La violenza pare trovare sempre più piede negli ultimi tempi; c’è sempre stata fin da quando esiste l’umanità, ma ci sono periodi dove essa acuisce la sua presenza e purtroppo questo si sta verificando nel tempo in cui viviamo. Si è iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina, poi si è continuato con l’Iran che prima ha preso a massacrare delle donne per fanatismo religioso poi ha cominciato a reprimere nel sangue chi protestava contro il regime causando migliaia di morti, arrivando all’attuale presidente USA Trump, i cui discorsi traboccano di violenza e odio (lo dice apertamenente in discorsi pubblici che odia chi gli si oppone), dove le minacce sono continue; minacce cui seguono azioni, come l’attacco al Venezuela (e non importa se Maduro era un dittatore criminale che andava arrestato e destituito) e le azioni dell’ICE. Sta passando la legge del più forte, che chi ha potere e denaro può fare quello che vuole, calpestando chiunque, e questo purtroppo sta facendo adepti, sta portando un esempio distorto, come dimostrano le parole di Salvini che, sull’onda di quello che sta succedendo in America, sta chiedendo che le forze dell’ordine italiane “dovrebbero avere ancora più le mani libere per difendere la nostra e la loro sicurezza” e che “non devono essere a processo”.
Il presente non sta prendendo una bella piega: le persone, le istituzioni, i governi, stanno diventando sempre più violenti, come se la violenza sia l’unica via percorribile, l’unica risposta che si può dare. Inevitabile porsi delle domande. La violenza è insita nell’uomo? Perché l’uomo è così attratto dagli atti violenti, fin dai tempi più antichi? Cosa c’è nello scorrere del sangue che affascina tanto gli esseri umani? Perché la guerra attira più della pace?
Secondo la Bibbia, i lati negativi e malvagi dell’uomo (e la violenza è uno di questi) sono entrati nella sua vita con il peccato originale, ovvero la disobbedienza di Adamo ed Eva a Dio del non mangiare la mela, il frutto della conoscenza del bene e del male; sempre secondo tale testo sacro, fu uno dei loro figli, Caino, il primo uomo a perpetrare un atto violento, uccidendo il fratello Abele e divenendo così il primo assassino della storia umana.
Filosofia, psicologia, antropologia hanno cercato a loro volta di capire l’origine della violenza. Dipende forse dall’etnia cui si appartiene? Dall’eredità genetica ricevuta? Dall’ambiente in cui si è cresciuti? A queste domande la risposta trovata non è stata sempre delle migliori, basti pensare al Criminal Tribes Act del 1871 promulgato dal governo britannico che dichiarava decine di etnie indiane portatrici di impulsi criminali ereditari (il tutto per giustificare e supportare le azioni del suo colonialismo). Non è andata meglio con le teorie di Lombroso, secondo le quali si poteva capire se una persona era violenta e criminale dall’aspetto fisico: indicazioni di questa natura erano per esempio malformazioni o anomalie del corpo, del cranio, l’uso di tatuaggi. Persino l’epilessia era segnale di una natura violenta.
Le cose non sono poi migliorate con altri studi, secondo i quali le persone violente erano quelle che crescevano in ambienti poveri (studi cui sarebbe bastata la storia per smentirli, dato che le peggiori atrocità dell’uomo erano state commesse da ricchi e nobili).
Negli anni più recenti pure la medicina ha cercato di dare la sua risposta: la violenza è qualcosa che dipende dal codice genetico, dato che ci sono dei geni che determinano il comportamento violento dell’individuo, influenzandone la vita.
Tante domande, tante teorie, ma poche risposte certe. Tuttavia, la violenza non è una questione né di sesso né di età. Non si tratta neppure di appartenenza a un determinato stato sociale, dato che sempre più spesso certi crimini avvengono in famiglie “bene”, cresciute in ambienti tranquilli, senza problemi economici, con la violenza che si riteneva appartenesse solo a persone cresciute in povertà. Invece, la cronaca mostra medici, avvocati, imprenditori, che uccidono mogli e figli all’improvviso, in apparenza senza un motivo, con i vicini che rimangono esterrefatti perché credevano di vedere una famiglia normale e serena, senza nessun problema, senza che ci fosse un pretesto per scatenare una violenza di tale portata.
Nella società attuale pare che non serva un pretesto per dare il via alla brutalità: si accoltella, si uccide, per un commento, un parcheggio, uno sguardo; non si può nemmeno non osservare che agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
La storia non ha fatto che mostrare che nessuna società, civiltà o religione è stata ed è esente dalla violenza. A conferma di tali parole, basta analizzare la cultura in cui siamo cresciuti, dove anche la religione cristiana, il cui principio fondamentale è basato sull’amore e sulla comprensione, si è sviluppata ed è stata permeata di violenza e sopraffazione. Di esempi ce ne sono tanti, basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe o semplicemente il perseguitare chi pensava liberamente, come successo alla matematica, astrologa e filosofa Ipazia, brutalmente uccisa da fanatici cristiani; quanto fatto a tale persona non solo ha mostrato l’odio e il disprezzo verso la donna che per secoli ha accompagnato la religione cristiana, ma ha anche messo in risalto la sopraffazione e il desiderio di affermazione, di essere migliori e superiori; le cose non sono migliorate molto con il passare del tempo e neppure sono andate meglio in altri paesi e con altre religioni, basti vedere quello hanno fatto nazioni come India, Iran, Pakistan, Afghanistan.
Fino a quando l’umanità non ammetterà la sua parte violenta, non l’affronterà e soprattutto non accetterà la sua esistenza, continueranno a esserci guerre, a presentarsi episodi di violenza quotidiani che non hanno più neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi. Uomini, donne, giovani, anziani, non sono più in grado di controllare le proprie emozioni, venendo dominati da esse. Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, hanno contribuito ad alimentare questi impulsi violenti; a tutto ciò vanno aggiunte le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che s’incontrano nella vita e che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, non hanno fatto che alimentare simili impulsi. Questa serie di elementi ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni; basterebbe essere un po’ più consapevoli di sé e del mondo attorno per non farsi condizionare e tornare padroni di se stessi. Basterebbe fermarsi un poco, staccandosi da un mondo frenetico che fa vivere sempre di corsa e rende sempre più tesi e intolleranti, per essere meno aggressivi e non usare gli altri come parafulmini per scaricare l’energia violenta accumulata. Il rischio cui si va incontro, altrimenti, è un degenerare della persona e della società, proprio come ha mostrato William Golding in Il Signore delle Mosche (anche se magari in modo un po’ didascalico e semplificato).
Ma se è facile (in teoria dovrebbe esserlo) giudicare la violenza quando è immediata, è più complicato quando si tratta di qualcosa di meno diretto come lo sono le violenze verbali, psicologiche, (che però hanno lo stesso potere distruttivo di un atto fisico) i tentativi di condizionamento e repressione per vie traverse, come a esempio il tentativo di voler schedare professori che sono contro una certa linea politica, perché va ricordato che è così che è cominciato il fascismo, un movimento politico e una cultura di violenza e di morte, e così può ricominciare; ma forse non è corretto dire che può ricominciare, perché il fascismo non se n’è mai andato, ha continuato a esistere tentando sempre di rialzare la testa. Non serve che tutto ciò sia urlato, perché ci sono battute, asserzioni celate dietro sorrisi e toni pacati che possono colpire come un pugno. Per non parlare degli atteggiamenti, dato che pure il silenzio, il tenersi a distanza in un certo modo, può essere violenza, come nel caso del mobbing. (1)
1. Parte di quanto scritto è stato estrapolato del lavoro da me realizzato Ritrovare la capacità di peniero.






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Penso che la violenza, l’aggressività, siano insite nella natura umana e non se ne andranno. In sé, non sono né buone né cattive. Quello che manca è la struttura, l’educazione, il sapere quando è lecito e quando non lo è usare la forza. E si torna al discorso già fatto tante volte: la nostra società allo sbando.
E lo è sempre di più.