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IA nella scrittura

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La settimana scorsa mi sono imbattuto in questo video dove si parlava del caso Shy girl, un romanzo che ha scatenato un polverone nel mondo dell’editoria.

Per chi non volesse vedere l’intero video, ecco un breve riassunto di quanto successo. Shy girl è un romanzo scritto da Mia Ballard e uscito in Inghilterra tramite autopubblicazione nel 2025; quest’anno doveva essere pubblicato dal Gruppo Hachette, casa editrice ben conosciuta, ma il tutto è saltato perché il libro sarebbe stato scritto dall’Intelligenza Artificiale, non da un autore in carne e ossa. L’autrice ha negato tutto ciò, asserendo che sì, l’IA era stata usata da una sua editor che vi aveva fatto ricorso lavorando su una prima versione del libro, ma che esso non era stato scritto tramite essa.
Come si è arrivati a tutto ciò? Alcuni lettori su Goodreads hanno cominciato a criticare Shy girl per l’uso di metafore confuse e frasi ripetitive, come se fossero state realizzate con l’IA; a questo punto la vicenda ha attirato l’attenzione del New York Times e l’inchiesta ha motivato la decisione di Hachette di ritirare il romanzo. (1) Oltre al testo, anche la copertina è finita al centro dell’attenzione: sembra una versione rivisitata dall’AI di un’altra copertina, operazione nella quale, ovviamente, all’autore dell’illustrazione originale non è stato chiesto nessun consenso né gli è stato dato alcun compenso (2).
Non è la prima volta che si parla dell’uso dell’IA in ambito letterario: autori, case editrici, hanno già utilizzato IA per realizzare copertine. Questione differente per quanto riguarda il testo, almeno per quanto è dato sapere. Tuttavia, le opinioni non sono unanimi: c’è chi dice che l’usa dell’IA nella scrittura sarà inevitabile, chi asserisce che questo è il futuro, che gli autori se devono adeguare perché questa sarà la realtà. E naturalmente c’è chi è contrario all’utilizzo dell’IA.
Personalmente, ritengo che l’IA si possa usare come correttore ortografico (anche se tanti programmi per la scrittura hanno tale sistema integrato), al massimo la si può utilizzare per avere un punto di vista diverso se si hanno dei dubbi su come è scritto un brano. L’IA in questo modo può essere un mezzo di supporto utile; ma se si vuole essere scrittori, per me, la fase creativa, la realizzazione di un testo, deve appartenere all’essere umano; l’IA può servire per migliorare la forma, ma non si può demandare a essa la scrittura di un’opera. Stesura, revisione, spettano all’autore e a un editor, se si ha la possibilità economica di averlo; soprattutto, se uno vuole essere autore, ideazione e realizzazione devono essere totalmente a suo carico. Costa impegno, tempo, fatica, ma se si vuole creare qualcosa di valido, si deve attingere a qualcosa di più, quel qualcosa che viene dal vissuto: si pensi a Tolkien e a Il Signore degli Anelli e a quanto l’esperienza personale dell’autore ha influito ed è stata riversata nel testo (l’amore per i cavalli, per la natura, i traumi e gli orrori della guerra, il monito sull’industrializzazione feroce). Tutte cose che un IA non può avere perché non ha un vissuto: ha tante informazioni, tante nozioni, ma non ha vita, sa solo in teoria cosa significano certi eventi. L’assenza di questi elementi in un testo si avvertono e fanno tutta la differenza del mondo tra un testo creato da un essere umano e uno generato da un’IA.

1. https://www.repubblica.it/cultura/2026/03/21/news/caso_shy_girl_romanzo_scritto_con_ia_ritirato_dal_mercato-425235779/
2. https://www.rivistastudio.com/hachette-horror-ritirato-per-uso-ai-autrice/

L’Italia non è una nazione, ma un grande stadio

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Stadio

 

Il risultato avuto dal referendum sulla giustizia dovrebbe far riflettere non solo chi ha perso, ma anche chi ha vinto: bisogna mettere da parte rivalità di partito, smettere di essere tifosi da stadio (perché è questo che ormai sembrano i politici italiani) e lavorare per il bene del paese e della sua popolazione. Uno spunto interessente viene dal video che segue.

https://www.youtube.com/watch?v=sxD8mOXLr0s

Un’analisi intelligente, fatta con buon senso; niente di nuovo, verrebbe da dire, qualcosa di scontato, si aggiungerebbe, ma oramai la normalità è qualcosa di raro, dove l’usare la testa e l’educazione pare merce rara (e di tornare a educare ce n’è un gran bisogno, visti i continui fatti di cronaca che si verificano).
E proprio parlando d’intelligenza, ci si collega a quest’altro video (più che il video in questione, si leggano i commenti), che non c’entra nulla con l’argomento in questione ma che rende bene lo stato delle cose.

Si pensa solo al proprio interesse, non si guarda al complesso, all’unità d’intenti, ma ai campanilismi; si è frammentati, litigiosi, gli uni contro gli altri, chi tifa da una parte, chi tifa dall’altra. Tutto ciò non unisce e per questo l’Italia non è una nazione, ma un grande stadio. Uno stadio caotico, disorganizzato, maleducato, che urla e bercia peggio di un branco di babbuini eccitati.
Ma una nazione è molto di più di uno stadio e di questo ce ne si dovrebbe ricordare sempre, soprattuto chi ha ruoli decisionali.

La ragione della vittora del NO al referendum sulla giustizia

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referendum sulla giustiziaIn questi giorni si stanno facendo le analisi della vittoria del NO al referendum sulla giustizia, ma il tutto può essere ricondotto sostanzialmente a un solo punto: l’essere umano non impara dalla storia e dagli errori. Il governo Meloni non ha saputo apprendere quanto insegnato dalle esperienze di Renzi e Craxi, suoi predecessori nel passato recente e lontano. La troppa sicurezza in se stessi, l’arroganza, la strafottenza avevano portato i due politici sopra citati a fallire nell’obiettivo che si erano posti; c’è sempre un limite oltre il quale si rompe qualcosa, scatta una molla che fa partire una reazione che non ci si aspettava.
Fino a pochi mesi fa la vittoria del SI era data per scontata, una semplice formalità; il governo già parlava di quello che avrebbe parlato con i giudici, di quello che avrebbe fatto, di come sarebbero state cambiate le cose, praticamente per i governanti attualmente in carica era già un dato di fatto quello che sarebbe avvenuto in seguito. Non hanno però tenuto conto che tutte le scelte hanno delle reazioni e delle conseguenze, e non hanno neppure tenuto conto del malcontento che hanno portato. Di certo non si possono non considerare gli ultimi avvenimenti internazionali, con l’attacco di Israele e gli USA all’Iran e la conseguente crisi e gli aumenti dei prezzi intervenuti, e di certo la gente non ha visto di buon occhio il sostegno incondizionato della premier Meloni e dei suoi ministri al governo Netanyahu e a quello Trump. Questa però è stata l’ultima goccia che ha portato a far troboccare il vaso, dato che va considerato che perché il vaso fosse a questo punto doveva essere stato riempito con altra acqua. E questa acqua è stata formata da una campagna fatta di sparate e menzogne sempre più grosse, così grosse che hanno fatto perdere credibilità; a questo va aggiunta la strumentalizzazione di casi giudiziari in corso, sulla quale il governo ha voluto far leva con forza sempre maggiore. Tali menzogne e strumentalizzazioni hanno superato la soglia di guardia della sopportazione delle persone che, stanche di prese in giro (soprattutto i giovani), hanno deciso di reagire, andando a votare e facendo avere un’affluenza che non si vedeva da anni.
Si può dire quindi che la vittoria del NO è stata più una punizione per le azioni di un governo (che voleva prendere una deriva non proprio piacevole) che una scelta vera e propria sul quesito referendario; il governo ha sbandierato che se la riforma fosse passata le cose sarebbero andate meglio per i cittadini italiani, ma questo non era affatto scontato, anzi, era molto probabilie che non sarebbe cambiato nulla; sarebbe avvenuto invece che il potere giuridico sarebbe stato controllato da quello politico e questa è una cosa che non deve avvenire, dato che i poteri devono restare separati: troppo potere concentrato in un solo punto non porta mai risultati positivi e di ciò è stato esempio Berlusconi, che aveva concentrato in sé potere economico, politico e mediatico, portando il paese in una situazione per niente buona. Pertanto era importante votare NO al referendum sulla giustizia perché i poteri devono restare separati; questo non significa non accorgersi che ci sono delle cose che non vanno nella magistratura, che vanno migliorate (e di cose che non vanno ce ne sono parecchie, altrimenti una figura come Berlusconi non sarebbe rimasta impunita). Ma in nessun modo chi governa deve poter controllare la giustizia. Anzi, si va oltre questo punto: occorrerebbe una legge che chi è imprenditore o legato all’imprenditoria o al mondo dell’informazione, dei media, non può entrare in politica, non può avere nessun legame con essa. Purtroppo questa è utopia e si sa che non si verificherà, ma se avvenisse si avrebbe un miglioramento.

Marginalmente al referendum sulla giustizia, si è notato un’anomalia nelle zone in cui risiedo: ai pensionati che ricevono il giornale Liberetà cui sono abbonati e che ricevono per posta, i numeri di febbraio e marzo non sono stati consegnati come da prassi, arrivando agli abbonati subito dopo la chiusura del referendum. Specie il numero di marzo aveva un articolo riferito al referendum, “Il coraggio di dire NO” (titolo dell’articolo presente in copertina con caratteri grandi). Casualità o scelta voluta che non arrivasse ai pensionati nei tempi utili? (se è stato qualcosa di voluto, sarebbe stato una mossa stupida, dato che ci sono tanti modi per informarsi). Quale che sia la realtà, è stato qualcosa di davvero strano.

Marco Biagi, né eroe né martire

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Questo articolo su Marco Biagi nasce dopo aver visto un servizio sul telegiornale regionale dell’Emilia Romagna dove il figlio era presente perché veniva messa una panchina blu (col volto del padre in sua memoria e una sua frase “Il dibattito delle idee è sempre fonte di arricchimento”) in una scuola elementare (https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/bologna-ricorda-biagi-una-panchina-7772c7ae) e dopo la visione di un video su Chora Media di Bizzarri dove si parlava di Adriano Celentano, la causa, secondo quanto detto da Bizzarri, di una deriva d’imbarbarimento culturale, sociale, politica, più che di Berlusconi. Tutto ciò ha portato a fare una riflessione, al dire basta a mistificazioni e riletture di fatti, a far vedere come stanno realmente le cose.
In primis, per quanto Celentano abbia potuto avere influenza sulle masse, la sua influenza non era grande come quella di Berlusconi e i danni che ha fatto non sono paragonabili a quelli del polirico imprenditore, dato che quest’ultimo ha avuto molto più influenza del cantante perché aveva molto più potere economico, politico, mediatico; è stato da Berlusconi che c’è stata una deriva nella politica e nel modo di fare e pensare che è andato peggiorando e a cui da anni stiamo pagando un prezzo sempre più alto.
Questo ci riporta a Marco Biagi, perché è stato sotto il governo Berlusconi che è stata fatta e approvata la legge che porta il nome dell’economista e giurista assassinato nel 2001: una legge voluta da imprenditori come Berlusconi, fatta per imprenditori, e che è stata approvata nel 2003 proprio sulla spinta della sua morte, a dimostrazione che si è disposti a speculare su tutto per il proprio tornaconto.
Il figlio di Biagi ha detto: “Parlo spesso nelle scuole di mio padre e secondo me questo è il modo migliore per portare avanti il suo ricordo e tramandare la sua memoria” e “spiegare ai più giovani chi erano figure come mio padre ma anche come tanti altri prima di lui che hanno purtroppo perso la vita per mano del terrorismo, quindi credo che sia fondamentale”; si può comprendere che un figlio dica certe cose del padre per via del legame avuto, ma la realtà è diversa: Marco Biagi non è e non è stato né eroe né martire. Marco Biagi è stato vittima di delinquenti che hanno creduto che le cose si potessero risolvere con la violenza: il loro gesto non è servito a fermare un’idea sbagliata, anzi, ha dato adito che si portasse avanti ancora più con forza.
Marco Biagi però non è stato solo vittima di persone, ma anche delle sue idee di cambiare il mercato del lavoro, di cui si era fatto con forza promotore, secondo cui il potere organizzativo e direttivo dell’azienda spetta esclusivamente al datore di lavoro, e non può quindi essere sindacato o sottoposto a giudizio di merito dalla magistratura del lavoro: nella risoluzione dei licenziamenti sarebbe quindi illegittima un’ordinanza di reintegrazione nel posto di lavoro, potendosi la controversia risolvere al massimo con un’indennità pecuniaria. I contratti di lavoro flessibili, così come la libertà di licenziamento in un contratto a tempo indeterminato, sono visti in questo modo non soltanto come una via per creare o mantenere nuova occupazione, ma come una questione di diritto e legalità nei confronti dell’imprenditore. (1)
I fatti hanno dimostrato che la legge che porta il suo nome ha rovinato il mondo del lavoro e con esso la vita di milioni di lavoratori e famiglie: per questo una figura come Marco Biagi non può essere considerato eroe, perché nessun eroe rovina la vita di tante persone. Osannare e prendere a esempio una figura come la sua non solo non è giusto, ma è qualcosa che distorce la realtà, è il portare avanti un’idea di parte politica che non ha mai fatto l’interesse della popolazione, ma solo l’interesse di pochi. I soliti pochi, dato che simili leggi sono fatte per chi sta al potere e ha i soldi.
Come al solito, simili realtà non vengono dette, specie dai governi di destra.
E visto che leggi volute da tali governi peggiorano la vita, questo è uno dei motivi per votare NO al referendum sulla giustizia (va fatto notare che il governo per il sì ha fatto una delle campagne peggiori, piena di astrusità, menzogne ed entrate a gamba tesa). Una riforma, si fa notare, voluta sempre da Berlusconi, perché vedeva nella giustizia e nei magistrati dei nemici, gli unici che ostacolavano il suo cammino e che portavano alla luce ciò che di sbagliato faceva; visto i danni che ha fatto la legge sul lavoro voluta dal suo governo, è meglio evitare che un governo sempre della sua parte faccia degli altri danni alla popolazione con una riforma che non serve per gli italiani, ma per dare più potere a chi ha già potere.

1. https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Biagi

 

Perché votare NO al Referendum Giustizia del 22-23 marzo 2026

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Il 22 e il 23 marzo si voterà per il referendum sulla giustizia. Questo referendum, occorre subito dirlo, non avrà il quorum, quindi non conterà quanta gente andrà a votare, ma quanti voti avrà una parte in più rispetto all’altra per avere la vittoria.
Che cosa si va a votare?
Si decide se confermare o respingere una modifica della Costituzione che mantiene l’autonomia della magistratura, ma ridisegna i meccanismi di autogoverno e consolida la distinzione dei percorsi professionali; uno dei punti più discussi della riforma riguarda il ricorso al sorteggio, che interviene su un sistema tradizionalmente fondato sul voto e sulla rappresentanza delle correnti nella magistratura.
Nel referendum giustizia 2026 gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una revisione della Costituzione già approvata dal Parlamento, che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. La riforma non incide sull’autonomia e indipendenza della magistratura, ma interviene sulla sua organizzazione interna e sui meccanismi di autogoverno.
In particolare, il testo approvato dal Parlamento prevede la creazione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi gli organi mantengono una composizione a prevalenza togata, analoga a quella attuale, ma operano separatamente, affidando ai pubblici ministeri un autonomo organo di autogoverno distinto da quello della magistratura giudicante.
La riforma introduce inoltre una Corte disciplinare di rango costituzionale, alla quale viene attribuita la competenza sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche questo organo è composto in prevalenza da magistrati, ma si distingue dagli attuali Consigli Superiori, che non svolgeranno più funzioni disciplinari, concentrandosi sul governo delle carriere.
Un ulteriore profilo rilevante riguarda le modalità di selezione dei componenti degli organi di autogoverno. La riforma prevede il ricorso al sorteggio, in luogo del tradizionale sistema fondato sul voto, con l’obiettivo dichiarato di incidere sulle dinamiche associative e sul ruolo delle correnti all’interno della magistratura.
Votare SÌ significa confermare questa riforma costituzionale e consentirne l’entrata in vigore; votare NO comporta il mantenimento dell assetto costituzionale vigente.
(1)

Se si vuole approfondire meglio la questione, Travaglio nel video che segue ha ben spiegato in cosa consiste questo referendum.

Ora invece approfondiamo le ragioni del perché votare NO.
Innanzitutto la questione riservata al sorteggio. In un ambito così delicato come la giustizia appoggiarsi al caso non è qualcosa di auspicabile; che poi tanto caso non sarebbe dato che si può scegliere, e magari pilotare, chi mettere da sorteggiare.
In caso di vittoria del SI, quindi separazione delle carriere, entro un anno il governo dovrà decidere come disciplinarle con leggi ordinarie; ma se si vuole fare una riforma importante come quella della Giustizia, le cose vanno pensate prima, bisogna avere le idee chiare e presentarle per far vedere che tipo di progetto si vuole portare avanti. Così invece è qualcosa di nebuloso e raffazzonato (purtroppo, vien da dire, com’è tipicamente italiano). Inoltre, con questa riforma aumenteranno i costi, dato che aumenteranno i menbri del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), elemento non da poco.
Si dice che la giustizia resterebbe autonoma, ma cambiando il CSM  attuale con quello proposto, non è proprio così: guardare il video di Travaglio dal minuto 8 e 10 secondi. Si rende chiaro quanto il potere politico entri all’interno della Giustizia, quando invece non dovrebbe entrarci per niente. Motivo? Troppo potere. Se si vuole che sia davvero una democrazia ci deve essere separazione dei poteri. Avere troppi poteri concentrati in pochi punti è dannoso e l’Italia ne è stata esempio con Berlusconi, che ha concentrato nelle proprie mani potere informativo, economico e politico (i danni del suo operato sono stati tanti, tra questi va ricordata la legge Biagi, che ha rovinato la vita di milioni di lavoratori e famiglie) ed è stato suo sogno poter mettere le mani sulla Giustizia, l’unico polo che non poteva controllare e che si opponeva a lui (ci si ricorderà dei suoi attacchi continui contro una magistratura politicizzata, persecutoria e schierata contro di lui). La destra italiana ha fatto suo questo sogno, portandolo avanti così non solo da indebolire il potere della giustizia, ma anche controllarlo internamente.
Deve essere chiaro che quanto più potere si concentra nella mani di pochi quanto più pericolosa è la deriva che ne nasce e l’Italia dovrebbe ben saperlo, dato che ha già avuto il potere politico che controllava quello della giustizia ai tempi del regime fascista.
Il governo dichiara che fa questo referendum per aiutare i cittadini (e strumentalizza ogni scontro di piazza per tirare acqua al suo mulino, gettando benzina sul fuoco per fomentare lo scontro), ma in realtà è un attacco alla magistratura, per limitare i suoi poteri e avere rivalsa perché non ha permesso di fare tutto quello che voleva. E in un paese dove ci sono elementi di governo che anelano a dare più libertà d’azione alle forze dell’ordine e far sì che non vadano a processo (è sempre più chiaro che il governo vuole vuole seguire l’impronta di quello trumpiano e orbaniano), che non fa che rimarcare gli attacchi alle forze dell’ordine ma che volutamente dimentica gli omicidi commessi dalle stesse contro cittadini inermi come nel caso Cucchi (solo per citarne uno) o le torture commesse in carcere abusando del proprio potere,  il fatto è molto grave e pericoloso; per questo sono d’accordo con quanto espresso da Barbero.

1. https://www.avvocatoticozzi.it/it/blog/414/referendum-giustizia-2026-separazione-carriere

 

P.s. Non c’entra nulla con la questione Referendum, ma per capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che il governo sta mentendo e prendendo in giro, si prenda a esempio quanto successo con il caso del dipinto simil Meloni:  ecco com’era prima del restauro: https://www.instagram.com/p/DUVdBtUFn_m/
Sbugiardato così l’autore che asseriva di aver ricalcato il disegno che c’era prima (si aveva ragione a dubitare delle sue parole, subito apparse false). Autore che ha dovuto ammettere, dopo aver mentito per giorni, che l’immagine che aveva dipinto lui era quella della Meloni. Il Vaticano l’ha fatto rimuovere, ma è stata un’azione non bella da tutti i punti di vista, sia perché è stata stravolta un’opera d’arte, sia perché si è voluto “elogiare” la Meloni in un contesto dove non ci doveva entrare, sia perché si è mentito spudoratamente prendendo in giro i cittadini nonostante l’evidenza; è altamente improbabile che nessuno sapesse di quanto avvenuto, ma è chiaro che nonostante l’evidenza dei fatti il governo abbia cercato di mentire. Come è chiaro che sta mentendo sulle ragioni che vogliono la riforma della giustizia.

Violenza dilagante

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La violenza pare trovare sempre più piede negli ultimi tempi; c’è sempre stata fin da quando esiste l’umanità, ma ci sono periodi dove essa acuisce la sua presenza e purtroppo questo si sta verificando nel tempo in cui viviamo. Si è iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina, poi si è continuato con l’Iran che prima ha preso a massacrare delle donne per fanatismo religioso poi ha cominciato a reprimere nel sangue chi protestava contro il regime causando migliaia di morti, arrivando all’attuale presidente USA Trump, i cui discorsi traboccano di violenza e odio (lo dice apertamenente in discorsi pubblici che odia chi gli si oppone), dove le minacce sono continue; minacce cui seguono azioni, come l’attacco al Venezuela (e non importa se Maduro era un dittatore criminale che andava arrestato e destituito) e le azioni dell’ICE. Sta passando la legge del più forte, che chi ha potere e denaro può fare quello che vuole, calpestando chiunque, e questo purtroppo sta facendo adepti, sta portando un esempio distorto, come dimostrano le parole di Salvini che, sull’onda di quello che sta succedendo in America, sta chiedendo che le forze dell’ordine italiane “dovrebbero avere ancora più le mani libere per difendere la nostra e la loro sicurezza” e che “non devono essere a processo”.
Il presente non sta prendendo una bella piega: le persone, le istituzioni, i governi, stanno diventando sempre più violenti, come se la violenza sia l’unica via percorribile, l’unica risposta che si può dare. Inevitabile porsi delle domande. La violenza è insita nell’uomo? Perché l’uomo è così attratto dagli atti violenti, fin dai tempi più antichi? Cosa c’è nello scorrere del sangue che affascina tanto gli esseri umani? Perché la guerra attira più della pace?
Secondo la Bibbia, i lati negativi e malvagi dell’uomo (e la violenza è uno di questi) sono entrati nella sua vita con il peccato originale, ovvero la disobbedienza di Adamo ed Eva a Dio del non mangiare la mela, il frutto della conoscenza del bene e del male; sempre secondo tale testo sacro, fu uno dei loro figli, Caino, il primo uomo a perpetrare un atto violento, uccidendo il fratello Abele e divenendo così il primo assassino della storia umana.
Filosofia, psicologia, antropologia hanno cercato a loro volta di capire l’origine della violenza. Dipende forse dall’etnia cui si appartiene? Dall’eredità genetica ricevuta? Dall’ambiente in cui si è cresciuti? A queste domande la risposta trovata non è stata sempre delle migliori, basti pensare al Criminal Tribes Act del 1871 promulgato dal governo britannico che dichiarava decine di etnie indiane portatrici di impulsi criminali ereditari (il tutto per giustificare e supportare le azioni del suo colonialismo). Non è andata meglio con le teorie di Lombroso, secondo le quali si poteva capire se una persona era violenta e criminale dall’aspetto fisico: indicazioni di questa natura erano per esempio malformazioni o anomalie del corpo, del cranio, l’uso di tatuaggi. Persino l’epilessia era segnale di una natura violenta.
Le cose non sono poi migliorate con altri studi, secondo i quali le persone violente erano quelle che crescevano in ambienti poveri (studi cui sarebbe bastata la storia per smentirli, dato che le peggiori atrocità dell’uomo erano state commesse da ricchi e nobili).
Negli anni più recenti pure la medicina ha cercato di dare la sua risposta: la violenza è qualcosa che dipende dal codice genetico, dato che ci sono dei geni che determinano il comportamento violento dell’individuo, influenzandone la vita.
Tante domande, tante teorie, ma poche risposte certe. Tuttavia, la violenza non è una questione né di sesso né di età. Non si tratta neppure di appartenenza a un determinato stato sociale, dato che sempre più spesso certi crimini avvengono in famiglie “bene”, cresciute in ambienti tranquilli, senza problemi economici, con la violenza che si riteneva appartenesse solo a persone cresciute in povertà. Invece, la cronaca mostra medici, avvocati, imprenditori, che uccidono mogli e figli all’improvviso, in apparenza senza un motivo, con i vicini che rimangono esterrefatti perché credevano di vedere una famiglia normale e serena, senza nessun problema, senza che ci fosse un pretesto per scatenare una violenza di tale portata.
Nella società attuale pare che non serva un pretesto per dare il via alla brutalità: si accoltella, si uccide, per un commento, un parcheggio, uno sguardo; non si può nemmeno non osservare che agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
La storia non ha fatto che mostrare che nessuna società, civiltà o religione è stata ed è esente dalla violenza. A conferma di tali parole, basta analizzare la cultura in cui siamo cresciuti, dove anche la religione cristiana, il cui principio fondamentale è basato sull’amore e sulla comprensione, si è sviluppata ed è stata permeata di violenza e sopraffazione. Di esempi ce ne sono tanti, basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe o semplicemente il perseguitare chi pensava liberamente, come successo alla matematica, astrologa e filosofa Ipazia, brutalmente uccisa da fanatici cristiani; quanto fatto a tale persona non solo ha mostrato l’odio e il disprezzo verso la donna che per secoli ha accompagnato la religione cristiana, ma ha anche messo in risalto la sopraffazione e il desiderio di affermazione, di essere migliori e superiori; le cose non sono migliorate molto con il passare del tempo e neppure sono andate meglio in altri paesi e con altre religioni, basti vedere quello hanno fatto nazioni come India, Iran, Pakistan, Afghanistan.
Fino a quando l’umanità non ammetterà la sua parte violenta, non l’affronterà e soprattutto non accetterà la sua esistenza, continueranno a esserci guerre, a presentarsi episodi di violenza quotidiani che non hanno più neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi. Uomini, donne, giovani, anziani, non sono più in grado di controllare le proprie emozioni, venendo dominati da esse. Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, hanno contribuito ad alimentare questi impulsi violenti; a tutto ciò vanno aggiunte le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che s’incontrano nella vita e che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, non hanno fatto che alimentare simili impulsi. Questa serie di elementi ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni; basterebbe essere un po’ più consapevoli di sé e del mondo attorno per non farsi condizionare e tornare padroni di se stessi. Basterebbe fermarsi un poco, staccandosi da un mondo frenetico che fa vivere sempre di corsa e rende sempre più tesi e intolleranti, per essere meno aggressivi e non usare gli altri come parafulmini per scaricare l’energia violenta accumulata. Il rischio cui si va incontro, altrimenti, è un degenerare della persona e della società, proprio come ha mostrato William Golding in Il Signore delle Mosche (anche se magari in modo un po’ didascalico e semplificato).
Ma se è facile (in teoria dovrebbe esserlo) giudicare la violenza quando è immediata, è più complicato quando si tratta di qualcosa di meno diretto come lo sono le violenze verbali, psicologiche, (che però hanno lo stesso potere distruttivo di un atto fisico) i tentativi di condizionamento e repressione per vie traverse, come a esempio il tentativo di voler schedare professori che sono contro una certa linea politica, perché va ricordato che è così che è cominciato il fascismo, un movimento politico e una cultura di violenza e di morte, e così può ricominciare; ma forse non è corretto dire che può ricominciare, perché il fascismo non se n’è mai andato, ha continuato a esistere tentando sempre di rialzare la testa. Non serve che tutto ciò sia urlato, perché ci sono battute, asserzioni celate dietro sorrisi e toni pacati che possono colpire come un pugno. Per non parlare degli atteggiamenti, dato che pure il silenzio, il tenersi a distanza in un certo modo, può essere violenza, come nel caso del mobbing. (1)

1. Parte di quanto scritto è stato estrapolato del lavoro da me realizzato Ritrovare la capacità di peniero.

Fare un passo indietro per andare avanti

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Dopo l’ubricatura di tecnologia avuta negli ultimi anni, dove pareva che oramai si dovesse fare tutto con essa, qualcuno sta cominciando a capire che forse è meglio fare un passo indietro, che tutto ciò che è nuovo non è necessariamente completamente buono. Sia chiaro, non si sta demonizzando in nessuna maniera la tecnologia, ma l’uso sbagliato che ne viene fatto, perché essa, se usata con consapevolezza, è un ottimo supporto. Ma se per esempio si usa la IA perché pensi e faccia le cose al posto nostro, ritrovandosi così a usare sempre meno la testa, allora non ci siamo; utilizzare l’IA per scrivere libri, per realizzare copertine, immagini, video e persino musica, con risultati come quello riportato in questo video, non è decisamente il massimo della vita, anzi, dimostra quanti passi indietro l’evoluzione umana sta facendo (qualcuno farà notare che fare idiozie è di tutti i tempi, ma ora stanno prendendo sempre più piede). E non è a questi passi indietro cui ci si riferisce, perché non ci si rivolge all’involuzione, ma al ritornare al bivio in cui ci si era trovati poco tempo fa e prendere una strada diversa; la cosa è rivolta a chiunque, ma in special modo ai giovani, i più colpiti da un uso errato della tecnologia, sia nel privato, sia nella scuola. Che i social siano stati usati male e abbiano fatto danno partendo dalle fake news è un dato di fatto, ma ci si sta accorgendo che anche il troppo uso della tecnologia nei luoghi di apprendimento sta arrecando problemi quali difficoltà a scrivere a mano, a capire frasi più lunghe di due righe, a prestare attenzione; già qualche anno fa in un intervento svoltosi presso l’Istituto di Biochimica dell’Università di Padova, Paolo Crepet denunciava che “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata”. Il problema di molti giovani è che non ce la fanno più a leggere: non riescono a restare concentrati, non riescono ad affrontare testi lunghi, perché non più abituati a leggere, troppo abituati a scrollare, a guardare video brevi dove l’attenzione dura pochi istanti e non ne serve molta per i contenuti perché sono semplici e immediati. Chi fino a poco tempo fa proponeva qualcosa di più complesso, approfondito, ricercato, veniva additato come poco comunicativo, poco attento al “pubblico di lettori”: l’imperativo era che bisognava adeguarsi a chi leggeva, mettersi (abbassarsi) al suo livello, modificando punteggiatura, uso di termini, lunghezza della frasi (tutto ciò non è niente d’inventato, è qualcosa di cui ho avuto esperienza personalmente e con cui ho sempre combattuto, perché se è vero che occorre essere chiari a chi ci si rivolge, è anche vero che è chi legge che deve sforzarsi a evolvere se è qualche gradino indietro).
Crepet, riguardo la scrittura, dice una cosa interessante. “La scrittura è una forma di pensiero. Ma se non leggi, come fai a scrivere? E se non pensi, che cosa scrivi? Scrivere male è pensare male. Scrivere poco è pensare poco. E chi pensa poco, finisce per essere facilmente governato.” (1)
Purtroppo, tutto ciò è vero perché in molti non sono più capaci di distinguere una propaganda da un pensiero, non sono più in grado di argomentare una posizione avendo delegato tutto al consenso, alla rete, che ha dato voce a tanti senza che si avesse qualcosa da dire. Crepet dice che il pensiero critico non si eredita ma si costruisce, e richiede tempo, fatica, confronto. Purtroppo oggi la fatica è vista come un problema da evitare, non come una soglia da superare perché si è scambiato il benessere per anestesia, la libertà per comodità. (1)
Il problema è che tutto ciò non riguarda solo studenti, ma tutti quanti, imprenditori e governanti inclusi. E i risultati si vedono e non sono buoni. “Il cervello è come un muscolo” è una delle frasi conclusive dell’intervento di Crepet: una linea di pensiero che condivido, come ho già detto nella prefazione del mio ultimo lavoro “Ritrovare la capacità di pensiero”:

“Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti (che è forse la parte più difficile da mettere in atto).
Ma se capire come sviluppare la capacità di pensiero è importante, lo è ancora di più conoscere perché il pensare è qualcosa che occorre mantenere attivo e ben allenato: se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamenti è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza.”

Per questo sono concorde con il fare un passo indietro che sta facendo nelle scuole la Danimarca, facendo tornare in classe libri, quaderni, penne, matite e gomme per cancellare, perché è necessario ritornare a saper pensare. Il sistema didattico che verrà seguito utilizzerà i computer soltanto sotto il controllo dei docenti e per compiti specifici, mentre —analogamente a quanto deciso dall’Australia— la fruizione dei social network sarà vietata ai minori di quindici anni, come sarà vietata la presenza in classe degli smartphone.
La scelta danese non è frutto di un luddismo di ritorno, ma è basata sull’esperienza sul campo condotta nell’ultimo decennio. Sommando il tempo trascorso a scuola davanti a un computer a quello richiesto dai compiti e poi a quello impiegato nel tempo libero non è difficile capire che per la maggior parte del tempo un adolescente ha come interlocutore uno schermo e non un essere umano. L’osservazione degli studenti da parte dei docenti ha accresciuto la preoccupazione per il troppo tempo trascorso dagli adolescenti davanti a uno schermo, cosa che è stata associata a isolamento, distrazione e bassi rendimenti scolastici. Per non parlare dell’impatto negativo dell’uso di piattaforme sulla salute mentale degli adolescenti, come rilevato di recente anche dal Joint Research Centre della Commissione Europea. Viene così meno uno dei luoghi comuni più diffusi nel mondo della scuola, e cioè che il “digitale” avrebbe rivoluzionato la didattica, consentendo di migliorare la qualità della formazione e offrendo opportunità di apprendimento che i sistemi tradizionali non potevano minimamente garantire. Il messaggio che arriva dalla Danimarca non è quello di demonizzare la tecnologia nella didattica e di esorcizzarla in nome dei “vecchi tempi”, quanto piuttosto, quello di utilizzare gli strumenti (informatici) invece di esserne utilizzati, rifiutando la logica binaria del “tutto o niente”.” (2)

1. https://www.orizzontescuola.it/se-apri-un-libro-e-ti-accorgi-che-dopo-una-pagina-sei-gia-distratto-una-parte-del-cervello-quella-della-concentrazione-ti-si-e-atrofizzata/
2. https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/01/09/news/danimarca_scuola_digitale_tablet_stop_smartphone-425085269/

Pavel Talankin, autore di Mr. Nobody against Putin

Mr. Nobody against Putin

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Pavel Talankin, autore di Mr. Nobody against PutinMr. Nobody against Putin è un documentario realizzato da Pavel Talankin, insegnante russo di scuola elementare, e candidato dalla Danimarca agli Oscar. Un documentario che denuncia come la propaganda russa abbia raggiunto tutto il paese, insinuandosi anche all’interno della scuola, divenendo da luogo di formazione, confronto e crescita a campo di reclutamento. Talankin aveva ricevuto la direttiva di documentare l’attuazione delle nuove direttive scolastiche del governo russo, ma è andato oltre questo perché aveva potuto costatare che c’era molto di più: dall’inizio della guerra con l’Ucraina, la propaganda russa, volgendo lo sguardo anche all’interno, ha voluto formare una generazione ultra nazionalista per prepararla all’arruolamento, investendo pesantemente nella sua preparazione. Un indottrinamento ideologico molto totalitaristico, che punta sulla forza, sul nazionalismo, con il pensiero critico che viene annullato. Bambini cui viene ordinato di marciare con la bandiera russa, leggere nuovi libri di storia rivisti e revisionati per difendere l’invasione russa dell’Ucraina, partecipare a tornei di lancio delle granate; veterani di guerra che visitano le scuole per predicare i valori nazionalistici russi.
Talankin, col suo ruolo di filmare le lezioni ai bambini, ha potuto mostrare come le scuole sono i principali luoghi in cui la propaganda si diffonde e fa presa, soprattutto nei bambini, fortemente influenzabili, dato che nel maestro vedo una figura da seguire, che racconta loro la verità. In questo modo l’ideologia del governo può attecchire con forza sulle nuove generazioni, come asserito dalla stesso Putin quando ha detto che le guerre si vincono con l’aiuto degli insegnanti. Nuove generazioni rovinate da una contorta, distorta ideologia.
Fuggito dalla Russia nel 2024 da solo, senza avvisare nessuno dato che era tenuto sotto controllo dal governo, con l’aiuto di un giornalista americano ha realizzato il documentario Mr. Nobody against Putin con il materiale che era riuscito a portare con sé, presentandolo poi, tra gli altri , alSundance Film Festival.
Mr. Nobody against Putin non sorprende, perché questo è il modus di fare dei regimi, di tutti i regimi: abbattere lo spirito critico, mentire, condizionare la mente della popolazione. Tutti elementi gravi, che sono ancora più gravi quando si vanno a toccare i bambini (c’è un passo del Vangelo che parla molto duramente di questo modo di fare: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” Marco 9,42). La propaganda del regime russa non è certo nata con la guerra in Ucraina: esiste dai tempi di Stalin e anche prima. Ma non è una cosa solo russa: ogni regime usa la forza, usa il condizionamento, crea dei nemici su cui volgere l’attenzione per raggiungere i suoi fini e distoglierla da problemi che non si vuole siano visti o scoperti.
Non sorprende, ma Mr. Nobody against Putin è importante da vedere e far conoscere perché si deve sapere con che realtà si ha a che fare. E lo devono sapere soprattutto i nostrani sostenitori della propaganda russa (anche se c’è chi asserisce che è tutta una montatura per screditare Putin e la Russia, parte della propaganda occidentale: non c’è peggior cieco di chi vuole vedere, né peggior sordo di chi non vuol sentire): “Il regime russo non concentra solo armi e truppe sul campo di battaglia: investe risorse nel diffondere l’idea di un mondo in cui l’aggressività imperialista diventa difesa della patria, la censura difesa dell’unità nazionale e l’odio verso l’“altro” – che sia un Paese vicino come l’Ucraina o una comunità culturale diversa – parte del tessuto quotidiano. In classe e fuori, la propaganda plasma il modo in cui i bambini vedono il futuro e come tasselli di società concepiscono identità e conflitto.
La storia di Talankin ci ricorda che la propaganda non è solo disinformazione tecnica: è un’arma politica con effetti reali sulla formazione delle coscienze. E la presenza di narrative filo-russe nel nostro Paese oggi non è un dettaglio marginale: è un segnale che dobbiamo prendere sul serio. Non si tratta di demonizzare opinioni diverse, ma di riconoscere come le narrative di un regime nazionalista e liberticida stiano trovando terreno fertile in una parte dell’opinione pubblica italiana, creando confusione, legittimazione e persino simpatia verso un governo che reprime dissenso e plasma l’educazione statale per fini politici
.” (1)

1. https://www.linkiesta.it/2025/12/maestro-propaganda-russa-falso-patriottismo/

Essere umano, chi sei?

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“Essere umano, creatura straordinaria, chi sei?”: è l’interrogativo posto oggi al premio Nobel per la Letteratura 2025, László Krasznahorkai, in un passaggio nel suo discorso di accettazione del riconoscimento, a Stoccolma, che ha dedicato a una rilettura dell’evoluzione dell’uomo, dall’invenzione della ruota alla disillusione di oggi, alla fine dell’immaginazione.
“Hai inventato la ruota, hai inventato il fuoco, hai capito che la cooperazione era il tuo unico mezzo di sopravvivenza, hai inventato la necrofagia per poter essere il signore del mondo sotto il tuo comando, hai acquisito un intelletto sorprendentemente grande, e il tuo cervello è così grande, così solcato e così complesso che in realtà, per mezzo di questo cervello, hai acquisito potere, anche se in qualche modo limitato, su questo mondo che è stato anche nominato da te, portandoti a tali riconoscimenti che in seguito si sarebbero rivelati non veri, ma che ti hanno aiutato a progredire nel corso della tua evoluzione”, ha sottolineato lo scrittore 71enne nel discorso, pronunciato in ungherese, come si legge nella traduzione proposta sul sito ufficiale del Nobel.
“Il vostro sviluppo, avanzando apparentemente a passi da gigante, ha rafforzato la vostra specie sulla Terra e l’ha fatta crescere”, ha continuato. “Vi siete riuniti in orde, avete edificato società, avete creato civiltà, siete diventati capaci anche del miracolo di non estinguervi, sebbene anche questa possibilità esistesse, ma ancora una volta vi siete retti sulle vostre gambe. Poi, come homo habilis, avete creato strumenti di pietra e avete saputo anche usarli, poi come homo erectus, avete scoperto il fuoco, e poi grazie a un piccolo dettaglio – a differenza dello scimpanzé, la vostra laringe e il palato molle non si toccano – vi è diventato possibile dare vita al linguaggio, parallelamente allo sviluppo del centro del linguaggio nel cervello; vi siete seduti con il Signore dei Cieli, se possiamo credere all’Antico Testamento, vi siete seduti con Lui e avete dato nomi a tutte le cose create che vi ha mostrato, poi più tardi avete inventato la scrittura, ma ormai eravate già capaci di ragionamenti filosofici, prima avete collegato gli eventi, poi li avete separati dalle vostre credenze religiose”.
E ancora, rivolgendosi idealmente all’uomo, “hai inventato il tempo, hai costruito veicoli e barche, hai vagato per l’ignoto sulla Terra, saccheggiando tutto ciò che poteva essere saccheggiato, hai capito cosa significava concentrare le tue forze e il tuo potere, hai mappato pianeti ritenuti inavvicinabili, e ormai non consideravi più il Sole come un Dio e le stelle come determinanti del destino, hai inventato, o meglio hai modificato la sessualità, i ruoli degli uomini e delle donne, e molto tardi, anche se non è mai troppo tardi, hai scoperto l’amore per loro, hai inventato i sentimenti, l’empatia, le diverse gerarchie nell’acquisizione della conoscenza, e infine sei volato nello spazio, abbandonando gli uccelli, poi sei volato sulla Luna, e lì hai mosso i tuoi primi passi, hai inventato armi tali che potrebbero far saltare in aria l’intera Terra più volte, e poi hai inventato scienze in modo così flessibile grazie alle quali il domani ha la precedenza e mortifica ciò che può essere solo immaginato oggi, e hai creato l’arte dai disegni rupestri fino all’Ultima Cena di Leonardo, dal magico buio l’incanto del ritmo fino a Johann Sebastian Bach”.
“Infine, in conformità con il progresso storico, tu, con assoluta e assoluta immediatezza, hai cominciato a non credere più a nulla e, grazie ai dispositivi che tu stesso hai inventato, distruggendo l’immaginazione, ora ti rimane solo la memoria a breve termine, e così hai abbandonato il nobile e comune possesso della conoscenza, della bellezza e del bene morale, e ora sei pronto a trasferirti nelle pianure, dove le tue gambe affonderanno, non muoverti, stai andando su Marte? Invece – ha sottolineato ancora – non muoverti, perché questo fango ti inghiottirà, ti trascinerà nella palude, ma è stato bellissimo, il tuo percorso attraverso l’evoluzione è stato mozzafiato, solo, sfortunatamente: non può essere ripetuto”.

Questo è l’excursus dello scrittore Nobel per la Letteratura Krasznahorkai, dalla ruota alla disillusione di oggi; un discorso condivisibile, lungo e approfondito. In passato, ho fatto analisi del genere sulla natura dell’uomo, alcune su questo sito, altre messe nei miei lavori, altre solo pensate; ora, allo stato attuale dei fatti, vedendo come stanno le cose, vedendo il comportamento di tanti, specie di potenti e dei molti che li sostengono, la risposta che mi viene da dare è una, molto meno elaborata, più sintetica, e sicuramente molto poco gradevole. Una risposta che si riduce a due semplici parole.