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30 giorni di buio

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30 giorni di buio30 giorni di buio è un buon film sui vampiri, con questi che fanno i vampiri (ogni riferimento a Twilight non è puramente casuale) e che non gioca su certi luoghi comuni, quindi niente croci, aglio, acqua benedetta e paletti per uccidere queste creature, che possono essere eliminate solo con la luce del sole (anche quella ultravioletta li può dannneggiare) oppure staccandogli la testa. Non che questa sia una novità, anche in Vampires di Carpenter c’era qualcosa di simile (i vampiri potevano essere uccisi solo con la luce del sole), ma in 30 giorni di buio i vampiri sono tornati a essere creature dell’oscurità, spietate, senza scrupoli e che fanno paura. Tutto si svolge a Barrow, una cittadina nel nord dell’Alaska, durante la notte polare, un periodo di trenta giorni in cui non sorge mai il sole; mentre buona parte della popolazione se n’è andata per questo periodo, i restanti debbono avere a che fare con una serie di sabatoggi che li vede isolati dal resto del mondo: telefoni, elicottero, persino i cani da slitta vengono uccisi perché così non si possa lasciare la cittadina o ricevere aiuto.
Il responsabile dei sabotaggi viene arrestato, ma il peggio deve ancora arrivare, dato che l’uomo è stato l’apripista per l’arrivo di un gruppo di vampiri. Con la centrale elettrica fuori uso, il massacro dei cittadini inizia, in una caccia sfrenata dove chi riesce a sfuggire alle loro grinfie (e ai loro canini) se ne sta nascosto ad ascoltare le urla di chi viene ucciso. Sono settimane di paura e tensione, dove l’unica cosa che gli uomini e donne sopravvissuti possono fare è cercare di restare vivi fino al ritorno del sole; quando il tempo sta per scadere, i vampiri, per non lasciare traccia del loro passaggio e sopravvissuti, decidono di bruciare l’intera cittadina per non far scoprire la loro esistenza al mondo. Per evitare ciò, lo sceriffo Eben, sapendo di non poter fermare diversamente i vampiri perché non ha la loro forza, estrae il sangue da uno dei suoi compagni morti infetti e se lo inietta, diventando come loro ma avendo ancora per qualche tempo il controllo sulla natura vampirica e affrontando il capo del gruppo; lo riesce a sconfiggere e a eliminare, costringendo i vampiri, senza più un leader e con l’arrivo del sole, ad andarsene dalla cittadina.
I sopravvissuti sono salvi ed Eben, che non vuole vivere come un vampiro, si siede a guardare la sua ultima alba, abbracciato alla donna che ama.
Senza essere innovativo, 30 giorni di buio è un buon film dell’orrore, che tiene lo spettatore sempre sulla corda. Visione consigliata.

22.11.63 - Miniserie

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La miniserie televisiva di 22.11.63Diversi anni fa ho letto il romanzo di Stephen King 22.11.63 e nel complesso ho apprezzato l’opera; di recente ho visto la miniserie tratta da esso e non è stata la stessa cosa. Premessa importante: è realizzata bene, gli attori li ho trovati ben calati nella parte e hanno fatto un buon lavoro e quindi la reputo nel complesso una buona miniserie. Nonostante questo, non è riuscita a coinvolgermi; anzi, in alcune parti mi sono annoiato, in altre mi sono infastidito e speravo che si passasse alla parte successiva della storia. E allora perché, rimanendo nel complesso abbastanza fedele al romanzo, la miniserie di 22.11.63 non è riuscita a coinvolgermi?
Penso che il problema sia perché la trama si concentra sostanzialmente su come arrivare al 22.11.63, ovvero il giorno in cui è stato assassinato Kennedy: lo spiare Oswald, capire sé è un lupo solitario o fa parte di un complotto più grande, tutto, praticamente ruota attorno a questo. Certo, ci sono eventi di contorno, ma sono molti meno rispetto al romanzo. Questo, se da una parte è logico che avvenga perché altrimenti si rischia di divagare e allungare troppo la storia, dall’altra toglie molto (a mio avviso) di quella che è la bellezza del libro; qualcuno potrà ritenere certi dettagli superflui con la trama principale, ma sono proprie le trame secondarie che danno maggiore spessore a quanto viene raccontato. Diversi viaggi nel passato che fa Jake sono eliminati, come sono eliminate diverse interazioni; soprattutto è eliminata la maggior parte della vita comune che Jake ha nel passato, concentrando tutto sull’essenziale delle vicende principali. Ed è proprio la mancanze delle parti della vita comune che fa perdere valore alla storia, perché non mostra le difficoltà, le piccole gioie, il ritrovare una vita più a misura d’uomo di un uomo che ha a che fare con qualcosa si più grande di lui e che cerca in tutti i modi di ostacolarlo; inoltre, voler tenere sempre lo spettatore sotto tensione alla lunga stanca e fa perdere mordente alla vicenda.
A molti la minisere 22.11.63 è piaciuta e benché reputi ottimo tutto il cast, consiglio di puntare l’attenzione sul romanzo e se poi si è proprio curiosi vedere la versione televisiva.

Il lungo Halloween

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Il lungo HalloweenIl lungo Halloween è una miniserie di tredici numeri di Batman scritta da Jeph Loeb e disegnata da Tim Sale che non mi ha particolarmente entusiasmato per i disegni (attenzione, non sto dicendo che siano brutti, semplicemente preferisco altri tratti), ma la cui storia ho trovato interessante e ben orchestrata. Se vogliamo essere sinceri, il copione è sempre lo stesso: Batman indaga su un criminale misterioso che sta imperversando a Gotham. La particolarità di questo criminale che è uccide durante i giorni di festa.
Il lungo Halloween, anche se scritta tra il 1996 e il 1997, racconta il primo anno da supereroe di Batman e si concentra sulla figura di Harvey Dent prima che si trasformasse in Due Facce: lui, Batman e il commissario Gordon stringono un patto per incastrare il boss mafioso Carmine Falcone. Nello stesso periodo membri del clan Falcone cominciano a essere uccisi duranti i giorni di festa, uccisi sempre da una calibro 22 che usa una tettarella come silenziatore.
Non bastasse questo mistero, Batman dovrà avere a che fare con alcuni dei suoi più acerrimi avversari: Joker, Poison Ivy, Spaventapasseri, Pinguino.
Le cose sembrano mettersi per il verso giusto quando Maroni, altro elemento della malavita di Gotham, decide di collaborare per incastrare Falcone, temendo che questi voglia eliminarlo. Ma durante il processo, Maroni lancia dell’acido contro Dent (datogli dall’assistente di quest’ultimo) e lo sfigura; Dent, con il volto sciolto a metà, fugge dall’ospedale e sì dà alla macchia: nasce così Due Facce.
Si comincia a sospettare che Holiday, il killer che tanto si sta cercando, altri non sia che Dent. Ma, sorpresa, non è lui, benchè alla fine sia lui stesso a uccidere Falcone e l’assistente che l’ha tradito; Dent si fa arrestare, ma prima di essere portato via da Gordon fa una rivelazione importante: gli Holiday erano due.
Il lungo Halloween è una buona storia, ricca di riferimenti cinematografici (su tutti Il Padrino) ma anche ispiratore per i film di Nolan sul Cavaliere Oscuro, specialmente il secondo da lui realizzato. A mio avviso una delle opere sul Crociato Incappucciato da recuperare.

Le Palle di Vecna

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Chi ha giocato a D&D conoscerà la Mano e l’Occhio di Vecna, due potenti e perniciosi artefatti non ché uniche parti del corpo rimaste dopo l’epico scontro tra Vecna e il suo sottoposto Kas il Distruttore; non molti però sanno che esiste una terza parte del corpo sopravvissuta allo scontro: le palle di Vecna.
Nate dall’inventiva di Master Ame a seguito delle grandi richieste per un suo video, le Palle di Vecna sono… qualcosa di particolare che, se unite agli altri due artefatti, può concedere un grande potere (qui la scheda per chi volesse usarla nella propria campagna). E sempre da un’iniziativa di Master Ame è nato il racconto che ho realizzato incentrato su tale oggetto, dove ho voluto continuare le avventure di alcuni personaggi già incontrati in un altro racconto breve (Il corno).

Le Palle di VecnaL’ingresso del tunnel era davanti a loro, tetro e buio come in ogni storia d’avventura che stava per cominciare. Selidor scrutò le tenebre, sapendo quello che doveva fare ma tentennando per via del ricordo dell’ultima volta in cui si era ritrovato in una situazione analoga. Traendo un profondo respiro, si voltò verso i suoi compagni.
«Anche se lo ritengo superfluo, tengo a precisare che ci stiamo per addentrare in un luogo pericoloso, dimora di antichi poteri che è meglio non risvegliare, quindi, dobbiamo muoverci con cautela ma allo stesso tempo avanzare alla svelta. Se fate come dico e soprattutto tenete le mani a posto e non toccate nulla all’interno delle camere sotterranee, tutto andrà per il meglio. Nano, smettila di far finta di affilare la tua ascia, mi riferisco soprattutto a te.»
Il nano scrollò le spalle. «Si è trattato di un incidente.»
«E tu lo chiami un incidente finire all’interno di un loculo avendo le dimensioni di un topo perché qualcuno ha inavvertitamente toccato un opale dei desideri e per giunta ha nello stesso momento espresso un desiderio?» sottolineò Jardin.
«Quello non era un desiderio» bofonchiò il nano. «Era solo un’esclamazione fatta perché mi avevate fatto alterare.»
«La tua semplice esclamazione ha rischiato di farci morire sepolti vivi» sbottò Jardin.
«Calma, orecchie a punta, tanto poi la situazione si è risolta per il meglio.»
«Se per il meglio intendi che hai riportato in vita un potente orco magi e che abbiamo dovuto dargli tutti i nostri averi per aver salva la vita, sì, certo» disse caustico Selidor: ancora gli giravano per aver dovuto cedere alla creatura l’antico grimorio che aveva trovato poco prima. Non aveva avuto il tempo neppure di leggerne una pagina. «Ti assicuro che se combini un’altra cosa del genere ti trasformo per davvero in uno scheletro ballerino.»
Il nano sbuffò. «Ho capito, necromante, non ti scaldare.»
«Una storia che parla di amicizia e sacrificio, di perigli e oscure magie… devo assolutamente comporci una canzone.»
«Ehi, novellino» Selidor schioccò le dita per attirare l’attenzione del nuovo arrivato. «Non è il momento per perdersi in rime e strimpellamenti.» Già il loro gruppo era sgangherato, ma dovevano proprio prendere con loro un bardo svampito?
«Non capisci che l’arte è qualcosa d’effimero, che va colta nel momento in cui sboccia? Un fiore che non aspetta…»
«L’unica cosa effimera che ci sarà tra poco saranno le tue chiappe, dato che se non le alzi immediatamente te le riduco in cenere» sibilò Selidor al limite della pazienza.
«Uff, va bene.» Il bardo rimise nello zaino la pergamena che aveva preso. «Ma siete proprio rozzi.»
Con Jardin in testa, lui e il nano al centro e il bardo come retroguardia, si addentrarono nelle profondità della montagna, attraversando sale e corridoi che risalivano a un’epoca di cui si era persa memoria. “Se non fosse stato per la missione affidata dal duca, chissà quali segreti avrei potuto scoprire in queste cripte” pensò con rimpianto Selidor; l’importante però adesso era che tutto filasse liscio. E c’era da dire che fino a quel momento così era stato, se non fosse per il continuo odore di muschio e zolfo che aleggiava nell’aria (ma, d’altronde, erano in una tomba, non poteva odorare di gelsomino) e un intermittente leggero fruscio presente lungo tutto il loro cammino. “Forse sono soltanto ratti che fuggono al nostro passaggio.”
E poi eccoli nell’ultima sala: la tomba di un potente arcimago la cui magia era stata leggendaria. Ancora un poco e sarebbero tornati alla luce del sole; bastava solamente che… Il fruscio si fece più forte, questa volta proprio alle sue spalle. Quando si voltò, vide il bardo che stava facendo girare qualcosa tra le dita della mano destra.
«Che stai combinando?» sibilò Selidor.
«Niente: quando mi sento teso devo aver qualcosa tra le mani e cipollarlo. Mi aiuta a diminuire lo stress.»
Selidor strinse gli occhi cercando di vedere cosa il bardo aveva in mano. «È tuo?»
Il bardo scosse il capo. «No, è un sacchettino con delle grosse ghiande che ho trovato fuori da queste cripte e mi sembrava…»
«Avevo detto chiaramente di non toccare nulla!» Selidor sbarrò gli occhi. «Mettilo via immediatamente!»
«Ma l’ho preso fuori di qui!» protestò il bardo.
«FALLO ORA!»
«E va bene!» Stizzito il bardo gettò con forza il sacchetto dentro un anfratto lì vicino.
«Correte!» urlò Selidor, mosso da un dejà vu che non gli piaceva per niente.
Erano a pochi metri dall’uscita della tomba quando una voce rimbombò tra le pareti.
«Non così di fretta, mortali.»
Quando Selidor si voltò, si ritrovò a guardare una mummia che avanzava a passo deciso verso di loro, le bende che avvolgevano il suo corpo ingiallite dal trascorrere dei secoli; un debole scintillio dorato brillava all’altezza dell’inguine. Aguzzando la vista, Selidor focalizzò la sua attenzione su quel punto e poi sbiancò, la mascella che gli arrivò quasi alle ginocchia.
“Maledetto bardo, proprio le palle di Vecna dovevi trovare e usare come antistress!”
«Non solo avete profanato la mia sacra dimora» tuonò con forza la mummia «ma avete osato anche privarmi della mia verga del potere!»
“Oh, m***a. Non di nuovo.”

L'uccello che girava le viti del mondo

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L’uccello che girava le viti del mondo L’uccello che girava le viti del mondo è il romanzo di Haruki Murakami che ho impiegato più tempo per leggerlo e non perché fosse particolarmente lungo (anche se ha ottocento e passa pagine), ma perché l’ho interrotto e ripreso più volte: ho trovato la lettura, come dire… pesante, e non per via dello stile di Murakami, che ho trovato sempre piacevole e scorrevole, ma perché la storia, l’atmosfera avevano un che di cupo. Senza contare che avevo l’impressione che L’uccello che girava le viti del mondo fosse un libro che andasse letto con calma.
Il copione è similare ad altri libri di Murakami. Il protagonista, Toru Okada, è sposato con Komiko e la loro è un’unione equilibrata, la loro esistenza tranquilla; certo, ci sono attriti con la famiglia di lei, specie col fratello, che non ha mai visto di buon occhio il matrimonio (lei viene da una famiglia agiata, lui è una persona di ceto medio), ma nulla che possa sconvolgere la loro esistenza.
Le cose però cambiano quando il loro gatto scompare improvvisamente; per ritrovarlo si rivolgono a una medium, Malta Kano. Poco tempo dopo anche la moglie scompare e Toru comincia a ricevere strane telefonate da una donna che dice di conoscerlo; la sua vita è stravolta: ha lasciato il lavoro e comincia a far vistia sempre più spesso a una casa vicina abbandonata con un pozzo vuoto nel giardino. Proprio il pozzo è quello che più attrae la sua attenzione, al punto che che vi si cala dentro, passando al suo interno delle ore. Fa anche amicizia con una ragazza adolescente sua vicina, May, irrequieta e che non frequenta la scuola, lavorando part time per la realizzazione di parrucche.
Per ritrovare la moglie, si rivolge di nuovo a Malta, che per aiutarlo coinvolge anche la sorella Creta (sì, è strano che due sorelle si facciano chiamare col nome di due isole, ma se si è già letto Murakami si sa che le stranezze sono ben altre), un tempo prostituta prima fisica poi della mente, la quale è stata violentata dal fratello della moglie. Noburo Wataya, questo il suo nome, è un personaggio pubblico di spicco, molto apprezzato dalla gente, ma che nasconde un passato oscuro: è coinvolto nella morte dell’altra sua sorella, anche se non ci sono prove che lo dimostrino e la famiglia ha coperto la cosa.
Le cose per Toru si fanno ancora più strane quando incontra una donna elegante, Nutmeg Akasaka, e il suo figlio muto dall’età di sei anni, Cinnamon; lei, in cambio dei suoi servizi, comprerà la casa col pozzo, che, a quanto pare è il mezzo per riuscire ad arrivare alla moglie scomparsa attravero una sorta di mondo parallelo. Importante per arrivare al ritrovamento anche il vecchio tenente Mamiya (che gli racconta la tremenda esperienza che ha avuto durante la seconda guerra mondiale in un pozzo e che è legato a una persona che anche Toru e la moglie conoscono; seconda guerra mondiale presente anche nel diario di Nutmeg, dove viene narrata parte della sua vita da piccola e del padre, veterinario di uno zoo costretto a uccidere gli animali per ordine dei suoi superiori durante il catastrofico conflitto bellico).
Non mi dilungo di più a racconare la trama perché spiegare tutto sarebbe complicato, ma L’uccello che girava le viti del mondo rispecchia una struttura cara a Murakami: c’è una donna che scompare senza motivo, il protagonista non se ne riesce a dar spiegazione, ha esperienze strane, incontra personaggi altrettanto strani, e in un misto tra realtà e sogno riesce in un qualche modo a giungere a conclusione. Nel complesso, il romanzo è buono, però ho avuto difficoltà a finirlo.