Tigana è il quarto romanzo scritto da Guy Gavriel Kay dopo i tre realizzati sul mondo di Fionavar (La strada dei re, La via del Fuoco, Il sentiero della notte) pubblicati per la prima volta in Italia negli anni 90 da Sperling & Kupfer (ripubblicati di recente in un unico volume da Mondadori, L’arazzo di Fionavar, con titoli differenti); sempre negli anni 90 Sperling & Kupfer pubblicò Il paese delle due lune, che altro non è proprio che Tigana (fu cambiato titolo per evitare che si facesse confusione con un calciatore francese Jean Tigana, che aveva giocato fino al 1991, e non fuorviasse i lettori dando l’idea che il contenuto fosse altro).
Sia Fionavar, sia Il paese delle due lune non li ho letti appena usciti, sia perché ero poco più che adolescente e non avevo una conoscenza come quella attuale del fantasy (mancavano quei trent’anni di letture, che si vuole che sia 😛 ), sia perché le librerie non lo avevano esposte e le biblioteche comunali non lo avevano, sia perché allora non c’era internet e non si potevano fare ricerche e compere come si fa addesso: li ho recuperati qualche anno dopo nelle bancherelle dell’usato ed è stata una bella scoperta.
Fionavar l’ho adorato (unico caso in cui ho comprato la nuova edizione di un romanzo), al punto da rileggerlo, Tigana (chiamerò così d’ora in poi Il paese delle due lune) l’ho letto solo una volta e non mi ha coinvolto alla stessa maniera (a favore di Fionavar ha giocato che prendeva spunto molto dalla mitologia, tra cui quelli arturiani, e dato che apprezzo molto miti di dei ed eroi, è stata inevitabile conseguenza che mi piacesse), ma rimane il fatto che si è davanti a un ottimo romanzo, ben scritto e con personaggi ben caratterizzati.
Dopo tanti anni non mi ricordo tutti gli eventi, ma le sensazioni che mi ha dato permangono, forse perché quando ho letto Tigana ero in un periodo che era in sintonia con elementi che caratterizzano le opere di Kay, ovvero una tristezza più o meno marcatamente sempre presente e la morte: che piaccia o no, la morte è un elemento che sempre compare nei lavori dello scrittore canadese; anche quando non è presente, non se ne parla, la sua ombra c’è sempre, si riesce a percepirla.
Se ci si aspetta una recensione su Tigana, che io racconti la trama (in parole povere si può dire che in un qualche modo ricorda l’Italia del tempo dei Comuni, con le sue divisioni interne e l’essere terra di conquista di paesi stranieri) o i personaggi, temo che se ne rimarrà delusi; quello che invece volevo fare era parlare della nuova edizione uscita nel 2026 realizzata da Ne/oN con una nuova traduzione effettuata da Stefano Andrea Cresti, mentre la precedente era stata fatta da Riccardo Valla. In particolar modo m’interessa fare un confronto tra le due, non per decidere quale dei due è la migliore, ma pensare se il cambiamento dei tempi (sono trascorsi più di trent’anni tra la prima e la seconda) abbia influito sul modo di lavorare. Personalmente, dato che non ho grandi basi di conoscenza di lingua inglese, non posso dare un giudizio tecnico preciso, pertanto lascio a chi leggerà l’articolo decidere di testa sua quale preferisce o quale reputa migliore, mettendo a seguire la prima pagina del romanzo pubblicato in Italia nel 1992 (dato che non esiste l’ebook di questa edizione), il link per leggere l’estratto dell’edizione del 2026 e il link di quello del testo originale. Tuttavia, volendo esprimere un giudizio soggettivo, in entrambi i casi è stato fatto un buon lavoro, ma personalmente preferisco la prima edizione italiana, la trovo più letteraria, più evocativa (uno che conosce meglio l’inglese mi smentirà, ma questa è l’opinione che ho maturato).
Le DUE lune splendevano alte e il loro chiarore offuscava quello delle stelle. Su tutt’e due le rive del fiume ardevano i fuochi dei bivacchi, che si stendevano su un’area vastissima, fino a perdersi lontano nella notte. Tra l’uno e l’altro campo, la Deisa scorreva pigramente; l’argento della luce lunare e il rosso dei fuochi creavano sulla sua superficie lunghe strisce serpeggianti. E tutte quelle scie parevano convergere negli occhi di Saevar, che, seduto sulla riva, con le mani sulle ginocchia, pensava alla morte imminente e alla vita da lui vissuta.
La notte aveva una sua grandezza, pensò, nell’inspirare profondamente l’aria di quella tiepida estate, che sapeva d’acqua, di fiori e d’erba, e nell’osservare il riflesso argento e azzurro sull’acqua e nell’udire il mormorio del fiume e il cantò che veniva dai lontani bivacchi. Si cantava anche sull’altra sponda del fiume, notò, e tese l’orecchio per ascoltare i soldati nemici, accampati a nord. Era difficile attribuire un senso assoluto di malvagità a quelle voci armoniose, odiarle ciecamente come, a quanto pareva, era richiesto a un soldato. Ma lui non era realmente un soldato, né aveva molta esperienza nell’odiare.
Non riusciva a distinguere le figure che si muovevano sull’altra sponda del fiume, ma scorgeva i fuochi ed era facile capire che il numero delle persone accampate a nord della Deisa era molto superiore a quello delle persone che, dietro di lui, attendevano l’alba.
Quasi certamente, sarebbe stata l’ultima, per loro. Saevar non si faceva illusioni; e non se ne facevano neppure i suoi compagni, dopo la battaglia combattuta sullo stesso fiume, cinque giorni prima.






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Non mi avventuro a giudicare le traduzioni: il libro l’ho letto in inglese.
E devo dire che me lo ricordo poco. Una cosa mi sovviene: passi troppo lenti, trama a volte eccessivamente complicata. Non vorrei dare un’impressione troppo negativa, ma non sono stato veramente conquistato da questo libro.
Ho preferito Fionavar, ma bisogna dire una cosa di Kay: non è uno scrittore veloce, si prende il suo tempo. Se Fionavar m’è rimasto per la sua epicità, Tigana m’è rimasto impresso perché l’ho letto in un particolare momento che ben si coniugava con le sensazioni trasmesse dal romanzo.