario farlo per fare un esempio di quello di cui sto parlando.
Ho dovuto accompagnare una parente (mia madre) a fare controllo (obbligatorio) il giorno dopo l’intervento di cataratta all’ospedale Maggiore causa mancanza imprevista di dottori nell’ospedale dove aveva effettuato l’operazione all’occhio; già questo ha comportato il dover percorrere una distanza più lunga, che oltre al chilometraggio maggiore ha portato un maggiore stress, dovuto al maggior numero di semafori photored e autovelox, oltre a code dovute a incidenti e lavori stradali (cose che non succedono di rado su asse attrezzato e tangenziale) nonché ai classici automobilisti che per guadagnare anche solo un paio di metri (credendo così di fare prima) zigzagano da una corsia all’altra (senza mettere per giunta la freccia) col rischio di causare (altri) incidenti). Niente di sorprendente, dato che questa è diventata un’abitudine, e perciò si è partiti un’ora e mezza prima per arrivare in orario (questo per fare un percorso che, rispettando i limiti di velocità (tenendo una velocità di crociera di cinquanta chilometri orari), richiederebbe venticinque minuti).
Arrivati all’ospedale Maggiore, ci si è trovati davanti al primo problema: trovare parcheggio (e non si parla di parcheggio libero, dato che sono tutti a pagamento). Venticinque minuti a girare per trovare un buco dove mettere l’auto (qualcuno potrebbe obiettare che si potevano usare i mezzi pubblici, ma non si considera che le corse che dai comuni di provincia a Bologna non sono molte, senza contare i cambi di autobus necessari da fare, perché le corriere che assistono l’area in cui si abita non passano dal Maggiore, e il trovare posti a sedere, necessari se si ha un persona anziana con qualche problema a camminare), riuscendolo a trovare a più di mezzo chilometro di distanza (diciamo pure che era più vicino al chilometro). E qui c’è il primo problema nell’aver voluto ampliare il già grande ospedale Maggiore: all’ampiamento degli edifici medici (che hanno portato maggiore affluenza di persone) non è stato seguito l’ampiamento dei parcheggi, che sono rimasti gli stessi di tanti anni fa. Ma se tanti anni fa si riusciva a trovare da posteggiare, ora diventa difficile trovarlo un posteggio; e se fare una percorerrenza di più di mezzo chilometro per chi non ha problemi è cosa da niente, non lo è per chi ha delle difficoltà nel camminare che, oltre a doverci mettere più tempo di una persone in condizioni fisiche nella media, deve farlo convivendo poi col dolore di questo sforzo. Se si vuole ingrandire una struttura ospedialiera, si deve anche pensare al modo in cui può essere raggiunta e dare servizi adeguati, in questo caso parcheggi più grandi (sì, perché se si fa una struttura che riceve più pazienti, si deve pensare che servirà anche più spazio per coloro che li accompagnano e devono posteggiare).
I problemi non finiscono qui e si deve avere a che fare con la poca chiarezza della segnaletica: arrivati dove un tempo c’era l’ingresso principale (l’unico), ci si trova davanti a due ingressi: uno con scritto ingresso pedonale, l’altro con ingresso disabili. Seguendo la logica, si prende l’nigresso pedonale, ma dopo qualche metro si capisce che non è quello giusto, dato che ci si trova nel pronto soccorso. Chieste indicazioni a un’infermiera per il reparto oculistico (che risponde in maniera molto seccata e scocciata), viene detto di uscire e prendere l’ingresso subito a fianco, quello con le scale mobili; scale mobili che non ci sono e andando per esclusione (non difficile, dato che ci sono solo due ingressi in quello che una volta era solo uno), si prende l’ingresso per disabili, che si rivela essere quello giusto, dove si prende l’ascensore per raggiungere il reparto interessato. Giunti lì, si capisce che l’infermiera scocciata e seccata incontrata poco prima non è l’unica, anzi: si scusi il termine, ma il livello dello scoglionamento è esteso a tutto il personale incontrato.
Mentre ci si sta avviando all’ambulatorio indicato nel promemoria dell’appuntamento, si viene fermati dall’addetta all’accettazione, che in modo sgarbato se ne esce con un bel “Cosa vuole? Cosa ci fa qui?”. Spiegando il motivo (alle volte si rimpiange di non avere la prontezza di certe persone nel dare certe risposte), si riceve come risposta un “Impossibile”; al che si mostra il foglio dell’appuntamento e non credendo a quello che vi è scritto sopra, richiede di vedere la cartella clinica; fatto perdere un paio di minuti inutilmente, dice di andare nell’ambuatorio indicato nell’appuntamento (ma guarda un po’) e di chiedere all’addetta che esce da esso.
Se si pensa che l’odissea sia finita qui, ci si sbaglia: arrivati davanti all’ambulatorio, e seguendo quanto detto dall’addetto all’accettazione, si fa per chiedere all’addetta che esce dall’ambulatorio. Non si è finito di dire “Mi scusi” che si riceve uno sgarbato “Non ho tempo, siamo impegnati, aspetti la mia collega”.
Ci si mette in attesa ed esce quella che risulterà essere l’infermiera che deve raccogliere le cartelle cliniche (risulterà che dovevano avere la lista degli appuntamenti ma non la seguivano, chiamando come piaceva a loro); il tempo passa e si fanno diversi tentativi per cercare di spiegare che si ha l’appuntamento (era per le nove e cinquantacinque), ma l’addetta non sta a sentire, dicendo che c’è stata un’urgenza, che lei non ce la fa, è stressata, la si assilla, si sente soffocare e scappa sempre via. Trascorre mezz’ora, trequarti d’ora, un’ora, un’ora un quarto, un’ora e mezzo e l’infermiera rifiuta sempre di prendere la cartella clinica necessaria per la visita ogni volta che si fa per parlare, scegliendo quelle da prendere senza un ordine; scoperto che erano state fatte passare tutte le persone con l’appuntamento dopo quello che riguarda la persona che accompagnavo, con la pazienza che ormai era scivolata via quasi del tutto, decido che essere gentili va bene ma essere fatti passare per coglioni no, per l’ennesima mi ripresento dall’infermiera quando esce che, senza farmi finire di parlare, m’interrompe e se ne esce con un bel “Ma lei chi l’ha mandata qua? Che cosa vuole?”. A quel punto la pazienza finisce del tutto e spiego duramente come stanno le cose, stavolta impedendole d’interrompermi o di tirar fuori le solite scuse: che ho l’appuntamento per la visita post operatoria per cataratta, che sono due ore che ci ha ignorato e che ha fatto passare davanti tutti gli appuntamenti dopo quello di mia madre. Davanti a tutte le altre persone in attesa (molti di loro trattati sempre in modo sgarbato da altri addetti dell’ospedale) che hanno sentito il mio discorso, l’infermiera si trova costretta a darmi ragione e a far poi entrare qualche minuto dopo per la visita. Una visita superficiale e frettolosa perché la dotteressa che sovrintendeva l’ambulatorio voleva recuperare il tempo perso con l’urgenza avuta e voleva staccare perché stressata: due minuti (letteralmente, non un modo di dire) per dare una rapida occhiata all’occhio (e mentre lo fa, ha una bellissima uscita rivolgendosi a mia madre: “Signora, riesce a capirmi? Capisce quello che dico?”, trattandola come una straniera, un handicappata o una mentecatta; devo ammettere che ho dovuto stringere i denti per non aprire bocca e rispondere malamente, perché il suo atteggiamento era molto offensivo, più che scortese: ho fatto fatica a non farmi uscire un “mia madre capisce molto più di lei e soprattutto parla l’italiano meglio di lei”), dire di fare quello che era stato detto dai colleghi dell’operazione e dare un frettoloso arrivederci, spedendoci all’accettazione per prendere l’appuntamento per il secondo controllo.
Di nuovo si ha a che fare con la scocciata addetta dell’accettazione che di malavoglia dà l’appuntamento e lì ci si accorge che i dati nell’intestazione non sono corretti, ma si viene liquidati con un “non è affar mio, non è cosa che riguarda quello che facciamo qui, vada al cup”; quindi si scende, si va al cup, si riperde altro tempo in fila ma qui fortunatamente si trova un’addetta (una ragazza giovane), molto cordiale, disponibile e preparata che in pochissimo risolve la questione. Per una visita che avrebbe richiesto (tempo d’attesa compreso) un quarto d’ora, si sono perse più di due ore (senza contare il tempo del tragitto di andata e ritorno: una mattinata persa completamente).
Questo è capitato a me, ma è ciò che capita spesso a tante altre persone: chi decide, chi pensa di accentrare tutto in grandi strutture eliminando quelle più piccole per questioni di praticità (ma spesso per questioni di soldi), dovrebbe pensare in primis alla qualità del servizio che si dà. E se si dà un servizio pessimo come quello avuto, allora non va bene, ma proprio per niente; a chi ha certe idee, progetti, gli si dovrebbe far fare le stesse esperienze negative avute da altri: forse ragionerebbe in maniera differente e agirebbe di conseguenza in maniera differente (da ricordare che avere strutture più grandi non è sinonimo di miglioramento, anzi, spesso si ha un peggioramento).
Da diverse settimane non si fa che parlare del 12 novembre. Ma che cosa accade di così importante il 12 novembre?
Da questa data per entrare nei siti porno bisognerà dimostrare di essere maggiorenni, così scatterà l’obbligo d’identificazione per l’accesso a tali siti al fine di dimostrare la maggiore età; una legge, questa, nata per impedire d’entrare ai minorenni nei siti che pubblicano video e immagini hard, dato il largo uso che i giovani ne fanno, con le conseguenze che ne conseguono (avevo parlato già in un articolo dei danni che si hanno in questa giovane età, ma non solo). Una premessa va fatta: questa non è una legge per combattere la pornografia, ma per limitarla a individui di una certa fascia di età, dato che in Italia l’uso di materiale pronografico non è illegale (legale non significa però che faccia bene, come non fanno bene altre cose legali come il fumo e l’alcol; qualcuno ptrebbe dire che quello che non va bene è l’abuso, ma le opinioni sono tante e diverse; certo è che tutto ciò che crea dipendenza non va bene). Di per sé, ciò non è un male, anzi (bisognerà vedere come verrà attuata, dato che non si ha ben chiaro quale delle terze parti dovrà dare l’ok per l’accesso dopo aver ricevuto i dati personali dell’utente per dimostrare la maggiore età), però non si possono non fare delle riflessioni.
La prima è questa: c’erano già strumenti per impedire l’uso dic erti siti ai giovani, come il parental control, quindi questo nuovo mezzo non sembra essere così necessario (sarebbe necessario invece che i genitori seguissero di più i figli, magari evitando di dar loro in mano uno smartphone fin da piccoli senza monitorarli)
La seconda è questa: si vuole combattere la pornografia per i minorenni, ma non si vuole fare educazione sessuale nelle scuole, la si blocca, la si ostacola, la si vieta: https://www.wired.it/article/educazione-sessuale-a-scuola-e-ferma-a-50-anni-fa-lega/ . Per molti parlare di sessualità è un tabù, quando invece, fatta nella maniera adeguata, sarebbe molto importante per i giovani e i giovanissimi: l’adolescenza è per antonomasia il periodo del cambiamento sia fisico sia mentale, della crescita, della scoperta, della maggiore curiosità e questo riguarda anche la sessualità. Se si vieta d’insegnarla nel modo corretto, soprattutto si vieta anche solo di parlarne, non è che i giovani non ci pensano, semplicemente trovano un altro modo per informarsi e lo fanno in modi che non sono proprio consoni, come lo è il volgersi alla pornografia, che va ribadito, è una finzione, uno spettacolo che non è proprio dei più educativi, dato che mostra solo la fisicità, ma non tiene per niente conto delle emozioni, dei sentimenti, perché l’atto sessuale non è un mero atto fisico, ma coinvolge altri aspetti della persona. E se non si tiene conto di questi elementi, non ci si meravigli che poi si abbiano giovani con difficoltà oppure poi che compiono scelte sbagliate per un’idea traviata che si sono fatti del sesso, del corpo e soprattutto dell’altro, visto poi solo come oggetto per soddisfare il proprio piacere personale. Quindi va bene tutelare i minori, ma occorre soprattutto educarli: si deve partire prima da questo punto e poi dopo mettere delle limitazioni perché altrimenti, se non si fa così, il problema non lo si risolve.
E infine la terza riflessione (ma non la meno importante) che stanno facendo in molti e che riguarda il modo in cui questa limitazione verrà fatta, come verranno trattati i dati, ma soprattutto si guarda il creare un precedente che potrà poi essere usato in altri campi. Già il caso Cambridge Analytica dovrebbe aver insegnato come dati personali possono essere usati nel modo sbagliato e quindi quello che sta per succedere fa temere a una schedatura che poi potrà essere espansa a tante altre cose, con gli utenti che saranno monitorati in tutto quello che fanno, proprio come succedeva nel Grande Fratello di Orwell. E questo non è per niente qualcosa di positivo, perché è davvero giusto che lo Stato possa decidere quali contenuti legali necessitino di un’identità digitale per essere visualizzati? Non è che così facendo si sta finendo in un sistema di controllo che decide sempre più della vita del singolo (non dimentichiamoci che in Italia, salvo rari casi, non si può decidere per il fine vita, ma è lo Stato che impone la sua volontà; va detto che qualcosa si sta cominciando a muovere ma non quanto e come si vorrebbe)? Davvero lo Stato può decidere tutto per quello che riguarda il singolo?
In certi paesi questo già succede e questi paesi si chiamano regimi.
In attesa di vedere cosa accadrà dopo il 12 novembre, vista la delicatezza dell’argomento e la necessità di avere una maggiore conoscenza di esso, sarebbe bene per molti informarsi, cominciando dalla lettura di Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff.
Hanno sollevato molte polemiche (giustamente) le parole della ministra Roccella quando ha detto che le gite scolastiche servono per dire che l’antisemitismo è solo antifascista. A parte l’ennesimo tentativo di minimizzare i crimini del fascismo e cercare di farlo passare per quello che non è (va ricordato che il fascismo è stato una cultura di violenza, odio e morte, ispiratore del nazismo e di quello che poi è venuto dopo), e già questo basterebbe per comprendere la portata dell’intervento della ministra e di cosa ha tentato di fare, non ci si può però non soffermare sull’ignoranza di quello che è stato detto (e con ignoranza si intende in questo caso mancanza di conoscenza); inevitabilmente viene da domandarsi se la ministra sia mai stata in visita a un campo di concentramento o si sia anche solo soffermata a guardare video, foto su di essi o ad ascoltare le testimonianze di chi è sopravvissuto a quegli orrori. Sinceramente non so se questo è avvenuto (anche se da come è intervenuta qualche dubbio che questo sia avvenuto c’è), posso parlare solo per me, dato che sono stato tra quelli che, come dice la ministra, sono stato in gita scolastica (seconda superiore) in un campo di concentramento e più precisamente in quello di Natzweiler-Struthof.
Di gite scolastiche ne ho fatte diverse nella mia carriera da studente e il viaggio a Natzweiler-Struthof non lo definirei una gita scolastica (di solito in gita ci si diverte anche, ma in quella non è stata così: non c’era niente per cui divertirsi perché non c’era niente di divertente) ma una presa di coscienza.
Come si vede dalle foto, c’era neve dappertutto (il periodo era quello di febbraio) e nevicava praticamente ogni giorno. C’era bianco ovunque: sui tetti delle case, sul terreno, sulle foreste. Anche il cielo era bianco, vuoi per le nubi, vuoi per la nebbia. Di solito pensando a paesaggi innevati si pensa a tante cose, come la bellezza del paesaggio, il poter sciare; in quei luoghi ammantati di neve non c’era nulla di tutto ciò, solo un’atmosfera cupa e deprimente.
Mi ricordo il freddo che ho provato, un freddo pungente nonostante il vestiario pesante (sotto la giacca imbottita aveva una maglia di pile e sotto una maglietta dalle maniche lunghe di lana); e se io vestito in quella maniera provavo quel freddo, che cosa dovevano aver provato le persone imprigionate lì, vestite solomente con abiti che erano poco più di pigiami (vedere foto)?
Persone non solo vestite poveramente, ma anche deperite per il poco cibo che veniva dato, per i lavori che dovevano fare, minate non solo nel fisico ma anche nello spirito per essere considerati inferiori, per essere trattati come animali.
Anche se non ho fatto le foto delle foto esposte, mi ricordo fin troppo bene delle immagini di corpi smembrati, di tronchi aperti e svuotati perché dovevano essere studiati.
Quella non fu una gita scolastica, ma un contatto con una delle parti peggiori dell’umanità, la parte più spietata, crudele, violenta e piena di odio di cui fascismo e nazismo sono stati portatori. Certe persone, prima di parlare di certe cose dovrebbero documentarsi. O forse si sono documentate, ma non gli importa: gli importa solo tirare acqua al proprio mulino, chiudendo gli occhi per portare avanti un’ideologia che hanno fatto propria ma di cui non voglio ammettere quanto sia stata bieca, distruttiva e omicida.
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