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Ritrovare la capacità di pensiero

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Ritrovare la capacità di pensiero è la nona fatica che ho scritto (neanche fossi Ercole…) ed esce a distanza di tre anni dall’opera precedente (Racconti delle strade dei mondi), un lasso di tempo un po’ lungo, dato che solitamente avevo una cadenza annuale riguardo le pubblicazioni. Le ragioni sono diverse: uno, ho portato avanti due lavori in contemporanea (l’altro è il quarto capitolo della serie di I Tempi della Caduta, anche se per finire Ritrovare la capacità di pensiero l’ho lasciato un po’ indietro, avendone realizzato su per giù un terzo del suo totale); due, dati gli impegni extra scrittori, il tempo è stato più limitato (e non avendo più le energie dei vent’anni, ho potuto fare meno rispetto al passato), ma la vita e ciò che la riguarda viene in primis; terzo, non ho un team di supporto, faccio tutto da solo, quindi la velocità rispetto a chi fa diversamente è differete (ogni riferimento a Brandon Sanderson non è casuale 😉 ).
Che cos’è Ritrovare la capacità di pensiero?
Non è narrativa né saggistica… allora cos’é? Si può dire un insieme di riflesssioni di svariato genere, dove alla base di tutto sta il pensare. Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti. Ed è molto importante che sia il più elevato possibile perché se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamento è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza sapendo usare la testa.
Senza voler essere una guida o un manuale per raggiungere un proprio equilibrio interiore, Ritrovare la capacità di pensiero, attraverso riflessioni che prendono spunto da letture, film, notizie con cui si ha a che fare tutti i giorni, ha l’intento, attraverso il confronto di idee, di mettere in moto la propria mente, aiutando e sviluppando così la capacità di pensare.
Quest’opera non cambierà il mondo (e non ha neppure l’intento di farlo) e neppure tante persone (probabilmente nessuna), però, andando al di là di essa, ritengo che sia oltremodo necessario, con tutto quello che sta succedendo, che il più gran numero di persone al mondo (soprattutto quelle nelle posizioni di potere), ritrovino la capacità di pensiero. (Visto che siamo in tema di pensare e riflettere, e dato che i media nazionali ciò non fanno, suggerisco di seguire il canale su Youtube Chora Media, perché oltre a essere interessante, ha molto da dare).

Occhi di gatto - La serie tv

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La serie tv di Occhi di gattoIn diversi della mia generazione (anni 80 o giù di lì) si ricorderanno dell’anime Occhi di gatto (era trasmesso quand’ero piccolo sulle reti Mediaset durante il programma Bim Bum Bam), tratto dal manga omonimo di Tsukasa Hōjō (lo stesso autore di City Hunter, opera successiva e in minima parte legata a Occhi di Gatto, dato che uno dei personaggi ha comprato il bar delle tre sorelle ladre); per chi non sapesse la storia, Sheila, Kelly e Tati gestiscono un bar che funge però da copertura per la loro reale attività, recuperare tutte le opere del padre, Michael Heinz, famoso artista degli anni ’40 scomparso e che sperano di ritrovare attraverso indizi ottenuti dalle opere che rubano. Sono passati tanti anni (troppi) da quando lo vedevo, ma da quel che ricordo, non c’era un finale, con ogni puntata dedicato a un furto e i tentativi vani della polizia (specie del detective Matthew Hisman, fidanzato di Sheila e completamente ignaro dell’identità della sua ragazza) di fermare le tre sorelle ladre.
Nel 2024 è stata realizzata una serie televisiva, adattata e ambientata in Francia. I nomi delle ragazze sono stati cambiati, così come quello del detective, ma si è rimasti sulla falsa riga dell’originale: le tre sorelle, dopo una separazione iniziale, si ritrovano e Sylia e Alexia devono costatare che Tamara aveva ragione, ovvero che il padre, collezionista d’arte, è stato ucciso, il rogo in cui è morto non è stato un incidente, ma un mezzo per coprire il furto delle opere che possedeva nella sua galleria. Attraverso il recupero di esse (in uno dei quadri è nascosta una scheda di memoria che il padre ha dato a Silya sospettando che stesse per succedergli qualcosa) si può fare luce su quanto accaduto.
Premesso che ho visto solo le prime due puntate trasmesse su Rai2, devo dire che la serie non mi è dispiaciuta (sinceramente, pensavo peggio): niente biglietti da visita usati come stelle ninjia, scarpe da tennis al posto di stivaletti coi tacchi a spillo (molto più adatte se si deve correre sui tetti e arrampicarsi o scedere dai palazzi), la serie tv ha una trama più precisa rispetto all’anime e soprattutto ha un unico nemico con cui aver a che fare. Certo non tutto è perfetto (i personaggi che scimmiottano altri personaggi non è proprio il massimo), ma Occhi di gatto è una visione godibile (almeno per il momento).

Il fantastico nella realtà e la realtà nel fantastico: alcuni esempi

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Visto il poco tempo che ho ultimamente per scrivere articoli (oltre agli altri impegni sto terminando di revisionare un ebook che vorrei far uscire a breve), ripropongo un vecchio articolo che avevo scritto anni fa su Fantasy Magazine.

L'Arazzo di Fionavar, esempio di letteratura del fantastico. Spesso la maggioranza delle persone ritiene che alla letteratura fantastica (fantascienza, fantasy e tutto ciò che è inventato e che non ha elementi inerenti la realtà) appartengono letture di serie b; una convinzione diffusa in tutto il mondo, ma che se si sta attenti ci si accorge essere ben radicata nell’orticello di casa nostra più che in altri posti. In Italia buona parte della critica sottovaluta e disprezza tali generi, molti lettori li ritengono una semplice lettura d’evasione e una bella fetta di scrittori si adegua a tale sistema, adattandosi alle regole del mercato, al massimo scimmiottando e realizzando brutte copie di opere famose del passato. Eppure ci sarebbe poco da disprezzare generi capaci dimostrare con grande lucidità la realtà, specialmente quella che appartiene al nostro paese.
Basti pensare a George Orwell che nel 1949 con l’opera 1984 racconta di una società dove gli individui sono totalmente controllati da un sistema governato da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto di persona, che li monitora in continuazione attraverso teleschermi (televisori forniti di telecamera, installati per legge in ogni abitazione). Li sorveglia e li condiziona, uniformandoli alla stessa linea di pensiero decisa da chi è al potere: libero arbitrio, obiettività, criticità, sono elementi che vengono perseguiti e condannati.
A decine d’anni dalla realizzazione del romanzo, la realtà descritta da Orwell non è tanto un’invenzione: senza andare a parlare di governi dove la libertà personale è fortemente ridotta (basta pensare alla Cina o ai paesi dove sono al comando dei regimi), non si può non notare quanto la tecnologia abbia avuto influenza nella vita delle persone e quanto essa sia un sistema di controllo, atto a indurre le persone a seguire certe vie. Attraverso la manipolazione delle notizie (pochi giornali e telegiornali fanno vera informazione raccontando la verità, il reale stato dei fatti) si cerca di manipolare la massa: generare la paura e l’insicurezza è solo uno dei mezzi usati per attuare tutto ciò. Un altro mezzo è la pubblicità con il suo continuo bombardamento, che cerca di generare nelle persone bisogni, desideri che non sono i suoi, inducendo in loro la necessità di acquistare determinati prodotti per alimentare il mercato e spingerli a spendere, a far arricchire chi sta dietro tutto questo, dando linfa a una macchina più grande di quel che sembra perché tante sono le persone che vi gravitano attorno e che vanno mantenute. E non vanno dimenticati i reality e tutte quelle trasmissioni che cercano d’indurre mentalità, atteggiamenti, modi di vivere che sono costruiti ad arte per dare il via a mode che in un modo o nell’altro portano sempre a spendere dei soldi.
Non bastasse questo, negli anni Internet ha preso sempre più piede, diventando parte integrante della vita degli individui. Una vera e propria rete e non solo per i suoi tanti nodi che si collegano l’uno all’altro e portano sempre a nuove connessioni, ma perché accalappia, imbriglia le persone e non le fa più scappare, rendendole prigioniere (non sono pochi i casi in cui si è creata una vera e propria dipendenza tale da richiedere veri e propri ricoveri in cliniche specializzate), proprio come succede nella pesca dei tonni. Sì, le persone vengono proprie pescate, divenendo cibo e alimento per questo gigantesco mezzo che è la tecnologia, che potrebbe essere un aiuto e un supporto, ma nella maggior parte dei casi è una trappola, un costrutto per risucchiare informazioni e dare una conoscenza a gruppi di persone per attuare condizionamento e sfruttamento.
La gente prende sottogamba questo stato delle cose, ritenendo che i social network, i siti dove occorre registrarsi siano qualcosa d’innocuo, ma non si rende conto di quanto nascondono. I dati personali di ognuno, con tutte le preferenze delle proprie navigazioni e le informazioni che vengono date con commenti, acquisti e click su “mi piace” sono monitorate e analizzate per fare studi di mercato, per capire cosa la gente vuole e quali prodotti può voler acquistare; a seguito di ciò non ci si deve meravigliare se si viene bersagliati continuamente da pubblicità, da spam di ogni sorta. Senza contare l’elevato numero di truffe in cui ci si rischia di trovare se non si ha un minimo di attenzione.
A tutto ciò va aggiunto il tentativo e la spinta dei governi di far effettuare pagamenti di ogni sorta attraverso carte di credito o bancomat, così monitorare tutti i movimenti economici dell’individuo: una questione di trasparenza e sicurezza, viene asserito, ma la verità va molto più a fondo e va a toccare gli interessi di chi è al potere, così da poterne accumulare ancora di più.

Starcrash

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StarcrashStarcrash è uno di quei film che conoscono in pochi e in tanti direbbero che è meglio così, dato che ha una regia, una sceneggiatura e una recitazione di così basso livello da far cascare le braccia. Eppure, è così trash che a me ha fatto morire dal ridere. Si tratta di una pellicola del 1978 e già dal titolo si capisce che si rifà al più famoso Star Wars di Lucas, senza avvicinarsi nemmeno lontanamente a questo lavoro; ma Star Wars non è l’unica cosa cui di riferisce: si cita il pianeta Arrakis anche se non c’entra nulla col Dune di Herbert, il villain ricorda quello di Flash Gordon (ma è molto più… scadente, diciamo così). Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una parodia alla Balle spaziali, ma purtroppo non è così: il film si prende sul serio. Eppure, con dialoghi che fanno cascare le braccia, attori con un’espressività pari a zero, trovate di regia che è meglio lasciar perdere, il film fa divertire per quanto è ricolo (la cosa probabilmente non è affatto voluta).
La piratessa spaziale Stella Star (…) e il suo fido compagno Akton (dotato di capacità supernormali…) dopo aver soccorso un’astronave dell’Impero, vengono catturati dal malvagissimo Conte Zarth Arn (!), che manda due ciofeche di robot a uccidere l’unico sopravvissuto che i due prigionieri hanno soccorso. Ma la nostra eroina (sigh) riesce a fuggire (con Stella Star da qui in poi quasi sempre mezzo svestita, anche quando va su un pianeta con migliaia di gradi sotto zero, arisigh…), salvo venire di nuovo subito catturata, Ma è una finta cattura: la polizia spaziale è venuta a liberarla perché li aiuti a combattere contro il conte; prima però bisogna salvare Akton. Detto fatto: un secondo dopo Akton ricompare libero (ma non l’avevano mandato su un altro pianeta? E la missione di salvataggio? Mah…)
Il capo della polizia Thorn e il robot Elle si uniscono al duo e partono per trovare la pericolosissima e temutissima arma del conte, così grande che ci vuole un intero pianeta per celarlo alla vista (…). Vanno su un pianeta ghiacciato e lì Thorn si rivela essere un traditore. Sopravvivono senza fare niente alla pericolossima arma del conte e arrivano su un altro pianeta dove Stella Star viene di nuovo catturata (e tre) da un gruppo di ominidi (chi ha detto Il pianeta delle scimmie?). Ma la nostra eroina viene salvata da un individuo misterioso che altro non è che… Michael Knight! No, è Mitch Buchannon! No, è… insomma avete capito che sto parlando dell’attore David Hasselhoff, che qui si rivela essere il figlio dell’imperatore. Scoprono che il pianeta dove sono è la base del conte, ma vengono di nuovo catturati (e quattro); si liberano di nuovo, ma Akton, ferito di striscio a un braccio, muore (ma che…). Arriva l’imperatore che ha poteri così grandi da fermare il tempo (ma se è così potente, perché non ha fatto tutto lui fin da subito?) e li fa partire in un attacco a sorpresa contro la base spaziale del conte; la vittoria arriva e la pace cala sull’universo.
Con un’eroina che viene catturata ogni tre per due (viene presa ancha da un gruppo di amazzoni che usano le lance ma non le sanno nemmeno tenere in mano (però stanno bene in costume)), battaglie ridicole (ce n’è pure una con un robot gigante con le tette… chi ha detto Aphrodite A?) che sembra uscire dal futuro Scontro tra titani (questo film arriverà nelle sale nel 1981), Starcrash è talmente una…, sì, lasciatemelo dire, una boiata che non ci si può non divertire.