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Modi di fare pubblicità ai romanzi

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Negli ultimi anni è divenuta consuetudine sulle quarte di copertina dei libri riportare i commenti di quotidiani, riviste e altri autori sul romanzo che si ha tra le mani, una sorta di pubblicità e un modo per dimostrare quanto è valido il prodotto, come se questo potesse davvero essere dimostrazione della sua bontà; si ha la convinzione che la parola di un personaggio conosciuto e affermato sia una sicurezza per attirare lettori. Questo basarsi sempre sul giudizio degli altri, sulla convinzione che la parola di una persona famosa abbia maggior valore di quella di un altro e sia una garanzia, è tipica della nostra epoca: se si è una persona famosa e conosciuta significa che si è arrivati a quella posizione perché in tanti hanno seguito, sostenuto. I numeri sono potere, formano la maggioranza e la maggioranza ha sempre ragione.
Si sa che invece non è così, che la maggioranza non è sinonimo di verità, perché la maggioranza, la massa più grande, può essere manipolata, condizionata, influenzata. Come sempre succede, la gente non pensa con la propria testa, ma segue gli altri, reputando superiore, e pertanto degno di maggiore considerazione, chi è in certe posizioni di notorietà.
A causa di questa mentalità, ci si ritrova sui libri che si acquistano frasi che alle volte possono far strappare un sorriso, far alzare un moto di protesta o di disgusto.
Nel genere fantasy si è passato dal “Chi non ha letto Brooks, non ha letto fantasy” di Paolini (come se Brooks avesse bisogno delle sue parole, dato che scriveva quando Paolini non era ancora nato: un’affermazione semplicistica e oltretutto limitante, come se tutto il fantasy si riducesse a Brooks, dimenticando autori come Tolkien, Moorcock, Vance, Le Guin, Bradley, tanto per citarne alcuni. Ma quando questa frase comparve sui libri di Brooks, Paolini era sulla cresta dell’onda vendendo milioni dei sui libri), a tutta una serie di affermazioni dove vari autori si fanno i complimenti tra di loro (si vedano i vari Moorcock, Le Guin, Sanderson, Rothfuss, Hobb).
Tutto questo celebrare, tutta questa referenzialità non aggiunge nulla al valore di un libro: la sua bontà può essere valutata solo leggendo. Purtroppo la gente, come già detto, non basa il giudizio usando la propria testa, ma si affida agli altri, andando sull’impeto emotivo, dimenticando l’obiettività e l’oggettività, come se l’intelletto fosse qualcosa di dimenticato.
C’è da dire che se questo modo di fare è generalizzato, l’Italia deve dimostrare di essere sempre il peggio. Come piccolo esempio si prenda quanto riportato sull’ultimo libro pubblicato da Gargoyle di Joe Abercrombie, Il Richiamo delle Spade.
Si passa dalle solite frasi di circostanza, lette e sentite tante volte “Un fantasy moderno non potrebbe infervorare più di questo” (SFX), “Abercrombie ha scritto la più raffinata trilogia epic fantasy degli ultimi tempi. Uno scrittore che nessuno dovrebe perdersi” (Junot Diaza), “Se siete in astinenza dal Trono di Spade, dovete sapere che l’autore di quella saga, George R.R. Martin, ha un giovane erede. Si chiama Joe Abercrombie.” (Vanity Fear), alla semplicistica “Incantevole, contorto, malvagio” (The Guardian); nel mezzo si ha l’unico giudizio pertinente e in sintonia con il romanzo “Un mondo crudo e realistico e una consapevolezza decisamente contemporanea del sacrificio di vite alla violenza” (The Times). Purtroppo si conclude nel peggiore dei modi con il giudizio di due quotidiani italiani, che danno dimostrazione di come si vada per luoghi comuni, frasi fatte che fanno domandare se chi le ha scritte ha per caso letto il libro, oltre a conoscere il genere fantasy: “Una sorta di gioco di ruolo, un videogame di ferraglie, colpi di spade fino a che qualcuno non cadrà” (Il Messaggero), “Un fantasy “crudo e realistico”, con lacrime e sudore, sangue e merda in bella mostra. Gli Eroi sono come te. Antieroici” (Libero).
Questa è la dimostrazione che in Italia si scrive pensando che il valore delle cose sia dato dall’urlare di più e dal spararla più grossa degli altri. Ma informazione e oggettività sono tutta un’altra cosa.
Occorre ritornare indietro e ricominciare a lavorare con professionalità. Per quanto riguarda i libri, c’è da augurarsi che si torni come una volta, quando sulla quarta di copertina non c’erano queste frasi inutili: oltre a eliminare il fastidio di leggere queste cose, si risparmierebbe inchiostro. Sempre in tema di risparmio, andrebbero eliminate le fascette con citazioni a effetto che tanto vengono usate oggi: sono solo uno spreco di materiale, non servono assolutamente a nulla.

Sempre parlando di citazioni a effetto, si vedano quelle apparse sulla pagina facebook di Fanucci riguardo al romanzo Tony Tormenta di Rosanna Rubino: “Stanco dell’aldilà, Philip K.Dick si è reincarnato (era ora!) e ha scelto una napoletana tostissima dalla scrittura implacabile e dalla fantasia assassina, abissale, travolgente.”
A parte il fatto che questo modo di fare pubblicità è troppo celebrativo e pomposo, troppo urlato, divenendo in questo modo scadente, certe affermazioni sono fuori luogo: ognuno è se stesso, non si ha bisogno di doversi basare sempre sui paragoni con gli altri, facendo associazioni ridicole e senza senso. Ma in questo modo si crede d’acquisire valore, d’attirare l’interesse altrui, di chi è stato fan di autori pubblicati.
Un modo di fare quello dei paragoni con personaggi che sono stati famosi e hanno avuto successo, che cerca di far credere alla gente che il talento che avevano loro ce l’hanno altri: un cercare referenzialità, un cercare di rubare la luce che è stata di altri per abbagliare la gente e farle credere quello che si vuole.
Un modo di fare in questo caso sbagliato, perché il valore di un’opera lo deve dimostrare l’opera stessa, non sparate pubblicitarie che lasciano il tempo che trovano.
Un modo di fare quello di Fanucci poco professionale, come poco professionale è il non rispondere ai lettori per mail quando si richiedono informazioni e il non prendere in considerazione le osservazioni dei lettori quando fanno notare che i romanzi che pubblicano sono pieni di refusi (un esempio è La Grande Caccia di Robert Jordan pubblicata nei Tif Extra: ne conta diverse decine, di cui alcuni abbastanza gravi, come la mancanza di parole o verbi). Questa casa editrice ha il pregio di pubblicare autori validi, ma visto che fa pagare anche caro certi suoi libri (vedasi La Via dei Re o anche Presagi di Tempesta e Le Torri di Mezzanotte), il servizio che deve dare al suo pubblico deve essere di qualità.

Altro pessimo servizio e altra pessima pubblicità, è quello che sta facendo Mondadori con Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin: dopo anni in cui ha pubblicato edizioni con traduzioni sbagliate e deliberate licenze interpretative che hanno alterato il significato del testo, dove ha volutamente ignorato le proteste dei lettori, a seguito del successo della serie televisiva dedicato a questa saga e di internet che ha messo in luce gli errori commessi, la casa editrice ha deciso di pubblicare un’edizione corretta. Correzioni che verranno effettuate grazie alle segnalazioni dei lettori che Mondadori ha esortato a inviare dopo un incontro effettuato con loro il 4 marzo (per chi volesse una lettura approfondita sulla questione, c’è l’ampio ed esaustivo articolo di Martina). Dopo aver salassato i lettori facendo pagare più di cinquanta euro i romanzi di Martin (in originale un unico volume, qui in Italia divisi in tre parti al costo di più di diciassette euro) e mancato di rispetto con traduzioni sbagliate ed eliminazioni di frasi, ora vuole dimostrare di essere attenta alle richieste della gente facendo passare l’idea che la vuole coinvolgere nella miglioria del prodotto: un prodotto che doveva essere fatto bene fin da subito e che verrà migliorato sfruttando il lavoro gratuito di appassionati. Mondadori non spenderà un centesimo in tutto questo, ottenendo un risultato che sbandiererà ai quattro venti senza aver fatto alcuna fatica.
Un modo di farsi pubblicità che la casa editrice ritiene positivo, ma che invece è negativo perché dimostra la scarsa professionalità con cui lavora.