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Verità: dov'è? Che fine ha fatto?

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Dov’è la verità? Che cos’è la verità?
Sono domande che l’essere umano si pone da sempre. Ogni individuo, almeno una volta nella sua esistenza, se l’è chiesto. Con l’evoluzione della lingua scritta e parlata, e dei mezzi con la quale essa può essere trasmessa (libri, giornali, reti internet, televisione, radio), si è ritenuto che fosse più facile arrivare a essa, scoprirla, farla propria.
Purtroppo si è ben lontani da questa realtà. Perché la verità, così legata all’informazione, viene spesso traviata, omessa, distorta per favorire l’interesse di pochi. Naturalmente questi pochi sono quelli cha hanno potere, sono quelli che governano le popolazioni e hanno interesse a far credere quello che gli aggrada per mantenere il loro appoggio e continuare ad avere presa su di loro. Chi ha forza e potere vuole usare l’informazione per far passare la sua verità (che non è quella reale) per tirare acqua al suo mulino.
Si prenda un esempio da un purtroppo triste e grave fatto di cronaca. E’ dei giorni scorsi il precipitare in Egitto di un aereo russo da trasporto passeggeri, con il decesso delle 224 persone che vi erano state a bordo. Subito le autorità egiziane e russe hanno dato notizia che si è trattato di un incidente, le cui cause erano da imputare probabilmente a un guasto. L’Isis ha rivendicato l’accaduto come un suo attentato, avendo colpito deliberatamente l’aereo per portare avanti il suo intento di guerra. Ci sono state smentite delle autorità egiziane e russe, negando l’attentato terrorista, con l’Isis che continua a insistere di essere il responsabile della strage.
Chi sta dicendo la verità? A chi si deve credere? Ai governi russi ed egiziani? Ma chi dà conferme che questi non stiano cercando di far passare per incidente un attentato, tentando di far sì che l’Isis non abbia da guadagnarci con il gesto compiuto? Chi dice che l’Isis, senza aver fatto nulla, non cerchi di sfruttare il fatto per portare avanti la sua campagna di orrore e morte e dimostrare di essere una potenza che può colpire chiunque in qualunque momento e luogo?
Certo c’è la scatola nera che può dire che cosa è realmente successo, ma chi può dire che i governi rivelino quello che c’è davvero contenuto e non quello che fa più comodo a loro?
Questa sembra mania o ossessione da complotto, ma la storia ha insegnato quanto i governi (e così tutti i grandi gruppi come multinazionali, istituzioni di ogni genere) abbiano spesso seppellito, taciuto, voluto distruggere la verità. Basti pensare a quello che è accaduto a Ustica, al caso dell’amianto, solo per citarne alcuni, perché la lista si può dire davvero infinita.
Perché la verità è così tanto evitata?
Tempo salva Verità da Invidia e Falsità, di François Lemoyne (1737).Perché fa paura. Perché avendo la verità gli individui, le popolazioni, non sarebbero più controllabili e manipolabili e questo, per chi è al potere, è quanto di più spaventoso e inaccettabile ci possa essere. È per questo che chi conosce la verità viene perseguitato ed eliminato; subito vengono in mente gli eretici, uccisi in ogni modo possibile da religioni che, ironia della sorte, professavano verità, libertà, perdono. Persone uccise perché facevano paura, perché con le loro parole minavano il potere di chi ricopriva cariche di potere. Gesù è stato eliminato dagli ebrei proprio per questo: con il suo insegnamento allontanava un numero crescente di persone dalla religione ebraica e questo dava molto fastidio ai Sommi Sacerdoti, che sentivano minacciata la loro posizione davanti al popolo e la presa che essi avevano su di esso. Lo accusavano di bestemmiare contro quello in cui credevano (in realtà stava rendendo libere le persone dal giogo istitutivo); in altri tempi (successivi a quando è vissuto) sarebbe stato accusato di eresia, dove con eresia i più vanno a reputare che sia qualcosa che profana, infanga, rovina e distrugge verità consolidate. Ma il vero significato di eresia è un altro: eresia viene dal greco hairesis, libertà di scelta, libertà di pensare a modo proprio senza dar retta a quello che pensa la maggioranza (1). Una cosa molto pericolosa in qualsiasi tempo (passato, presente, futuro). La libertà di scelta fa molta paura. Fa paura alle istituzioni, ai grandi gruppi, perché fa perdere controllo e potere. Fa paura al singolo individuo perché teme di essere emarginato, perseguitato, ucciso (l’Italia ha una triste tradizione di eretici finiti sul rogo); è più facile, più sicuro, abituarsi a pensare come gli altri per non correre rischi.
Se ogni singolo non supera questa paura e non acquisisce la libertà di scelta e di pensiero, la verità non potrà mai avere spazio e sarà sempre schiacciata dalle cosiddette civiltà (quei grandi organismi etnico-politico-socio-religiosi che si dividono la superficie del pianeta), notoriamente aggressive e gelose (oltre che presuntuose di essere le migliori e totalmente giuste e potenti) (2) e che in ogni modo tentano di “civilizzare” al suo modo di pensare chi la pensa diversamente da loro.

1-Esegesi 2. La bellezza delle Eresia. Igor Sibaldi. Anima Edizioni ottobre 2010.
2-Libro della Creazione, pag.8. Igor Sibaldi. Frassinelli 2011.

Sconfitta dei lavoratori

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Il Job Acts è stato fatto passare come una manna del cielo, una rivoluzione epocale. Nel primo caso è falso, nel secondo è vero. Solo che è una rivoluzione in senso negativo, perché ha fatto perdere diritti, ma in termini di occupazione è cambiato poco o nulla. Infatti i tanto decantati numeri del governo non sono veritieri, mancano centinaia di migliaia di posti di lavoro, e i posti di lavoro nuovi non sono veri nuovi posti di lavoro, bensì contratti a tempo determinato già esistenti mutati nel nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato, quindi nessuna nuova assunzione. Ma c’è di peggio in tutto questo, perché tante ditte hanno fatto i furbetti, licenziando i propri dipendenti, riassumendoli poi a tempo determinato tramite società interinali, per poi assumerli a scadenza del contratto con il Job Acts, così da avere dipendenti con meno tutele, ma soprattutto usufruire degli sgravi di 8000 E a lavoratore dati dal governo (in questo modo non si guarisce l’occupazione, la si dopa e basta). Un incentivo che non aiuta a creare nuovi posti di lavoro, ma aiuta notevolmente gli imprenditori: di questo ne ha guadagnato ampiamente Marchionne, che con le nuove assunzioni a Melfi ha avuto un risparmio di svariati milioni di euro (11).
Proprio l’impianto Fiat di Melfi viene portato come esempio, modello d’industria da seguire, ma non si considera che sfrutta il bisogno di lavorare delle persone, costringendole a un lavoro estenuante, con turni continui senza stop, riducendo le pause, sempre in piedi, senza mai staccare perché non c’è neppure un secondo libero, il ciclo è sempre continuo. A Melfi, in ambito automobilistico, è dove si lavora di più, 20 turni, sette giorni su sette, un ciclo che non si ferma mai. I lavoratori sono spremuti, hanno un breve periodo di riposo dopo dieci giorni di lavoro a turni di fila; non riescono quasi più avere tempo di stare con i propri cari, spesso passando diverse ore in viaggio in aggiunta a quelle che si passano in fabbrica. Vivono per lavorare, nulla di più.
Si potrebbe fare diversamente (vedere quello che fa la Lamborghini, che ha tutto un altro approccio e non dimentica la dignità dell’individuo, sapendo che dallo stato del singolo dipendo il successo del gruppo), ma è stato fatto passare e si vuole fare passare che questo è indispensabile, che questo è un male necessario per un futuro migliore (una scusa usata nella storia infinite volte per giustificare il calpestare diritti e dignità, per avvantaggiare pochi). Presa DirettaIl mondo del lavoro è diventato una landa selvaggia, dove il Job Acts è solo una parvenza di tutele di diritti, mentre invece è un contratto dove di diritti quasi non se ne ha. Le cose non vanno meglio altrove, dove ci sono vere e proprie truffe, con le persone vengono assunte per lavorare nei call center e i porta a porta, istruiti con stage che sembrano lavaggi del cervello e mandati a vendere contratti, con modi che sono veri e propri raggiri, senza tutele, senza contratti: questo è quanto mostrato dalla puntata di Presa Diretta del 20 settembre (in questo articolo si approfondisce a quanto si è accennato).
Di fronte a questa realtà verrebbe da arrabbiarsi, da piangere, da angustiarsi, da pregare le persone di dire basta a questo sistema, di ribellarsi, di riprendere la loro dignità. Ma non servirebbe a nulla, perché la gente non vuole ascoltare, accetta e subisce passiva, perché questa è la realtà, questo è il mondo in cui vive e non si può fare nulla, si può solo accettare di subire e andare avanti alla peggio, perché non si può fare diversamente.
Una parola sorge dinanzi a tale quadro: sconfitta.
Sconfitta della dignità
Sconfitta della libertà.
Sconfitta dell’individuo.
Sconfitta. Sconfitta. Sconfitta.
Si è perso e ormai non si può più aiutare nessuno, come scrive Igor Sibaldi in Il Libro delle Epoche.
E tutto per arricchire pochi, dimenticando che quando un ricco diventa ricco le cose non vanno meglio, bensì peggiorano sempre e pure di brutto. Ma questa è la natura di un sistema che vuol far passare per eroi persone che non hanno assolutamente nulla degli eroi, ma solo una brama senza scrupoli di arricchirsi, dove ogni pretesto di guadagno è colto senza ripensamenti. Ancora una volta, la realtà supera la fantasia.

Dall’astuccio nero sotto la finestra si espandeva odore d’incenso, andando ad aleggiare in tutto l’ufficio dirigenziale. Sulla lucida superficie della spaziosa scrivania erano appoggiate cartelle colorate; il loro contenuto, prospetti, grafici e documenti di vario genere, era disposto a ventaglio davanti ai consiglieri seduti sulle poltrone di pelle.
«Quali sono le vostre conclusioni?» domandò il dirigente con l’ampia vetrata e le piante ornamentali alle spalle.
«Abbiamo esaminato i documenti un’altra volta» parlò l’uomo dalla giacca azzurro fumo che faceva a pugni con una cravatta color aragosta. «Il costo di quanto richiesto è superiore del trenta per cento rispetto ai nostri preventivi, con tempi di realizzazione che si aggirano sulle due settimane, rendendo inagibile per almeno una settimana metà dei reparti produttivi e per due giorni i server aziendali. Il fatturato avrà un calo del cinque per cento e questo soltanto perché in magazzino c’è a disposizione del materiale finito pronto per essere venduto.»
«Ancora magazzino alto» notò il dirigente. «Ordini dati che non sono stati rispettati. Sapete quanto costa tenere del materiale fermo?» Tamburellò le dita sulla scrivania. «Troppo!» Il palmo della mano si abbatté sulla superficie lucida. «Il materiale deve entrare solo quando c’è richiesta, essere lavorato all’istante e immediatamente spedito.»
«Signore, ci sono i tempi d’ordinazione e consegna: i fornitori cui ci rivolgiamo non lavorano solo per noi e tutti ormai, visto il periodo di crisi, fanno richiesta all’ultimo minuto, quando hanno ordini in vista» fece notare l’uomo calvo dal vestito cinerino. «Se il materiale non è presente al momento della richiesta e i tempi d’attesa per il ricevimento della merce si allungano troppo, ritardando la realizzazione del prodotto, il cliente può annullare l’ordine, con conseguente perdita di guadagno e immagine. Inoltre…»
«Tutte scuse» tagliò corto il dirigente. «Il guadagno si fa abbattendo i costi e tagliando le spese. A cosa servono i vostri master universitari, se non riuscite a eliminare gli sprechi? In questo modo non si fa economia, la si rovina solamente. Ma ora torniamo al nocciolo di questa riunione.»
«È un intervento ingente.» Prese parola l’uomo brizzolato in abito e cravatta neri. «Tuttavia necessario. La messa a norma degli impianti non può più essere rimandata, sia per il rispetto delle normative in vigore, sia per la sicurezza dei lavoratori: negli ultimi tre mesi la linea elettrica è già incorsa in due corti circuiti; fortunatamente non ci sono stati danni a cose o persone.»
«Per vent’anni gli impianti hanno svolto il loro compito egregiamente: non vedo per quale motivo occorra fare un intervento costoso che non porterà nessuna miglioria in fatto di produttività. Non c’è nulla che suggerisca che le cose, andate bene finora, debbano cambiare.» Il dirigente fissò uno a uno i consiglieri.
«Potrebbe non andare sempre così bene» ipotizzò a disagio l’uomo dalla cravatta color aragosta. «Qualcuno dei lavoratori potrebbe farsi male e allora ci sarebbero problemi con i sindacati, oltre a un ritorno d’immagine non certo positivo.»
«Tutti i giorni si sente parlare d’incidenti: ormai nessuno ci fa più caso» tagliò corto il dirigente.
L’uomo dal vestito cinerino si schiarì la voce. «Stiamo parlando di persone, non di merci» fece notare non riuscendo a nascondere una certa apprensione.
«Siamo una ditta, non dei buoni samaritani: che i lavoratori imparino a essere più attenti, se vogliono mantenere la salute. Il nostro scopo è il profitto, quello per cui lavoriamo e viviamo, quello che ci rende ciò che siamo. Piace anche a te avere uno yatch e spassartela con la tua famiglia nei mari caldi, vero?» lo provocò il dirigente. «Allora non perderti dietro simili discorsi. Investire in questo intervento significa meno soldi per noi e tutto solo per mantenere una buona impressione sull’opinione pubblica. I lavoratori non corrono alcun pericolo reale, quindi la richiesta sarà respinta e non si dovrà interrompere la produzione.»
«Sei sicuro di questa decisione papà?» fece notare il figlio seduto alla sua destra.
«Impara questa lezione: non ti piegare alle loro richieste, fallo solo quando è inevitabile e anche allora dai il meno possibile, o un giorno li ritroverai dietro la scrivania al tuo posto» lo ammonì padre.
«Al sindacato la cosa non piacerà» asserì l’uomo dalla giacca azzurra.
«Il sindacato non è un problema: ho raggiunto un accordo sul fatto che in questo tempo di crisi l’applicazione delle leggi sulla sicurezza non è di vitale importanza, a differenza di far lavorare le persone. Fintanto che sarà assicurato il posto lavorativo, il sindacato non muoverà lamentele.»
«C’è però sempre la questione di quei posti» notò l’uomo dal vestito cinerino, ricordando la prospettiva di aprire una procedura di mobilità.
«Seppur a malincuore, il sindacato appoggia la linea che abbiamo deciso di seguire: ha compreso che è meglio sacrificare qualche dipendente piuttosto che tutti perdano il posto.»
«Ai lavoratori non piacerà questa notizia» disse l’uomo in abito e cravatta neri.
«Naturalmente, ma noi dobbiamo pensare alle nostre priorità. Anche se può sembrare arrogante, va ricordato che siamo noi a far andare avanti la macchina dell’economia e da noi dipende tutta la società in cui viviamo. Siamo i protagonisti senza i quali l’opera non può essere messa in scena: tutti gli altri sono semplici comparse che possono essere tolte o sostituite in qualsiasi momento.»
I consiglieri si guardarono l’un l’altro, non del tutto convinti della linea d’azione intrapresa.
«Qual è il settore dove fare i tagli?» s’informò il figlio.
«Fosse per me, tutti: abbiamo esuberi in ogni reparto. Basterebbe meno personale, ma più efficiente e meglio utilizzato, per avere il rendimento che abbiamo adesso.» Il dirigente serrò pensieroso le labbra. «Dato però che una linea del genere non verrebbe accettata senza avere grane, l’intervento avverrà nel settore con il numero di dipendenti più elevato.»
«È proprio necessario?» interloquì l’uomo dal completo antracite, l’unico che fino a quel momento era rimasto in silenzio.
«No, non lo è» ammise il dirigente. «Ma effettuando dei tagli mostreremo che la ditta sta passando un periodo difficile e così otterremo delle sovvenzioni dallo stato. In questo modo avremo un’ulteriore entrata e le spese diminuiranno a seguito dell’eliminazione di una parte degli stipendi: la ditta andrà avanti benissimo senza qualche operaio senza problemi, ma avrà ottenuto un guadagnato. Questo, è fare affari» sentenziò. «Se non avete nulla da aggiungere, la riunione è terminata.»
«Questa scelta avrà ripercussioni: sarebbe meglio cercare un’altra via» continuò l’uomo dal completo antracite.
«Andremo avanti con questa politica» tagliò corto il dirigente. «La ditta è andata sempre bene grazie alle scelte fatte, anche se impopolari. E così continuerà a operare.»

Hunger Games e il mito di Teseo e del Minotauro

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Hunger gamesQuella che segue è una breve riflessione incentrata, più che sui film o sui romanzi di Hunger Games di Suzanne Collins, sull’idea che sta alla base di questa storia. Una storia che ricorda molto il mito di Teseo e del Minotauro.
Il mito narra che Atene era soggiogata a Creta e che per questo era costretta a sottostare al suo volere: quando Androgeo, figlio di Minosse, morì nei giochi tauromachici, Minosse decise, per vendicarsi della città di Atene, che questa dovesse inviare ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle da offrire in pasto al Minotauro. Nel mito classico il Minotauro (creatura dal corpo umanoide e bipede, ma con zoccoli, pelliccia bovina, coda e testa di toro) viene mostrato come selvaggio e feroce, perché la sua mente era completamente dominata dall’istinto animale, avendo la testa, e quindi il cervello, di una bestia, ma è interessante la rilettura che fa Igor Sibaldi in Quando hai perso le ali: di questo se ne parlerà alla fine dell’articolo.
Tèseo, eroe figlio del re ateniese Ègeo, per porre fine a questa brutalità si offrì di far parte dei giovani per sconfiggere il Minotauro. Grazie all’aiuto di Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, che si innamorò di lui per poi essere abbandonata dopo aver lasciato l’isola, riuscì nell’impresa. Impresa che viene interpretata come segno di una liberazione dal giogo dell’impero minoico su Atene, che in seguito sarebbe divenuta una nuova potenza marinara.
Osservando, si può vedere la stessa storia in Hunger Games: Capitol City impone il suo giogo ai distretti che si sono ribellati, costringendoli a pagare un tributo: ogni distretto deve inviare un ragazzo e una ragazza agli Hunger Games, un gioco mortale pieno di trappole e nemici dove solo uno può sopravvivere.
Rispetto al mito classico c’è la spettacolarizzazione dell’evento, dove tutto è seguito da telecamere e trasmesso in televisione, ma il concetto rimane lo stesso: i giovani che vengono fagocitati, cannibalizzati dal sistema più forte, il modo per spezzare la resistenza di un popolo e minarla in modo che non ci si ribelli più, perché lo si colpisce nella sua risorsa vitale, perché giovani e bambini sono il futuro di un popolo, il mezzo con il quale esso evolve e sopravvive; se si menoma questa parte, l’intero popolo diviene più sottomesso e controllabile, impedendo che si ribelli. Se la ribellione però viene dai giovani, come dimostrano Teseo e Katniss, allora tutti ritrovano coraggio e forza.
Ma il sacrificio dei giovani, la ribellione che viene da uno di loro, non sono i soli temi ricorrenti. Esempio di Labirinto di Barvaux Durbuy in BelgioC’è l’analogia arena/labirinto, archetipo di morte simbolica dove si rinasce, c’è un cambiamento interiore che porta a crescere, perché “Nel labirinto non ci si perde. Nel labirinto ci si trova. Nel labirinto non si incontra il Minotauro. Nel labirinto si incontra se stessi.” (H. Kern). Il labirinto è una struttura in apparenza caotica, ma in realtà creata appositamente in questo modo per mettere alla prova, per testare le capacità, il modo di affrontare le paure. Un modo anche per coprire gli orrori creati: nel mito, un mostro nato dalle scelte dei genitori; nell’opera di Suzanne Collins, la distopia di un sistema. Un luogo che è l’incarnazione dell’alienazione della coscienza: in un caso di quella di Minosse che non avrebbe potuto distruggere il Minotauro perché sarebbe equivalso a uccidere se stesso, nell’altro della parvenza di governo che in realtà è una dittatura. Un luogo dove regna violenza, dove può esserci collaborazione, alleanza, ma non può esserci amore, almeno non ricambiato: è così per Arianna che non è corrisposta da Teseo e viene solamente usata, è così per Peeta che non è corrisposto da Katniss (almeno all’inizio).
Il labirinto, gli Hunger Games, sono una maschera del nulla, del vuoto. Come il Minotauro, i pericoli dei giochi sono la maschera della brutalità del potere. Maschere che pochi sono in grado d’infrangere: solo chi ha volontà e valori più grandi di quelli cui i più seguono può farlo.
Come accennato in precedenza, il Minotauro ha una connotazione negativa, è il nemico da abbattere e superare per ottenere la ricompensa (la vita). Ma Igor Sibaldi lo pone sotto una luce diversa. Asterios (quello che viene dalle stelle) è il suo vero nome e tutti ne avevano timore perché era diverso, in lui scorrevano i geni del dio da cui discendeva, qualcosa di più gande degli uomini. Asterios è Figlio, ovvero colui che impara ad aver paura di sé perché il padre ne ha paura. E’ chi rifiuta e nasconde, come fosse una colpa inconfessabile, la propria individualità, perché il padre, i padri lo accettino e si salvino e rimangono. Poi diverrà più rapidamente come loro; imparerà a non saper reagire a ciò che di nuovo, di grande e di fragile ancora si manifesterà nei suoi figli. (1)
Il Minotauro non era il demonio divoratore di giovani che tutti credevano, ma piangeva sui resti dei bambini che erano uccisi dalle guardie: queste erano le urla che si udivano. Il labirinto era il monumento all’oblio e in ciò che si vuole dimenticare abitano e crescono gli incubi. Perciò l’infanzia che dimentichi ed escludi può diventare, nella mente dei molti, una minaccia. (2) Un monumento al tradimento del Bambino, dove si segue il rassegnarsi e a collaborare con chi opprime, mentendo agli altri, ma soprattutto a se stessi.
Thésée et le Minotaure, Étienne-Jules Ramey, 1826. Giardino delle Tuileries (Parigi)Asterios, come ogni bambino, era arrivato a credere che gli altri avessero ragione di odiarlo, d’esser davvero la causa degli orrori del labirinto, vivendo in un incubo continuo, fino a quando venne ucciso da Teseo, l’eroe. Come fa notare l’autore, tra i due ci sono analogie. Entrambi figli illegittimi concepiti attraverso l’inganno. Entrambi cresciuti lontano dal padre. Ma mentre Asterios è il Bambino sconfitto, che si rassegna, Teseo è quello che crescendo non cede. E mentre Asterios era odiato, Teseo era amato: è questa la grossa differenza tra i due, che cambia il loro essere; è la mancanza d’amore che può creare mostri, creature squilibrate che vivono male e fanno vivere male. Certo la volontà dell’individuo di non seguire un modello conta, ma conta anche l’ambiente circostante, soprattutto se non si hanno avuto mai davanti esempi che possono aver mostrato che può esserci qualcosa di diverso da quanto conosciuto e che la vita non è solo il mondo in cui si è vissuto.
Asterios e Teseo sono le due possibilità di scelta: il primo a rassegnarsi a obbedire, rispettare i muri creati dagli altri e rinnegare ciò che c’è di diverso. Il secondo elimina tutto ciò che è il primo, sciogliendo legami e costrizioni; certo è duro, faticoso e rischioso, ma è l’unica via per la libertà e il vero vivere, altrimenti è solo schiavitù.
Come scritto da Brandon Sanderson in Parole di Lucetutte le storie sono già state narrate. Le raccontiamo a noi stessi, come hanno fatto tutti gli uomini che siano mai vissuti. E tutti gli uomini che vivranno. Le uniche cose sono i nomi” (3) che cambiano. Adesso si hanno Katniss e Hunger Games, allora si avevano Teseo e Minotauro, in futuro si avrà qualcun altro, ma la storia rimarrà sempre la stessa, con il suo insegnamento da apprendere.

1. Quando hai perso le ali – Igor Sibaldi. Frassinelli 2008 pag.62
2. Quando hai perso le ali – Igor Sibaldi. Frassinelli 2008 pag.66
3. Parole di Luce – Brandon Sanderson. Fanucci Editore 2014 pag.809

Italia: sul lavoro, la disonestà, l'immobilismo

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Ci si ritrova in Italia per l’ennesima volta a una nuova (forse però sarebbe più corretto dire vecchia) discussione sulle riforme da fare sul mondo del lavoro. Come ormai succede da vent’anni a questa parte, la questione ruota attorno alla riduzione delle tutele dei lavoratori: può essere messo in tanti modi, ma il fulcro è sempre questo. Ora si parla di contratti a tempo indeterminato con tutele crescenti per i neoassunti, ma non si dice dei modi e tempi in cui queste tutele cresceranno ( il sospetto è che queste saranno le tutele crescenti): si ritiene che togliere tutele e diritti (in stile Marchionne, perché è questo che è avvenuto in Fiat dopo la sua venuta, si vedano le condizioni in cui devono lavorare i suoi dipendenti e come vengono considerati) sia l’unico modo per vincere la crisi, superare la recessione, perché la flessibilità è l’unica soluzione. Senza contare che è quello che vuole l’Europa (così i politici del nostro paese vogliono far credere).
Si vuole creare un sistema dove i lavoratori sono solo oggetti da usare, schiavi al servizio di chi ha i soldi, sempre pronti a esaudire ogni richiesta, sempre disponibili, accontentandosi di quel poco che viene dato come se fosse molto, dovendo anche essere grati di ciò. La tanto declamata flessibilità è in realtà distopia e instabilità ai massimi livelli. Sono cambiati i governi, in apparenza diversi ma in realtà sempre gli stessi. Renzi è un altro Berlusconi: se si osserva il presenzialismo sui media, le parole che usa e il voler proteggere chi ha grossi interessi (si veda la sua presa di posizione sul caso Eni), si noterà che poco è cambiato. Siamo sempre nelle stesse posizioni.
In Italia non si è ancora capito che il problema non sono i lavoratori, ma il sistema che si è creato. La mancanza di meritocrazia, di rispetto delle regole, di controlli è uno dei problemi. Ma il problema più grave in Italia è la disonestà: il paese è contagiato da questo tumore. Di esempi ce ne sono a centinaia: politici corrotti, tangenti, appalti e concorsi truccati, raccomandazioni, truffe. Il grande è sotto gli occhi di tutti, mentre il piccolo passa più inosservato, ma tanti sono i casi di finti ciechi che guidano un’auto, persone morte che ritirano ancora la pensione, gente che non ha mai lavorato ma che per manini vari percepisce una pensione.
E’ questo il fulcro di tutto: se non lo si risolve, nulla cambierà, nulla migliorerà.
Basta con la disonestà, il difendere l’indifendibile, il tenere la parte di chi appartiene allo stesso gruppo anche se falsa le cose, infanga tutto. Basta con il coprire chi è in posizioni di potere, anche piccole, perché per cariche tramandate non si vogliono intraprendere azioni correttive per mancanza di coraggio.
Tutto questo non avverrà, perché l’Italia e la maggior parte di chi lo abita è asservita a questa mentalità, creando una stasi, un’ingessatura che fa rimanere sempre nella stessa posizione. Fatto di cui Igor Sibaldi parla in In Libro delle Epoche (pag.140-141), spiegando anche il motivo di ciò.

L’unico principio etico condiviso da tutte le popolazioni della C.O. è, oggi, lo stesso che potrebbe avere un criminale angosciato: «Speriamo di tirare avanti ancora un po’, prima che me la facciano pagare». E al contempo, l’effetto degli impulsi distruttivi che quelle popolazioni nascondono a se stesse diventa sempre più evidente: proprio grazie allo sviluppo tecnologico voluto, diffuso e imposto ovunque dall’Occidente, l’umanità intera è costretta a sperare di tirare avanti ancora un po’, prima che gran parte del pianeta diventi inabitabile.
Nulla lascia sperare che tale situazione cambi in meglio, dentro la Bestia, nei prossimi due anni. Una distruttività ereditiera e tanto cronicizzata non si guarisce in tempo breve.
Quel che la Bestia potrebbe fare per limitare il disastro delle sue popolazioni (se tale sarà il suo intento) sarebbe considerarle nel loro complesso il più grande dei suoi “errori storici” e immobilizzarle, ingessarle per una quindicina d’anni di regimi dittatoriali.

A causa dell’inconsapevolezza delle persone, non è un caso se le prospettive per il futuro sono nere e lasciano poco spazio alla speranza.

Sul dopo Liberazione

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Tutte le volte che gli occidentali si indignano ascoltando notizie di crimini contro l’umanità, tutte le volte, cioè, che in quelle notizie si sforzano di vedere qualcosa che contrasta con quel che di lodevole essi credono di avere dentro di sé, stanno in realtà proteggendo la carica d’odio che hanno ereditato dalla generazione attiva tra il ’40 e il ’45, e che da allora hanno imparato a nascondere a se stessi.
Farebbero molto meglio a considerare quei crimini come qualcosa di normale per loro, figli e nipoti di coloro che avevano commesso o tollerato sessanta milioni di vittime in sei anni. Perlomeno non mentirebbero a se stessi. Non sarebbero impegnati in continue autocensure più o meno segrete. L’uomo occidentale, cresciuto tra i reduci, i traumatizzati, i colpevoli, i testimoni indifferenti o impotenti e gli amnestici della Seconda Guerra Mondiale, non può che essere un violento o, qualora si sforzi di negarlo, un ipocrita, sulle cui labbra parole come «amore», «fratellanza», «pace» suonano sempre false, moralistiche, banalmente didattiche.
Non vi è sforzo più costoso, per la psiche umana, del non voler accorgersi di qualcosa. Ed è ciò che, negli ultimi sessant’anni, ha impedito agli occidentali sia di riflettere seriamente sul proprio presente e sul proprio futuro, sia di creare valori nuovi, o di ascoltare i pochi che tentavano di crearne o di riscoprire i valori antichi. Da tale sforzo, gli occidentali appaiono oggi sfiniti.
L’unico principio etico condiviso da tutte le popolazioni della C.O. è, oggi, lo stesso che potrebbe avere un criminale angosciato: «Speriamo di tirare avanti ancora un po’, prima che me la facciano pagare». E al contempo, l’effetto degli impulsi distruttivi che quelle popolazioni nascondono a se stesse diventa sempre più evidente: proprio grazie allo sviluppo tecnologico voluto, diffuso e imposto ovunque dall’Occidente, l’umanità intera è costretta a sperare di tirare avanti ancora un po’, prima che gran parte del pianeta diventi inabitabile.

(Libro delle Epoche – Igor Sibaldi – pag.140,141)

Il tempo delle fiabe

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Andare alla ventura oltre un confine, protagonisti di una storia ancora sconosciuta, senza più paura di essere se stessi: è ciò che tutti hanno desiderato da bambini; da adulti ci sembra un desiderio troppo grande, e perciò pericoloso. Tipico degli adulti è infatti pensarlo in forme, al contempo, ridotte e riprovevoli, così che vi si esprima il timore che ne hanno: non «Che bello sarebbe andare via», come dice un bambino, bensì: «Mi andrebbe di ubriacarmi, di tradire, di drogarmi, così da dimenticare ciò che ho intorno, almeno per un po’, e poi sia quel che sia»…
Sia allora, sia oggi vediamo prevalere, in forme diverse, la convinzione che la mente dell’individuo non possa legittimamente estendersi oltre un certo limite, riconosciuto come tale dalla maggioranza – e non possa perciò percepire nulla al di là di esso. A stabilire tale limite, è sempre la fase che una civiltà sta attraversando: è inevitabile che così sia, poiché una civiltà, per continuare a esistere, ha bisogno che le sue popolazioni adoperino soltanto alcune facoltà della mente, e non altre. Se intuissero di più, pensassero di più, e se provassero sentimenti più profondi, la civiltà nella quale vivono apparirebbe loro arretrata e oppressiva, e si disgregherebbe per lasciar posto a una civiltà più evoluta.
Il vero scopo del limite che una determinata civiltà pone a una mente di chi ci vive sia superarlo, scoprendo direzioni ulteriori. Ma…la sua civiltà non lo tollererebbe. Verrebbe emarginato, osteggiato dai moltissimi che a quella civiltà si sono adeguati, e in particolar modo da chi in quella civiltà esercita un qualche potere o gode di una qualche autorevolezza. Costoro, infatti, sono pronti a battersi per ribadire quel limite della mente, e difendere con esso la civiltà che lo impone – perché tengono ai vantaggi di cui godono all’interno di quella civiltà. E con costoro non va cercato alcun dialogo. Non vanno ascoltati, perché se li ascolta è soltanto per venir ascoltati da loro: e chi vuol essere ascoltato da loro, deve per forza rimanere al di qua di quel limite, se vuole che le sue frasi siano comprensibili a chi appartiene alla sua civiltà. È un giro vizioso, dinanzi al quale non si ha altra scelta sensata se non quella di andarsene via.

Il libro dell’abbondanza, pag.74-75. Igor Sibaldi.

Questa è la realtà attuale dell’Italia: un paese retrogrado, becero, dove tutto è truffa, raggiri, speculazioni e sfruttamento. Dove non si investe, non c’è sviluppo perché si dice che i soldi mancano; la verità è che i soldi ci sono, solo che se li intascano corrotti e truffatori per accumulare sempre più soldi e potere, per avere sempre maggiori benefici.
Ma il problema non sono solo questi individui: il problema sono le persone che si sono adattate e hanno accettato questa realtà, ritenendo che visto che questo è il sistema imperante, allora bisogna adeguarsi, fare come fanno gli altri perché la verità e la ragione sta dalla parte della maggioranza, di chi è al potere. Niente di più falso e sbagliato, ma il problema è che milioni di italiani perpetrano questo modo di fare e vivere facendo allargare la palude che è il nostro paese. Non contenti di questo, osteggiano, emarginano e cercano di far tacere chi mette in guardia, cerca di dare una scossa, spinge per andare oltre questa stagnazione.
La verità è che perché le cose cambino, queste generazioni che attualmente imperano tanto facciano la stessa fine di quegli ebrei lasciati nel deserto da Dio per quarant’anni: solo allora potrà esserci la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.

La violenza dell'uomo

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Molti animali vengono definiti feroci perché cacciano altri animali per sopravvivere, ma non si considera che devono seguire la loro natura perché non hanno altra scelta, perché devono mangiare per sopravvivere.
A tal proposito viene in mente un brano di Shakespeare tratta da Riccardo III:

– Non c’è belva tanto feroce che non abbia qualche senso di pietà!
– Ma io non ne ho alcuno, sicché non sono una belva.

Questa è la definizione che viene data dell’uomo. Questo è ciò che è stato e che è. Ciò che ha deciso di essere, il frutto della sua libertà di scelta.
Con le sue capacità, l’uomo può essere tante cose, ma spesso la storia ha mostrato che la strada intrapresa era indirizzata verso la distruzione, la violenza, l’ignoranza. Guerre, stupri, omicidi, schiavitù.
Nessuna società, civiltà o religione è stata ed è esente dalla violenza. E questo perché la violenza è qualcosa che è dentro l’uomo, che è stata fatta nascere ed è stata coltivata al suo interno.
La morte di Ipazia - C.W.MitchellAnalizzando la cultura in cui siamo cresciuti, anche la religione cristiama, la cui fede, il cui principio fondamentale è l’amore, la comprensione, è cresciuta ed è stata permeata di violenza e sopraffazione.
Di esempi ce ne sono tanti, ma quello più immediato che mi viene in mente per via di aver visto di recente il film Agorà, è quello della matematica, astrologa e filosofa Ipazia.
A parte l’odio e il disprezzo verso la donna, la sopraffazione e il desiderio di affermazione, di essere migliori e superiori, sono l’anima di questa pellicola. E’ così che intere culture, tesori inestimabili di sapere e conoscenza, sono andati distrutti per ignoranza, per la superbia e l’ottusità di considerarsi nel giusto, di essere gli unici depositari della verità.
Del messaggio evangelico originario è rimasto ben poco: le parole sono state usate per strumentalizzare, per ottenere potere, per creare una grande istituzione capace d’influenzare i destini delle nazioni e controllarle. Belle parole per coprire uno spirito sopraffattore, impositivo, violento, distruttore, che non rispetta il diverso. C’è da dire che anche altre religioni hanno fatto la stessa cosa: un gruppo che sopraffà un altro.
Non che le cose vadano meglio a secoli di distanza: è lo stesso copione. Guerre e conflitti che fioriscono in ogni parte del mondo, dove il debole viene calpestato e il forte esaltato, dove ciò che è delicato viene infranto. L’uomo è l’unica creatura capace di distruggere la bellezza.
Senza andare lontano basta guardare dove viviamo, un paese che legge poco e non apprezza il patrimonio culturale, anzi, lo lascia andare in rovina e lo distrugge, non capendo che ricchezza sta dilapidando. Ma un popolo grezzo e ottuso, ignorante, che si fa guidare da classi politiche altrettanto grezze, ottuse e ignoranti, che cosa può capire del vero valore delle cose, di cosa è importante da cosa è superfluo?
I culti dell’Ego e dell’Apparenza, del Narcisismo hanno portato a un abbruttimento spaventoso, fatto solo di violenza. Si parla tanto di pace, amore, giustizia, ma si sta solo cercando di coprire o non accorgersi degli impulsi distruttivi che sono dietro la maschera che si porta ogni giorno.

Nei riguardi dei loro impulsi distruttivi, fanno invece l’esatto contrario: li temono a tal punto da parlarne il meno possibile, e preferiscono intrattenersi su quel che di giusto, di lodevole credono di avere, o di voler avere nel proprio cuore. In tal modo gli impulsi distruttivi non fanno che crescere.
In ciò consiste, oggi, uno dei principali pericoli per le popolazioni della C.O.*
Tutte le volte che gli occidentali si indignano ascoltando notizie di crimini contro l’umanità, tutte le volte, cioè, che in quelle notizie si sforzano di vedere qualcosa che contrasta con quel che di lodevole essi credono di avere dentro di sé, stanno in realtà proteggendo la carica d’odio che hanno ereditato dalla generazione attiva tra il ’40 e il ’45, e che da allora hanno imparato a nascondere a se stessi.
Farebbero molto meglio a considerare quei crimini come qualcosa di normale per loro, figli e nipoti di coloro che avevano commesso o tollerato sessanta milioni di vittime in sei anni. Perlomeno non mentirebbero a se stessi. Non sarebbero impegnati in continue autocensure più o meno segrete. L’uomo occidentale, cresciuto tra i reduci, i traumatizzati, i colpevoli, i testimoni indifferenti o impotenti e gli amnestici della Seconda Guerra Mondiale, non può che essere un violento o, qualora si sforzi di negarlo, un ipocrita, sulle cui labbra parole come «amore», «fratellanza», «pace» suonano sempre false, moralistiche, banalmente didattiche.
Non vi è sforzo più costoso, per la psiche umana, del non voler accorgersi di qualcosa. Ed è ciò che, negli ultimi sessant’anni, ha impedito agli occidentali sia di riflettere seriamente sul proprio presente e sul proprio futuro, sia di creare valori nuovi, o di ascoltare i pochi che tentavano di crearne o di riscoprire i valori antichi. Da tale sforzo, gli occidentali appaiono oggi sfiniti.
L’unico principio etico condiviso da tutte le popolazioni della C.O. è, oggi, lo stesso che potrebbe avere un criminale angosciato: «Speriamo di tirare avanti ancora un po’, prima che me la facciano pagare». E al contempo, l’effetto degli impulsi distruttivi che quelle popolazioni nascondono a se stesse diventa sempre più evidente: proprio grazie allo sviluppo tecnologico voluto, diffuso e imposto ovunque dall’Occidente, l’umanità intera è costretta a sperare di tirare avanti ancora un po’, prima che gran parte del pianeta diventi inabitabile.
(Libro delle Epoche – Igor Sibaldi – pag.140,141)

Per un sistema così non c’è speranza. L’unica speranza per un individuo è non averne parte, restarne fuori, per non divenire come esso.

*Civiltà Occidentale

Mad Max – Viaggio attraverso gli Archetipi e la Mitologia

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Questo è l’articolo pubblicato su Fantasy Magazine lunedì sulla trilogia di Mad Max che vede come interprete del protagonista Mel Gibson.
Un pezzo che era nato inizialmente con un altro intento, dato che volevo utilizzarlo per mostrare come questa trilogia cinematografica fosse stata in parte ispirazione per un romanzo che ho scritto e che sto pubblicando sulle pagine del sito. Ma si sa che alle volte gli articoli, come i libri, prendono una piega differente da quella iniziale ed ecco che ci si trova con un pezzo come quello che si può leggere sulla rivista FM.
Un pezzo che parla dell’archetipo del Viaggio, del Guerriero e degli altri che in ogni vita umana, in momenti precisi, sono presenti, che mostra come agiscono e come riconoscerli.
Non solo: mostra anche la caduta di un mondo, di una società, del degrado dell’animo umano, come ben viene riassunto dalla voce narrante all’inizio del secondo film della serie, Interceptor – Il guerriero della strada.

La mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto alcuni ricordi di un caos immane: i sogni infranti delle terre perdute. E l’ossessione di un uomo sempre in lotta: Max.
Era figlio dei tempi in cui l’uomo viveva sotto il dominio dell’oro nero. E i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio.
Ora tutto è distrutto, scomparso, come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio l’uomo tornò alle sue origini primitive e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza il mondo scoppiò. E tutte le sue città crollarono una dopo l’altra.
L’uomo si nutrì di carni umane per sopravvivere.
Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle, anche dell’ultimo respiro; niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina.
I deboli scomparivano senza nemmeno lasciare il segno di una croce su delle misere pietre.
Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendevano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro svuotati di ogni sentimento umano, condannati a inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute.
E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino.

E’ in tempi come questi che il Guerriero deve sorgere e combattere per ciò che è importante; una lezione adatta alla società attuale, che ha dimenticato cosa significa lottare per qualcosa che vale molto di più del denaro e del prestigio di una posizione sociale.

Spiriti Guida

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In diverse culture antiche gli spiriti erano visti come guide, fonte di rivelazione di conoscenze nascoste e verità sconosciute.
Così facevano popoli come i greci, che interpellavano gli spiriti dei defunti, come viene mostrato nell’Odissea quando Ulisse invoca le ombre dei morti, allo scopo di interrogare lo spettro dell’antico indovino Tiresia sul suo futuro; è qui che il re di Itaca, oltre agli spiriti di Agamennone e Achille, incontra quello della madre,morta di crepacuore durante la sua lunga assenza, che lo avvisa di quanto sta accadendo nella propria casa e di come i Proci stiano insidiando il suo trono.
Allo stesso modo facevano i nativi americani con gli spiriti della natura, considerati fonte di saggezza e consigli per qualsiasi situazione.
Se si cerca attentamente, si scopre che qualsiasi popolazione ha creduto e crede in queste cose, anche se vengono chiamate in maniera differente a seconda della religione cui un popolo segue (non fanno così anche i credenti cristiani quando attraverso la preghiera chiedono consiglio e aiuto ai santi, esseri ormai non più umani, ma appartenenti a un mondo superiore, a un piano d’esistenza diverso da quello materiale?).
Con l’intrecciarsi delle culture, con la nascita della psicologia e la riscoperta di tecniche d’iniziazione appartenenti al passato, la religione ha perso parte della sua prerogativa di guida alla spiritualità; in un periodo dove le incertezze aumentano e le istituzioni dimostrano di non essere in grado di dare risposte, essere un centro di gravità e di conforto per le persone, gli individui hanno cominciato a camminare da soli, senza più appoggiarsi ai propri simili, ricercando aiuto lontano da questo mondo (e con mondo non si intende il pianeta su cui si vive, ma la mentalità, il modo di vivere conosciuto, le sue conoscenze e la sua sapienza), rivolgendosi all’Al di Là. E con questo non s’intende il mondo dei morti come si diceva in tempi antichi, il regno oltre la cessazione dell’esistenza, ma piuttosto un altro piano di consapevolezza dove si scoprono essenze capaci di consigliare e far giungere a una comprensione di se stessi, dell’uomo e della vita che prima s’ignoravano.
E’ quanto mostra Igor Ribaldi attraverso I Maestri Invisibili, primo libro di una serie dove riporta quanto appreso dagli incontri con le coscienze incorporee quali sono gli Spiriti Guida di cui parla nei suoi scritti. Incontri che non sono sua esclusiva o solo per pochi, ma che possono essere per tutti coloro che vogliono crescere, imparare, scoprire, dove non c’è bisogno di un intermediario per poter venire a contatto con queste essenze, ma occorre solamente conoscere il cammino, o se si preferisce la tecnica, per poter arrivare a loro, come viene spiegato in Il Mondo Invisibile.
Questo è solo uno dei modi in cui si possono incontrare tali Spiriti Guida; alle volte succede involontariamente, a esempio quando si usa l’Immaginazione (da non confondere con l’Invenzione). Succede agli scrittori (parlo di scrittori veri, che scrivono quello che sentono, quello che nasce dentro di loro, che viene dalle profondità dell’animo, non di scrivani commerciali che sfruttano un genere che va di moda per racimolare soldi e magari alimentare il proprio ego) che attraverso l’immaginazione riportano alla luce verità, frammenti di consapevolezza, d’evoluzione e far accorgerne anche gli altri; le storie che raccontano non sono solo intrattenimento, perché il raccontare una storia esprime ciò che si è e ai lettori piace tanto leggerla o ascoltarla perché fa tornare alla memoria echi di conoscenze svanite, come può accadere con le reincarnazioni e ci si ricorda di altre vite oltre quella che si sta vivendo, apprendendo lezioni e facendo proprie certe esperienze.