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Colpa

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Cosa…avevo fatto al mio cane?
Avrei dovuto giocare più con lui.
Avrei dovuto portarlo più spesso a passeggiare.
Avrei dovuto fargli respirare di più l’odore dei guardrail, dei cordoli e dei pali elettrici…fino a stancarsi e tirarlo…con la forza….
Avrei dovuto volergli bene senza paura…

Questi sono i pensieri di Okutsu, un personaggio di Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami, quando ritorna a pensare al cane che ha avuto da giovane, nati soprattutto al momento della sua morte. Chi non ha vissuto con un cane, non ha passato del tempo con lui, non è stato legato a lui, difficilmente può comprendere i sentimenti che si provano alla sua scomparsa, ma anche quando sta male, quando non si può passare con lui il tempo che meriterebbe.
I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa, è scritto sulla quarta di copertina riprendendo una frase del manga: questa è una cosa vera. Spesso ci si trova a sentirsi in colpa per non esserci quanto si vorrebbe, per non essere riusciti a fare di più per lui.
Ho affrontato questa tematica anni fa in un brano di Non siete intoccabili: il romanzo non era abbastanza maturo per sviluppare a dovere la trama che avevo intenzione di narrare (sarebbe maturato dopo la stesura di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone) e quindi molte parti sono state revisionate e riscritte. Tuttavia ce ne sono alcune che sono state mantenute: quella che segue è una di quelle.

Il viaggio durò tutto il pomeriggio e la sera scese presto, trovandoli ancora sulla strada.
«Ci dobbiamo fermare» disse dopo un lungo mutismo Mark.
«Perché?» chiese Masha colta alla sprovvista.
Mark indicò una spia sul cruscotto. «L’acqua del radiatore.»
«Un guasto?» Masha si mosse a disagio sul sedile.
«Te lo saprò dire fra due minuti.»
Immessosi nella corsia d’emergenza, Mark attivò le quattro frecce e scese a controllare. Con il cofano sollevato, Masha non riusciva a vedere nulla, ma non se la sentì di scendere e guardare.
Trascorsero pochi attimi. Il cofano si richiuse e Mark tornò a bordo.
«Allora?» chiese ansiosa.
«Nulla di grave: il livello dell’acqua è basso. Occorre aggiungerne un po’.» Mark tolse il freno a mano e ripartì.
Un cartellone pubblicitario sfrecciò alla loro destra.
«Il prossimo autogrill è fra quaranta chilometri. Come facciamo?» fece notare Masha preoccupata.
Mark azionò la freccia direzionale. «Prendiamo quest’uscita e ci dirigiamo verso quel gruppo di luci. Forse troveremo quel che ci serve.»
La rampa li condusse in un lungo viale alberato dove i pioppi si alternavano ai lampioni. Ampi spazi aperti si scorgevano ai lati delle corsie.
Il gruppo d’abitazioni, non più di una decina di piccole palazzine, comparve dietro la curva. Solo quando entrarono nel piazzale del parcheggio, si accorsero del boschetto che cresceva alle sue spalle. A parte la bolla di luce in cui si trovavano, tutto il resto era tenebra. L’autostrada da poco lasciata non era altro che rumori indistinti e lontani.
Si guardarono intorno, notando che erano gli unici nei paraggi.
Masha fissò l’insegna presente su una delle palazzine, non riuscendo a distinguere la scritta a causa della nebbia. «E adesso? Dove la troviamo l’acqua? E soprattutto dove la mettiamo?»
«Quella bottiglia di plastica lì per terra è perfetta. E per trovare il resto, potremmo provare là.» Indicò la porta a vetri sotto l’insegna. «È una clinica veterinaria. Avranno sicuramente dell’acqua.»
«Ma sarà aperta?»
Dalla clinica uscì un uomo che tra le braccia trasportava un grosso fagotto avvolto in un sacco nero del pattume; lentamente raggiunse l’auto parcheggiata in fondo al piazzale. Sostenendo con una sola mano il peso, aprì il bagagliaio e con cura adagiò quanto aveva trasportato.
«Direi di sì» disse Mark. «Vai tu: faccio fare due passi al cane.»
«Ok.»
Mark la osservò mentre scompariva all’interno dell’edificio, riportando poi la sua attenzione sull’altro uomo nel parcheggio. “È l’individuo che quel branco di balordi voleva pestare.” Rimase a guardare mentre sistemava il bagaglio all’interno dell’auto, cercando di dargli la migliore sistemazione possibile. Solo allora si accorse che in un angolo del bagagliaio era riposto un coniglio di peluche, spostato poi mestamente vicino al sacco nero. Ogni azione era fatta con garbo e gentilezza, o forse era dovuta alla stanchezza che traspariva dallo sguardo dell’uomo. Quale che fosse lo stato delle cose, in quell’angolo di parcheggio si respirava un’atmosfera fatta di commiato triste e ineluttabile. Sotto cieche stelle risuonavano un dolore e una tristezza che ammutolivano bocca e mente, facendo chinare il capo in segno di rispetto.
Mark abbassò lo sguardo, osservando il cucciolo che fissava intensamente la scena. L’animale volse il muso verso di lui per qualche istante prima di riportare l’attenzione sull’altro uomo.
«Salve.» Mark ruppe il silenzio avvicinandosi all’uomo. «Serata uggiosa.»
Il corpo dell’altro ebbe un guizzo per la sorpresa. «Già, non è delle migliori.» Rimase a fissare con sguardo vuoto il vano dell’auto.
Mark seguì la direzione dei suoi occhi, anche se non ce n’era bisogno: aveva capito quello che era successo non appena l’altro era uscito dalla clinica. «È stato qualcosa d’improvviso, non è vero?»
«Già.» C’era tristezza e rimorso nelle parole dell’uomo. «Pancreatite fulminante» disse a fatica. «Tutto sembrava come sempre: le passeggiate, i giochi. Poi ha preso a mangiare meno e a bere sempre di più; ha perso peso. Dopo ha cominciato a rigettare tutto quello che mandava giù.»
Era chiaro che gli faceva male parlarne, ma continuò. «L’ho portato in clinica per farlo visitare ed è stato subito ricoverato per la patologia riscontrata dagli esami. Lui non voleva restare, voleva tornare a casa: non è mai stato lontano da noi, c’era sempre qualcuno della famiglia con lui. Si sentiva abbandonato, glielo leggevo negli occhi, ma non potevo fare diversamente. Anche se mi si spezzava il cuore, lo facevo perché si salvasse. Credevo di fare la cosa giusta, che con la corretta cura poteva tutto tornare come prima. Credevo di stare facendo tutto il possibile per il suo bene, invece mi sbagliavo.» Un groppo alla gola lo costrinse a interrompere il discorso; prese alcuni respiri profondi per calmarsi. «Tutte le sere negli orari di visita andavo a trovarlo e stavo con lui il tempo che era consentito. Era uno strazio vederlo sdraiato in quel piccolo vano dietro la rete metallica assieme ai macchinari per monitorare e immettere nell’organismo le sostanze per curarlo. Per buona parte del tempo non mi riconosceva, lo vedevo nei suoi occhi da sedato, ma quando i calmanti finivano il loro effetto ritornava in sé e si metteva a uggiolare, lamentandosi in continuazione. Sembrava continuamente dirmi “portami a casa, portami a casa”, ma io non potevo farlo, perché portarlo a casa sarebbe significato farlo morire di sicuro. Io avevo ancora speranza.» Strinse i pugni impotente. «Mi hanno telefonato questa sera dicendo che non era riuscito a superare una crisi cardiaca sopravvenuta a causa di uno scompenso.» Chiuse gli occhi. «Lui sapeva che stava morendo e l’unica cosa che voleva era tornare a casa e morire vicino alla sua famiglia. Non l’ho capito. Non l’ho voluto capire, aggrappato alla mia speranza. Così è morto, magari anche ammazzato, in un luogo estraneo, in compagnia d’estranei, abbandonato. Ora so cosa si prova a tradire qualcuno.»
«Non avresti potuto far nulla per salvarlo. So che è uno strazio vedere il proprio cane soffrire in quella maniera: ci si sente morire dentro e la cosa che non ci si riesce a perdonare è l’impotenza di fronte agli eventi. Purtroppo è il prezzo di essere solo uomini» disse Mark a voce bassa.
L’uomo fece cenno di sì.
«Gli piacevano i conigli.» Mark abbozzò un sorriso indicando il peluche.
«Erano i suoi preferiti. Gliel’avevo portato pensando che così non si sentisse abbandonato, che sapesse che gli eravamo vicini.» L’uomo sospirò stancamente. «Adorava osservare i conigli che stavano nei prati vicini a casa: sarebbe rimasto a guardarli per ore. Non ha mai fatto del male a uno solo di loro, anzi una volta s’è preso un morso sul naso da una femmina perché era andato a guardare la sua cucciolata.» Per un attimo nel suo sguardo comparve un sorriso. «La sera prima che lo portassi in clinica è rimasto a fissarli diversamente dal solito, come sapesse che non li avrebbe più rivisti.»
Mark sentì il cucciolo appoggiargli una zampa sul piede: chinandosi, lo prese in braccio, mentre i loro sguardi s’incontrarono per un’ultima volta.
«Tieni.» Porse il cane all’uomo. «L’ho trovato per strada, in cerca di qualcuno: penso che tu sia la persona adatta.» Osservò mentre l’altro titubante lo prendeva. «Non dimenticherai la perdita, certe cose non si dimenticano, ma supererai questo periodo: lui saprà esserti d’aiuto, vedrai.»
L’uomo guardò il cucciolo, accarezzandogli il pelo della schiena. «È un animale stupendo; somiglia un po’ a un lupo.»
Mark sorrise. «Forse in lui c’è un po’ del suo spirito.»
L’uomo gli porse una mano. «Grazie di tutto.»
Mark gliela strinse. «Grazie a te per occuparti di lui.» Con un ultimo cenno di saluto si accomiatò.
«Perché gli hai dato il cane?» gli chiese Masha rimasta ferma nei pressi dell’auto a osservare la scena.
«Quel cucciolo non ha parte nella storia cui noi due stiamo ora andando incontro» spiegò Mark cominciando a versare l’acqua della bottiglia nel radiatore.
«Ho immaginato che questa fosse la ragione, ma perché proprio a lui?»
«Ha rispetto per la vita.» Mark chiuse il cofano.
«Come fai a essere così sicuro di uno sconosciuto?»
«L’ho capito dal modo in cui ha trattato il corpo del cane che ha perso da poco.»

Il cane che guarda le stelle Racconti

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Il Cane che guarda le stelle RaccontiIl Cane che guarda le stelle Racconti è un’opera di Takashi Murakami ed è il seguito di Il cane che guarda le stelle. A differenza dell’altro seinen manga, è diviso in tre capitoli.

Il primo, Stelle gemelle, racconta la storia del fratello di Happy, il cane protagonista del primo volume: lì, il piccolo animale faceva una veloce comparsa (si vede di spalle a Happy all’interno della scatola nella quale sono stati abbandonati prima che venga adottato dalla bambina). A differenza del fratello, non se la passa molto bene: la sua salute non è delle migliori e, rimasto solo, non gli rimane che terminare la sua breve vita di stenti. Viene però adottato dalla signora Nagano, un’anziana signora che vive in un piccolo e misero monolocale di tre tatami (4.6 metri quadrati). Il suo non è però altruismo: prende con sé il cane perché crede che sia in punto di morte e vede nella sua scomparsa il giusto pretesto per farla a sua volta finita. L’anziana signora è oppressa dalla solitudine e da una vita che sente solo come dolore, perché non aiutata da nessuno. Ma seppur cagionevole di salute, il cucciolo si riprende; questo sconvolge i piani dell’anziana, che decide di riportarlo dove l’ha trovato, ritornando però poi sui suoi passi. A questo punto la nonna (come la chiama il cucciolo) rinuncia ai suoi intenti suicidi, ma proprio in quel momento il piccolo ha una crisi più forte del solito, costringendola a recarsi alla più vicina clinica veterinaria; da sola, a piedi, però non può farcela e allora si ritrova a fare una cosa che non fa mai: chiedere aiuto a qualcuno.
Il piccolo si riprenderà, ma non è questa la cosa più sorprendente: con il suo semplice esserci non solo ha salvato la vita dell’anziana che voleva suicidarsi, ma ha fatto anche cambiare il suo modo di vivere e di porsi verso gli altri.

Il secondo racconto, Stella di prima grandezza, narra le vicende di un bambino e di un cane, entrambi non voluti da nessuno. Il bambino, lasciato sempre solo dalla giovane madre che vuol fare la bella vita, patisce la fame e la solitudine, trovandosi alle volte a rubare cibo nei market per poter mangiare qualcosa e facendo così intervenire i servizi sociali. Disperato, decide di tornare dal nonno, in Hokkaido, con il quale un tempo ha vissuto. Inizia così il suo lungo viaggio, fatto di stenti e furtarelli; uno di questi è ai danni del proprietario di Happy, che lo stava aiutando disinteressatamente. Un altro è un cane, rubato in un negozio per animali perché convinto che vedendolo a passeggio con un animale la polizia non si insospettisca di lui e lo fermi. Il cane, un carlino ultimo di una cucciolata che nessuno vuole adottare, viene così inavvertitamente salvato da una brutta fine, dato che dopo un certo tempo, se non fosse stato venduto, sarebbe stato soppresso. I due riescono a raggiungere il nonno e finalmente il bambino si sente a casa.

Nell’ultimo racconto, il nonno del bambino e l’anziana del primo racconto stanno parlando seduti su una panchina; l’uomo sta raccontando che, assieme al nipote, sta ripercorrendo a ritroso il percorso del bambino per chiedere scusa e rimediare ai furti commessi. Lì incontrano anche Piccolo, il cane della donna, che, vista la somiglianza, viene scambiato per Happy: il suo proprietario è l’ultimo della lista che i due devono trovare per scusarsi e risarcirlo, ma nel luogo in cui sono giunti grazie ai documenti presenti nel portafoglio, lui non c’è e nessuno sa che fine ha fatto (ma il lettore, anche se non ha letto il precedente volume, lo sa grazie ad alcune tavole che mostrano l’epilogo della sua storia). Il nonno del bambino è triste, perché voleva ringraziarlo per aver salvato il nipote, non solo dandogli da mangiare e prendendosi cura di lui, ma anche perché, con il suo rapporto con Happy, ha ispirato il bambino a prendere un cane. Cane che ha salvato il bambino da un triste destino con il suo semplice esserci.

Il Cane che guarda le stelle Racconti è sempre una storia tra cani e uomini, ma rispetto al volume che lo precede ha un’impronta meno triste; seppur parli di solitudini e abbandono, è volta al lieto fine. Certo, è il lieto fine della normalità, non quello delle favole, ma lascia qualcosa di buono; sicuramente non raggiunge la profondità del suo predecessore, né tocca in modo così struggente, ma è una storia piacevole, capace di strappare un sorriso grazie a personaggi meno drammatici, ma non per questo superficiali. Una storia comunque di un certo spessore perché, anche se in sottofondo, c’è la denuncia contro la solitudine delle persone anziane e i bambini lasciati a se stessi dai genitori.

Perché non mi sento italiano

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Racconto con cui ho partecipato al contest Mezzogiorno d’Inchiostro 101 di Writer’s Dream che segue la traccia ispirata alla famosa canzone di Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano (ma per fortuna o purtroppo lo sono). Seppure scritto in prima persona, non è un racconto autobiografico (precisazione per fugare subito i dubbi): il personaggio è nato da solo mentre scrivevo e ha raccontato il suo punto di vista e le ragioni di questo suo sentire. Ci sarebbero tante cose da dire, ma con uno spazio limitato di 8000 caratteri non si poteva fare un’analisi più approfondita.

Non mi sono mai sentito italiano. Eppure sono nato, cresciuto e vissuto in Italia; tuttora ci vivo. Amo il mio paese: ha una storia varia, una cultura ricchissima. Nessun altro paese ha ospitato così tante civiltà: quella greca, quella etrusca, quella ottomana, quella dei popoli nordici. Abbiamo monumenti del periodo classico, medioevale, rinascimentale. I musei sono pieni di opere d’arte. Abbiamo avuto grandi artisti, poeti e scrittori.
Per non parlare delle bellezze naturali: laghi, spiagge, montagne, parchi, mari. Ce n’è per tutti i gusti. C’è solo l’imbarazzo della scelta.
Questo però non basta a sentirmi italiano. Mi sono sempre sentito come un dinosauro che per caso è finito in un wormhole e si è ritrovato catapultato in una dimensione di fauni effemminati e fatine sbrilluccicose e ridanciane. Esempio esagerato? Mica tanto. Anzi, direi che non potrebbe essere più calzante e tutto a causa del mio carattere. Avete mai sentito di un dinosauro che ride? Non credo proprio. Certo, non ci sono prove per questo, ma penso che ai tempi dei dinosauri si fosse troppo impegnati a sopravvivere per perdersi dietro cazzate di ogni tipo e mettere tutto in caciara e risate sguaiate. Credo che i dinosauri fossero esseri molto seri. Dannatamente seri. Proprio come me.
O almeno, è questo che dice la gente di me.

«Sei troppo serio, dovresti lasciarti un po’ andare.»

«Eeeeehhh, te ne stai sempre a seguire le regole…ma sgama un pochino, pensa alla gnocca!» (certo che ci penso, ma non penso solo a quella: nel cervello ho i neuroni, non solamente ormoni come te, maledetto caprone sempre in tirella!)

«Su dai, non stare a pensare sempre a risolvere i problemi, lascia che ci pensi qualcun altro…è meglio andarci a fare un negroni, un daiquiri, un manhattan…dai che prediamo una bella pitona!» (e poi magari è la volta buona che i vigili ci fermano e partono qualche centello e i punti della patente, se non la patente stessa…dopo come ci vado al lavoro? Farmi cinquanta chilometri all’andata e al ritorno a piedi o in bicicletta non mi ispira per niente).

«Sai…tu sei un bravo ragazzo, serio, so che non mi faresti mai le corna, che cercheresti di farmi stare bene…ma io non sono abituata a questo genere di persone e perciò con te mi sentirei male, quindi è meglio che non ci mettiamo insieme: preferisco stare con ragazzi cattivi, anche se so che mi faranno soffrire. Sembra strano, ma è così che mi diverto» (e a questo punto non so se restare senza parole, urlare «Ma che cavolo di ragionamento è?», oppure pensare di andare in psicanalisi per cercare di capire come ha fatto piacermi una tipa del genere).

Forse il mio modo di essere dipende dal fatto che mio padre probabilmente non era italiano. Probabilmente era tedesco. I miei occhi azzurri e i capelli chiari potrebbero far propendere per questa possibilità. Ma è soprattutto il mio carattere che rivela questa possibilità. Pratico. Costruttivo. Efficace. Efficiente. Per niente propenso a mettere tutte le cose in vacca. Del carattere mediterraneo non ho nulla. Non sono una persona solare; questo non vuol dire però che sono un tipo cupo: semplicemente non mi piace stare nel casino e pensare solo a divertirmi.
Queste però sono solo mie riflessioni: non ho nessun riscontro certo che le confermi. Mia madre non ha mai voluto dirmi nulla di mio padre. L’unica cosa che so è che è sparito subito dopo aver saputo che era incinta. Un comportamento che sembrerebbe tipicamente italiano, ma mi verrebbe da dire che in questi casi tutto il mondo è paese e che di vigliacchi ce ne sono ovunque.
A pensarci con un po’ di fantasia, potrei anche pensare che mio padre fosse un alieno. Ma non ho qualche tentacolo strano nascosto nei pantaloni (no, nessun doppio senso o allusione alla mia dotazione) e neppure mi s’illumina il dito come ET; quindi direi che questa opzione è da scartare.
Quali che siano le mie origini, io non mi sento italiano. Ma proprio per niente. E non è per le figure del cavolo che ci tocca fare a causa dei politici o di altre cose purtroppo famose. Quando ero adolescente, andai in Germania e la prima cosa che mi dissero quando seppero che ero italiano fu: «Ah! Italia! Mandolino! Pizza! Mafia! Berlusconi!» subito seguito da un bel «Bunga bunga!». Adesso, grazie ai vari Renzi, Grillo e Salvini le cose se possibile sono addirittura peggiorate, ma la sostanza non cambia: siamo sempre presi per il culo per le colpe di pochi. Inutile stare a spiegare che non si è tutti così, che non si ha nulla a che vedere con quelle figure: pochi ci credono.
Ma questo non c’entra nulla con il mio non sentirmi italiano: il motivo è un altro. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine mi è stato chiaro. I segnali sono stati diversi, ma sono state due esperienze in particolare a farmelo capire. Possono sembrare piccole cose, cose da niente, ma per me sono state illuminanti.

Un giorno ero a fare la spesa: avevo preso un po’ di latte, un paio di pesche e dei grissini. Poca roba. Quando sono andato alla cassa, dopo aver pagato, la cassiera mi ha fermato chiedendomi se per caso si era sbagliata a darmi il resto, dandomi meno di quello che mi aspettava: ho controllato e invece me ne aveva dato di più. Ho restituito l’eccedenza. La cassiera è rimasta sorpresa e mi ha ringraziato. L’uomo dietro di me, borbottando, mi ha apostrofato con disprezzo. «Coglione: dovevi mentire. Cerca di farti più furbo.»

La settimana scorsa ero seduto su una panchina in uno di quei parchetti che stanno vicino a palazzine e villette a schiera. Un uomo è arrivato a passeggio con il suo cane al guinzaglio (un bellissimo pastore tedesco) e poco dopo si è seduto vicino a meno. Abbiamo chiacchierato di biciclette, dato che l’uomo mi aveva chiesto informazioni vedendo la mia mountain bike; avremo parlato per un quarto d’ora. Per tutto il tempo il cane è stato sdraiato ai nostri piedi dormendo. Poco dopo ha salutato e si è allontanato lungo il vialetto. Quando è stato davanti a una villetta, un uomo è uscito da essa, mettendosi a urlare che questa volta l’aveva beccato a entrare nel giardino e mettersi a spiarlo da dietro un cespuglio. Le urla naturalmente hanno allarmato le altre persone e poco dopo sono arrivati i carabinieri. È bastato poco per capire che l’uomo della villetta non era proprio a posto con la testa: ogni due minuti cambiava versione. Prima incolpava l’altro di spiarlo. Poi di avergli tagliato la recinzione. Poi di avergli pestato i fiori. Poi di avergli bastonato il gatto che stava sul davanzale della finestra (per la cronaca: l’accusato non aveva nessun bastone con sé). Poi che il cane gli era andato in casa e l’aveva aggredito.
Alla fine l’uomo della villetta è stato portato via, dato che aveva preso a insultare gli agenti. Quello che mi ha colpito non è stato tanto il suo essere fuori di testa, quanto tutte le menzogne che si era inventato. A un certo punto è stato chiaro che cercava ogni pretesto per far arrestare l’altro; non so cosa ci fosse stato tra i due. Ma so che l’ho detestato di brutto per il suo mentire, per il suo negare con forza che l’altro era stato seduto per tutto il tempo sulla panchina con me, per accusare anche me di mentire, di essere un suo complice.
Questo è stato l’ultimo tassello che mi ha fatto capire perché non mi sento italiano. Io odio le menzogne. E gli italiani non fanno altro che mentire. No, non è solo una cosa dei politici, che negano anche l’evidenza, che quando vengono sgamati si rifugiano dietro un bel «Avete capito male»: è una cosa tipica di questo popolo il mentire, del raccontare menzogne per avere dei vantaggi.
Per questo io non mi sento italiano: perché amo la verità.

Il cane che guarda le stelle

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Il cane che guarda le stelleIl cane che guarda le stelle: indica una persona che desidera ciò che non può avere, dall’immagine di un cane che continua a osservare le stelle con smania.
Con questa frase si apre Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami, manga in due capitoli che vede come protagonisti due uomini e i loro cani (attenzione: a seguire spoiler). Nel primo capitolo, che dà anche il nome all’opera, viene narrata la storia di Happy, fin da quado viene adottato da una bambina (era stato abbandonato per strada in uno scatolone con il fratello): viene accudito, sfamato e fa il suo particolare incontro con il padre di famiglia. Nonostante un inizio non dei migliori, è proprio l’uomo quello che lo accudisce di più e cui più si lega: fanno sempre lunghe passeggiate insieme, e papà (come lo chiama Happy) parla molto. Happy cresce all’interno di un gruppo famigliare come tanti, le giornate che si susseguono tranquille e piacevoli: a Happy basta poter stare con la sua famiglia. Ma le cose cambiano. La bambina cresce e diventa un’adolescente ribelle che quasi non si cura più di lui. Papà perde il lavoro e si ammala di cuore. La moglie, visto quello che è successo al marito, chiede il divorzio e si rifà un’altra vita. Costretto a vendere la casa e a dare una buona parte dei soldi alla moglie, all’uomo rimane solo un furgone, poche cose e Happy; così decide di andare a sud, dove è nato, iniziando un lungo viaggio assieme al cane. Il loro viaggio si svolge lungo la costa e appare spensierato, ma dietro la spensieratezza si nasconde il carico di dolore e solitudine di un uomo abbandonato nel momento di maggior difficoltà, a cui è rimasto vicino solo il cane, che lo ama in modo sincero, disinteressato, contento semplicemente di potergli stare accanto. Le cose non vanno però per il meglio: l’uomo aiuta un bambino in difficoltà, ma mentre dorme questo gli ruba tutti i soldi e fugge. Happy deve subire un intervento d’urgenza per calcoli renali, costringendo l’uomo a vendere le poche cose che ancora aveva per curarlo. Ormai senza più niente, se non il furgone e pochi spiccioli, i due raggiungono la loro meta, vivendo in auto nei pressi di un campeggio dei resti lasciati dai campeggiatori e di quello che la natura ha da offrire. Le condizioni dell’uomo peggiorano, fino a portarlo alla morte. Happy gli rimane al fianco per mesi, vivendo di quel che trova, non capendo quel che è successo, fino a quando anche per lui giunge il suo momento, addormentandosi ai piedi dell’uomo per sempre, con un finale che ricorda quello del film Hachiko.

Il secondo capitolo (I girasoli) vede come protagonista Okutsu, un assistente sociale che deve occuparsi del caso di un uomo trovato morto in un’auto abbandonata in un campo (come si può ben capire, la storia è legata al capitolo precedente). Okutsu, cinquantenne, vive solo nella vecchia casa lasciatagli dai nonni, dai quali è stato cresciuto: si prende cura della loro vecchia auto e del campo di girasoli che il nonno aveva piantato per allietare la moglie malata costretta a letto; girasoli che ogni anno porta sulla loro tomba. Il fatto di aver trovato anche un cane, anch’esso morto, vicino all’uomo deceduto, fa tornare alla mente a Okutsu il cane che il nonno gli aveva regalato dopo la scomparsa della nonna, così che non fosse solo una volta che anche lui se ne sarebbe andato. Ripensando al passato, l’uomo è colto dai sensi di colpa per non aver passato molto tempo con il suo cane, trascurandolo, senza che però mai il cane gliene facesse una colpa, ma essendo sempre felice del poco tempo che passava con lui. Proprio il cane di Okutsu dà il titolo all’opera di Murakami, perché gli piaceva stare seduto a fissarle: è il ricordo di lui spinge Okutsu a scoprire la storia dell’uomo morto, senza però successo: il deceduto ha fatto in modo che non si potesse risalire a lui, così da non poter essere riportato indietro. Okutsu, colpito dal senso di colpa per non aver accudito meglio il suo cane e dalla fedeltà di Happy, porta sulla sua tomba (posta vicino all’auto che non può essere rimossa per le difficoltà a raggiungerla) le ceneri dell’uomo cremato, così che possano essere vicini nella morte come lo erano stati in vita, e un girasole. Dall’anno seguente, c’è un’altra tomba circondata da girasoli durante l’estate.

Il cane che guarda le stelle è una storia dolce, toccante, che sicuramente sarà apprezzata da chi ama gli animali, ma anche da altri perché in tono leggero ma profondo affronta temi come l’abbandono, la solitudine, la perdita, e fa riflettere come gli esseri umani possano essere egoisti, meschini e capricciosi, feroci nel dare giudizi, al contrario dei cani, che si affezionano alle persone senza badare al conto in banca, a come ci si veste, a quello che si ha, contenti di avere un po’ di attenzione e che gli si dedichi un poco del loro tempo. Un affetto sincero che fa quasi sentire in colpa. Il cane che guarda le stelle è una storia bella ma triste, a tratti commovente, con un tratto di disegno semplice, non ricercato, ma efficace. Una piccola perla la cui lettura è consigliata, anche se può far venire un po’ di magone.

La pietra del vecchio pescatore

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La pietra del vecchio pescatoreLa pietra del vecchio pescatore è un’opera del 1985 di Pat O’Shea. Romanzo per i più piccoli e i più giovani, racconta l’avventura Pidge e Brigit, fratello e sorella, iniziata perché il ragazzo ha comprato un particolare libro in una libreria di libri usati nella piccola città di Galway, in Irlanda. La loro vita tranquilla con la zia Bina e il padre, viene ben presto sconvolta dal dover mettersi alla ricerca di una pietra macchiata di sangue, ritrovandosi così coinvolti nell’ennesima lotta tra il bene e il male. Da una parte il Dagda, il buon dio che supporta i due fratelli; dall’altra la Morrigan, la malefica Regina Dea che cerca di recuperare la parte del potere che ha perduto in passato.
Sempre braccati dai Segugi, servi fedeli della Morrigan, l’impresa per i due sembra andare oltre le loro forze, ma avranno sempre un aiuto nel loro viaggio, spesso inaspettato. Arzilli, misteriosi, saggi vecchietti. Simpatiche somarelle. Rane bizzarre. Gigantesse. Forfecchie con manie da generali. Papere e oche un po’ bisbetiche. Astute volpi. I due fratelli riusciranno sempre a superare gli ostacoli, fino a giungere il loro obiettivo.
La pietra del vecchio pescatore non è una lettura complessa: scorre lineare, percorrendo i passi del romanzo di formazione. Ispirata ai miti dell’Irlanda, è una storia piacevole, magica, che sa far ridere, ma che sa anche di buono, capace d’insegnare e intrattenere senza gettare ombre. Non ci si faccia traviare dalla frase in copertina («Se avete amato Harry Potter, provate a leggere questo libro»): sono le solite frasi a effetto messe per invogliare all’acquisto, ma La pietra del vecchio pescatore non ha nulla a che vedere con la saga realizzata dalla Rowling. Se lo si vuole acquistare, lo si acquisti perché è una bella storia, perché è una storia buona (unico neo il numero di refusi non indifferenti dell’edizione Thea, ma questa è una cosa che esula dall’opera e dall’autrice, ricadendo semplicemente sulla scarsa attenzione italiana della realizzazione del prodotto) ed è capace anche di strappare un sorriso a un sorriso e magari farlo tornare un poco con la memoria indietro nel tempo, quando ancora sognava ed era capace di meravigliarsi delle piccole cose.

Quando il cielo dice ok.

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Quando il cielo dice ok.

Si sa che le nuvole sono mutevoli e possono assumere molteplici forme, nelle quali è possibile vederci di tutto; in questo caso non sembra che il cielo voglia fare il tipico gesto dell’ok che si fa con la mano 😉 ?

L’ombra del vento

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L’ombra del vento è il titolo del libro scritto da Carlos Ruiz Zafon nel 2001 L'ombra del vento di Carlo Ruiz Zafoned è anche il titolo del romanzo scritto da Julian Carax cui ruotano attorno le vicende ideate dallo scrittore spagnolo: un libro dentro un libro. Tutto inizia con il piccolo Daniel che a dieci anni viene portato dal padre libraio all’interno del Cimitero dei Libri Dimenticati, una biblioteca dove vengono raccolti opere che altrimenti andrebbero perdute, per scegliere un libro da prendere in custodia; siamo nei primi giorni dell’estate del 1945 a Barcellona e per Daniel comincia una storia che durerà per anni. Colpito da L’ombra del vento, ricerca altre opere dell’autore, senza trovarne traccia; solo la nipote cieca di un amico del padre riesce a dargli qualche informazione. La sua diventa quasi un’ossessione e grazie all’aiuto di Fermin, un amico che lavora con lui e il padre alla libreria e dal passato burrascoso, indaga per risolvere un mistero che diventa sempre più oscuro. Non solo questo attirerà l’attenzione di una figura inquietante che sa di libri bruciati e che ricorda un personaggio di Carax, ma anche quella del brutale ispettore Fumero, che comincerà a tenerlo d’occhio.
Daniel nella sua ricerca conoscerà diverse persone legate a Carax, scoprendo dove è nato, com’è vissuto, le vicende che l’hanno portato a lasciare all’improvviso la Spagna per rifugiarsi in Francia; scoprirà torbidi passati di cui lo stesso Carax è all’oscuro, vittima inconsapevole di scelte fatte da altri e per cui ha dovuto pagare un prezzo molto alto, che l’ha distrutto nel fisico e nello spirito.
L’ombra del vento lo accompagnerà da bambino innocente a giovane innamorato ad adulto sposato e gli farà vivere un’avventura pericolosa, ma anche affascinante, triste, toccante e disperata; un’avventura dove il dolore e la tragedia pare non vogliono lasciare spazio alla speranza e alla felicità. Per Carax non sembrano esserci possibilità di gioia, di riavere quello che ha perduto: una vita vissuta legata a un passato angoscioso, una vita che gli ha dato ben poche soddisfazioni, dove non ha avuto successo nemmeno con la pubblicazione dei suoi libri nonostante la loro bontà. Ma forse Daniel è quell’opportunità di felicità, di realizzazione dei sogni che Carax non è potuto essere.
Amori spezzati, tradimenti, segreti non rivelati che si rivoltano contro chi li costudisce, vendette, sogni, illusioni, desideri, perdite: tutto questo è L’ombra del vento, un’opera densa che tiene incollato il lettore alle sue pagine, spingendolo ad andare avanti a scoprire la verità che si cela dentro di esso.

Calciomercato

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Nel calciomercato sono sempre girate grandi quantità di soldi, ma negli ultimi anni questo fatto si è accentuato; quest’anno poi le cifre sono lievitate in maniera clamorosa, per non dire scandalosa. Cifre folli per quello che dovrebbe essere uno sport e un divertimento; è vero, il calcio è diventato oramai prima di tutto un business, che si aggancia a tanti altri affari e interessi, ma ci dovrebbero essere un limite ai soldi che circolano.
Quello che si è visto quest’anno nel calciomercato è qualcosa di indecente.
Keita, uno degli ultimi colpi del calciomercatoPer acquistare un calciatore non si dovrebbero spendere 222, 180, 150 milioni di euro (tanto per citare alcune delle cifre circolate) e nemmeno si dovrebbero dare ai giocatori stipendi che superano i dieci milioni (e anche di più) di euro netti all’anno. Scandaloso, indecente, ma soprattutto profondamente ingiusto e offensivo, perché con questi soldi si potrebbero riscostruire (e molto bene) gli edifici delle zone terremotate, tanto per dirne una. Si potrebbe investire nella ricerca per combattere malattie poco conosciute. Si potrebbe investire nei paesi più poveri perché la gente non debba immigrare e causare tanti disagi e conflitti.
Scandaloso, indecente e offensivo è pure il comportamento di certi giocatori che, dopo la bella vita che fanno, il “lavoro” che svolgono, si rifiutano di allenarsi e fare il loro “dovere” perché si sentono depressi, perché scapricciano, perché vogliono fare tutto quello che pare a loro infischiandosene dei regolamenti e dei contratti. E nonostante ciò, continuano a essere pagati come se niente fosse: se un operaio avesse un simile comportamento, verrebbe licenziato i tronco. Anzi, viene licenziato anche se non ha fatto nulla, solo perché la ditta per cui lavora non lo ritiene più utile. E non prende certamente gli stipendi di cui si è parlato sopra: buona grazia se supera i mille euro al mese e con essi ci deve campare, pagare le tasse, le bollette, l’affitto (o il mutuo), l’auto, sempre poi che non abbia anche figli da mantenere, e sperare che non capiti qualcosa d’imprevisto.
Tutto ciò è stridente. Da una parte chi ha poco (ma ci sono tanti che non hanno niente) e cerca in ogni modo di sopravvivere; dall’altra chi ha troppo e lo sperpera, usandolo come carta igienica, scapricciando e avendo atteggiamenti da bambini fin troppo viziati.
Ci dovrebbe essere un limite a tutto. Purtroppo il mondo sta impazzendo e non si vuol far nulla per farlo rinsavire.