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Il magazzino dei mondi 2

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Il magazzino dei mondi 2
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Strade Nascoste (romanzo)

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L’Ultimo Potere (romanzo)

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Frammenti d'Unità

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Ieri sera si è svolta la finale di Coppa Italia: a prescindere dal risultato, quello interessa a chi è tifoso, è stato un bel momento vedere più di settantamila persone unite nell’intonare l’inno italiano, un coro capace di sovrastare la voce della cantante amplificata dagli altoparlanti.
Forse s’è trattato di un evento preparato, dato che quest’anno si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia, una bella coreografia per un evento sportivo e mediatico; ma per un attimo mi piace pensare che sia stato un piccolo segnale per cambiare uno stato di divisione che permea il paese, dove ognuno pensa solo al proprio interesse, dove c’è lassismo, egoismo e menefreghismo. Forse si tratta solo di un’illusione, ma mi auguro che sia un’avvisaglia di qualcosa che si sta risvegliando, dell’arrivo di un cambiamento migliore per le persone. Tutte, non solo alcune come si è fatto finora.
Un gesto che voglio sperare importante non solo per le lotte di più di un secolo fa, perché il passato ha la sua importanza (va ricordato ma soprattutto compreso, come dice Val), perché la memoria dice gli errori da non ripetere e quanto di buono costruito per non partire sempre da zero, ma soprattutto perché è uniti che si ha forza e si possono cambiare le cose, ottenere risultati duraturi. Alla faccia di chi vuole dividere, spezzare, frammentare.
Sì, di fronte alla palude in cui si è sprofondati, pieni di putridume, fango e guano, per qualche istante voglio credere di sentire l’odore di fiori e fresche vallate.

Nessun uomo è un'Isola

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    Nessun uomo è un’Isola,
    intero in se stesso.
    Ogni uomo è un pezzo del Continente,
    una parte della Terra.
    Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
    la Terra ne è diminuita,
    come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
    o una Magione amica o la tua stessa Casa.
    Ogni morte d’uomo mi diminusce,
    perchè io partecipo all’Umanità.
    E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
    Essa suona per te.

John Donne

Proteste, scontri, ingiustizie

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La protesta degli operai della Fincantieri ha portato scontri e feriti. Una protesta dura, decisa per difendere un posto di lavoro che per molti significa sopravvivenza.
Triste a dirsi, ma è l’ennesimo fatto d’imprenditori che vogliono guadagnare senza investire, arricchendosi sulle spalle dei lavoratori; un modo per scrollarsi di dosso quelle che sono considerate spese superflue, ma un modo anche, se lo si vuol vedere, per costringere le persone che lavorano, se vogliono mantenere il posto di lavoro, ad accettare condizioni lavorative peggiori, con diminuzioni di stipendio e perdita di diritti. O a rivolgersi alle agenzie interinali per avere manodopera a basso costo, che comporta spese minori piuttosto di avere a proprio carico dipendenti fissi che hanno maturato una professionalità pluriennale e che come tale va ben retribuita.
La scuola Marchionne insegna.
Quando si era detto di stare attenti con il referendum Fiat, che si stava perdendo un’occasione importante per difendere la propria dignità e i propri diritti e che non sarebbe stata limitata solo alla casa automobilistica di Torino, ci si riferiva proprio a questo. Tanti hanno seguito e seguiranno chi ha aperto una strada che porta verso una china pericolosa, l’ennesimo tassello che porta alla rovina.
Non occorre poi meravigliarsi se la gente, vedendosi privata di quanto ottenuto negli anni, insorge e ci sono scontri. Una guerra tra poveri, perché poliziotti e manifestanti sono parte della stessa barca; invece di scontrarsi dovrebbero unirsi in una protesta univoca perché le cause di tanti mali stanno da altre parti. Già perché politici e imprenditori sono sulla stessa sponda, si spartiscono la stessa fetta di potere, essendo collegati tra loro. Ed è per questo che chi governa, fa politica, non dovrebbe avere in nessuna maniera a che fare con nessuna sfera economica: questa non è giustizia.
Ma se fosse un sistema giusto, molte cose non andrebbero in un certo modo e non si sarebbe raggiunto un punto così basso nella storia umana.

Per Chi Suona la Campana

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E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana.
Essa suona per te

E’ il pezzo di John Donne tratta da Nessun uomo è un’isola che compare all’inizio del famoso romanzo di Ernest Hemingway, Per chi suona la Campana, una perla di saggezza che mostra come non ci siano certezze nella vita, come tutto è mutevole; nemmeno la persona più saggia può sapere che cosa lo attende nel domani, tutte le conseguenze che comportano le sue azioni. La vita è una complessa equazione formata da infinite variabili che non fanno che cambiarla continuamente: tutti hanno influenza, non c’è niente di stabile e duraturo, soltanto la morte è immutabile.
Un romanzo che parla della lotta contro il regime franchista, contro l’oppressione e la riduzione della libertà, un libro dove i personaggi piuttosto che sottomettersi o cadere in mani nemiche preferiscono la morte. Una ribellione contro chi opprime, sapendo che per cambiare le cose occorre darsi da fare, anche a costo di effettuare sacrifici.
E’ quanto sta succedendo in Spagna con la protesta degli Indignados, per lo più giovani che stanno protestando contro un mondo del lavoro che non gli dà né spazio né dignità; un mondo fatto di precarietà e sfruttamento, dove le persone devono adattarsi a qualsiasi richiesta, accontentandosi di stipendi al di sotto delle loro qualifiche, accettando di tutto perché sono tanti gli individui nelle stesse condizioni che possono prendere un posto lavorativo al momento disponibile.
Un mondo egoistico che bada all’interesse di pochi, dove non si cerca di salvaguardare il bene collettivo, l’identità e la dignità dell’individuo.
Il problema non è solo della Spagna, lo è anche dell’Italia: non è possibile pensare d’essere un paese civile dove pochi s’arricchiscono e tanti sono costretti a subire vivendo nell’instabilità, con l’unica certezza d’essere un numero che può essere sfruttato come e quando si vuole perché in un qualche modo si deve sopravvivere.
Il tasso di disoccupazione nel nostro paese è molto alto, più di due milioni di persone senza lavoro (in questo numero però non sono contemplati i cassa integrati cronici che non rientreranno più nelle aziende o le persone che non hanno speranza di trovare un’occupazione e che non sono certificati come disoccupati) e la cosa che allarma in modo grave è che chi deve dare lavoro si preoccupa solamente di avere meno tesse e meno spese, non ha un progetto per il futuro che preveda uno sviluppo, ma solamente la volontà d’arraffare il più possibile sul momento. Per questo non si investe in ricerca, ricercando solamente lavoratori a chiamata, a somministrazione, a tempo determinato: le ditte non assumono più direttamente, si rivolgono alle società interinali per effettuare assunzioni dove la professionalità non viene riconosciuta e vengono proposti contratti con salari e qualifiche al di sotto della professionalità posseduta, perché se si è disoccupati per lavorare si deve accettare di tutto. Assunzioni che sono solo contratti a tempo determinato e che non si tramutano mai in tempo indeterminato.
L’arroganza delle imprese è molta: se si vuole lavorare si devono accettare le condizioni imposte. E’ facile in simili situazioni fare i forti e i prepotenti, ma anche la gente accettando tutto ciò permette che questo sistema continui a esistere: se tutti fossero uniti nel dire no, nell’opporsi a queste ingiustizie, le cose cambierebbero. Ma così non si fa, perché questo è il sistema e bisogna adattarsi per vivere, bisogna guadagnare per tirare avanti: ma la dignità non può essere comprata e se non si cerca di cambiare lo stato delle cose finché si è in tempo, le cose andranno sempre male e anzi peggioreranno.
Chi ha un lavoro, i dirigenti, non si preoccupano né si pongono il problema di chi versa in condizioni di precarietà: ma chi dice che chi si trova un giorno in una certa posizione, il giorno dopo sia sempre nello stesso punto? O invece si ritrovi in una posizione capovolta?
Davvero non si riesce a capire che questo modo di fare non solo angustia, demoralizza e fa morire interiormente un poco ogni giorno gli individui, ma uccide il sistema, facendo collassare tutto quello costruito finora e alla fine non ci sarà niente per nessuno?
Perché con questi presupposti non si può avere il mantenimento per costruire una famiglia, mettere al mondo figli o avere una semplice vita di coppia. E un popolo in cui non nascono nuove generazioni è un popolo in via d’estinzione.
Ancora di più se il sistema di quel popolo invece di aiutare le donne incinta, le colpisce duramente togliendogli ogni tutela e facendogli perdere il lavoro.

La Prima Saga di Shannara

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Ci sono libri, personaggi di romanzi che rimangono impressi nella memoria, lasciano un segno interiore che accompagna per tutta la vita. Storia che fanno entrare in mondi, dimensioni diverse dalla quotidianità, ma che s’avvertono con una tale forza da arrivare quasi a considerarle reali, dato che possiedono una vita propria.
Certo non va intesa come l’esistenza posseduta da un essere umano o un animale, ma tutto ciò che è capace di far provare emozioni, di far riflettere, di dare un diverso punto di vista è una faccia dell’infinita gemma che è la vita e incontrandola si riesce a scoprirne un pezzo in più e se ne viene arricchiti: è come avere a che fare con qualcosa di magico, di speciale.
E’ quanto accaduto con la prima trilogia di Shannara realizzata da Terry Brooks : avventure, lotte appassionanti in storie dal respiro epico. Viaggi indimenticabili accompagnati da personaggi le cui vicende arrivano a toccare le corde dell’anima. Non si possono dimenticare figure come la dolce Amberle, il misterioso Allanon, lo scorbutico Slanter o l’aura quasi leggendaria di Stee Jans o Garet Jax.
Anche se virtuali, sono quel genere d’incontri che lasciano una traccia in chi ha avuto la fortuna d’incrociare la strada con loro. Una fortuna che si vuole che altri incontrino: è questo quanto mi spinge a scrivere articoli su libri che ho letto, come ho fatto anche questa volta scrivendo su Fantasy Magazine per la prima saga di Shannara.

Combattere il Sistema

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Lara Manni parla in questo articolo di Matrix dei fratelli Wachowski. La forza di questo film non è solo dovuta all’innovazione degli effetti speciali, ma ai lucidi messaggi che ha impresso nella pellicola. Quello che è più evidente è mostrare come il Sistema condizioni le persone e ne limiti la libertà, facendole agire incosapevolmente in modo da acquisire maggiore potere, ricavando le energie necessarie per continuare a esistere. Sì, perché come viene mostrato nel film, sono proprio le persone a rendere forte Matrix, una realtà fittizia dove gli individui sono inconsapevoli di quello che accade, continuando a vivere una vita che credono propria, ma che in realtà è governata da altri.
Così è anche nella vita al di fuori della pellicola, quella che è vissuta quotidianamente dove la gente è condizionata dai media, dai programmi televisivi, dalle multinazionali, dai governi, dai potenti, conformandosi a un sistema reputato il migliore perché appoggiatao dalla maggioranza, poiché si ritiene che se molti la pensano in un modo allora tale modo significa che è il più giusto possibile.
Non esiste strada più sbagliata. Una strada basata sul condizionamento e sulla schiavitù, sullo sfruttamento, che fa vivere male, rendendo le persone incapaci di vedere come stanno le cose realmente e come vengono manipolate.
Come fermare tutto questo?
Innanzitutto aprendo gli occhi sulla realtà. Questo può succedere in seguito di un evento che colpisce profondamente o con l’incontro con una persona capace di far prender consapevolezza di quanto sta succedendo tutt’intorno (come accade a Neo con Morpheus). Uno dei mezzi per rendere questo possibile è la conoscenza, capace di smascherare i meccanismi occulti che fanno agire il sistema; portandoli alla luce, la loro magia oscura perde forza, il loro potere può diventare inefficace e a quel punto si può combattere il sistema, si può opporsi a esso con efficacia.
Un esempio è quello di Erbaviola nel post che parla di come le multinazionali, con l’irresponsabile appoggio di politici e amministrazioni, vogliono arricchirsi sulle spalle dei cittadini e del territorio.
Non bisogna permettere che gli altri gestiscano la nostra vita rovinandola: il destino è ciò che noi creiamo con l’esistenza che ci è stata data.

Bisogno

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Alle volte è difficile poter spiegare l’avvertire dentro di sè un vuoto che non dà tregua, che non fa vivere e apprezzare appieno quanto l’esistenza ha da proporre. Una mancanza che rende inquieti, insoddisfatti, sempre in cerca di qualcosa che lo possa colmare. Una mancanza che spesso ha origini in ambito familiare, una ferita che si subisce nell’infanzia o in giovane età e che può segnare tutta la vita; una ferita che può essere curata, ma mai guarita, che può continuare a sanguinare senza posa, come figurativamente viene mostrato nell’anime Kenshin, Samurai Vagabondo – Memorie del Passato. Una ferita che finchè non si sarà risolta e dissolta la causa che l’ha generata non potrà essere rimarginata.
Da dove nasce tale bisogno?
Spesso dal sentirisi isolati, emarginati, avvertendo la necessità d’essere accettati, di venir riconosciuti dagli altri: si sente la spinta d’essere importanti per qualcuno, vedendo l’altra persona come chi è capace di dissolvere quel vuoto, quel senso d’incompletezza e abbandono che s’avverte interiormente. Alle volte basta un gesto gentile per vedere una persona come un salvatore, un’ancora cui aggrapparsi per non sprofondare e si è disposti a tutto pur di non lasciarla andare.
Spesso però si utilizza il modo sbagliato, si arriva ad umiliarsi, a strisciare, facendo di tutto per avere il consenso, l’approvazione, l’attenzione di chi si vede come la risoluzione del proprio stato interiore. Si cambia la propria natura, la si stravolge, pur di non perdere ciò che è tanto importante.
Ma facendo così non si è altro che un’ombra di ciò che si dovrebbe essere: una forma indefinita, senza fattezze, come viene mostrato da Senza Volto della Città Incantata di Hayao Miyazaki, una figura ombrosa che porta una maschera perchè non ha un viso che lo caratterizzi e lo distingua, simbolo dell’annullarsi per compiacere gli altri; un modo per far capire che chiunque può essere così.
Queste persone si mettono a disposizione degli altri, cercando di soddisfare le loro necessità, dando a chi hanno vicino quello di cui in quel momento stanno ricercando (come succede con Chihiro quando nei bagni ha bisogno di un pass per i sali o quando gli altri inservienti ricercano oro). Un modo all’apparenza altruistico e generoso, ma sbagliato perché è un mendicare, perché così facendo si cerca di comprare l’affetto altrui, ma è soltanto uno sfruttamento reciproco, un fare per avere, non qualcosa di spontaneo e gratuito: non ci sono veri sentimenti, ma solo tornaconti personali.
E questo genere di rapporti sono portati a dare un sollievo solo momentaneo che si sviluppa poi in attaccamento, a non aver mai a sufficienza di quanto viene dato. Il vuoto che si prova s’acuisce e si cerca di colmarlo con cose materiali, come il cibo (in questo casi si sviluppano casi come la bulimia) o l’accumulo d’oggetti (come succede nello shopping compulsivo), ma non basta mai ed è a questo punto che possono scaturire vere e proprie ossessioni, portando a sviluppare comportamenti morbosi verso gli altri che ne limitano la libertà, ne risucchiano l’energia soffocandoli o inglobandoli (nel film d’animazione di Miyazaki alcuni personaggi vengono fagocitati all’interno di Senza Volto mutato in una sorta di ragno, simbolo di voracità e di non aver mai abbastanza di nulla, ma nella realtà questo va inteso come un togliere ogni spazio alle altre persone, cercando d’annullare la loro libertà perché siano soltanto a propria disposizione, soddisfacendo i propri bisogni e mancanze).
Questa è la dipendenza, l’appoggiarsi e l’aspettare che gli altri risolvano i propri problemi. Un atteggiamento sbagliato, certo, ed è compito dell’individuo risolvere lo stato in cui si trova, dato che ha una parte di responsabilità nel non essersi accorto di certi comportamenti e averli lasciati sviluppare.
Ma ancora una volta c’è da chiedersi qual è la causa di questo malessere.
E ancora una volta la risposta è la società, l’ambiente che circonda l’individuo. Una società con i suoi vizi e le sue manie, un costrutto alimentato dai singoli, generatore di malattie che inquinano lo spirito di tutti quelli che tocca.

La Spada del Destino

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Il destino è una spada a due lame,
la prima sei tu,
la seconda è la morte.

La Spada del Destino, Andrezej Sapkowski

Ci sono cose come i sentimenti, come il destino che non possono essere sconfitte. Possono essere ignorate, represse, si può tentare di sfuggirgli, ma ritorneranno sempre, perché il mondo è guidato da grandi energie, energie che agiscono in maniera inspiegabile e sconosciuta, ma di cui si riscontrano gli effetti. Perché l’uomo, e ogni altra creatura, non sono altro che ingranaggi di un meccanismo, un corpo più grande.
Le energie della vita sono agenti cui è difficile sottrarsi: non esistono coincidenze, solo l’illusione delle coincidenze; il raziocinio umano è ancora troppo limitato per riuscire a comprendere e abbracciare l’immensità del creato.

Frammenti di mondo 5

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Khendol era una cittadina di secondaria importanza, lontana da punti strategici e dalle grosse rotte commerciali; tranquilla, quasi riservata. Non aveva nulla a che vedere con lo splendore e la magnificenza della grande Hatieven. Nessuna svettante torre visibile a miglia e miglia di distanza, nessun bagliore di bianchi edifici, né titaniche barriere difensive: soltanto mura dello stesso colore della terra e tegole rossastre delle torri di qualche nobile locale. Una semplice porta merlata con ai fianchi due massicci torrioni era l’unico accesso alla zona abitata.
Le sentinelle di ronda sugli spalti osservarono l’arrivo dei cinque, disinteressandosi di loro quando superarono la porta d’ingresso.
La città li accolse con semplicità e familiarità. Piccole vie ciottolate scorrevano tra basse case in sasso, mentre dai balconi in legno facevano comparsa vasi di fiori e pianticelle. Dai cunicoli sopra i tetti rossi si levavano pennacchi di fumo che si disperdevano nel cielo azzurro.
Non c’era l’atmosfera altezzosa e gloriosa di Hatieven, ma soltanto la quotidianità fatta di lavoro, chiacchiere tra comari e schiamazzi di bambini. A Ghendor ricordò il paese nativo, ora così lontano nella distanza e nella memoria.
Reinor prese la testa del gruppo, guidandoli attraverso le strade irregolari di Khendol, conducendoli verso il centro della città. Il rumore cittadino li abbandonò, attraversando una zona senza botteghe e banchetti del mercato. L’ambiente circostante cambiò, con le abitazioni che presero a essere più raffinate: battenti dorati scintillavano su robuste porte di quercia recanti intarsi di foglie, gialli davanzali erano sovrastati da ampie finestre con le tende tirate.
Attraversarono una piccola piazza con una fontana di marmoree figure leonine, imboccando la strada che scorreva sul fianco destro del tempio; si fermarono dinanzi al piccolo cancello di ferro battuto della penultima casa della via. Un’abitazione non molto grande a due piani, con un giardino ordinato, disadorno di aiuole e piante ornamentali, con un vialetto di sassi tondeggianti nel mezzo.