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Magia, tra figure storiche e immaginate - 1

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Fin dalla preistoria, la magia è stata un elemento presente nella storia dell’uomo. Rituali, incantesimi, segni, sigilli, rune, tomi oscuri, trattati arcani: tutte cose volte a conferire agli esseri umani potere per avere controllo sulle forze della natura, sulla propria vita e su quella altrui, di ergersi sopra la propria condizione.
Credenze che non hanno riscontri nella realtà, ma che tuttavia nel presente come nel passato tanti vi hanno dato importanza: nelle corti ci sono sempre state figure avvolte da aure di mistero, quasi magiche, che si riteneva potessero controllare energie soprannaturali, creando miti, leggende che non hanno fatto altro che conferirgli potere e fascino. L’uomo, nonostante la scienza e la logica abbiano dimostrato quanto tali elementi non fossero autentici, li ha sempre ricercati, ha sempre creduto in essi, seguendo e affidandosi a figure, libri, che riteneva potessero guidarlo verso poteri misteriosi, provenienti da dimensioni dove vigevano leggi differenti da quelle del mondo conosciuto. Proprio la parola “occulto”, così spesso associata alla magia, significa ciò che è nascosto, che non si vede, e l’ignoto ha sempre esercitato un forte magnetismo in chiunque, fin dall’antichità.
Le prime figure “magiche” incontrate nella storia dell’uomo risalgono alle società neolitiche e sono quelle degli sciamani, individui presenti presso le tribù con la capacità di diagnosticare e curare (ma anche causare, se di animo malvagio) le malattie grazie al rapporto che avevano con la natura e gli spiriti che lo popolano; tali personaggi sono esistiti per secoli e hanno continuato a esistere anche con lo svilupparsi di società più strutturate (vedasi i nativi americani) e che tuttora esistono in luoghi lontani dalla cosiddetta società civile occidentale. Lo sciamano è un ruolo che non è per tutti, cui può accedervi solo chi ha subito un evento fortemente traumatico che l’ha messo a confronto con la morte, permettendogli di prendere contatto con il mondo degli spiriti e di essere così guardiano della zona di confine che separa la sfera della vita da quella della morte: solo sopravvivendo a un’esperienza del genere riesce a creare quel legame che gli permette di acquisire capacità tali da avere una considerazione e una posizione privilegiata presso la sua gente, cui essa si rivolge per avere consiglio, aiuto e protezione.
Sebbene questa figura sopravviva ancora, con lo svilupparsi di società più numerose e organizzate da leggi più complesse, con il tempo è stata sostituita da quella dei sacerdoti, aventi associazioni più grandi e articolate, dove i favori, i portenti, sono elargiti dalle divinità, con il sacerdote che fa da tramite tra loro e i mortali. Come gli sciamani, i sacerdoti avevano molta considerazione e un gran rispetto presso il popolo, oltre che un gran potere anche a livello temporale, come dimostrato a esempio società mesopotamiche ed egizie; due società che hanno fortemente condizionato quelle a seguire con il loro sapere e le loro credenze esoteriche.
Di tutte le religioni del mondo antico (non per niente si affacciava sullo stesso bacino mediterraneo), la più incline alla magia fu quella greca, grazie anche a una conformazione del territorio che spingeva l’immaginazione a vedere i suoi luoghi come posti carichi di mistero. Monti remoti avvolti dalle nubi quali l’Olimpo, grotte, bocche vulcaniche, erano teatri perfetti per creature divine, mostri, eroi, maghe, come Medusa che pietrificava con il solo sguardo, Achille reso invulnerabile (tranne che un punto, il famoso tallone) dalle acque del fiume Stige, dei che trasformavano gli uomini in animali. Soprattutto certi luoghi divennero famosi per il sorgere di tempi dedicati agli Oracoli, figure capaci di condizionare anche la politica di uno stato e le decisioni dei re, dato che avevano la capacità di predire il futuro in molti modi (visioni indotte da vapori, sogni) senza dover entrare in contatto con il Regno dei Morti (l’Ade) e i defunti; i sacerdoti avevano gran considerazione, siccome erano loro a dover interpretare le parole e le profezie pronunciate dall’Oracolo.
Solo dopo le guerre persiane nel mondo greco comparve quella che viene chiamata stregoneria: evocazione di demoni, uso di filtri e pozioni per conquistare l’amore o avere la meglio sui nemici o protezione contro di essi. La maga Circe che mutava gli uomini in porci, Medea capace di grandi portenti e malefici, sono alcune delle figure più famose di chi usava la magia; senza contare Orfeo, la cui musica era artefice di prodigi quali farsi ubbidire da chiunque, animali, mostri (vedi Cariddi nell’impresa degli Argonauti) e divinità (Ade, quando scese nel Regno dei Morti per riportare Euridice nel mondo dei vivi). A loro vanno aggiunte figure famose realmente esistite come Pitagora e Apollonio di Tiana, dove le leggende gli conferiscono poteri magici quali l’essere presente nello stesso momento in più punti, richiamare animali e farsi obbedire da loro, guarire, fare profezie. Individui il cui sapere si riteneva nascesse dai contatti con l’oriente. Per tale sapere e credenze, nel caso di Apollonio, ci fu l’osteggiamento dei cristiani, che lo consideravano un operatore di malefici, vedendolo come un nemico (gli venivano attribuiti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo, come afferma il biografo Flavio Filostrato) e non prendendo in considerazione che anche lui predicava l’immortalità dell’anima, che la morte non poteva vincere sulla vita, dato che nulla mai moriva, ma cambiava solo sembianze, messaggi molto simili a quelli di Gesù. Da ricordare il suo professare che l’universo è un essere vivente, che ogni cosa che vi appartenga ha una coscienza e che insegnava il sistema alchemico dei quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua), convinto che ce ne fosse un quinto, etere o prana o spirito (se ci si fa caso, questi sono i Cinque Poteri, gli stessi elementi con cui le Aes Sedai intessono i loro flussi quando incanalano l’Unico Potere nella saga di La Ruota del Tempo creata da Robert Jordan).
I viaggi di Apollonio, dove apprese così tante cose, sono avvolti da leggenda, tant’è che attorno a essi si sono creati studi anche a secoli di distanza. Secondo essi aveva raggiunto Shambhala, un regno dove si custodisce e si cura l’anima dell’umanità, dove risiedono adepti di ogni razza e cultura all’interno di una valle riparata dai gelidi venti artici, con un clima sempre temperato e la natura fiorisce rigogliosa. Un luogo cui molti hanno cercato di dare una locazione, spesso indicato nel Tibet, che non è mai stato però trovato, ma che tuttavia ha ispirato scrittori come Andrew Tomas, Victoria Le Page e James Hilton (in Orizzonte Perduto, romanzo del 1933, lo scrittore descrive un luogo simile dandogli nome Shangri-La).
Non solo scrittori si sono lasciati affascinare da persone del genere, ma anche potenti come Nerone, come dà testimonianza Plinio il Vecchio, asserendo che l’imperatore nutriva per la magia una gran passione e per la quale volle avvalersi degli insegnamenti del re armeno Tiridate, famoso mago del periodo in cui la guida di Roma visse.

Merlino interpreteato da Nicol Williamson nel fil Excalibur di John BoormanTuttavia, la figura del mago per antonomasia, nonostante le premesse finora viste, raggiunge il suo culmine solo secoli dopo, incarnandosi in quello che sarà l’archetipo da tutti riconosciuto: Merlino. Individuo conosciuto per il famoso ciclo arturiano, viene citato per la prima volta in Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136 ca), le cui vicende vengono fatte risalire al V secolo, prima come consigliere di Vortigern, poi di Uther Pendragon. Merlino ebbe un ruolo importante sul regno di quest’ultimo e della sua discendenza, dato che grazie alle sue arti magiche permise a Pendragon di unirsi con Ygraine e dare così vita ad Artù. Solo in seguito con autori quali Thomas Malory, il mito arturiano si arricchì dei famosi racconti della spada nella roccia e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Secondo alcuni, come Nikolaj Tolstoj, Merlino è ispirato all’ultimo dei druidi (sacerdoti delle antiche regioni celtiche di Britannia, Irlanda e Gallia, la cui esistenza è documentata dal III sec. A.C. da saghe irlandesi e testi romani, specie di Giulio Cesare), secondo altri invece era derivata da un bardo gallese del VI sec. d.C. di nome Myrddin, nome cambiato in seguito appunto in quello ben conosciuto. Nome che però secondo la storica Norma Lorre Goodrich era più che altro un appellativo riferito alla sua natura acuta, scrutatrice e rapace, dato che il merlin è un tipo di falco; i lettori della saga di Earthsea di Ursula Le Guin potranno vedere delle analogie tra Merlino/falco e Ged conosciuto anche come Sparviero, vedendo in questo una possibile fonte d’ispirazione avuta dalla scrittrice americana.
Ian McKellen interpreta Gandalf in Il Signore degli Anelli e Lo HobbitMa Merlino non ha ispirato solo questa saga, ne è un esempio un altro famoso mago, Gandalf, creato da J.R.R.Tolkien, gran conoscitore delle leggende nordiche e celtiche, usandole per dare vita alla Terra di Mezzo; entrambi i personaggi sono andati a creare l’immagine classica, l’archetipo che tutt’oggi si conosce. Danirl Radcliffe interprete Harry Potter nella famosa saga di  J.K.RowlingUn archetipo che è stata arricchito da poco da un altro personaggio, quello di Harry Potter creato da J.K.Rowling, scrittrice inglese che consolida la visione secondo la quale l’essere mago è un talento innato, che non può essere acquisito in nessun modo, distinguendolo così dalle persone comuni. E mantenendo la tradizione dell’immaginario, i maghi per gli incantesimi usano bacchette magiche, hanno proprie scuole con torri e ordini, dove imparare a usare i poteri di cui dispongono e che affondano le loro radici in qualcosa che non è di questo mondo dai libri.
Tutto ciò a differenziarsi dalle streghe, che non hanno bisogno né di maestri (maghi e stregoni hanno sempre scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere il controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. Strega (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. In molte lingue per indicare le streghe si usano parole che letteralmente significano «le sapienti», persone libere e coraggiose, indifferenti a paure superstiziose, ai tabù, con mentalità pratiche. (1) Di fronte a tale descrizione, di nuovo vengono in mente le Aes Sedai di Robert Jordan, etichettate dalla gente comune in senso dispregiativo come le streghe di Tar Valon, ma anche la Strega del Crepuscolo del mondo di Landover di Terry Brooks, ottimo esempio di creatura a ridosso del confine tra Mondo Fatato e mondo materiale che ha appreso da sola l’uso della magia.

1 – Libro degli angeli, pag 93. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):

  • Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
  • Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
  • Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002

Storie di Asklivion – Strade nascoste : una recensione

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Storie di Asklivion - Strade NascosteSul suo blog, Gabriele Ninci (conosciuto in rete con il nickname Tanabrus) ha scritto la recensione di Storie di Asklivion – Strade nascoste.
Come scritto nel commento lasciato in risposta al suo post, mi sono trovato concorde con il punto di vista che ha espresso. L’avevo già scritto in un altro post, ero e sono convinto della bontà del lavoro svolto; questo non significa che non lo reputi migliorabile, anzi. Soprattutto la prima parte (proprio su questa la recensione pone attenzione) reputo che sia quella più lenta, che può coinvolgere di meno il lettore perché non s’addentra subito nel vivo della storia, ma ci si avvicina lentamente, in apparenza facendola sembrare slegata a essa, come se ogni capitolo iniziale dedicato a un singolo personaggio fosse un racconto a sé stante. Riprendendo le parole di Gabriele, può sembrare di leggere una storia di Sapkovski, come visto nelle antologie di racconti dedicati a Geralt di Rivia (anche se ai tempi in cui scrivevo quelle parti (2001) non avevo letto nulla dell’autore polacco, dato che non era stato ancora tradotto in Italia, cosa avvenuta solo dal 2010 in poi, e che io non leggevo romanzi in inglese all’epoca).
Perché usare un approccio del genere?
Quando ho iniziato a scrivere non avevo l’esperienza scrittoria acquisita negli anni e con le capacità di allora è stata a mio avviso la scelta migliore, puntando al non cercare di fare, o meglio strafare, ma al fare cose semplici: avere un approccio soft per permettere al lettore di ambientarsi e conoscere con calma il mondo e i personaggi. Non sono pentito di quella scelta, ma con l’esperienza acquisita nello scrivere, anche grazie a letture fatte in seguito (EriksonSanderson e Jordan allora non li avevo ancora letti, ma dalle loro opere c’è da imparare molto), più sintesi e un’alternanza maggiore in alcuni punti della prima parte tra azione e pensiero sarebbero stati appropriati; attualmente, se volessi modificare l’impostazione della prima parte basterebbe usare una costruzione differente che riassume molto senza perdere nulla (l’uso dei flashback, come fatto in seguito, permetterebbe una maggiore incisività). E non è detto che non lo faccia, proprio come ho fatto con Non Siete Intoccabili, anche se in questo caso si tratterebbe di un lavoro differente: occorrerebbe solo fare dei tagli, tenendo le parti più rilevanti, non dover riscrivere interi brani cambiando anche struttura della storia e dei personaggi; questo in Storie di Asklivion – Strade nascoste non è necessario, occorre solo velocizzare l’inizio.
Parlando d’esperienza, penso abbia cominciato a farsi vedere dal capitolo dieci, quando ormai erano due anni che scrivevo, permettendo di avere un approccio con il lettore più efficace, con il ritmo che diventa più veloce e i tasselli della storia che cominciano a dare forma al quadro d’insieme, lasciando da parte gli aspetti filosofici e psicologici che avevano avuto largo spazio finora, specie con Ghendor.
Perché ho puntato tanto su simili aspetti?
Perché si scrive quello che piace e per me la ricerca di consapevolezza, la scoperta di cose nuove e del passato è importante: per questo ho voluto attraverso l’uso di filosofia, teologia, simbolismo farne uno dei perni del romanzo. Non è una scelta commerciale, che si adegua alla maggioranza di libri fantasy che vengono prodotti (cosa propone e fa andare per la maggiore il mercato) perché reputo che sia un modo di dare maggior rispetto al genere, che ha nelle sue corde un grande potenziale per essere una letteratura da cui si può imparare molto. Sono consapevole che il personaggio di Ghendor risulta pesante e pedante, ma questo è il giudizio che ho voluto che si creasse conoscendolo soprattutto all’inizio (non è mai capitato nella vita reale d’incontrare qualcuno con la tendenza a voler insegnare e ad averlo giudicato stancante e seccante?), per mostrare come il restare chiuso nei suoi studi e nella vita quotidiana l’abbiano limitato e bloccato, rinchiuso in una esistenza che non è quella che ha da vivere, dove ha tanto da imparare ancora, piuttosto che cercare d’insegnare agli altri.
Altro punto fatto notare dalla recensione è l’uso che faccio dell’introspezione: è un elemento che uso molto perché è un mezzo che in un libro ritengo sia utile per affrontare cose di cui è difficile parlare; magari una sintesi maggiore può essere utile per essere più incisivi.

La recensione è mirata ed equilibrata a focalizzare punti forti e deboli del romanzo, utile a migliorare come lo è stata quella su Non siete intoccabili, perché ha dato spunti che sono serviti per dare idee su dove intervenire e migliorare il lavoro.

L'eccezione che conferma la regola

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In tempi di crisi come questi, i modi per riuscire a vendere, a creare mercato sono o la realizzazione di prodotti di qualità o l’abbassamento dei prezzi di vendita: questo vale per tutti i settori.
Ma c’è chi decide di andare controcorrente, di percorrere la strada opposta.
E’ il caso dell’editore Fanucci, che dopo aver proposto il romanzo Elantris di Brandon Sanderson in versione economica al prezzo di 30 E, adesso ha deciso di proseguire su questa strada anche su altri libri. La nuova edizione economica di La Ruota del Tempo di Robert Jordan è stata rincarata del 70%, riportando i prezzi attuali (9.90 E) a quelli della precedente (16.90 E). Alle proteste dei lettori, la casa editrice ha risposto così sulla sua pagina facebook: “Cari lettori che si sono lamentati del ritorno al prezzo originale dei romanzi che compongono il ciclo della Ruota del Tempo di Robert Jordan, dico loro: ma come potete pensare che volumi di una foliazione minima di 800 pagine e massima di 1200 pagine possano costare per l’eternità da 6,90 a 9,90 euro?
Ma ci sono libri di formato analogo in Italia con prezzi così bassi?
Ecco, la risposta che chiedete è la risposta che vi date.”

Una pessima scelta quella di Fanucci che genera una pubblicità negativa nei suoi riguardi, come se non bastassero altre scelte sbagliate fatte in precedenza. Se si sapeva che non si potevano mantenere simili prezzi per questa edizione, perché proporli? Quella che doveva essere una mossa intelligente per attirare lettori si è rivelata controproducente, dato che si è dovuto cambiare politica, portando un rialzo; mezzi per promuovere diversamente la nuova ristampa dei romanzi di tale saga c’erano.
Questo dimostra come la case editrice non abbia una gran organizzazione, non abbia idee chiare e una rotta precisa, ma vada avanti senza una gestione precisa e studiata, che valuti bene prima di agire, come purtroppo molta dell’imprenditoria del nostro paese fa.
Non ci si meravigli di come le cose stiano andando: senza preparazione, intelligenza, organizzazione e professionalità non si va da nessuna parte.

Romanzi fantasy realizzati in Italia

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Il periodo di crisi colpisce ogni settore e l’editoria non ne è certo esentata. Le case editrici sono in difficoltà, stanno chiudendo o hanno chiuso; quelle che rimangono investono certamente meno e il fantasy non fa certo eccezione, specialmente per quanto riguarda la ricerca di nuove figure in ambito nazionale.
La causa di tutto ciò è solo dovuta alla crisi oppure c’è dell’altro?
La questione porta a riflettere e a fare un’analisi di quanto prodotto per poter esprimere delle opinioni sulle quali discutere.
La crisi ha portato sicuramente a un minor numero di vendite (con meno soldi a disposizione, la gente si concentra sul necessario e i libri, per quanto possono essere interessanti, non sono una necessità primaria) e di conseguenza a investimenti minori, soprattutto per quanto riguarda gli autori italiani; ma le cause di tale scelta sono anche altre e dipendono dal fatto che il periodo di boom del genere (che ha portato a una sua maggiore diffusione rispetto al passato) è stato un fuoco di paglia, che non solo non ha gettato le basi per un solido sviluppo e consolidamento del fantasy, ma ha bruciato la fetta di mercato che si era creato. A differenza dell’estero, dove si ottengono buoni risultati.
Che cos’è che crea questo divario? La grandezza delle case editrici? Il metodo di lavoro? La qualità di quanto producono gli scrittori? Perché il fantasy scritto in Italia ne esce male dal confronto con quello estero?
Prima però di addentrarsi nelle varie cause, occorre fare una doverosa precisazione: il fantasy non ha nazionalità, è di tutti e non appartiene a nessuno. Non esiste quello italiano, francese, inglese, tedesco, ma quello realizzato da autori di nazionalità differenti.
In Italia ci sono autori validi, ma si contano sulle dita delle mani di un uomo; i restanti dimostrano un livello mediamente basso: storie che ricalcano i cliché della moda del momento, propinando libri che sono cibo in scatola per gatti.
Questa scelta ha mostrato in breve tutti i suoi limiti; è logico che romanzi del genere possano essere solo comete, con un’esistenza della durata di una stagione, che non lasciano il segno. Segno inteso in senso positivo, perché in senso negativo invece c’è stato: a causa di essi il mercato è stato bruciato.
Com’è stato possibile tutto questo? E com’è invece che ci sono stati autori le cui opere sono rimaste e continuano a essere lette anche dopo la loro morte?
J.R.R.TolkienSi prenda uno degli esempi più famosi: J.R.R.Tolkien.
Lo scrittore inglese si è sempre lamentato e rammaricato che il suo paese non avesse una gran tradizione mitologica, al punto che ha voluto crearne una con la realizzazione del mondo in cui si svolge il suo romanzo più famoso, Il Signore degli Anelli. È partito dal principio, dalla creazione del mondo, dalla sua geografia, dandogli una storia millenaria, arrivando addirittura a creare le lingue delle varie razze. La sua professione certo l’ha aiutato (insegnante di lingua e letteratura anglosassone e inglese), ma si è dato da fare per ricercare e documentarsi delle favole e dei miti che possedevano altri paesi, una passione ereditata dalla madre.
Quello che ha conferito così tanta forza alla sua opera è stato il modo in cui è riuscito a riportare e far rivivere le sue esperienze di vita. L’amore per la moglie mostrato attraverso Beren e Luthien. Gli orrori delle battaglie, la perdita di compagni che tanto l’avevano segnato avendo partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La consapevolezza di quanto la tecnologia e l’industrializzazione potessero essere dannose per la natura, come la distruggessero.
Tutte cose che la maturità raggiunta in una vita gli ha permesso di elaborarle e metabolizzarle e immetterle in un libro, facendole divenire così universali, comprensibili e vicine a chiunque.
Tutto ciò invece manca in molti dei libri prodotti dall’editoria italiana: si è di fronte a mancanza di conoscenza e mancanza di esperienza di vita. Di nuovo, si dà quello che si ha: in questo, parecchi degli autori italiani sono mancanti e il risultato si vede.
Il fantasy è più che mera commercialità, anche se va considerato che pure all’estero si ha la convinzione che il fantasy sia un sottogenere della letteratura, come ha denunciato Steven Erikson, autore di un fantasy adulto e maturo qual è la saga La Caduta di Malazan; una mentalità da questo punto di vista sbagliata, ma che nonostante ciò dimostra come ci sia da parte degli autori e degli editori una preparazione, un’attenzione che in Italia si è ancora ben lontani dall’avere.
Tutto questo è solo la punta di un iceberg di un modo di fare sbagliato che ha portato solo perdita in Italia, che ha radici molto più profonde, basti pensare al livello culturale e di conoscenza della sua popolazione (per farsene un’idea leggere questo pezzo). Per approfondire la questione, in questo articolo su FM ne parlo in maniera più ampia.

Di spade

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Le spade sono un elemento che è stato ben presente nella vita dell’uomo, sia nella realtà, sia nelle storie inventate.
Sono state oggetti ornamentali, fautori di violenza e morte. Sono state anche molto più di un’arma.
Per il loro essere lucenti, nell’antichità venivano usate come specchi. Non per niente un passo della Bibbia si riferisce proprio a questo: “il bagliore della spada che gira su se stessa” (Genesi 3,24) è appunto riferito a qualcosa che riflette, proprio come uno specchio. In questo caso naturalmente va inteso come un simbolo di un limite da superare.
Anche in altre culture la spada è qualcosa di più di un mezzo per difendersi o attaccare, specie per i samurai: nel periodo Tokugawa si diffuse l’idea che l’anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé, a seguito dell’influenza dello Zen sul bujutsu. Senza contare che il possedere tali spade era simbolo di riconoscimento della casta di cui facevano parte.
Famoso simbolo di riconoscimento nell’immaginario collettivo umano è soprattutto la spada nella roccia (che alcuni associano a Excalibur, mentre altri le reputano due armi differenti), che avrebbe permesso di riconoscere chi sarebbe stato capace d’essere guida per il popolo e governarlo: è grazie a essa che si riconosce in Artù l’essere re del proprio paese.
Ma Excalibur non è la sola spada a essere usata come simbolo di riconoscimento. Anche Robert Jordan in La Ruota del Tempo ha fatto la stessa cosa con Callandor, la spada fatta di cristallo, la spada che non è una spada anche se può essere usata come tale, pur essendo molto di più: essa è un potente ter’angreal (residuo dell’Epoca Leggendaria che usa l’Unico Potere) che può essere liberata dal luogo dove è custodita solo dal Drago Rinato. Questo è uno dei segni che mostra il ritorno del Drago, perché solo lui è in grado di farla uscire dalla Roccia (in questo caso è la fortezza dove è stato custodito l’oggetto).
Ma di spade che sono più di una spada, la letteratura fantasy è ricca. Terry Brooks con la spada di Shannara crea un oggetto capace di mostrare la verità, di abbattere le illusioni e le menzogne (l’arma fu creata proprio per sconfiggere il druido rinnegato Brona, divenuto il Signore degli Inganni, dato che l’unica cosa in grado di sconfiggerlo era la verità su se stesso che tanto aveva cercato di non vedere). A parte Il Primo Re di Shannara dove l’arma viene creata, sia in La Spada di Shannara, sia nel ciclo degli Eredi, l’arma è custodita in un blocco di roccia; anche in questa storia, solo gli appartenenti a una determinata linea di sangue potranno usarla.
Oltre a queste si possono citare Tempestosa della saga di Elric creata da Michael Moorcock e Sanguinotte di Il Conciliatore di Brandon Sanderson, che benché non diano riconoscimenti o vengano estratte dalla roccia, sono molto più di un’arma: sono qualcosa di vivo e senziente, oltre che potente e pericoloso. Non va dimenticata Dragnipur, la gigantesca spada di Anomander Rake nella saga Malazan di Steven Erikson, contenente la Porta dell’Oscurità e capace di rinchiudere al proprio interno l’anima di chi uccideva.
Per non parlare della Spada Nera creata da Margaret Weis e Tracy Hickman nel ciclo Darksword capace d’annullare qualsiasi magia. O di Narsil, la spada che andò in frantumi tagliando il dito di Sauron cui era infilato l’Unico Anello nella famosa Terra di Mezzo creata da J.R.R.Tolkien. O Durlindana, la spada di Orlando, il paladino di Carlo Magno, narrata nella Chanson de Roland. O la gigantesca Ammazzadraghi di Gatsu nel manga Berserk di Kentaro Miura. O Gramr, la spada che Sigfrido usò per uccidere il drago Fáfnir (in I Nibelunghi è chiamata Balmung, mentre nella tetralogia L’anello del Nibelungo è chiamata Nothung).
Quale che sia il contesto in cui essa sia presente, racconto o fatto storico, una realtà è innegabile: chiunque, almeno una volta nella vita ha sognato di impugnarne una.

Profezia

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Quando si parla di profezie, subito viene in mente Nostradamus con le sue famose quartine, l’Apocalisse di Giovanni o i Maya riguardo al 2012.
Ma che cos’è una profezia?
E’ la conoscenza degli eventi che si verificheranno, senza l’utilizzo di basi quali raziocinio, esperienze.
Ma in alcuni casi tale conoscenza non serve a niente, non permette di cambiare il corso degli eventi, non si può fare nulla per intervenire: quanto predetto si verificherà, a prescindere da quello che si cercherà di fare per cercare di evitarla. E’ il caso di Erode, di re Artù che, presi da paura per la venuta di un bimbo che avrebbe minacciato il loro trono e regno, compiono una strage d’innocenti; un tentativo inutile, dato che non cambierà quanto è stato predetto, visto che in tali casi il destino è ineluttabile, come accade nel mito greco di Edipo, dove la profezia diventa vera nonostante tutti i tentativi per evitarla, anzi proprio a causa di essi. Proprio come succede nella tragedia Macbeth di William Shakespeare: una sorta di autoadempimento ineluttabile che è stato spesso usato anche nella realizzazione di opere contemporanee letterarie, come fa la conosciuta saga di Harry Potter di Rowling, o cinematografiche, quali Guerre Stellari, Matrix.
La profezia può essere portatrice di speranza o di sventura, annunciare la fine o un nuovo inizio, e in un modo o nell’altro ha sempre avuto influenza sugli uomini, i quali, condizionati dalle sue parole, spesso hanno fatto in modo inconsciamente che essa si avverasse. Anche se dice di credere diversamente, spesso l’uomo non crede di essere libero, di essere padrone delle proprie scelte, ma ritiene d’essere pedina di qualcosa di più grande che decide per lui, troppo grande perché possa contrastarla e ribellarvisi.
E’ quello che ritengono le popolazioni delle Dominazioni che vivono sotto il giogo del Lord Reggente, costrette a vivere in condizioni di schiavitù, mentre il potere è in mano a una minoranza, i nobili e il clero; solo un uomo, Khelsier, si erge contro il sistema, convinto che le cose possano essere cambiate. Ed è grazie alla sua volontà indomita che il cambiamento viene messo in atto e la profezia dei tempi passati, quasi dimenticata, trova compimento. Ma come ogni profezia, il suo significato non è chiaro, se non quando essa si sta realizzando, perché le cose accadono nel modo in cui non lo si aspetta, non importa quanto studio e attenzione sono stati riversati su di essa. Brandon Sanderson è stato bravo con la trilogia dei Mistborn a mostrare tutto questo, magnifico nel giocare con il lettore e a sorprenderlo, nonostante avesse messo sotto i suoi occhi tutti gli indizi necessari per giungere alla giusta deduzione.
In altri casi, sapere in anticipo il verificarsi degli eventi, come visto in precedenza, non permette di cambiare ciò che avverrà, ma consente di prepararsi, affrontando meglio la realtà cui si va incontro. Un esempio è quello nella Bibbia di Giuseppe quando interpreta il sogno delle vacche magre e delle vacche grasse del Faraone; un altro è quello di Gatsu nel manga Berserk di Kentaro Miura,
Qualcosa di simile hanno fatto Margaret Weis e Tracy Hickman con la saga della Spada Nera nel mostrare come la profezia non sia qualcosa di ineluttabile, ma semplicemente un monito a non farsi sopraffare dalla paura, dal timore del cambiamento, dando la possibilità di scoprire un nuovo inizio senza passare attraverso la tribolazione e la distruzione, ma solo usando mezzi pacifici. Se solo si fosse stati abbastanza accorti d’accorgersi di tutto questo: una consapevolezza che purtroppo giunge solo con la perdita, dopo aver commesso errori e aver imparato da essi. Una visione amara, che è certamente in contrasto con quella invece di stampo salvifico presente nella saga degli Ultimi creata da Silvana De Mari , dove, nonostante le tribolazioni, le cose sono poi destinate a cambiare e a elevare le popolazioni a una condizione migliore.
Come tutto ciò che esiste, si è visto che la profezia può essere tante cose. In certi casi serve solo a mostrare la vera natura di qualcosa o di qualcuno. Toccante è il modo in cui Guy Gavriel Kay mostra attraverso tale forma ciò cui vanno incontro Kevin e Fiin, protagonisti delle vicende del mondo di Fionavar. Il primo, trova attraverso le parole del Canto di Rachel (un canto scritto proprio da lui per un amico) la profonda verità personale di cui si deve ancora accorgere appieno e scopre come esse siano il vero compimento della propria esistenza. Il secondo, attraverso la ta’kiena, considerato dai più un gioco per bambini, scopre una verità più grande su se stesso, che lo lega a un fato oscuro e potente, incontrollato e incontrollabile, portandolo a prendere la Strada più Lunga.
Molto più centrale rispetto a quelle appena elencate, è invece il ruolo che le profezie ricoprono in La Ruota del Tempo di Robert Jordan, dove tutto gira attorno al ritorno del Drago Rinato: una storia epica, millenaria, che vede l’eterna lotta tra caos e ordine, tra distruzione e preservazione, mostrando in un contesto fantasy ciò che viene raccontato da molte religioni, ovvero l’imperfezione, l’elemento destabilizzante che va a guastare la perfezione di quanto creato. Shaitan, il Tenebroso, è l’entità imprigionata dal Creatore che ricorda molto il Satana che la religione cristiana relega all’inferno, il nemico che secondo le profezie sarà sempre contrastato dal Campione della Luce a ogni ruotare delle ere.
Tanto è stato scritto su questo argomento, elemento che come si è visto negli esempi citati è stato usato in ogni forma di rappresentazione e intrattenimento; quel che è certo, è che le profezie hanno sempre esercitato un gran fascino sull’uomo e sempre lo eserciteranno.
(Per un maggiore approfondimento del tema, si può leggere questo articolo.)

Memoria di Luce

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Memoria di Luce è stata la fine di La Ruota del Tempo. Non la stessa fine che avrebbe scritto Robert Jordan, ma è stata una fine appropriata. Non che Brandon Sanderson abbia stravolto la saga, tutt’altro: ha seguito gli appunti che il creatore della saga ha lasciato, ma non è stata la stessa cosa se fosse stato Jordan ad avere la possibilità di concluderla. C’erano fili della trama che sono rimasti nella mente di Robert e che solo lui sapeva come tesserli: Brandon ha fatto il possibile e nonostante fosse un appassionato lettore della saga, non era stato lui a idearla, a dare vita ai personaggi e al loro mondo.
Nel complesso è stato un romanzo ben scritto, il finale che ci si aspettava: epico, glorioso, pieno di eroi e nemici da sconfiggere, di prove estreme da superare, di limiti da superare, di resistenza e sofferenza.
Avvincente, certo, ma niente colpi di scena che sorprendano, che lasciano di stucco. E’ la storia che da sempre si narra, di civiltà in civiltà: la lotta tra la luce e le tenebre, tra caos e ordine, tra distruzione e creazione, tra bene e male. Una lotta dove alla fine si scopre che la dualità fa parte dell’esistenza e che c’è sempre bisogno dell’opposto perché l’esistenza abbia un senso, perché possa esserci la comprensione necessaria per arrivare alla sua conoscenza. E che il vero nemico è meno distante di quanto si possa pensare.
Una buona storia, certo, ma qualcosa di già visto. Senza andare a scomodare miti, religioni, la parte finale di La Ruota del Tempo, ricorda in molti punti lo scontro risolutivo di Il Sentiero della Notte, terzo romanzo del mondo di Fionavar di Guy Gavriel Kay.
Lo scontro tra gli eserciti del Drago Rinato e quelli del Tenebroso, con i primi che sono in netta inferiorità numerica.
Rand che entra nella montagna dove è racchiuso Shaitan per affrontarlo, proprio come fa Darien quando va a incontrare Rakoth Maugrin in quello che risulterà essere il confronto finale.
Un campione della Luce che per fare la cosa giusta e dare una possibilità al proprio esercito va a sfidare in solitaria il capo delle armate dell’Ombra: una sfida impari, che per far giungere alla vittoria ricalca in modo molto simile un duello accettato al grido di «Per il Cinghiale Nero!».
In uno dei momenti più decisivi, quando tutto sembra perduto per la Luce, il risuonare di un corno ribalta le sorti della battaglia, facendo giungere sul campo la leggendaria Caccia. Anche in questo caso sarà determinante la figura di un bambino.
Tutto ciò non inficia affatto sulla bontà lettura: come si sa, non è possibile scrivere qualcosa che già non si sia visto, dato che storie simili sono già presenti nella letteratura. Memoria di Luce è un romanzo rassicurante, perché dà quello che ci si aspetta di trovare. E alle volte si ha bisogno di qualcosa che dia speranza, conferme che le cose possono migliorare e finire bene.
Tale considerazione non va intesa che è tutto rosa e fiori: di fronte a quello che si va incontro con lo scontro finale, non si può non aspettarsi sangue, dolore, rovina, distruzione, perdita. Ci sono momenti bui, di disperazione, dove tutto sembra perduto, ma poi la situazione si risolleva e nonostante la difficoltà della prova, la si supera. Non poteva essere altrimenti, dato che già si sapeva come sarebbe andato a finire lo scontro epocale da Nuova Primavera; non si conoscevano tutti i dettagli, tutti quelli che erano morti e quelli che erano sopravvissuti, ma si sapeva che l’Ombra non avrebbe prevalso.
Allora perché leggere tanti libri, fino alla conclusione, se già si sapeva come sarebbero andate le cose?
Per scoprire come ci si è arrivati, per vedere come i personaggi hanno vissuto il cammino che li ha portati alla fine, come hanno agito, come hanno affrontato le scelte e gli scogli da superare.
Perché ciò che conta veramente non è tanto l’inizio e la fine, ma il durante, come si vive: è questo ciò che ha veramente importanza, perché è questo che mostra chi si è veramente. Sono le scelte che dicono chi è una persona, come vive, il suo coraggio, i suoi ideali. Così è da sempre. Ed è da sempre che l’uomo è affascinato da storie che mostrano come agiscono i suoi simili, che fanno scoprire verità e consapevolezze, perché tutto nell’uomo è una scoperta.
Per questo La Ruota del Tempo ha avuto successo ed è stata seguita da milioni di lettori: perché è riuscita a toccare corde interiori, rievocando nella mente delle persone memorie che sono sempre attuali.

Il potenziale della Rete

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La qualità e l’utilità di un mezzo dipendono sempre da chi lo utilizza: una legge che vale sempre, anche per la Rete.
La Rete può essere uno stupido gioco dove mettersi in mostra, scrivere sciocchezze e dare adempimento alla ricerca d’attenzioni e soddisfazione del proprio narcisismo.
La Rete può essere fonte d’informazione, può dare conoscenze e far scoprire cose nuove; può rendere consapevoli di situazioni, realtà sconosciute. Può anche essere la spinta a cambiare, migliorare. Un’opportunità non possibile fino a qualche anno fa.
L’esempio può essere banale, ma si prenda l’editoria e di come oggi gli utenti possano avere influenza su di essa.
Sia Mondadori con Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, sia Fanucci con La Ruota del Tempo di Jordan, hanno realizzato opere con diversi errori di traduzione e refusi. Finché internet non era diffuso, non si aveva molta conoscenza di questi sbagli: si poteva mandare una lettera di reclamo alla casa editrice, ma non si veniva ascoltati, dato che si era solamente un minuscolo numero e quindi non si aveva nessuna forza, nessun potere. Ora le cose invece sono cambiate e gli editori non possono fare finta di niente, specie se si è in tanti a dire la stessa cosa, dato che la rete oltre che un mezzo pubblicitario, è anche un mezzo di stroncatura e denuncia. Grazie a essa, qualcosa cambia.
Mondadori, grazie al lavoro dei lettori appassionati, farà un’edizione rivista e corretta delle Cronache di Martin; stessa cosa ha fatto Fanucci con La Ruota del Tempo, come si legge dal commento lasciato su un articolo che ho scritto in precedenza.
E visto che la rete è un mezzo per far sapere le cose e mostrare ciò che non va, non reputo possibile che per avere I Segugi dell’Ombra di Erikson, abbia dovuto aspettare più di un mese. Armenia usa Messaggerie Libri per la distribuzione, il più importante distributore nazionale: possibile che in tutte le librerie Feltrinelli di Bologna non ci fossero copie di tale libro e che quando col tempo sono giunte, ne fosse presente solo una in un solo negozio? Ma questo è irrilevante, dato che il volume l’avevo prenotato i primi di marzo, ergo doveva essere consegnato il giorno di uscita prevista, al massimo il giorno dopo.
Un disguido che si è verificato altro volte sempre con Armenia e sempre con volumi di Erikson (per la prima parte di Venti di Morte ho aspettato due mesi): scritto alla casa editrice segnalando il fatto, non ho ottenuto risposta.
C’è qualcosa che non funziona in certi meccanismi e occorre risolvere. Vediamo se a parlarne in rete servirà a cambiare qualcosa.

Visto che si parla di mostrare le cose che non vanno, altra mancanza di rispetto da parte di Fanucci. Sul suo blog è comparso l’articolo della nuova edizione economica di La Ruota del Tempo di Robert Jordan. Per diverse volte ho postato un commento facendo le mie rimostranze sul loro modo di operare, commento che sempre non è stato pubblicato. Ecco quanto scritto, che spiega il motivo del mio malcontento
“Un plauso al gruppo di lettori che ha fatto il lavoro di correzione, ma si spera che nelle prossime produzioni non ci siano più decine di refusi ed errori di traduzione come è successo con quelle viste finora. I lettori, dato che pagano con denaro buono, meritano volumi altrettanto buoni, ben realizzati fin da subito.
Altra cosa da far notare, è che se un lettore manda una mail per avere informazioni, sarebbe cortesia e professionalità rispondere, come è successo a me in tutte le occasioni che ho avuto di scrivere. L’ultima in ordine di tempo che ho mandato, riguardava proprio la saga di Jordan, chiedendo se ci sarebbero state ristampe o nuove edizioni, dato che alcuni volumi erano di difficile reperibilità. Da poco sono riuscito a completarla, ma se Fanucci avesse risposto alla mail o comunque avvisato per tempo di questa nuova uscita, avrei potuto risparmiare non pochi euro; senza contare il dover pagare libri che contengono parecchi errori, il che rende la situazione ancora meno accettabile.
Il servizio che la casa editrice sta dando non è dei massimi livelli.”

Un pessimo modo di fare che dimostra come sono accettati solo elogi e consensi, mentre le critiche non vengono accettate, perché si deve dimostrare che non ci sono ombre, pecche, che va tutto bene e che il lavoro realizzato è il meglio ottenibile (modo di fare di cui parlerò nel post di venerdì).
Un pessimo modo di fare che mostra il rispetto per i lettori (vedasi anche la scelta delle copertine, dello stesso stile della saga Mistborn: veramente pessime).
Un pessimo modo di farsi pubblicità, dato che con la rete si possono far conoscere le cose che non vanno: Fanucci si deve ricordare che se ha la possibilità di esistere, è solo grazie ai lettori. Senza di loro non esisterebbe.

Modi di fare pubblicità ai romanzi

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Negli ultimi anni è divenuta consuetudine sulle quarte di copertina dei libri riportare i commenti di quotidiani, riviste e altri autori sul romanzo che si ha tra le mani, una sorta di pubblicità e un modo per dimostrare quanto è valido il prodotto, come se questo potesse davvero essere dimostrazione della sua bontà; si ha la convinzione che la parola di un personaggio conosciuto e affermato sia una sicurezza per attirare lettori. Questo basarsi sempre sul giudizio degli altri, sulla convinzione che la parola di una persona famosa abbia maggior valore di quella di un altro e sia una garanzia, è tipica della nostra epoca: se si è una persona famosa e conosciuta significa che si è arrivati a quella posizione perché in tanti hanno seguito, sostenuto. I numeri sono potere, formano la maggioranza e la maggioranza ha sempre ragione.
Si sa che invece non è così, che la maggioranza non è sinonimo di verità, perché la maggioranza, la massa più grande, può essere manipolata, condizionata, influenzata. Come sempre succede, la gente non pensa con la propria testa, ma segue gli altri, reputando superiore, e pertanto degno di maggiore considerazione, chi è in certe posizioni di notorietà.
A causa di questa mentalità, ci si ritrova sui libri che si acquistano frasi che alle volte possono far strappare un sorriso, far alzare un moto di protesta o di disgusto.
Nel genere fantasy si è passato dal “Chi non ha letto Brooks, non ha letto fantasy” di Paolini (come se Brooks avesse bisogno delle sue parole, dato che scriveva quando Paolini non era ancora nato: un’affermazione semplicistica e oltretutto limitante, come se tutto il fantasy si riducesse a Brooks, dimenticando autori come Tolkien, Moorcock, Vance, Le Guin, Bradley, tanto per citarne alcuni. Ma quando questa frase comparve sui libri di Brooks, Paolini era sulla cresta dell’onda vendendo milioni dei sui libri), a tutta una serie di affermazioni dove vari autori si fanno i complimenti tra di loro (si vedano i vari Moorcock, Le Guin, Sanderson, Rothfuss, Hobb).
Tutto questo celebrare, tutta questa referenzialità non aggiunge nulla al valore di un libro: la sua bontà può essere valutata solo leggendo. Purtroppo la gente, come già detto, non basa il giudizio usando la propria testa, ma si affida agli altri, andando sull’impeto emotivo, dimenticando l’obiettività e l’oggettività, come se l’intelletto fosse qualcosa di dimenticato.
C’è da dire che se questo modo di fare è generalizzato, l’Italia deve dimostrare di essere sempre il peggio. Come piccolo esempio si prenda quanto riportato sull’ultimo libro pubblicato da Gargoyle di Joe Abercrombie, Il Richiamo delle Spade.
Si passa dalle solite frasi di circostanza, lette e sentite tante volte “Un fantasy moderno non potrebbe infervorare più di questo” (SFX), “Abercrombie ha scritto la più raffinata trilogia epic fantasy degli ultimi tempi. Uno scrittore che nessuno dovrebe perdersi” (Junot Diaza), “Se siete in astinenza dal Trono di Spade, dovete sapere che l’autore di quella saga, George R.R. Martin, ha un giovane erede. Si chiama Joe Abercrombie.” (Vanity Fear), alla semplicistica “Incantevole, contorto, malvagio” (The Guardian); nel mezzo si ha l’unico giudizio pertinente e in sintonia con il romanzo “Un mondo crudo e realistico e una consapevolezza decisamente contemporanea del sacrificio di vite alla violenza” (The Times). Purtroppo si conclude nel peggiore dei modi con il giudizio di due quotidiani italiani, che danno dimostrazione di come si vada per luoghi comuni, frasi fatte che fanno domandare se chi le ha scritte ha per caso letto il libro, oltre a conoscere il genere fantasy: “Una sorta di gioco di ruolo, un videogame di ferraglie, colpi di spade fino a che qualcuno non cadrà” (Il Messaggero), “Un fantasy “crudo e realistico”, con lacrime e sudore, sangue e merda in bella mostra. Gli Eroi sono come te. Antieroici” (Libero).
Questa è la dimostrazione che in Italia si scrive pensando che il valore delle cose sia dato dall’urlare di più e dal spararla più grossa degli altri. Ma informazione e oggettività sono tutta un’altra cosa.
Occorre ritornare indietro e ricominciare a lavorare con professionalità. Per quanto riguarda i libri, c’è da augurarsi che si torni come una volta, quando sulla quarta di copertina non c’erano queste frasi inutili: oltre a eliminare il fastidio di leggere queste cose, si risparmierebbe inchiostro. Sempre in tema di risparmio, andrebbero eliminate le fascette con citazioni a effetto che tanto vengono usate oggi: sono solo uno spreco di materiale, non servono assolutamente a nulla.

Sempre parlando di citazioni a effetto, si vedano quelle apparse sulla pagina facebook di Fanucci riguardo al romanzo Tony Tormenta di Rosanna Rubino: “Stanco dell’aldilà, Philip K.Dick si è reincarnato (era ora!) e ha scelto una napoletana tostissima dalla scrittura implacabile e dalla fantasia assassina, abissale, travolgente.”
A parte il fatto che questo modo di fare pubblicità è troppo celebrativo e pomposo, troppo urlato, divenendo in questo modo scadente, certe affermazioni sono fuori luogo: ognuno è se stesso, non si ha bisogno di doversi basare sempre sui paragoni con gli altri, facendo associazioni ridicole e senza senso. Ma in questo modo si crede d’acquisire valore, d’attirare l’interesse altrui, di chi è stato fan di autori pubblicati.
Un modo di fare quello dei paragoni con personaggi che sono stati famosi e hanno avuto successo, che cerca di far credere alla gente che il talento che avevano loro ce l’hanno altri: un cercare referenzialità, un cercare di rubare la luce che è stata di altri per abbagliare la gente e farle credere quello che si vuole.
Un modo di fare in questo caso sbagliato, perché il valore di un’opera lo deve dimostrare l’opera stessa, non sparate pubblicitarie che lasciano il tempo che trovano.
Un modo di fare quello di Fanucci poco professionale, come poco professionale è il non rispondere ai lettori per mail quando si richiedono informazioni e il non prendere in considerazione le osservazioni dei lettori quando fanno notare che i romanzi che pubblicano sono pieni di refusi (un esempio è La Grande Caccia di Robert Jordan pubblicata nei Tif Extra: ne conta diverse decine, di cui alcuni abbastanza gravi, come la mancanza di parole o verbi). Questa casa editrice ha il pregio di pubblicare autori validi, ma visto che fa pagare anche caro certi suoi libri (vedasi La Via dei Re o anche Presagi di Tempesta e Le Torri di Mezzanotte), il servizio che deve dare al suo pubblico deve essere di qualità.

Altro pessimo servizio e altra pessima pubblicità, è quello che sta facendo Mondadori con Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin: dopo anni in cui ha pubblicato edizioni con traduzioni sbagliate e deliberate licenze interpretative che hanno alterato il significato del testo, dove ha volutamente ignorato le proteste dei lettori, a seguito del successo della serie televisiva dedicato a questa saga e di internet che ha messo in luce gli errori commessi, la casa editrice ha deciso di pubblicare un’edizione corretta. Correzioni che verranno effettuate grazie alle segnalazioni dei lettori che Mondadori ha esortato a inviare dopo un incontro effettuato con loro il 4 marzo (per chi volesse una lettura approfondita sulla questione, c’è l’ampio ed esaustivo articolo di Martina). Dopo aver salassato i lettori facendo pagare più di cinquanta euro i romanzi di Martin (in originale un unico volume, qui in Italia divisi in tre parti al costo di più di diciassette euro) e mancato di rispetto con traduzioni sbagliate ed eliminazioni di frasi, ora vuole dimostrare di essere attenta alle richieste della gente facendo passare l’idea che la vuole coinvolgere nella miglioria del prodotto: un prodotto che doveva essere fatto bene fin da subito e che verrà migliorato sfruttando il lavoro gratuito di appassionati. Mondadori non spenderà un centesimo in tutto questo, ottenendo un risultato che sbandiererà ai quattro venti senza aver fatto alcuna fatica.
Un modo di farsi pubblicità che la casa editrice ritiene positivo, ma che invece è negativo perché dimostra la scarsa professionalità con cui lavora.