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L’inizio della Caduta

 

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Addio a Kobe Bryant

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Per chi gioca e ha giocato a basket, la scomparsa di Kobe Bryant è stata un fulmine a ciel sereno; un qualcosa d’inaspettato e inpensabile, che lascia privi di parole. Non è il primo incidente del genere che accade e non sarà l’ultimo, e come tutte le volte che una vita viene spezzata in maniera improvvisa lascia sconvolti. Eppure quando succede a persone che hanno rappresentato tanto per lo sport e non solo, il fatto colpisce con forza; colpisce ancora di più se si pensa che con lui è morta anche la figlia di tredici anni. Risulta impossibile pensare a quanto tremendi possono essere stati gli ultimi istanti di vita, non solo perché si sta per incontrare la morte, ma perché la sta per incontrare anche chi si ama.
Forse è per questo che la mente si chiude davanti a un simile avvenimento e si pensa al passato dello scomparso.
Kobe Bryant non è stato solo un ottimo giocatore di basket. Kobe Bryant era quel titpo di giocatore che nasce una volta per generazione. Kobe Bryant era un campione del basket, diventato una leggenda, un esempio per chi vuole praticare questo sport; un modello per tantissimi irraggiungibile, uguagliabile da pochissimi, ma questo non lo rendeva meno d’ispirazione. Grande realizzatore, atleta eccezionale, capace di giocate spettacolari: Kobe Bryant ha fatto la storia del basket mondiale, non solo NBA, al pari di figure come Michael Jordan, Larry Bird, Karl Malone, Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Wilt Chamberlain, Julius Erwing, che hanno incantato e fatto sognare milioni di persone.
Un campione che si dava da fare anche fuori dal campo, aiutando gli altri con tante iniziative benefiche, come per esempio quelle rivolte ai giovani e ai soldati che si dovevano reintegrare nella vita civile.
Addio Kobe, sei stato un grande e lo sarai sempre.

Kobe Bryant

L'inizio della Caduta - Recensione

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Per chi volesse farsi un’idea su L’Inizio della Caduta, ecco la recensione di Fantom Caligo pubblicata sul sito Scrittori Indipendenti.
inizio della Caduta

Starship Troopers, il film di Paul Verhoeven

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Starship TroopersStarship troopers è un film di Paul Verhoeven del 1997, molto liberamente ispirato all’omonimo romanzo di fantascienza di Robert A. Heinlein pubblicato per la prima volta nel 1959. Entrambi i lavori sono space opera militare, ma a parte questo e qualche piccolo dettaglio, non hanno nient’altro in comune. Seppur spettacolare come pellicola, manca di uno degli elementi principali dell’opera di Heinlein, la tuta potenziata, ma questo non influisce sul film, dato che percorre un’altra strada; anche della filosofia del libro sono stati presi solo alcuni elementi appena accennati, come la meritocrazia e la libera scelta di arruolarsi. Mancano le critiche al Comunismo e alla tecnocrazia (“il governo dei cervelloni”), come manca la condanna al militarismo tipico delle ideologie totalitaristiche del XX secolo e la critica alle “democrazie del XX secolo” che, secondo il romanzo, hanno fallito perché “la gente è stata illusa di poter semplicemente votare per qualsiasi cosa volesse… e di poterlo ottenere senza fatica, né sudore, né lacrime”.
Chi avesse letto Starship Troopers e si apprestasse a vedere il film che porta lo stesso nome, non si aspetti una storia di formazione come lo è quella di Heinlein, perché Paul Verhoeven ha creato una pellicola molto più cinica e spietata, seppur sempre critica.
In un futuro non troppo lontano, gli uomini hanno preso a colonizzare nuovi pianeti, ma nella loro conquista incontrano una razza aliena d’insettoidi anche lei dedita all’espansione: il conflitto bellico è inevitabile. La storia viene mostrata dal punto di vista di Johnny Rico, un giovane che si arruola nella fanteria mobile per seguire la ragazza che ama, Carmen Ibañez, entrata nell’aeronautica; anche due loro amici dei tempi della scuola, Carl Jenkins e Dizzy Flores, entrano nell’esercito, il primo nell’intelligence, la seconda nella fanteria. Johnny prima dovrà avere a che fare con la dura vita del campo addestramento , poi con quella ancora più dura del campo di battaglia.
Film adrenalinico e pieno di testosterone, dove i personaggi fanno a gara a chi è più cazzuto, da alcuni visto come una pellicola parafascista che inneggia all’uso delle armi e della forza bruta, in realtà è un lavoro più intelligente di quel che appare, pieno di implicazioni politiche e morali: attraverso cinismo e un humor spietato, l’opera ambigua di Paul Verhoeven va compresa con una chiave di lettura antimilitarista, dove attraverso la satira critica la visione che hanno certi governi. Il regista mostra una società militarizzata e xenofoba, alla continua ricerca di un nemico da combattere e ciò lo rende un film ancora oggi molto attuale, dato che viene subito in mente l’impronta che ha voluto dare Trump agli Stati Uniti o che qualcuno vorrebbe dare all’Italia, tanto per fare alcuni esempi. Senza contare la feroce critica che viene fatta al tam tam pubblicitario per sponsorizzare la forza militare, per manipolare con il patriottismo una massa umana che agisce e pensa poco. Una massa umana fatta per obbedire, non per pensare, ma per seguire quello che ha più palle: un inno alla legge del più forte.
Se si riesce a vedere oltre al film fracassone, ricco di effetti gore e splatter, e si riescono a scorgere i tanti piccoli messaggi critici lanciati da Verhoeven, si troverà in Starship Troopers una piccola chicca, forse uno dei migliori film del regista assieme a Robocop e Atto di forza.

Se il buongiorno si vede dal mattino...

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Se il buongiorno si vede dal mattino, quest’anno non si prospetta per niente positivo.
Il clima d’incertezza economica, la perdita di posti di lavoro, sono due elementi che per primi vengono in mente, specialmente in Italia: vedere continuamente governi frammentati e litigiosi, dove è un tutti contro tutti non aiuta a creare un’atmosfera serena, specialmente quando le regole create da essi non aiutano le persone, ma anzi contribuiscono a complicargli la vita. Non è un caso che molti piccoli negozi a causa dei costi dovuti alla fatturazione elettronica abbiano chiuso: è stata l’ennesima goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ennesima spesa che si è andata aggiungere alle tante spese che si debbono sostenere. Senza contare che per certe persone, specie quelle anziane, la difficoltà nell’avere a che fare con la tecnologia è stato un fattore che ha contribuito a fare la scelta di chiudere l’attività. Se il buongiorno si vede dal mattino...Combattere l’evasione fiscale è giusto, ma non si dovrebbe puntare sempre a colpire i piccoli, già tartassati a sufficienza, mentre si fa poco o nulla contro grandi evasori, grandi imprenditori e multinazionali, cui si danno anzi agevolazioni.
Non bastasse ciò, aumentano i morti sul lavoro, i morti sulle strade, i morti ammazzati per i motivi più futili: eventi di cui gli unici a beneficiare sono le pompe funebri.
In un’atmosfera che si fa sempre più cupa, dove c’è sempre meno voglia di sorridere, va aggiunto che i paesi sono governati da governanti che più che individui maturi e adukti sembrano bambini dell’asilo capricciosi che si fanno i dispetti. Solo che questi dispetti poi ricadono sulle vite di milioni d’individui. Politici con un ego spropositato che vogliono dimostrare solo quanto sono potenti e con gli attributi (come sta facendo Trump).
Va aggiunto anche che la tecnologia ha fatto perdere molto, fra cui contatti umani, capacità di pensare e capacità manuali, creando purtroppo una certa involuzione nell’uomo. Ma il problema non è la tecnologia: la tecnologia, il progresso, sono fattori positivi, se attuati in un certo modo. Il problema è che allo sviluppo tecnologico non è seguito uno sviluppo della consapevolezzala, della coscienza, e dell’intelligenza umana, e i risultati si stanno vedendo.
Se davvero il buongiorno si vede dal mattino, il 2020 non si presenta come un buona anno.

La violenza non ha sesso né età

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Scene di violenzaPurtroppo la cronaca riporta sempre più casi di donne che subiscono violenza o vengono uccise. Un’escalation che sembra non avere fine. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché di tanti casi non si parla, rimangono nell’ombra.
Da qui è facile focalizzare l’attenzione sull’immagine del maschio brutale, prevaricatore, possessivo, aggressivo.
Tutto vero, ma limitante, perché nell’immaginario si va poi ad associare la violenza all’uomo, inteso come essere maschile. E questo invece è sbagliato, perché la violenza non ha sesso. Anche le donne sono capaci di gesti brutali e la cronaca ce li mette sotto gli occhi ogni giorno: maestre che picchiano e terrorizzano bambini piccoli, donne che gettano in faccia acido all’ex-fidanzato, donne che fanno stalking. E la violenza non è solo fisica: basta osservare alcuni reality, show televisivi per vedere come il livello di aggressività verbale di tante donne è davvero alto. Ma ancora una volta, occorre sottolineare come la violenza non ha età, basta osservare il livello di scontro verbale che c’è in tante trasmissioni sportive. In questo articolo di una decina di anni fa, si parla di un insulto o un litigio ogni otto minuti. Ora le cose sono peggiorate, come se l’aggressività sia un valore da possedere per dimostrare di valere, sia un segno di forza. (per chi volesse approfondire il tema della violenza nei media, suggerisco la lettura di questo articolo.)
In conseguenza di ciò, viene spesso da pensare che sia un modo di fare utilizzato dai giovani per emergere, per imporsi. Ma se si osserva, si può notare che non è proprio così, perché sono tanti tra gli anziani quelli che uccidono e commettono violenza.
Quindi non è neanche una questione di età.
E neppure di appartenenza a un determinato stato sociale: spesso si credeva che la violenza nascesse da ambienti poveri, degradati, ma i fatti dimostrano che molti dei casi di violenza accadono dove non ce lo si sarebbe aspettato, perché tutto in apparenza andava bene. Niente problemi economici, famiglie cresciute in ambiente tranquilli; ma poi questa tranquillità viene squarciata all’improvviso da gesti efferati.
Pare che la violenza adesso non abbia neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi: uno sguardo, un parcheggio perso, un commento, è sufficiente per portare alla tragedia.
Uomini, donne, giovani, anziani, pare che non siano più in grado di controllare le proprie emozioni, che vengano dominati da essi.
Come si è giunti a essere schiavi della violenza, divenendo non più esseri pensanti, ma un mezzo perché essa possa scatenarsi?
Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, sono tutti elementi che hanno avuto la loro parte in questa violenza sempre più diffusa. Senza contare le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, sono state alimentate fino a esplodere.
Tutto questo ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni. Eppure, basterebbe essere un po’ più consapevoli di se stessi e del mondo che circonda, per non farsi condizionare e tornare padroni di stessi.