Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2

Wikio vote

http://www.wikio.it

novembre: 2018
L M M G V S D
« Ott   Dic »
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

Archivio

Il parchetto

No Gravatar

Tac tac tac.
Il suono della stampella sul marciapiede aveva un che di rassicurante; per molti sarebbe stato il segno del decadimento fisico, ma per lui rappresentava il non dover più correre dietro a passioni e obblighi.
“Essere vecchi non è poi così male” pensò mentre svoltava l’angolo del quartiere.
“Nessuno si aspetta più niente da te. Niente pressioni, richieste. Si ha tutto il tempo che si vuole e lo si può gestire come meglio si crede.” Sorrise, avanzando con il suo passo lento e misurato.
“Nessuno fa caso alle eccentricità, perché tutti danno la colpa all’età e al fatto che ogni giorno che passa si porta via un pezzettino di testa. Si è liberi dai giudizi. Oppure non ci si dà importanza perché si è capito a cosa dare valore.” Scosse il capo divertito.
Aspettò che il semaforo divenisse verde, poi attraversò la strada, passando accanto alle villette a schiera, tutte dello stesso color mattone, tutte con gli stessi piccoli giardini curati. Nell’aria, l’odore di sugo e soffritto si mescolava al profumo dei gelsomini; da una finestra aperta giungeva la melodia di un tango argentino.
Imboccò una strada senza uscita che passava in mezzo a due blocchi di villette, percorrendola fino a raggiungere la staccionata. Aprì il basso cancelletto di legno, superò le altalene e gli scivoli, e si diresse alla panchina più lontana.
Con un sospiro di soddisfazione si sedette. Poggiò la stampella per terra e si lasciò andare contro lo schienale della panchina. Una tiepida brezza accarezzava le foglie degli alberi, creando giochi di luce con i raggi di sole che filtravano tra i rami. Una palla sgonfia faceva capolino dal cestino dei rifiuti.
Inspirò lentamente, osservando i pezzi mancanti della staccionata. Quand’era piccolo, non c’erano recinzioni, ma tutto era prato per decine e decine di metri: lui e i suoi amici venivano a giocarci a calcio tutti i pomeriggi dopo la scuola, usando gli alberi come pali per le porte. Un pallone e quel campo di periferia diveniva uno degli stadi più famosi d’Europa, mentre loro si trasformavano negli idoli che tanto osannavano.
“Boniperti s’invola sulla fascia, salta un uomo e s’accentra puntando dritto sul portiere…”
“Ma Valentino Mazzola lo anticipa e parte in contropiede…”
Scosse il capo sorridendo: facevano la radiocronaca delle proprie azioni mentre giocavano… ne avevano di fiato da vendere.
Le case oltre lo steccato scomparivano ogni volta che ricordava quei giorni e si rivedeva con i suoi amici correre in pantaloncini e maglietta, sudati e spensierati, con solo una gran voglia di giocare. Si mise a sogghignare ripensando alle imprecazioni che volavano quando il pallone finiva nel torrentello vicino e si ritrovavano a rincorrerlo lungo la riva mentre i flutti se lo portavano lontano, fino a quando non si fermava contro un sasso o un alberello caduto.
Spostò lo sguardo sui pochi alberi rimasti. Anche quello su cui aveva inciso le iniziali sue e della prima ragazza con cui usciva da adolescente era stato tagliato per far spazio all’ingrandimento del paese. Dove ora c’era l’ultima villetta, vedeva il se stesso più giovane che scambiava il primo bacio all’ombra della grande quercia, nel silenzio di un tramonto d’estate. Quello stesso albero aveva conosciuto la tristezza inconsolabile quando lei si era trasferita in un’altra città.
“Chissà se anche lei ripensa a quei momenti, alla dolcezza dei baci che ci siamo scambiati.” Sospirò. “Forse mi dovrei chiedere se è ancora viva: dei ragazzi e delle ragazze di allora non rimane più nessuno. C’è chi è morto, chi non si alza più da un letto…”
Volse il capo in direzione del cigolio di un’altalena. Quello era un luogo dove venivano ormai poche mamme con i loro bambini nelle carrozzine; sempre di corsa, sempre impegnate a guardare lo smartphone e mai disposte a scambiare una battuta se non con le altre mamme.
I ragazzi neppure ci venivano più, troppo impegnati a passare le loro ore dentro la rete. Niente più partite al pallone. Niente più avventure nel torrente a fantasticare di tesori smarriti o a costruire dighe per creare una loro piccola piscina; probabilmente ora non gli sarebbe nemmeno stato permesso di farlo per non deturpare l’ambiente, perché il corso d’acqua era troppo inquinato e si potevano contrarre malattie.
I tempi erano cambiati.
Le aspettative erano cambiate.
Tutto era cambiato. C’erano più regole da rispettare. Più obblighi da assolvere. Si sorrideva sempre meno, quando invece a lui e alla sua generazione bastava un niente per sorridere.
Eppure non si sentiva triste. Anche se i suoi amici se n’erano andati, anche se del luogo dei loro giochi e amori non rimaneva che un soffocato angolo di verde, non provava rimpianto per quello che era passato.
Una foglia si posò sulla panchina. La prese per il picciolo tra l’indice e il pollice e cominciò a farla girare su se stessa, prima in un verso, poi nell’altro.
Uno scrittore dalla fervida immaginazione avrebbe potuto dire che quel parchetto era la sua macchina del tempo, il mezzo per tornare in un passato dove era felice e così sfuggire a un presente che non gli piaceva. Qualcosa di simile alla tana del Bianconiglio di cui scriveva King, ma che funzionava solo nella sua testa. Un modo molto prosaico per dire che gli era andato in pappa il cervello e che come ogni vecchio viveva solo di ricordi.
No, per lui non era così. Anche se ormai era molto cambiato, quel luogo gli serviva per ricordare come si faceva a sognare, cosa si provava quando si vedeva il mondo come un posto pieno di opportunità e tutto era ancora possibile, proprio come quando si era giovani.
Si sistemò più comodamente sulla panchina e, alzando lo sguardo sulla collina che stava oltre il torrente, fantasticò di luoghi che doveva ancora visitare.

La spada spezzata

No Gravatar

La spada spezzata è un romanzo fantasy del 1971 di Poul Anderson, autore conosciuto soprattutto per le sue opere di fantascienza, ed è basato sulle storie della mitologia scandinava.
Le vicende sono concentrate su Skafloc e Valgard, rispettivamente protagonista e antagonista della storia. Le loro vite sono esempio di come gli esseri mortali in quei tempi pieni di magia erano pedine nelle mani di forze più grandi di loro. Skafloc, appena nato, viene preso dal conte degli elfi Imric e sostituito con un bimbo, uguale in tutto e per tutto a lui, nato dall’accoppiamento con una troll (la figlia del re dei troll che tiene prigioniera da novecento anni) e dall’uso della magia; portato a Elfeugh, uno dei tanti castelli degli elfi del popolo di Faerie (presente nel mondo degli uomini, ma visibile soltanto a chi era capace di vederlo) , viene cresciuto con la sapienza e le arti elfiche, anche se su di lui incombe un cupo destino, visto l’oscuro dono portatogli dal messaggero degli Asi: la spada spezzata che dà il titolo all’opera di Anderson.
E mentre Skafloc ha un’esistenza gioiosa, attorniato da magia e meraviglie, quella di Valgard è un’esistenza rabbiosa, solitaria, odiato e temuto da tutti per via della sua indole violenta. Vittima di se stesso e della manipolazione altrui, si ritroverà a uccidere il padre e tutti i fratelli adottivi, tranne la sorella Freda, che verrà salvata da Skafloc dopo che Valgard l’ha rapita e portata nel regno dei troll per aver scoperto quali sono le sue origini.
Skafloc e Freda si metteranno insieme, senza sapere che sono fratello e sorella. Quando la scoperta avverrà, sarà una tragedia e i due si separeranno. La ragazza tornerà tra gli uomini, mentre a Skafloc non resterà altro che perseguire la via della vendetta e andare alla ricerca di chi forgerà nuovamente la spada spezzata per riconquistare le terre degli elfi cadute sotto il dominio dei troll, anche se questo significherà incorrere in un tremendo destino.
Poul Anderson con La spada spezzata crea una storia a tratti poetica, specie nella prima parte, per poi virare verso un intreccio più cupo, dove i personaggi risultano praticamente maledetti, indirizzati verso un destino drammatico e senza speranza. Se per Skafloc ci sono sprazzi di felicità, anche se di breve durata, per Valgard non c’è alcuna speranza: nato per essere l’ombra di un altro, mai amato, per tutta la vita deve fare i conti con il non avere un suo posto nel mondo, di non essere stato voluto, di essere stato sempre la pedina di qualcun altro. Un personaggio drammatico, che non ha conosciuto che tradimenti e sotterfugi.
Sullo sfondo di tutto ciò ci sono gli dei (specie Odino) che si muovono nell’ombra, usando gli uomini per piani nebulosi.
La spada spezzata è un romanzo tragico ed epico, dove anche quelli che dovrebbero essere buoni hanno lati oscuri. Violenza, incesti, spargimenti di sangue, intrighi. Anderson ha anticipato di parecchi anni un filone fantasy che ha dato rinomanza ad autori come Martin e Abercrombie.

Grazie, Stan Lee

No Gravatar

Spider-man, X-men, Fantastici quattro: alcuni dei tanti personaggi creati da Stan Lee

Per i mondi che hai creato, per i personaggi a cui hai dato vita e per le avventure che hai raccontato. Grazie soprattutto per aver dato a tante generazioni la possibilità di sognare e ispirarsi alle tue storie.

Elantris

No Gravatar

Elantris è il romanzo d’esordio di Brandon Sanderson, avvenuto nel 2005.
Elantris è una città stupenda, la città degli dei: un luogo di potere, radiosità e magia, dove le pietre stesse brillano con una luce interiore. Di notte Elantris splende come un enorme fuoco argenteo, visibile perfino da grandi distanze.
Ancora più straordinari però sono i suoi abitanti. Bellissimi, immortali, capaci di qualsiasi cosa, di curare malattie, creare dal nulla tutto ciò di cui hanno bisogno. Chiunque abiti a Teod o Arelon può divenire uno di loro: solitamente la Trasformazione (o Shaod) arriva di notte, cambiando completamente l’esistenza di chi viene scelto.
Ma poi, un giorno, tutto questo è finito. Quando è giunto il Reod, le persone toccate dallo Shaod non si sono più trasformate in bellissimi dei, ma in creature che sono parodie della vita: senza capelli, la pelle piene di macchie. Il loro cuore si è fermato, ma hanno continuato a esistere; soprattutto hanno sempre fame, ma sono costretti a vivere di stenti e rubare il cibo dai nuovi arrivati a Elantris perché sono stati emarginati, come in un ghetto, proprio nella città in cui tanti giungevano per ricevere aiuto o guardare ammirati le sue meraviglie.
La bellissima Elantris è divenuta un luogo di miseria e abbandono, piena di fango, dove l’umanità viene perduta. Per essa e i suoi abitanti pare non esserci speranza, fino a quando non vi giunge il principe Raoden, anch’egli colpito dallo Shaod. Ma come è nella sua natura, non accetta una realtà ingiusta e comincia a darsi da fare per ridare un senso alla vita a quelli come lui, fargli riscoprire la dignità umana.
E mentre Raoden sta ricostruendo una società all’interno di Elantris, ad Arelon è giunta Sarene, la sua promessa sposa, che si ritrova vedova pochi giorni prima delle nozze, vincolata da un contratto matrimoniale che le impone di rimanere. Sarene, che aveva acconsentito di sposare Raoden per creare un’alleanza con il suo paese natale, Teon, per opporsi all’impero di Fjorden che tutto vuole conquistare, non si lascia andare e adempie al suo ruolo di principessa: aiuta Arelon a non soccombere al sistema ingiusto creato e portato avanti da re Iadon, oltre che opporsi al gyorn derethi Hrathen, giunto da Fjorden per convertire Arelon alla religione dell’impero.
Le vicende di Elantris ruotano attorno alle azioni dei tre personaggi principali appena descritti: ognuno ha i suoi fini, ma tutti sono per la salvezza di Arelon, costretti a confrontarsi con le difficoltà che ostacolano il loro cammino. Per tutti loro però c’è un punto in comune: conquistare la fiducia degli altri per ottenere quello che vogliono, perché da soli non possono fare nulla.
Brandon Sanderson, come nelle altre opere successive a questa, dimostra di sapersela cavare con la creazione del sistema magico: in Elantris punta su poteri che si basano sugli Aon (una sorta di rune), il fondamento sia della lingua che della magia in Arelon e nelle sue regioni circostanti. Attraverso di essi si manifesta l’Aondor. Perché un Aon funzioni, deve essere disegnato con assoluta precisione e bisogna volerlo disegnare (occorre l’intenzione, non può essere qualcosa di accidentale); inoltre, l’uso e il potere di un Aon dipendono da quanto si è vicini a Elantris, rivelando che il potere è legato alla terra.
La nascita di un Elantriano appare, a una prima vista, come qualcosa voluto dalla volontà divina, ma c’è chi ritiene che tutto ciò sia inverosimile, dato che gli dei di questa parte di Cosmoverso sono morti e chi utilizza il Dor sta canalizzano i cadaveri di questi dei (non è una novità per Sanderson utilizzare i corpi degli dei per avere potere, come ha fatto vedere nella prima trilogia di Mistborn); non rimane che ritenere che tale nascita eccezionale sia qualcosa di casuale, a meno che non ci sia qualche schema nascosto di cui al momento si ignora l’esistenza.
Non vanno poi dimenticati gli Sheon, sfere di luce fluttuanti e senzienti, con al loro interno disegnato un Aon, che sono legati ad alcuni individui (Radoen e Sarene ne hanno uno). Triste è il fato in cui essi incorrono quando il loro compagno umano è colpito dalla Shaod: impazziscono e non sono più se stessi, vagando per Elantris senza una meta.
I punti interessanti di Elantris però non si limitano a questo: ciò che rende affascinante la lettura sono le azioni e le motivazioni dei personaggi.
Raoden che dal nulla comincia a crearsi un seguito, dando uno scopo alle persone che si aggregano a lui, perché così la loro attenzione si discosti dall’autocommiserazione e dal dolore che sempre li accompagna (gli Elantriano non muoiono per le ferite subite, ma non guariscono mai e la sofferenza dovuta a esse non se ne va, ma si accumula ogni volta che si fanno male, finché non impazziscono). Il suo impegno è volto a costruire una società che sia autosufficiente, dove ognuno ha un compito, vivendo dignitosamente, lontano dalle barbarie che prima del suo arrivo imperversavano, oltre a cercare di scoprire perché lo Shaod è cambiato e il Dor ora agisce in maniera differente.
Sarene che cerca di salvare un regno dall’incompetenza di un re che ha costruito un sistema basato sulla ricchezza, dove si ottengono titoli nobiliari in base a quanto si guadagna, spingendo le persone in una spietata competizione, dove chi non è ricco è praticamente uno schiavo. Non solo: Sarene cerca di far emancipare le donne della corte, visto come sono considerate. Per lei non è solo una questione di giustizia, ma anche un nuovo inizio, la ricerca di un’accettazione e un essere amata che nella sua patria no è riuscita a trovare.
Hrathen che è giunto ad Arelon per convertire la popolazione alla sua fede e così salvarla, letteralmente, perché se entro tre mesi non ci riuscirà, il paese subirà un’invasione militare dell’impero Fjorden, portando migliaia di morti. Una strage che vuole evitare, per non rivivere quanto avvenuto in un altro paese convertito. Hrathen non solo si dovrà confrontare con i fantasmi del suo passato e i dubbi sorti riguardo la sua fede, ma anche con l’integralismo di Dilaf, che vuole distruggere a tutti i costi Elantris (ben mostrato come nasce l’odio verso qualcuno o qualcosa).
Sanderson è bravo nella pianificazione e nello sviluppo degli eventi che occupano buona parte del romanzo; un avanzare lento, che però risulta piacevole. Forse è proprio per questo che quando tira le redini di tutte le sue trame lo fa troppo in fretta, rompendo il ritmo narrativo creato e facendo accadere troppe cose in poche pagine, lasciando il lettore perplesso, come se l’autore avesse avuto fretta di finire la sua storia. Perplessità che sorgono anche per come certe situazioni vengono risolte, risultando poco credibili.
Piccola nota: anche qui, come in altri romanzi dell’autore, Hoid fa la sua comparsa.
Elantris è un buon libro di esordio, ma non è perfetto; tuttavia ha permesso a Sanderson di farsi conoscere e apprezzare: con il tempo e l’esperienza è sicuramente maturato e migliorato, ma questa sua opera risulta comunque godibile e apprezzabile.

(In passato, come si può vedere da questo mio vecchio articolo, non ho recensito Elantris all’uscita perché decisi di non acquistarlo per via del prezzo alto. Che cosa è cambiato da allora? Semplice: alle volte nei mercati dell’usato si possono trovare libri a prezzi davvero bassi e alle volte ci sono conoscenti che passano il libro, avendo così la possibilità di leggere ciò che interessa. Le mie idee riguardo la questione che sollevai allora sono rimaste le stesse).

L'uomo mascherato da clown

No Gravatar

«Ehi tu!»
Il ragazzo si voltò, trovandosi a fissare un volto torvo oltre la recinzione del giardino.
«Qui non devi più passare» gli intimò l’uomo.
«Prego?» domandò sorpreso il ragazzo.
«Non devi più passare davanti a casa mia» ordinò l’uomo.
«Non capisco…»
«Non prendermi per il culo!» l’uomo alzò la voce. «Tutti i giorni passi di qua! Tu spii me e la mia famiglia!»
Il ragazzo sbarrò esterrefatto gli occhi. «Porto solamente a passeggio il cane…»
«Tu e quel coso di merda non dovete passare più di qui!» sbraitò l’uomo. «Se ti rivedo da questi parti, chiamo i carabinieri, spione!»
«Io non la spio…»
«Non dire cazzate! Ti vedo tutti i giorni guardare verso casa mia!» l’uomo sventolò i pugni oltre la recinzione, costringendo il ragazzo a indietreggiare.
«Signor Santorelli, si calmi» un anziano uscì dalla casa antistante.
«Fatti i cazzi tuoi!» urlò l’uomo. «Anche tu sempre a rompere i coglioni!»
«Cerchi di tranquillizzarsi…» tentò di dire l’anziano, ma il tono di voce dell’altro lo sovrastò.
«Io ci starei tranquillo, se non fosse per dei rompicoglioni come voi!»
Alle finestre delle villette vicine si affacciarono diverse teste, ma subito si ritrassero vedendo di chi si trattava.
Il ragazzo si allontanò con il cane, che aveva preso ad abbaiare in risposta alle urla dell’uomo.
«Quel cane è cattivo! Se lo rivedo, lo faccio sopprimere!» strepitò ancora l’uomo, passando subito a squadrare furioso l’anziano che si stava ritirando in casa sua. Poi si girò e tornò sotto il portico dove erano seduti i tre figli e la moglie. «Ho dato allo stronzetto quello che si merita. Vero, Monica?»
«Certo, Marco» convenne orgogliosa la moglie.
«E se ritorna, gli spezziamo i denti con questa» disse il figlio più grande carezzando la mazza da baseball.
«Oppure la usiamo per sfondargli il culo» aggiunse ammiccante la sorella.
Il fratello più piccolo rise sguaiatamente. «E col suo cane ci facciamo un bell’arrosto.»
«A proposito» cambiò discorso la figlia. «Questa sera Vanessa e Giulia mi hanno invitato per la serata Halloween giù al pub.»
Il padre si voltò accigliato verso di lei. «Ci andrai col vestito che ho visto l’altro giorno sul letto?»
«Sì.»
«Scordatelo!» scattò il padre. «Tu con quello non esci!»
«Ma caro, è soltanto per una sera» disse la moglie.
«Non ho tirato su una puttana! Lei questa sera non esce! Anzi, nessuno esce!» ordinò imperioso l’uomo. «Halloween… la notte delle streghe… quante minchiate! Ora, a cena! E vedete di non farmi incazzare ancora di più.»

Marco si svegliò lentamente. Alzò la testa. Tutto intorno era tenebra, a parte un paio di candele poste negli angoli opposti della stanza.
Scosse il capo, cercando di scacciare la nebbia che gli offuscava la vista e di far ordine nei suoi pensieri.
Ricordava che dopo cena si era sdraiato sul divano nella speranza che il mal di testa scatenatosi dopo la lite in famiglia passasse; tutti gli avevano dato addosso perché non voleva che festeggiassero Halloween; persino Monica lo aveva contestato ferocemente, facendolo incazzare ancora di più. Poi, sfinito, si doveva essere addormentato.
Ora eccolo lì, in un ambiente che non riconosceva.
Si guardò intorno. Riusciva appena a scorgere le sagome delle cose che lo circondavano: sembravano sacchi e scatoloni ammucchiati lungo le pareti.
Cominciò a sentire un rumore strano.
No, non era rumore, ma una cantilena. C’era qualcuno lì con lui.
Malocchio e gatti neri
Malefici misteri
Il grido di un bambino
Bruciato nel camino
Nell’occhio di una strega
Il diavolo s’annega

«Chi c’è?»
Alla sua destra qualcosa si mosse. «Ti sei svegliato.»
Marco sussultò: aveva già sentito quella voce. «Chi sei?»
«Non ti ricordi di me?»
«Perché dovrei?» Marco strinse gli occhi cercando di vedere chi stava nascosto nel buio.
«Perché mi hai visto tante volte.»
La voce aveva qualcosa di famigliare. Si concentrò, cercando di ricordare. Poi ebbe un’illuminazione. «Sei quello spione che passa tutti i giorni davanti a casa mia con quel coso di merda.»
«Uhuhuh» ricevette in risposta un basso risolino di derisione.
No, non poteva essere quel ragazzo: la voce aveva una tonalità troppo bassa. «Sei quel rincoglionito del mio vicino che non si fa mai i cazzi suoi.»
«Uhuhuh» la stessa risposta di prima.
Marco sentì il mal di testa tornare. «Chi sei?» sbottò.
«Ti darò un indizio» sussurrò la voce. «Sono uno a cui non piace sentirsi minacciato, che odia che gli altri interferiscano con la sua vita.»
«Non ti conosco.»
«Davvero? Allora vieni qua e guardami» rise la voce.
Marco si alzò e prese una candela, avvicinandosi alla voce con cautela. Un volto mascherato da clown cominciò a prendere forma dalle tenebre. «Non aver paura, da me non devi temere nulla. A differenza della tua famiglia.»
«Che cosa le hai fatto?» spaventato, Marco si voltò di scatto per dirigersi verso la porta in fondo alla stanza, ma scivolò e sbatté la testa contro qualcosa di duro. Divenne tutto buio.
Quando rinvenne, tutto quello che sentì fu la tempia destra pulsare con violenza. Poi aprì gli occhi e vide la candela che bruciava a pochi centimetri da lui, incredibilmente ancora accesa dopo la caduta. Allora si ricordò dell’altro e si alzò di scatto: un’ondata di nausea lo aggredì, ma resistette, ricacciandola indietro. Raccolse la candela e s’aggirò per la stanza. Era solo.
Sotto i suoi piedi qualcosa scricchiolò. Abbassò lo sguardo: sembravano pezzi di vetro e alluminio. Li dimenticò subito: doveva raggiungere Monica e i ragazzi.
Rischiando di far spegnere la candela, corse alla porta e salì le scale oltre di essa. Con sorpresa, si ritrovò nel suo salotto.
Lo shock lo bloccò. Era sempre stato in casa sua.
Tu da me non devi temere nulla. A differenza della tua famiglia.
Le parole dell’altro lo riscossero, spingendolo a cercare i suoi cari.
Mattia era nudo, con braccia e gambe legate insieme con una catena dietro la schiena. Un grosso gancio lo teneva sospeso sopra il fuoco acceso nel camino. Il bianco della schiena strideva con la pelle abbrustolita dell’addome. Il capo era chino, ma da dove si trovava, poteva vedere la mela che gli era stata ficcata in bocca.
Marco fece per precipitarsi a slegarlo, quando vide Giuseppe steso sul divano, la testa reclinata in modo innaturale contro lo schienale: dalla bocca spalancata spuntava il manico della mazza da baseball. Pezzi di denti insanguinati risaltavano sulla camicia nera.
«Nonononono» Marco corse sulle scale che conducevano al primo piano.
It, uno dei clown più famosi della letteratura e del cinema«Carla… Monica…» chiamò con voce strozzata.
Trovò la figlia in camera sua, gambe e braccia divaricate e legate alle sponde del letto con le calze e i lunghi guanti del vestito con cui voleva uscire quella sera. Da sotto la corta gonna nera spuntava un’estremità del bilanciere che Giuseppe usava per i suoi pesi; l’altra sporgeva sanguinante dalla bocca aperta, facendo risaltare i suoi occhi chiari, quasi schizzati fuori dalle orbite.
Muovendosi come uno zombie, Marco seguì la pozza d’acqua che si espandeva nel corridoio, conducendolo al bagno. Oltre la porta socchiusa, Monica galleggiava nella vasca da bagno, il tubo della doccia stretto attorno al collo. La lingua violacea pendeva innaturalmente lunga fuori dalle labbra. Una gamba scivolò oltre il bordo.
Il cozzo del piede sul pavimento fece scattare Marco lungo le scale, superare di volata il salotto e uscire nel giardino mentre stava arrivando una pattuglia dei carabinieri.
«I miei cari… tutti morti» disse rantolando, caracollando verso i carabinieri che si avvicinavano impugnando le pistole. «È stato l’uomo mascherato da clown…»
Sentì le braccia che gli venivano torte con forza dietro la schiena. Poi avvertì il freddo delle manette sui polsi. Cercò di liberarsi dalla stretta dai carabinieri, ma i due lo trascinarono spietatamente verso l’auto. «Il clown! Dovete prendere il clown!»
Una mano premette con forza sulla sua testa e lo costrinse a piegarsi in avanti. Fu allora che sul cristallo della portiera vide il volto del clown distorto in un ghigno rabbioso.
L’urlo di Marco esplose nella notte.

La figura appostata nei pressi del parchetto osservò l’auto dei carabinieri allontanarsi. Quando sparì oltre la curva, si diresse verso la fontanella tra gli alberi. Aprì il rubinetto e prese a lavarsi le mani e la faccia con cura; una volta finito, lo richiuse e si allontanò. Davanti alla fontanella, la pozza di acqua sporca di bianco cominciò a essere assorbita dal terreno.