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Cronache della Folgoluce: rilettura

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Terminata la lettura di Il Ritmo della Guerra ho preso a rileggere le Cronache della FolgoluceIl Ritmo della Guerra, quarto volume di Le Cronache della Folgoluce; ciò non è dovuto al voler rinfrescare la memoria (anche se è servito a ricordare passaggi per rendere più chiaro il quadro fin qui realizzato: in dieci anni si possono dimenticare elementi di una saga così grande), ma a una necessità. Naturalmente è sempre un piacere leggere le opere di Brandon Sanderson (soprattutto le Cronache della Folgoluce), ritornare nel mondo che ha creato con i suoi poteri, i suoi spren e tutti quei personaggi che hanno saputo appassionare i lettori con le loro vicende, tuttavia, in questo caso, è qualcosa di secondario (anche se non significa che non è importante) perché la spinta a ritornare nel mondo della Folgoluce è stata quella di trovare, almeno in un mondo inventato, la spinta a migliorarsi, a puntare a qualcosa di più elevato, a perseguire ideali che elevano l’essere umano. Il voler ricercare valori perduti, riscoprirli e metterli in atto è qualcosa che nella società attuale mancano da un pezzo.
Certo, anche nelle Cronache della Folgoluce esiste questa realtà, anche qui esistono persone meschine che pensano ai propri interessi, politici che tramano intrighi e tradimenti, che cospirano gli uni contro gli altri, ma vedere che c’è chi tenta di staccarsi da tutto questo ed elevarsi sopra di esso, spingendo con l’esempio a far sì che anche altri facciano lo stesso, fa bene al cuore e alla mente.
Nella realtà non c’è bisogno di codici, giuramenti per essere migliori, ma una maggiore ricerca di valori, lasciando perdere opportunismi e meschini sotterfugi; non occorre essere Cavalieri Radiosi, avere grandi poteri per essere migliori: occorre fare delle scelte consapevoli che fanno vedere al di là del guadagno immediato, che permettono di costruire un mondo migliore nel futuro. Purtroppo, la realtà appare così squallida perché in tanti questo non fanno (a partire da politici, governanti e i più ricchi), ottenebrati dal materialismo, dal possesso, dall’interesse economico e dal benessere che da esso consegue che portano a divisioni e all’insuccesso globale.
Per questo, le Cronache della Folgoluce appare come qualcosa di cui c’è bisogno per sconfiggere i Nichiliferi, rappresentazione dell’incarnazione della forze di Odio, il nemico che sta dietro a tutto quanto. Forse non è un caso che Sanderson abbia scelto tale nome per l’avversario che si oppone ai protagonisti; il mondo è pieno di tale sentimento che si manifesta sempre più crescente nell’intolleranza, nel disprezzo, nel rigetto che si ha con ciò che è diverso e che trova qualsiasi pretesto per scatenare la violenza che tiene dentro di sé.
E anche se si tratta di un’opera di fantasia, rincuora leggere che non sempre odio vince, che c’è ancora chi si batte per la verità, per la giustizia e per quella dignità che tanto spesso s’ignora e che anzi si calpesta.

In fondo alla palude

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In fondo alla paludeIn parte giallo, in parte storia familiare, In fondo alla palude di Joe Lansdale è una storia avvincente ambientata ai tempi della Depressione in un piccolo paese del Texas Orientale; un tempo più semplice, ma anche più duro, dove le discriminazioni razziali sono all’ordine del giorno e il Ku Klux Klan non si fa scrupoli a punire i neri se reputa che facciano qualcosa di sbagliato. In tale contesto vive Harry, come ricorda ormai anziano e costretto in una clinica, assieme ai genitori e alla sorella minore Tom in una casa in campagna, vicino alla palude; conduce una vita come tanti altri della sua età, senza tanti fronzoli, ma che cambia il giorno in cui deve portare il suo cane Toby nel bosco per abbatterlo e seppellirlo dopo che un ramo, cadendo da un albero, gli ha rotto la schiena. Ed è lì che trovano una donna di colore morta: la sua non è stata una morte naturale, ma è stata seviziata, torturata e lasciata appesa con del filo spinato. Lui e la sorella, che l’ha accompagnato, pensano che sia stato l’Uomo-Capra, una figura oscura e leggendaria, e, senza fare quello per cui erano venuti lì, tornano indietro col cane e riferiscono il tutto al padre, che oltre a lavorare la terra, fa il barbiere e il capo della polizia.
Questo è solo uno dei tanti omicidi che si verificano e si sono verificati nella zona: altre donne vengono trovate morte, tutte di colore. Il padre di Harry cerca di fare chiarezza, trovandosi di fronte a quello che anni dopo verrà etichettato come un serial killer, dato che ammazza le donne alla stessa maniera. Ma le donne non sono le uniche vittime: il vecchio Mose, un nero vicino della famiglia di Harry, viene ritenuto il colpevole di quelle morti e linciato da una folla guidata da membri del Ku Klux Klax.
Per un po’ non ci sono più morti e tutto fa presumere che fosse proprio Mose l’assassino, ma il ritrovamento della signora Canerton, che dava spesso libri da leggere a Harry, uccisa nella stessa maniera delle altre donne, dimostra che il serial killer è ancora in circolazione. Dopo aver fatto i conti con chi ha guidato il linciaggio di Mose, il padre di Harry si rimette a indagare per trovare l’assassino. Proprio Harry però scopre chi è, a sorpresa, l’assassino quando viene rapita la sua sorellina; anche il mistero dell’Uomo-Capra viene svelato e non c’è niente di leggendario nella sua identità.
In fondo alla palude è un ottimo romanzo che mostra la crescita di un ragazzo che si scontra con una realtà dura e una società a tratti crudele e spietata, dovendo fare i conti con verità spiacevoli; crudo ma anche struggente, che rivela quanto possono forti i ricordi e la malinconia del tempo passato e della gioventù che non può più tornare.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? il romanzo da cui è stato tratto il famoso film Blade RunnerCosa dire di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Che alle volte il film è meglio del libro. Occorre fare subito una precisazione: il romanzo di Philip K. Dick non è brutto, anzi, ma non ha la stessa forza di Blade Runner di Ridley Scott, merito di un’ottima regia e dell’interpretazione data da attori come Harrison Ford e Rutger Hauer.
La trama è praticamente la stessa: un gruppo di androidi evasi si nasconde in una città sulla terra e un cacciatore di taglie si mette a dargli la caccia. Essendo l’ultimo modello realizzato, è molto difficile distinguerli dagli esseri umani, se non attraverso appositi test che non sempre però riescono nel loro scopo. I punti di contatto iniziano e finiscono qui.
Nel libro è Rick Deckard a essere colpito dal modo di essere degli androidi e a farsi domande su di essi, mentre nel film il dramma dei replicanti è mostrato da Roy Batty (interpretato magnificamente da Rutger Hauer) sia quando incontra il proprio “padre” sia nello scontro finale con il cacciatore di taglie, dove dimostra di provare empatia verso il nemico (cosa ritenuta non possibile per un androide): solo questi punti rendono il film superiore al libro.
Deckard nel romanzo è un uomo sposato con problemi con la moglie, impegnato a guadagnare per potersi comprare un animale vero, dato che sulla terra ormai è una rarità; grande importanza è dato nel libro a questo punto, dove l’animale non solo è uno status simbol, ma un modo per essere più umani, che li differenzia dagli androidi, perché questi ultimi non hanno l’empatia per potersi curare di loro. La gran differenza che c’è tra libro e film è che nel primo gli androidi sono freddi e privi di sentimenti, mentre nel secondo si avverte con forza la loro carica emotiva e la voglia di vivere: emblema di ciò, come già detto, è Roy Batty, ma anche Rachel, figura romantica e dannata, perché condannata a vivere una breve vita (nel romanzo di Dick è invece un personaggio negativo, che per capriccio uccide la capra di Deckard dopo aver avuto un rapporto sessuale con lui).
Altra differenza tra le due versioni è il mercerianesimo, presente solo nell’opera di Dick, una pratica religiosa che si attua collegandosi a un dispositivo elettronico che fa vivere esperienze “mistiche”: è un elemento importante per la società per dimostrare di avere moralità ed empatia, con Mercer (una sorta di Gesù) che si trova sempre a scalare una faticosa salita e che chi si collega alla macchina vive assieme a lui (per chi volesse approfondire l’argomento, c’è questo articolo). Personalmente, questa parte non aggiunge molto alla storia, ma la religione a un certo punto della vita per Dick è divenuto un elemento importante da usare e affrontare nei suoi lavori, sebbene possa aiutare a capire il senso d’isolamento che provano i personaggi in un mondo in rovina.
Un elemento che pare di secondaria importanza, ma che si è rilevato di grande impatto nella scenografia del film, è stata la pioggia perenne (mentre nel libro la terra è un pianeta desolato dove buona parte della popolazione è migrata in colonie spaziali): essa ha dato una connotazione ancora più cupa, noir e disperata alla storia.
A Ma gli androidi sognano pecore elettriche? va dato il merito di aver ispirato la pellicola di Ridley Scott, ma è molto lontano dall’impatto e dallo spessore che il regista e l’interpretazione degli attori hanno saputo dare. Un libro da leggere se si vuol capire l’origine di uno dei migliori film di fantascienza della storia del cinema, ma non si rimanga delusi se Ma gli androidi sognano pecore elettriche? non è al livello della versione cinematografica.

Gatsu - Lotta eterna (L'ultimo combattimento di Berserk)

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La storia di Gatsu al momento è un’opera incompiuta a causa, purtroppo, della scomparsa del suo creatore, Kentaro Miura; alcune affermazioni del suo assistente possono far sperare che l’opera venga continuata fino a giungere al suo compimento, ma non ci sono conferme di tutto ciò. Essendo Miura una persona riservata, non è dato sapere se abbia lasciato appunti su come proseguire la storia di Berserk; anche se così fosse, chiunque proseguisse il suo lavoro non potrebbe realizzarlo come Miura (un po’ come successo con Sanderson e Jordan con la Ruota del Tempo). Miura era Miura e nessuno potrà fare come lui; questo non va inteso che era inarrivabile, ma che come essere umano, come tutte le persone esistenti, era unico e non esiste alcuno capace di avere le stesse idee nello sviluppare un lavoro. Nessuno potrà realizzare il finale che Miura avrebbe disegnato per Berserk e pertanto non conosceremo che conclusione aveva in mente di dare alla sua grande opera.
Tuttavia, in molti vorrebbero conoscere come si concludono le vicende di Gatsu e Grifis. Ben conscio che quanto ho scritto non potrà mai essere quello che Miura voleva fare con Berserk, ho provato a immaginare un finale per questo grande manga; la mia non vuole essere presunzione, ma un rendere omaggio, con un piccolo tributo, a un autore che ha saputo dare tanto ai suoi lettori.

Berserk . Lo scontro tra Gatsu e Grifis che segnerà l'abbandono del primo della Squadra dei Falchi

L’Ammazzadraghi affondò nell’avversario, tagliandolo a mezzo. I due tronconi del corpo volarono nell’aria, spargendo sangue ovunque.
«Guerriero Nero» fu tutto quello che l’Apostolo riuscì a ringhiare prima che lo spadone lo decapitasse.
Con l’armatura lucida di sangue, Gatsu osservò la testa rotolare lungo il pendio, i denti del mostro che sembravano fare di tutto per centrare ogni pietra lungo la sua rovinosa discesa. Davanti a lui, la coltre di neve rendeva il paesaggio immacolato, qualcosa di candido e puro come appariva l’uomo che stava sulla collina lontana. Era solo un’illusione, proprio come la neve; per qualche tempo poteva celare la realtà, ma non poteva cancellare quello che si nascondeva sotto la sua superficie, non poteva farlo sparire: prima o poi si sarebbe sciolta e avrebbe scoperto tutti i cadaveri che marcivano sul terreno.
Gatsu trasse un lungo respiro prima di piantare l’Ammazzadraghi per terra. Sembrava che fosse stato in quelle lande una vita fa. E in un certo qual modo era proprio così: del giovane uomo che era partito alla ricerca della propria strada non rimaneva più nulla. Quello che era adesso non era nemmeno l’ombra di quello che era allora. Oppure, quello che era allora era soltanto una maschera di ciò che doveva diventare. Forse era vero quello che gli aveva detto quel vecchio. “L’uomo s’illude di essere il fautore della propria vita, ma esistono elementi superiori che guidano e controllano il destino di ognuno di noi.”
Un sordo cozzo lo riscosse dai pensieri. La testa dell’ultimo Apostolo si era fermata alla base di un albero, la bocca aperta in un ghigno sdentato.
Gatsu strinse con forza l’impugnatura della spada. No, non avrebbe mai accettato una cosa del genere: farlo sarebbe significato arrendersi. Farlo avrebbe voluto dire essere allo stesso livello della progenie infernale che aveva fatto piovere morte sulla terra.
Se le centinaia di cadaveri dilaniati degli Apostoli e dei guerrieri diabolici alle sue spalle avessero potuto parlare, avrebbero potuto obiettare a quel pensiero. Se in quella valle ci fosse stato un solo uomo vivo, avrebbe potuto sussurrare sgomento il nome che a Gatsu era stato dato un tempo: l’Ecatombe. Anche se fosse stato così, il Guerriero Nero non ci avrebbe badato, avendo occhio solo per la figura davanti a lui, continuando ad avanzare risoluto, pronto a travolgere qualsiasi ostacolo si fosse parato sul suo cammino.
Gatsu riprese a muoversi, non prima però di aver sputato un pezzo di chela di un Apostolo che aveva finito a morsi. Il mondo davanti a lui ondeggiò: la stanchezza stava reclamando il tributo per tutte le ore che aveva combattuto. O erano giorni?
Non lo ricordava più: per lui il tempo aveva perso significato. Molto probabilmente era una vita che quel combattimento andava avanti, con nemici che non facevano che comparire uno dopo l’altro, apparentemente senza fine.
Invece la fine era giunta: li aveva uccisi tutti. Restava solo uno di loro da prendere, quello più importante. Ma era così esausto, così…
Ricacciò indietro la stanchezza con le fiamme della sua furia, alimentandole con la memoria di chi era caduto.
Pak, morto assieme al suo popolo e alle streghe che avevano combattuto con loro per difendere l’isola dall’invasione dell’esercito dei guerrieri diabolici. Il suo piccolo corpo era stato schiacciato su una pietra come fosse stato un insetto. Non lo avesse visto accadere, non avrebbe riconosciuto quella poltiglia sanguinolenta come l’elfo che tanto gli era stato al fianco cercando di farlo sorridere e di ricordargli che aveva una coscienza.
Isidoro, il ragazzino che lo aveva preso a modello e aveva tentato di emularlo, dilaniato dalle fiamme esplose dal corpo di Gurnbeld quando la bomba che gli aveva infilato in gola era deflagrata.
Farnese, consumata dalla stessa magia che aveva evocato per rallentare l’armata di guerrieri diabolici e permettere loro di raggiungere una miglior posizione difensiva.
Shilat e i Tarpasa morti eliminando Laqshas.
Rickert, trafitto dai dardi di Arwein mentre cercava di azionare l’ultima ballista di sua invenzione.
Serpico, impalato da Rocks, tenuto sollevato dal suolo come un trofeo, che, con l’ultimo alito di vita, era riuscito a trapassare la testa dell’avversario con la sua spada di spiriti del vento.
Il Cavalier del Ponte, incornato e sventrato da Zod prima che riuscisse a decapitare l’Apostolo con l’Ammazzadraghi.
Isma, arsa viva tra le fiamme dell’isola degli elfi.
Shilke, che aveva sacrificato la propria vita per aprire un varco verso la Mano di Dio e permettere che la sconfiggessero una volta per tutte.
Il Cavaliere del Teschio, che finalmente aveva trovato la pace eliminando i Quattro della Mano di Dio, risucchiandoli, e facendosi risucchiare, in una dimensione dove neppure la morte poteva esistere.
E poi, c’era Caska. Nonostante ricordasse l’Eclissi, quello che aveva fatto Grifis e l’inferno che avevano passato dopo di essa, quando lo aveva rivisto nelle sembianze del Falco, come era stato ai vecchi tempi, aveva creduto che le cose potessero essere sistemate. Proprio come al tempo in cui lui e Grifis avevano duellato all’alba, su una collina nei pressi della capitale. E proprio come allora le sue illusioni erano state infrante. Caska, che aveva tanto voluto…
Il mondo attorno a Gatsu divenne un pozzo d’oscurità che cercava di chiuderglisi copra; solo la figura bianca dinanzi al suo occhio gli impediva di farlo.
Nel momento in cui raggiunse la sommità della collina, l’altro si voltò verso di lui. «Ma tu stai ancora strisciando nel mondo dei vivi» disse serenamente. Le stesse parole dopo che era divenuto Phemt, Il Falco delle Tenebre. «Mi fa piacere.» Abbozzò un lieve sorriso.
Un ringhio salì dalla gola di Gatsu. “Come osi guardarmi in quel modo, come se niente fosse cambiato tra noi?”
«Hai intenzione di tenere sempre quel muso lungo?» Grifis inclinò un poco il capo di lato, facendo cadere una ciocca di capelli oltre le spalle.
Gatsu mosse un passo in avanti, stringendo l’Ammazzadraghi con forza.
Grifis sollevò leggermente un sopracciglio. «Usi la spada prima di qualsiasi altra cosa. Sei sempre lo stesso.»
«Grifis.» L’armatura del Berserk fremette sotto il ringhio di Gatsu.
«E come al solito lasci una scia di sangue sul tuo cammino.» Grifis diede uno sguardo alle impronte macchiate di rosso che il Guerriero Nero aveva alle spalle. «Sei capace di vivere solo per la lotta. Ti basta brandire una spada per sentirti vivo.» Si voltò verso le guglie splendenti di Falconia. «Un uomo che combatte senza una meta è come un cane che corre dietro i carri.»
«Io combatto per uno scopo preciso.»
Grifis sorrise alla dura affermazione dell’altro. «Tu vuoi uccidermi per quello che ho fatto. Anche questa può essere una meta. Ma è una meta limitata. Non hai mai saputo pensare in grande. Non hai mai pensato a costruire nulla.» Sospirò. «Più è grande ciò che si vuole creare, più si richiedono sacrifici. Ricordo tutte le vite che ho preso, ma non ne sono pentito, perché sono servite per creare un nuovo mondo, un nuovo ordine, come mai c’è stato prima. Non riesci a vedere la bellezza di tutto ciò?»
«Puoi ammantare il mondo che hai creato con tutto il bianco esistente, puoi far credere a tutti di essere il Falco di Luce» ringhiò sprezzante Gatsu «ma io conosco l’oscurità che si cela dentro di te, di come sei disposto a tutto per il tuo sogno.»
«E tu mi hai aiutato a raggiungerlo: sei stato la mia mano insanguinata, prima combattendo al mio fianco sui campi di battaglia, poi come assassino. Scommetto che ti tormenta ancora la morte del figlio del nobile Julius, vero?» Grifis voltò leggermente il capo in direzione di Gatsu. «Senza contare che, se sono quello che sono ora, è colpa e merito tuo. Se tu non fossi egoisticamente partito per trovare la tua strada, nulla di quello che è accaduto dopo si sarebbe verificato. Io non sarei stato imprigionato, la Squadra dei Falchi non sarebbe stata perseguitata come una banda di banditi; non ci sarebbe stata nessuna Eclissi e tutti i nostri compagni sarebbero ancora vivi. Io avrei avuto il mio regno in tutti i modi, anche se non sarebbe stato altrettanto bello e luminoso. Invece… è accaduto quello che è accaduto perché tu hai tradito la mia amicizia.»
Gatsu sputò un grumo di sangue sulla neve. «Tu non puoi parlare di amicizia: tu non hai mai avuto amici, non hai mai ritenuto nessuno all’altezza di esserlo. Perché per te un amico è una persona che insegue il suo sogno ed è disposto a tutto per raggiungerlo e difenderlo, anche se questo significasse opporsi a te.»
Grifis si voltò del tutto, sbarrando leggermente gli occhi. «Tu hai sentito il mio discorso a Lady Charlotte.» Per un attimo rimase senza parole. Poi sorrise. «Adesso capisco perché quel giorno te ne sei voluto andare. Ora capisco perché ho perso quel duello. Tu volevi davvero essere mio amico…»
Gatsu menò un fendente nell’aria, facendo volare via la neve dal terreno. «Non osare dire quella parola.»
Il corpo di Grifis fu scosso da una bassa risata. «E tu vorresti uccidermi, ora che sei riuscito a raggiungere il tuo sogno? Ora che ti riconosco come mio pari?»
«Non m’importa quello che pensi di me. Sono qui per farla finita con te.» Gatsu gli puntò contro l’Ammazzadraghi. «Avevo rinunciato alla vendetta, ero disposto a smettere di combattere, ma tu…» la voce tremò di rabbia «tu sei venuto a cercarmi di nuovo, incapace ci concepire che qualcuno non fosse sotto il tuo controllo.»
«L’incontrarti di nuovo è stata una coincidenza: sono andato sull’isola perché mi serviva che fosse distrutta.» Ma negli occhi di Grifis, solitamente calmi e inespressivi, brillò all’improvviso una luce dura, famelica. «Tuttavia, come ti ho già detto una volta, tu sei mio. Se l’avessi capito da subito, non avresti vissuto nel dolore, nel rimpianto di cosa stai perdendo continuando ad andare avanti per inseguire la tua strada.»
Gatsu portò lo spadone sopra le spalle, pronto ad attaccare. «Questo non ha più importanza. Quello che conta ora è che è venuto il tempo di pagare per le tue scelte. Come tu mi hai privato di quello che per me era importante, io ora ti priverò del tuo sogno.»
Grifis scosse il capo. «Non puoi distruggere da solo un regno così grande.»
«No, ma posso portare via tu da esso.»
Il volto di Grifis d’incupì. «E come pensi di fare? M i hai sconfitto quando ero un uomo, ma nulla hai potuto dopo la mia rinascita. Non puoi nulla contro il Falco di Luce. E poi, davvero saresti in grado di uccidere colui grazie al quale il figlio tuo e di Caska ha potuto vivere?»
A quelle parole Gatsu tentennò, ma fu solo un istante. «Tu non hai avuto merito in tutto questo.» L’Ammazzadraghi cominciò a essere avvolta da tenebre sempre più dense che si allargavano fagocitando ogni cosa.
«Ma che…» la sicurezza di Grifis vacillò.
«Questa spada si è permeata del sangue degli Apostoli che ho ucciso, assorbendo sempre più l’essenza della dimensione da cui venite. Come mi ha detto Shilke, ne è talmente satura che posso squarciare il velo tra i mondi e attraversarlo.» Gatsu snudò le labbra del suo muso da lupo. «E tu, Grifis, verrai con me. Dì addio al regno che tanto hai sognato di avere.»
Grifis ebbe appena il tempo di estrarre la spada e parare il colpo che l’avrebbe tagliato a metà. Ma nulla poté sulle tenebre che si chiusero su di lui.

“La terra, seppur dilaniata e ferita, lentamente riprese a guarire. Le guerre imperversano, i re e i regni passano, ma alla fine è sempre lei a vincere. Gli uomini superstiti uscirono dai loro rifugi e ripresero a vivere, increduli di essere sopravvissuti a tanta distruzione. Per un po’ la paura fu loro compagna, ma presto li abbandonò, perché non c’era più nessun mostro al mondo. Troll, guerrieri diabolici, incubus, cockatrici, kelpie: tutti erano spariti. Anche gli elfi e altre creature spirituali se n’erano andati, Così pure la magia. Non rimaneva più nulla del mondo passato. Solo nelle notti più buie c’è chi dice di sentire le urla del falco e del lupo che si scontrano nella loro lotta eterna.”
La donna richiuse il libro mentre la bambina le adagiava la testa sulle gambe.
«Sai, mamma» disse la piccola «mi sarebbe piaciuto vedere gli elfi.»
La donna sorrise, carezzandogli i capelli. «Lo so.»
La bambina osservò una farfalla volare di fiore in fiore. «Pensi che il falco tornerà?» chiese preoccupata.
«No, c’è il lupo a tenerlo a bada e a impedire che torni nel mondo.»
«Ma se il falco fosse più forte di lui?» domandò la bambina con ansia.
La donna sorrise con fare rassicurante. «Non c’è nessuno più forte del lupo.»
La piccola si tranquillizzò, restando ferma a bearsi delle carezze della madre e dei colori del prato fiorito. In lontananza le nubi cominciarono a tingersi dell’arancione del tramonto.
«Lady Caska.» La donna si voltò verso l’uomo che si stava avvicinando. «La cena è pronta.»
La bambina si rizzò subito in piedi. «Che cosa c’è di buono?»
«Arrosto di vitello con contorno di patate, piccola Lady» rispose cordialmente l’uomo. «Seguito da crostata con marmellata di more.»
«La mia preferita!» La bambina batté le mani estasiata. «Andiamo, mamma!»
Caska sorrise, alzandosi. «Arrivo subito. Poldur, puoi accompagnare la piccola Farnese mentre mi attardo un attimo?»
«Certamente , Lady Caska.»
Farnese prese la mano di Poldur. «Oggi sarai il mio cavaliere.»
L’uomo le rivolse un cordiale inchino. «Come desidera, piccola Lady.»
Caska li osservò dirigersi verso la città, sentendo la figlia raccontare a Poldur di quanto era forte il lupo e di quanto gli sarebbe piaciuto incontrarlo.
«Anche a lui piacerebbe» mormorò mentre il sorriso svaniva e un’espressione malinconica prendeva il suo posto.
Così tanto era andato perso. Eppure quello che avevano ottenuto era qualcosa d’inestimabile: per la prima volta da migliaia di anni, il destino degli uomini era solamente nelle loro mani. Niente più spiriti a influire nelle loro vite, niente più Mano di Dio a usarli come strumenti, né magie ed esseri diabolici a intimidirli: ora il mondo sarebbe stato forgiato solo dalla volontà e dalla forza degli uomini, nel bene e nel male.
Si portò una mano al seno, dove un tempo c’era stato il Marchio, sparito otto anni prima quando il figlio suo e di Gatsu le aveva salvato la vita sull’isola degli Elfi. Non avevano fatto in tempo a dargli un nome. Non avevano nemmeno capito chi era se non quando aveva rivelato la sua vera natura ergendosi a fermare Grifis e a impedire che la eliminasse.
“Judo: penso che gli sarebbe piaciuto come nome.” Parte figlio suo e di Gatsu, parte figlio di un’Eclissi e di una rinascita dovuta a un Bejelit. Ma il bambino era molto di più: era l’incarnazione dello spirito della prima squadra dei Falchi, di tutti i sogni e le memorie dei loro compagni caduti. Quei compagni che si erano riversati nella breccia creata dal sacrificio del bambino dal mondo in cui la morte li aveva portati: in quell’inferno di mostri di ogni sorta, era stato bellissimo e straziante vedere il bambino dissolversi in un lampo di luce e al suo posto riversarsi al galoppo sul campo di battaglia tutti i vecchi compagni. Judo, Pipin, Kolcas, Gaston…erano solo ombre degli uomini che erano stati, ma avevano combattuto come tali, fermando le schiere di Grifis, decimandole, permettendo loro di sopravvivere e combattere.
Incontrarli di nuovo, vedere come avevano sorriso a lei e a Gatsu prima di dissolversi come nebbia per tornare nel luogo cui ora appartenevano, era stato come tornare indietro nel tempo, rivivere i loro anni d’oro, quando erano nel pieno della vita. La loro comparsa li aveva salvati in più di una maniera, soprattutto Gatsu: rivedere quella che era stata quella famiglia che non aveva mai avuto, aveva impedito che la furia del Berserk lo consumasse completamente. Dopo di allora, quella spaventosa energia si era assoggettata al suo volere, senza più aver possibilità di controllarlo.
Ma forse, forse non era stato tutto merito loro: Gatsu era cambiato da quando lo aveva conosciuto. Ai tempi della Squadra aveva combattuto solo per la battaglia, dopo l’Eclissi solo per la vendetta. Ma dopo che era andato a cercarla, aveva lottato per difendere ciò cui teneva, per difendere chi amava. Per far sì che la nuova vita che stava per venire al mondo non subisse la sorte del fratello e potesse crescere normalmente
Posò una mano sul ventre, voltandosi verso Farnese e Poldur ormai prossimi alle mura della città. Forse Gatsu era sempre stato così, solo che nessuno lo sapeva. Forse neppure lui.
Volse lo sguardo al cielo, immaginandolo impegnato in una battaglia senza fine perché nessun altro dovesse più affrontare gli incubi che per troppo tempo erano sciamati sulla terra.
«Grazie» sussurrò al vento mentre si avviava a raggiungere la figlia in cui, giorno dopo giorno, vedeva sbocciare sempre più il carattere risoluto del padre.

Le due spade

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Le due spadeLe due spade conclude la serie di tre romanzi di Le lame del cacciatore dedicata al famoso Drizzt Do’Urden. Scritto nel 2004, non è certo la fine delle avventure del drow, dato che R.A. Salvatore ha realizzato altri romanzi su questo personaggio (ormai si è arrivati al trentesimo volume).
Con la sola compagnia dell’elfa Innovindil, Drizzt osserva lo smisurato esercito degli orchi di re Obould porre l’assedio a Mithral Hall. Convinto che tutti i suoi amici siano morti, al drow non rimane altro che trovare un modo per eliminare il pericoloso nemico e cominciare una nuova vita scoprendo cosa significa essere un elfo.
Nel mentre, Bruenor, Regis, Wulfgar e Catti-brie stanno escogitando la strategia per resistere all’attacco degli orchi unito alle forze dei giganti, sperando nell’arrivo delle forze alleate che li aiutino a rompere l’assedio.
La presa di re Obould si fa sempre più forte sui suoi orchi e proprio questo fa temere la gigantessa Gerti per la sicurezza del proprio popolo, al punto che vede l’alleato più come un pericolo che come una risorsa da cui trarre guadagno; questo la farà tramare alla sue spalle, trovando un inaspettato accordo con Drizzt per eliminare il feroce orco.
Anche sul fronte dei nani le cose non vanno tutte lisce e ci sono attriti con gli umani e Lady Alustriel su come muoversi contro la minaccia orchesca.
Dopo tanti sacrifici, il fato diventa benevolo nei confronti degli assedianti che ricevono aiuto dai nani di Felbarr e Drizzt riesce a sconfiggere Obould in combattimento; senza più una guida, l’esercito orchesco non è più unito come prima, permettendo ai nani di riprendere parte delle terre perdute. Benché sia stata una vittoria importante, non è una stata definitiva: Obould non è morto ed è pronto a tornare alla guida dei suoi orchi.
Con suo grande stupore, Drizzt scopre che i suoi amici sono ancora vivi ed è diviso tra il dover rimanere con loro e il partire con Innovindil per mantenere la promessa fatta. Convinto da Cattie-brie, che partirà con Wulfgar per ritrovare la figlia adottiva di quest’ultimo, seguirà l’elfa. Regis e Bruenor invece si appresteranno a metterasi in viaggio alla ricerca della leggendaria città nanica di Gauntlgrym.
Tipico romanzo di spada e magia, Le due spade è una piacevole lettura che svolge il suo compito d’intrattenere il lettore che ha voglia di trascorrere qualche ora nelle terre selvagge dei Forgotten Realms.

Morti per denaro

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strage Mottarone: quattorci morti per denaro (foto Ansa)Il denaro è tutto nella nostra società e tutto viene messo dopo di esso, è risaputo, eppure in tanti oggi si scandalizzano per i fatti di Mottarone dove quattordici persone sono morte per la scelta di bypassare i sistemi di sicurezza per ovviare ai problemi della funivia. In tanti dicono che non è possibile morire per denaro, ma invece di fare tanti proclami e usare frasi di circostanza, dovrebbero invece accettare che siamo nell’Era dell’Economia e che è la normalità mettere il profitto prima di tutto, anche della vita umana. Occorre prendere atto che l’essere umano ormai è solo un mezzo per fare soldi, l’unica cosa che conta: uomini, donne, ormai non sono che oggetti da usare finché sono utili e basta. Tutto il resto (dignità, rispetto, sogni) non vale assolutamente nulla: è importante solo il Dio-Denaro. Anzi, il Demone-Denaro, perché Mammon non è mai stato un dio, ma soltanto un demonio.
Non ci si deve scandalizzare di questo, visto che le varie classi dirigenti di un paese con le pezze al culo come il nostro non hanno fatto altro che parlare di lavoro, di come farlo andare avanti non importa a quale costo, e mai hanno parlato dei lavoratori, della qualità delle condizioni in cui dovrebbero operare. Troppo spesso si è sorvolato sulla questione sicurezza e i fatti hanno dimostrato quanto tragica è stata tale scelta: è così nel presente con il caso Mottarone, è stato così nel passato recente con il ponte Morandi, preferendo risparmiare i soldi della manutenzione. Una scelta fatta consapevolmente, il che rende il quadro più chiaro della realtà in cui si vive e che è stata creata: si deve prendere atto di tutto ciò e smettere d’indignarsi, di fingersi sbigottiti. Occorre smettere di essere ipocriti e accettare che questa ormai è la nostra quotidianità e che si è responsabili di quanto sta accadendo, perché troppo spesso si è lasciato andare, troppo spesso ce ne si è fregati. Ogni giorno ci sono morti sul lavoro perché si sono voluti fare tagli sulla manutenzione, si è voluto sorvolare sulla sicurezza perché fa perdere tempo e così si perde guadagno: una piaga che va avanti da decenni, ma che dal 2000 in poi non ha fatto che peggiorare anno dopo anno. Mottarone, ponte Morandi, sono solo due tanti casi di morti per aver ignorato di mettere la sicurezza delle persone prima di tutto. E la cosa, se non ci si metterà un freno, non farà che peggiorare.
Ne ho parlato sia in L’inizio della Caduta, dove ho denunciato questo modo di fare.

Si muore per il lavoro. Un fatto inconcepibile per un paese la cui forza è fondata su questo principio. Una realtà a cui si è giunti perché i diritti conquistati sono stati perduti e calpestati. Anni di sacrifici buttati al vento: grazie a questa scelleratezza è peggiorata la condizione lavorativa, come dimostra l’aumento delle morti bianche.
In meno di un quadrimestre esse hanno superato le mille unità, un dato drammatico di cui governo e industriali avrebbero dovuto farsi carico e creare un provvedimento che tuteli maggiormente i lavoratori. Invece, nemmeno dopo le tragedie si è voluto prendere atto del problema e affrontarlo. Le tutele strappate alla classe dirigente grazie agli scioperi, alla luce dei fatti di quest’ultimo periodo, sono state vittorie di Pirro. Per ogni incidente sul lavoro si sono sprecate lacrime, ma, a ben vedere, le istituzioni hanno guardato altrove. Peggio: hanno cancellato il reato d’omicidio colposo a seguito d’infortunio sul lavoro.
Il comportamento della classe dirigente è sconcertante, impegnata solo a difendersi e allontanare ogni responsabilità per le tragedie avvenute, puntualizzando che in nessun caso c’è stata violazione degli standard di sicurezza; non sa fare altro che emettere comunicati scritti con mano burocratica, dove non esistono autocritica su quanto accaduto e parole d’umanità nei confronti dei morti e delle loro famiglie.
Di chi è la colpa di tutto ciò?
Del mercato privo di soggettività e del guadagno esasperato che non si cura della condizione dei lavoratori perché manutenzione e sicurezza costano, facendo abbassare i profitti. Ci sono persone che la mattina si alzano e vanno a rischiare la vita per salari bassissimi, lavorando “in nero”, senza condizioni di sicurezza; muoiono per uno stipendio che non fa arrivare alla fine del mese, costretti ad accettare turni e straordinari massacranti, a sopportare i rischi di un lavoro pericoloso perché è difficile trovarne un altro.
Giornali, televisione e social riportano ogni giorno notizie tragiche di lavoratori feriti gravemente o deceduti sul posto di lavoro, ma ce ne sono altri che non vengono neanche nominati, che muoiono silenziosamente. Tutto ciò reclama giustizia, ed è compito nostro, muovendoci secondo le regole democratiche, dar voce a chi non può più parlare.

Sia in L’ultimo Potere, dove ho mostrato dove aveva portato la scelta di asservire tutto il lavoro al profitto.

…il mondo in cui si era dovuto muovere fin dai primi passi era follia, degradazione, violenza. Le strade erano un campo di battaglia, i palazzi fortezze o prigioni. Erano sempre in movimento, sempre all’erta perché non esisteva un luogo sicuro. Una vita difficile, ma erano liberi, esseri umani capaci ancora di scegliere, non come quelle persone che aveva visto rinchiuse nell’immenso fabbricato che Vecchio gli aveva mostrato: vicine a macchine enormi e rumorose, passavano ore e ore a ripetere gli stessi identici movimenti, giorno dopo giorno. Vecchio gli aveva spiegato che erano operai che lavoravano per una fabbrica che produceva armi.
Era rimasto a fissare a lungo quelle tristi figure, mogie e sconsolate. Quello non poteva essere un lavoro, nessuna persona libera poteva vivere in quelle condizioni: non potevano muoversi per più di pochi passi incatenati com’erano alle macchine e c’erano sempre individui che sorvegliavano accanitamente lo svolgimento dei compiti; alle volte sentiva urla e vedeva quei personaggi sempre nervosi scagliarsi con rabbia contro i lavoratori. Una volta al giorno veniva portato un vassoio con un pezzo di pane e un piatto con della brodaglia: avevano pochi minuti per mangiare prima di riprendere a lavorare; solo a tarda notte potevano dormire per qualche ora, coricandosi su cartoni distesi sul pavimento vicino alle macchine, a poca distanza dai vasi dove scaricavano i loro bisogni fisiologici. Soprattutto c’erano i volti di quelle persone a mostrargli la verità della loro natura: il loro sguardo era spento e rassegnato, sempre a capo chino e spalle piegate. Non li vedeva mai sorridere, erano sempre tristi. Erano soltanto degli schiavi.

«Maledetti loro e la loro ossessione d’essere efficienti e produttivi, il dover fare a tutti i costi qualcosa d’utile per aumentare il benessere della società. Guarda!» allargò le braccia come se volesse abbracciare i cumuli d’oggetti che si alzavano fino al soffitto del magazzino. «Non hanno fatto che continuare a produrre, non si sono mai accontentati. Volevano di più, accumulando ingordamente: non gli bastava mai quello che avevano, dovevano aumentare la ricchezza in un’ascesa che non doveva mai avere fine. Sciocchi!» sbottò seccato. «La montagna che si sono creati gli si è rovesciata addosso e li ha travolti; preoccupati di avere sempre più cose, non hanno saputo apprezzare quello che avevano ottenuto, finché non l’hanno perso. Guarda tutto quel darsi da fare che cosa gli ha portato: sono altri a godersi i frutti delle loro fatiche. Ma in un mondo in rovina, dove tutto è stato perso, che cosa vuoi che importi la ricchezza? Possediamo di tutto, ma che cosa può fregarcene? Abbiamo perso noi stessi. Siamo soltanto cenere, sparsa nel grigiore dei quattro venti. Noi siamo i figli dei figli dell’era dell’economia e malediciamo i nostri genitori per averci dato un mondo del genere. Loro e la falsa ideologia in cui credevano.»
«Che ideologia?» chiese Guerriero.
L’uomo lo guardò con sorriso sardonico. «Conosci solo questa rovina di mondo: per te è la realtà, ma ce ne sono state altre. La madre di quella in cui vivi era ricca, ma anche frivola e crudele: non guardava in faccia a nessuno e per imbellettarsi e vestirsi sempre più sontuosamente non si curava di camminare sulle carni di chi si era spezzato la schiena per arricchirla. Era bella, ma senz’anima. Identificava il suo essere con ciò che aiutava a vivere: il potere, la notorietà, la ricchezza. Vi era attaccata così fermamente che era arrivata a credere che senza queste cose la vita non potesse esserci. La sua mente rifiutava di comprendere che erano solamente degli accessori, che l’esistenza poteva andare avanti senza di essi; la sua paura era che scomparsi questi elementi, se ne sarebbe andata anche lei. Così ne fece la sua ossessione e pensò che per sconfiggere la sua paura avrebbe dovuto avere una ricchezza che non aveva fine. Era talmente forte che si trasformò in un credo cui aderirono milioni di fedeli: popolazioni intere fecero propria la sua ideologia, creando una società spietata, dove le persone scalzavano, schiacciavano e sacrificavano il fratello per salire sempre più in alto nelle grazie della signora. Fu una competizione mortifera: gli individui si scannavano tra loro per avere sempre di più. E alla fine persero tutto.»

«Tu vieni da là sopra: hai mai visto dei caseggiati grandi come campi, squadrati, molto lunghi e con poche finestre? Di solito ci sono delle spianate ricoperte di simili edifici.»
Di nuovo Guerriero assentì.
«Quelle si chiamano industrie. La gente vi stava rinchiusa per ore a lavorare, facendo sempre le stesse identiche cose tutti i giorni della settimana.»
Un brivido di repulsione scosse Guerriero.
L’altro se ne accorse. «Dalla tua reazione noto che ce ne sono ancora e che le hai viste» grugnì soddisfatto. «Mi domandi perché non abbiamo intenzione di fare nulla? La risposta l’hai avuta sotto gli occhi. Una vita da reclusi, da schiavi e per che cosa? Per arricchire una sola persona che si gode i proventi del lavoro, dando agli altri una minuscola parte dei profitti dopo che hanno svolto una giornata di fatiche. Non ne vale la pena» scosse il capo. «Se c’impegnassimo di nuovo a creare qualcosa e ad averla tra le mani, si arriverebbe al punto che anche gli altri comincerebbero a desiderarla, a volerla per sé. Arriverebbero a sentirne il bisogno, a pensare che potrebbe essergli utile in un qualche modo. A questo punto ci sono due strade per riuscire a ottenere l’oggetto del desiderio. Si cercherebbe di rubarlo, magari arrivando a uccidere, innescando una reazione che porterebbe a violenza e sopraffazione. Oppure, cercando di seguire una via più civile, si cercherebbe di produrla in gran quantità. E per coprire grandi volumi, occorrerebbe effettuare una produzione in serie, coinvolgendo un gran numero di persone nel processo di lavorazione. Ma prima di arrivare alla produzione bisognerebbe ricercare il materiale di costruzione, costruire i macchinari per lavorarlo, trovare l’energia per far funzionare questi ultimi» le labbra si piegarono su un lato, in un sorriso sghembo. «Inevitabilmente tutto ricomincerebbe da capo. E sarebbe di nuovo schiavitù. A questa e alla violenza è preferibile quella che si chiama apatia; non ci va di sprecare la vita per accontentare altri, per un semplice capriccio. Non ci va di tornare in un inferno che abbiamo avuto la fortuna di lasciarci alle spalle.»

Chi vuol negare la realtà può asserire che le cose non vanno così male, che sono solo eccezioni, che sono soltanto fantasticherie, ma spesso la realtà supera la fantasia.

Kentaro Miura ci ha lasciati

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Kentaro Miura non disegnerà più le storie di GatsuKentaro Miura è andato a raggiungere la Squadra dei Falchi e Gatsu si trova orfano di un altro compagno. Anzi, del compagno che gli è stato vicino fin dalla nascita, che l’ha visto sopravvivere alla morte fin da quando ancora non respirava, che l’ha visto muovere i primi passi e impugnare una spada quando era ancora bambino, attraversare un campo di battaglia dopo l’altro, sopravvivendo a combattimenti sempre più ardui e disperati. Un compagno che ci ha raccontato le imprese di un combattente, le sue perdite, i suoi patimenti, i tradimenti che ha subito, discendendo in un inferno di sangue e follia dal quale è riemerso sì menomato ma anche più forte e feroce, facendo della vendetta la sua ragione di vita. Gatsu proseguirà il suo cammino, non si arrenderà, come ha sempre fatto; andrà avanti, soprattutto ora che Caska, la donna che ama, è riuscita a tornare integra mentalmente. Ma difficilmente sapremo quale sarà il fato che lo attende nel futuro: forse troverà quella pace che tanto poco ha conosciuto nella sua vita, forse invececi sarà ad aspettarlo lo stesso destino cui sono andati incontro Akira e Ryo (i due protagonisti di Devilman di Go Nagai).
Al momento è difficile sapere se qualcuno prenderà l’onere, come fece Brandon Sanderson con La Ruota del Tempo di Robert Jordan, di dare risposta alla domanda che si pongono i fan di Berserk su come terminerà la storia di Gatsu; anche se così fosse (cosa ardua), non sarebbe la stessa cosa, non sarebbe come l’ha pensata il Maestro.
Personaggio riservato, Kentaro Miura è morto il 6 maggio a 54 anni a causa di una dissezione aortica acuta, ma la notizia è stata data solo il 20 maggio con un tweet pubblicato dalla casa editrice Young Animal Comics sull’account ufficiale della serie. Miura non ha realizzato solo Berserk (tra le sue altre opere c’è anche Gigantomachia), ma l’autore di manga sarà ricordato per quest’opera e non solo per l’elevato numero di vendite, ma per il suo spessore, la sua profondità e la grande ricchezza che l’ha fatta divenire qualcosa di unico (per farsi un’idea della maestosità del lavoro di Miura ecco una serie di articoli che la mostrano: uno, due, tre, quattro). E di questo, non gli si può che dire grazie.

Giornalismo

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Terzani parla del giornalismo nel suo libro La fine è il mio inizio…erano i tempi eroici del giornalismo… prima che il giornalismo, maledettamente distrutto dalla televisione nel suo tentativo di imitarla, è stato costretto a diventare spettacolo.
In quegli anni si scriveva davvero. Purtroppo la televisione, riducendo i tempi dell’attenzione che l’uomo riesce ormai a dedicare a una cosa – oltre all’orribile problema, uguale dovunque, della sovraofferta di tutti quei prodotti che sono lì a disposizione perché tu abbia « la scelta » – ha fatto sì che i giornali siano diventati dei contenitori in cui dentro c’è di tutto, ma solo per l’attenzione di tre minuti, come uno spot televisivo, e in cui tutto si perde nel grande minestrone delle cose che ti arrivano dal mondo.
Oggi è impossibile scrivere cose lunghe come si scrivevano un tempo. Allora, qual è la tendenza? Fare spettacolo. Non cercare di andare in profondità. Fare una sceneggiata: un bigolino con la foto, una storia sbalorditiva. Basta, chiuso, non se ne parla più. Questo è un grande svilimento anche della missione giornalistica.

…il problema è che tutto si è inquinato. La vicinanza al potere, la necessità della protezione del potere hanno creato una situazione che non è più quella di un tempo, in cui la forza del giornalismo era la sua indipendenza. Sai, una indipendenza anche economica. Quando i giornali dipendono dalla pubblicità, come succede in Italia, e la pubblicità è in mano a chi ha il potere politico, come puoi essere libero? Quando i giornali sono posseduti dalle grandi aziende contro le quali non potrai mai scrivere e che hanno i loro interessi politici, come fai a fare del vero giornalismo? Pensa invece che Le Monde è posseduto dai giornalisti, che il New York Times è posseduto da una vecchia famiglia che tiene moltissimo alla sua indipendenza, che il Washington Post era posseduto da una signora di grande famiglia, di grande tradizione. Be’, questo cambia molto le cose. Molto. Infatti, sarebbe stato impossibile Watergate se il Washington _Post non fosse stato posseduto dalla signora Martha Graham, perché ci sarebbero stati subito legami politici che rendevano necessaria la soppressione della storia. Ed è vero che gli americani hanno perso la guerra in Vietnam anche a causa della stampa. Perché allora c’era una stampa libera, una stampa che guardava, che vedeva, che andava a grattare.

La fine è il mio inizio. Tiziano Terzani. Longanesi 2006, pag. 115-117

La grotta dello stregone

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Alejandro fin da piccolo era stato affascinato dalle storie sulla vecchia miniera abbandonata. Storie di tesori dimenticati, di tane di creature mai viste, di passaggi che portavano a laghi sotterranei che si collegavano al mare. Ma la storia che preferiva era che nella parte più profonda della miniera si diceva ci fosse la dimora di uno stregone: i vecchi minatori raccontavano che era piena di meraviglie e che qualsiasi richiesta poteva essere esaudita.
Quando Alejandro sentiva quei racconti, si metteva a pensare a ciò che avrebbe voluto realizzare se fosse riuscito a trovare lo stregone: quello che più gli sarebbe piaciuto vedere divenir realtà era viaggiare per luoghi mai visti, dato che i suoi non erano abbastanza ricchi da potersi permettere di fare dei viaggi.
La paura però, almeno fino a quando era stato bambino, era stata più forte del realizzare i suoi desideri e lo aveva tenuto lontano dalla miniera: l’apertura nera che conduceva sottoterra gli sembrava la gola di un gigante pronto a ingoiarlo. Ma ora era cresciuto e non si faceva più spaventare da certe cose.
Prese il casco munito di lampadina del nonno e si diresse alla vecchia miniera. Superò i carrelli abbandonati e ricoperti di erbacce, camminando a fianco dei binari; quando fu davanti all’entrata un poco della paura di quando era bambino tornò a far capolino. Il buio sembrava denso come pece e gli pareva di veder muoversi delle ombre nell’oscurità, ma era giunto fino a quel punto e non si sarebbe certo tirato indietro; facendosi coraggio, entrò nella miniera, seguendo la galleria principale. Con la luce della lampadina si rese presto conto che quello che aveva creduto di vedere nell’oscurità era stato solo frutto dell’immaginazione: a parte lui, non c’era nessun altro. Continuò a camminare scendendo sempre più all’interno della terra, fino a quando si trovò di fronte a un bivio e lì gli venne un dubbio: qual era quello giusto che lo avrebbe condotto dallo stregone?
Ci pensò un po’ su, poi scelse la galleria che scendeva di più: i vecchi minatori avevano detto che si trovava nelle profondità della miniera e allora avrebbe dovuto incontrarlo lì.
Gli pareva di camminare di ore quando scorse davanti a sé una debole luminescenza. Si diresse verso di essa e si ritrovò in una grotta sulle cui pareti cresceva un muschio fosforescente; poco lontano dall’ingresso stava seduto un uomo che con un cenno della mano lo esortò ad avvicinarsi.
Alejandro si avvicinò titubante, ma mettendosi a parlare presto si trovò a suo agio con lui. Anche se se lo aspettava, rimase sorpreso nello scoprire che lui era lo stregone che era venuto a cercare: se l’era immaginato diverso, con mantello e cappello a punta, magari che camminava appoggiandosi a un bastone nodoso. Invece indossava jeans e maglietta come lui.
Quando Alejandro gli raccontò il motivo per cui era sceso nella miniera, lo stregone sorrise e gli disse di seguirlo. Fecero a ritroso tutto il percorso, tornando a spuntare alla luce del sole che stava tramontando.
«Guarda il cielo» disse lo stregone. «Che cosa vedi?»
«Nuvole» rispose Alejandro.
«Prova a guardare meglio.»
Alejandro tornò a fissarle. «Sono solo delle semplici nuvole.»
«Ti sembrano delle semplici nuvole perché non riesci a vedere oltre» disse lo stregone. «Ma se guardi meglio, ti accorgerai che sono delle immense montagne coperte di neve e sono così alte perché fungono da guardiani per una terra che non è stata ancora scoperta, abitata da animali che mai sono stati visti.»
«Io vedo solo delle nuvole» disse Alejandro.
«Prova a lasciarti andare all’immaginazione» gli suggerì lo stregone. «Ora però ti conviene tornare a casa.» Dopo averlo salutato, se ne tornò alla sua grotta.
Alejandro ripensò alle parole dell’uomo tutta la notte e più ci pensava, più riteneva che avesse voluto prenderlo in giro. Il giorno dopo se ne stava seduto sotto un albero, continuando a pensare a quello che gli era stato detto, quando una grossa nuvola comparve nel cielo; involontariamente prese a osservarla.
“Sembrano le pale di un mulino, come l’immagine del libro di geografia.”
Man mano che il tempo passava, la forma della nuvola cambiava. “Ora sembra una portaerei che naviga sul mare.”
E mentre faceva questi pensieri, gli tornò in mente la frase dello stregone. “Lasciati andare all’immaginazione.” Gli si bloccò il respiro: con la fantasia poteva fare tutti i viaggi che voleva, vedere tutti i posti conosciuti e anche quelli ancora da scoprire.
Alejandro sorrise felice, ripromettendosi che sarebbe tornato alla grotta per ringraziare lo stregone. Prima però aveva un paio di viaggi da compiere che non potevano aspettare.
Sdraiandosi comodamente sotto l’albero, lasciò che la fantasia lo prendesse per mano e lo accompagnasse verso luoghi fantastici.