Strade Nascoste – Racconti

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Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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The Eleventh Metal

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The Eleventh MetalThe Eleventh Metal è una novella scritta da Brandon Sanderson ed ambientata nel mondo dei Mistborn. Gli amanti della prima trilogia dei Mistborn saranno contenti di ritrovare uno dei migliori, se non il migliore, personaggi di questo mondo: Kelsier.
In The Eleventh Metal, Sanderson mostra un Kelsier che è appena diventato Mistborn e sta imparando a utilizzare i suoi poteri; per maestro ha Gemmel, un altro Mistborn, che, con i suoi metodi particolari non sa se vuole davvero aiutarlo o farlo fuori. Gemmel pare non avere tutte le rotelle a posto, ma è l’unico che può insegnare a Kelsier a essere un Mistborn. Imparare direttamente dalla pratica è un insegnamento valido, ma molto pericoloso, visto il modo di agire di Gemmel.
Mentre sono diretti alla Fortezza Shezler, Kelsier cerca di superare la perdita della sua amata, nonostante lei lo abbia tradito, sforzandosi di sorridere per superare l’insensibilità legata in un nodo dentro di lui e iniziare di nuovo a sentire emozioni. Allo stesso tempo però Kelsier vuole avere vendetta per quello che gli è stato fatto, ma uccidere non è sufficiente: vuole trovare qualcosa che faccia cambiare le cose, il modo in cui vivono le persone, succubi della nobiltà.
Kelsier è all’oscuro del motivo per cui Gemmel vuole che si rechino alla Fortezza del nobile, ma lo scoprirà quando saranno sul posto, come scoprirà degli esperimenti che vengono fatti sugli skaa tenuti prigionieri e di un libro che teorizza dell’esistenza di un undicesimo metallo (The Eleventh Metal).
The Eleventh Metal è un racconto pieno di ritmo, interessante se si vogliono scoprire elementi del passato di Kelsier e di cose che sono menzionate all’interno della trilogia. A differenza di altri racconti autoconclusivi di Sanderson, questa novella non è fine a se stessa, ma necessita della conoscenza del mondo dei Mistborn per essere apprezzata nella sua interezza. Per chi invece conosce già questo mondo, è una lettura oltremodo piacevole.

Le luci di settembre

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Le luci di settembre di Carlos Ruiz ZafonLe luci di settembre è un romanzo del 1996 di Carlos Ruiz Zafon. Opera pubblicata nella narrativa per ragazzi, la speranza dell’autore (come scrive nella prefazione) è di coinvolgere persone di età. Le luci di settembre è ambientato in Normandia (Francia) tra il 1936 e il 1937. La famiglia Sauvelle, dopo la morte del capofamiglia Armand, si trova in cattive acque a causa dei debiti lasciati da quest’ultimo; le cose migliorano quando monsieur Laconte trova un buon impiego per Simone (la moglie di Armand) in un piccolo paese sulla costa, Baia Azzurra, lontano dalla grigia nebbia di Parigi.
Per lei e i suoi due figli (Dorian e Irene) inizia una nuova vita. I tre fanno così la conoscenza del loro datore di lavoro, Lazarus Jann, inventore e fabbricante di giocattoli, e della sua favolosa casa, Cravenmoore; soprattutto l’introverso Dorian è affascinato dai meravigliosi costrutti meccanici (ma anche un po’ inquietanti) che animano la casa e dal suo proprietario, che accetta di mostrargli la sua arte. L’attenzione di Irene è invece rivolta a Ismael, cugino di Hanna, la domestica di Lazarus: i due presto entrano in sintonia e cominciano a frequentarsi, facendo passeggiate sulla spiaggia e gite in barca, dato che Ismael lavora con suo zio come pescatore.
La vita scorre piacevole e tranquilla, fino a quando il piccolo paese viene sconvolto dalla morte violenta di Hanna. Ismael e Irene, visto che la polizia liquida il caso con superficialità, decidono d’indagare e scoprire cosa è realmente accaduto la notte in cui la ragazza è deceduta; la loro indagine li porterà a svelare l’oscuro segreto che è celato a Cravenmoore, legato alla scomparsa di una donna presso il vecchio faro tanti anni prima, e legato al passato di Lazarus.
Le luci di settembre è un romanzo dal ritmo veloce e uno stile semplice ed essenziale, capace di tratteggiare però anche atmosfere poetiche ed evocative; i personaggi sono ben caratterizzati, anche se in questo romanzo non si deve cercare un’introspezione approfondita. Molto apprezzata la scelta di far iniziare e concludere il romanzo con uno scambio di lettere tra Ismael e Irene, che vanno a rievocare gli eventi passati dopo che la vita (e soprattutto la Seconda Guerra Mondiale) li hanno separati. Interessante l’uso del doppelganger e dell’ombra, archetipo che in Le luci di settembre prende forma, così com’è interessante e fiabesco il passato di Lazarus Jann e di com’è arrivato a essere quello che è.
Le luci di settembre è un’opera che parla di crescita, di perdita e di come alle volte ci si attacchi ai ricordi, vivendo con gli occhi incollati al passato. Una lettura veloce e valida.

L'importanza dell'esempio

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L’esempio, si sa, conta più delle parole. E più un esempio viene ripetuto, più diviene efficace, nel bene come nel male.
Proprio per questo sarebbe necessario porre grande attenzione a quello che si fa, a come ci si comporta; occorrerebbe grande responsabilità, perché non è vero che quello che si fa non ha nessuna influenza sugli altri, sulla realtà che sta attorno a ogni singolo individuo. Anche se banale, ogni piccola azione porta degli effetti: è qualcosa che chiunque dovrebbe esserne consapevole.
Purtroppo consapevolezza non c’è, mentre invece dilagano arroganza e menefreghismo. E i risultati si vedono.
Come si sa, molto spesso l’uomo agisce per imitazione, anzi il suo sviluppo parte proprio da qui.
essa è un mezzo necessario per apprendere il modello indispensabile alla sopravvivenza nei primi anni di vita, dato che l’uomo, tra tutti gli esseri viventi, è l’unico a non sapere cosa fare per stare al mondo (a differenza degli animali), bisognoso che ogni cosa gli venga insegnata. Solo con il tempo e il raggiungimento di una certa maturità, può acquisire la capacità d’essere indipendente e muoversi senza supporti.
È proprio basandosi però su di essa per tanto tempo, avendo avuto un ruolo determinante per il suo stare al mondo, che trova difficoltà a comprendere quando giunge il momento di mettere da parte questo supporto, dipendente dall’appoggiarsi e dal guardare gli altri, facendo così sorgere il problema. Impegnato nel seguire modelli che sono stati importanti per la sua sopravvivenza, l’essere umano può perdere la capacità di scegliere ciò che vuole; a questo punto cala un senso d’ottundimento sulla percettività e diviene difficile discernere quali siano le scelte giuste da fare per dare davvero compimento alla propria vita (spesso le scelte fatte non sono quelle ottimali per la propria persona: come si vedrà, gli altri condizionano le decisioni e non sempre per il meglio).
È evidente che copiare un modello prefabbricato di vita è più semplice del crearne uno nuovo, ma toglie piacere e soprattutto felicità nell’essere quello che veramente si è. Agendo in tale maniera, i figli ripetono gli errori dei padri, riproponendo comportamenti e atteggiamenti che magari hanno criticato, ma che senza accorgersene sono arrivati ad assorbire e a fare propri, divenendo ciò che avevano disprezzato.
Era così nel passato, è così nel presente. Con una variante: ora le persone non assorbono solo i copioni famigliari. Molte porte si sono aperte con l’avvento della tecnologia, permettendo alle persone di accedere senza sforzo a migliaia di modelli da copiare. Con l’avvento dei mass-media, dei social-network, i modelli da seguire si sono moltiplicati in maniera esponenziale, portando l’uomo a imitare quello che in un determinato momento è ritenuto il copione più appariscente, più affascinante, che dà maggiore notorietà. Non si capisce lo sbaglio che si commette, dato che il modello creato da una persona funziona al meglio solo per lei; tentare di applicarlo a un’altra è una forzatura, come cercare di mettere una forma triangolare in uno spazio quadrato: ci si può riuscire, ma non è il suo posto.

Non solo non è il suo posto, ma seguire certi modelli dominanti in un certo momento, può fare danni, perché, vedendo come si comportano persone che sono sotto i riflettori e hanno rinomanza, la gente ritiene che il modello che questi individui propongono sia giusto e si sentono in diritto di attuarlo anche loro, anche se poi i fatti dimostrano quanto ciò possa essere negativo e distruttivo. Di esempi ce ne sono tanti (basta volgere lo sguardo alla classe politica attualmente al governo in Italia, ma anche a quella precedente e quella prima ancora, arrivando ai primi anni ’90) e il brutto è che tanti non si sono resi conto dei danni che con il loro imitare hanno perpetrato. Oppure, cosa ancora peggiore, se ne sono resi conto, ma se ne sono fregati, indifferenti alle conseguenze del loro agire.
In questi giorni Bruno Bacelli ha scritto un articolo sul prendere posizione, sullo schierarsi. Sono d’accordo su non appartenere a gruppi, su non riconoscersi in essi, perché occorre saper pensare con la propria testa e non annullarsi per non sentirsi esclusi. E sono anche dell’idea che di fronte a certe realtà, una posizione occorre prenderla e schierarsi contro ciò che è sbagliato.

1. Jonathan Livingston e il Vangelo, un estratto del capitolo I, Il copione del mondo.

L'ultimo giorno di galera

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«Ehi, Giò.»
Il vecchio si voltò. Marco lo raggiunse e gli diede una pacca sulla spalla. «Ho sentito la grande notizia: domani lascerai questo buco schifoso» disse sorridendo.
«Eh, già» Giò abbozzò un sorriso in risposta.
«Beato te. A me tocca restarci ancora quattro anni, puttanaccia troia» Marco stava per cominciare le solite imprecazioni su come era finito in carcere, quando vide passare a poca distanza da loro Matteo ed Enrico. «Ragazzi, venite a salutare Giò: domani ci lascia.»
«Allora erano vere le voci che circolavano» disse Enrico. «Il gran giorno è giunto.»
«Eh, già» si schermì Giò.
«Non sembri molto felice» fece notare Matteo. «Se vuoi, possiamo fare cambio.»
«Smettila di fare l’asino» lo ammonì Marco. «Giò non vuole mostrare la sua felicità per non farci sentire peggio di come stiamo. Si sente in colpa perché sta per uscire mentre noi dobbiamo restare a marcire qua dentro.»
Sui quattro cadde un silenzio imbarazzato. Enrico fu il primo a riprendere a parlare. «Non devi farlo. Hai saldato il tuo conto: sei in pari con la giustizia.»
«E poi non saresti mai dovuto finire qui dentro: se lo meritava quel figlio di puttana» aggiunse Matteo.
Enrico gli piazzò una gomitata nelle costole.
«Ma che ho detto di sbagliato? È la verità» protestò Matteo risentito.
«Quel che è stato, è stato» disse Giò. «Non ci penso più da tempo.»
«Giusto, bisogna guardare al futuro» Matteo ne approfittò per uscire dalla situazione imbarazzante.
I tre, più giovani di lui di almeno una quarantina d’anni, dopo averlo salutato si recarono nell’area del cortile riservata allo sport. Giò invece andò a sedersi vicino all’angolo delle mura. Scaldandosi le ossa al sole della tiepida giornata autunnale, stette a osservare gli altri detenuti. C’era chi parlava, chi gironzolava senza una meta. Nei loro occhi, nei loro movimenti, vedeva sia noia, sia la tipica energia repressa di chi era rinchiuso in un posto in cui non voleva stare; un tempo era come loro. Ora in lui c’erano calma e accettazione, ma anche malinconia. Se qualcuno, quando era entrato in galera, gli avesse detto che quel posto gli sarebbe mancato il giorno in cui sarebbe uscito, lo avrebbe preso per matto. Anzi, probabilmente gli avrebbe sputato in faccia.
Ma il tempo cambiava le persone. Anche i luoghi in cui si viveva tanto a lungo potevano cambiarle.
Con i ragazzi non era stato sincero: non era vero che non pensava più a quello che era stato, solamente lo vedeva in modo diverso.
Quando era entrato in galera per aver ucciso suo padre, ragionava come Matteo: quell’uomo si meritava quello che gli aveva fatto. Era un ubriacone che costringeva la moglie e i figli a lavorare, restandosene tutto il giorno sul divano a smaltire i postumi di una sbornia in attesa di prenderne un’altra. Aveva accettato per anni quella vita perché altri ragazzi come lui vivevano allo stesso modo; la considerava la normalità. Ma il giorno in cui suo padre, dopo una sbornia più pesante delle altre, aveva cercato di violentare sua sorella, gli aveva piantato un coltello in mezzo alla schiena senza esitare.
Il giudice non aveva preso in considerazione che aveva evitato uno stupro, che erano anni che tutta la famiglia subiva le angherie di quel fallito. Per lui, Giò era solo un violento che andava punito e il fatto che abitasse in un quartiere malfamato di periferia non aveva giocato a suo favore.
A quei tempi aveva provato la rabbia del giusto che si vedeva punito ingiustamente. Ma col trascorrere del tempo, vedendo i suoi anni migliori passare e appassire, la rabbia aveva lasciato il posto al rimpianto.
“Mi sono rovinato la vita per un buono a nulla.” Non faceva che ripetersi. “Avrei dovuto agire diversamente: dovevo solamente stordirlo.”
“Se solo…”
“Se avessi…”
Poi era giunto il momento in cui aveva compreso che macerarsi in quella maniera serviva solo a sprecare ulteriormente la sua vita. Da quell’istante, il ricordo dell’omicidio del padre era servito per dare un senso alla sua esistenza, a non essere un buono a nulla come lui. In carcere aveva imparato a leggere e a scrivere, dato che non era mai potuto andare a scuola; si era fatto un’istruzione. Era diventato qualcuno di rispettato in galera, che aiutava ragazzi come era stato lui a rimettersi in sesto. Da quando era nato, aveva cominciato a sentirsi parte di qualcosa, ad avere un suo posto nel mondo.
E ora quel posto stava per perderlo.
L’indomani sarebbe giunta la fine della sua pena. Aveva smesso di pensarci da così tanto tempo che il suo arrivo era stato improvviso. Quando la guardia carceraria era venuta a riferirglielo, poco c’era mancato che non gli fosse venuto un colpo; per fortuna era seduto sulla branda, altrimenti sarebbe finito col culo per terra.
Tutti si erano felicitati con lui, anche le guardie.
“Ora sei libero” gli dicevano sorridendo. “Ora ricominci a vivere. Ora ti rifai una vita.”
Ma quale vita?
Ormai aveva superato i settant’anni, più di cinquanta trascorsi in galera: che vita poteva esserci per lui oltre le mura del carcere?
Del mondo esterno sapeva quello che leggeva sui giornali, ma come poteva muoversi in una realtà fatta di smartphone, pc, dove tutto era condiviso in rete? Come poteva un vecchio trovare un lavoro? Dove sarebbe andato a vivere?
I parenti che aveva erano morti e non c’era nessuno che potesse prenderlo con sé. Sarebbe vissuto come un barbone, dormendo sui marciapiedi, sulle panchine, al freddo, sotto la pioggia, campando d’elemosina. Isolato e schifato da tutti. Un numero tra i tanti, senza significato, senza una casa.

I suoi occhi si posarono sulle mura, sulla cui sommità il filo spinato luccicava al sole. Poi scivolarono di nuovo sul cortile, per passare successivamente sulla parete dell’edificio alle sue spalle.
Il carcere era la sua casa. Qui sapeva come muoversi, cosa aspettarsi. Qui aveva degli amici.
Fuori non aveva nessuno.
Fuori non era nessuno.
L’ora d’aria finì e lentamente si unì agli altri per rientrare.
Quella sera a cena ci fu un brindisi in suo onore. Un brindisi povero, dato che avevano solo acqua, ma sincero. Ringraziò tutti con cenni del capo e delle mani, senza dire una parola, perché sapeva che se lo avesse fatto si sarebbe messo a piangere.
Venne il momento di tornare in cella. Le luci si spensero, le voci si acquietarono.
Giò si sedette sul letto. Carezzò le sbarre. Poi si alzò e passò la mano sulle pareti scrostate. Raggiunse la finestra inferriata e fissò la luna.
Le lacrime che era riuscito a trattenere fino allora presero a scorrere sulle guance.
«Questo è l’unico posto che conosco, Signore» singhiozzò. «Non farmi andare via: non ho dove altro stare. Qui ho un tetto sulla testa, un letto in cui dormire, una tavola cui sedermi a mangiare. Là fuori non c’è nulla per me. Ti prego, fammi restare, non voglio morire di stenti in un luogo sconosciuto, dove nessuno sa il mio nome.»
Quando la mattina le guardie vennero a prenderlo, lo trovarono disteso come sempre nel suo letto.
«Giò, il gran giorno è arrivato» disse la prima guardia aprendo la sua cella.
«La libertà ti aspetta, Giò: hai tutto il mondo davanti» aggiunse la seconda guardia con allegria.
Non avendo risposta, lo scossero, senza ottenere alcuna reazione.
La prima guardia posò due dita sul collo del vecchio. «Poveraccio» mormorò costatando che era morto.
«Almeno se n’è andato felice» disse la seconda guardia fissando il lieve sorriso disegnato sul suo volto.
Se quelle fredde labbra avessero potuto ancora muoversi, gli avrebbero dato ragione, ma non per i motivi che credeva.

L'Ultimo Potere - Seconda edizione

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L'Ultimo PotereOra è possibile trovare sugli store online la seconda edizione di L’Ultimo Potere.
Non ci sono stati cambiamenti a livello di storia o di trama. Non sono stati tolti o aggiunti dei brani.
Semplicemente è stata effettuata una revisione sul testo, eliminando alcuni refusi che purtroppo erano scappati. Come ho avuto modo di notare, quando si rilegge lo stesso testo sempre nello stesso formato, l’attenzione si atrofizza e certi errori sfuggono. Per questo, con le ultime opere (Jonathan Livingston e il Vangelo e Strade Nascoste – Racconti), ho imparato che l’ultima revisione su un’opera la devo effettuare dopo aver convertito il file di Word in file epub. Per questo avevo già apportato un’ulteriore revisione a L’Ultimo Demone dopo che era stato pubblicato; ora questo lavoro è stato fatto anche su L’Ultimo Potere. Oltre alla correzione dei refusi, in alcune parti è stata fatta qualche piccola modifica allo stile, perché è difficile resistere al poter rendere il testo migliore.

22.11.63

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22.11.6322.11.63 è un romanzo del 2011 scritto da Stephen King. Come ben fa capire il titolo, l’opera è incentrata sull’omicidio di Kennedy e su che cosa sarebbe successo se il presidente degli Stati Uniti di allora fosse riuscito a scampare al suo omicidio. King, come scrive nella postfazione del romanzo, aveva già cercato di scrivere 22.11.63 nel 1972 ma desistette perché il lavoro di ricerca era tanto per uno che insegnava a tempo pieno come lui. Senza contare che la ferita, nonostante fossero trascorsi nove anni, non era ancora guarita.
22.11.63 è un grande what if. Naturalmente è qualcosa di soggettivo, una delle tante ipotesi su come sarebbero potute andare le cose se avessero preso una piega differente.
Jake Epping è un insegnante d’inglese alla Lisbon High Scholl con un matrimonio fallito alle spalle perché la meglio beveva troppo. La sua è una vita come tante, fino al giorno in cui il suo amico Al Templeton gli rivela un segreto: nel retro del suo ristorante si trova la buca del Bianconiglio, ovvero un passaggio temporale che porta alle 11:58 del 9 settembre 1958. Jake all’inizio è incredulo, ma troverà, provando di persona, che quello che dice l’amico è reale. A quel punto l’amico gli farà una proposta, un qualcosa che avrebbe fatto di persona se non si fosse ammalato di cancro e non fosse ormai alla fine dei suoi giorni: salvare il presidente Kennedy dall’attentato che l’ha ucciso.
Al mostra a Jake che questa cosa è possibile, avendo lui già provato e salvando la vita a una ragazza che doveva passare altrimenti la sua vita da paralitica. Jake per convincersi fa un secondo viaggio nel passato, deciso a cambiare la vita di Harry Dunning, bidello della scuola reso storpio da piccolo quando il padre sterminò tutta la sua famiglia. Si dirige a Derry, dove Harry viveva da piccolo e attende il giorno in cui il massacro ha luogo; vive a Derry facendosi passare per agente immobiliare (per gli amanti di It, Jake fa un incontro con alcuni personaggi di quel romanzo che non potrà che essere apprezzato) per alcuni mesi, senza mai riuscirsi ad ambientare nella poco piacevole cittadina (sono passati pochi mesi dagli eventi che l’hanno sconvolta). In questo periodo si accorge che le parole di Al sono veritiere: il passato fa di tutto per non essere cambiato. Jake riesce in parte nel suo intento, ma non riesce a salvare tutti i fratelli di Harry; ritorna nel 2011, deciso a fare meglio con il tentativo successivo. Al, soverchiato dal dolore del cancro, prende una dose eccessiva di medicine e così Jake si ritrova da solo ad affrontare il compito di cambiare la storia.
Per la terza volta ritorna nel passato. Salva la vita a Harry e a tutta la sua famiglia sapendo ora come muoversi. Salva la vita della ragazzina cui Al aveva cambiato l’esistenza (ogni viaggio nel passato azzera gli eventi) e va a vivere a Jodie, un piccolo paese che presto arriva a sentire come casa propria; nel mentre studia gli appunti di Al su Oswald (l’assassino di Kennedy) e si prepara a seguire tutte le sue mosse per quando tornerà in America, deciso ad avere la certezza che lui è l’unico responsabile e non ci siano altri coinvolti nell’omicidio del presidente.
Anche qui ricopre il ruolo d’insegnante e scopre quanto può fare la differenza nella vita di quella piccola comunità, quanta soddisfazione gli dà l’insegnare in quell’epoca. Riesce anche a trovare l’amore nella nuova bibliotecaria della scuola Sadie, ma la sua doppia vita gli crea non pochi problemi. E ancora una volta il passato farà di tutto per impedirgli di cambiarlo.
A sette anni dalla sua uscita, tanti sapranno come va a finire 22.11.63, ma se ci fosse ancora qualcuno che non ha letto tale libro, non sarà certo io a fare spoiler: starà a lui scoprire come King ha deciso di concludere il viaggio nel passato. Quel che posso dire è che 22.11.63 è un buon libro; niente d’innovativo, perché sui viaggi nel tempo e sulle conseguenze che ne derivano si è scritto di tutto, ma King è bravo nel muoversi in questo genere. La parte secondo me meglio riuscita è il descrivere il vivere quotidiano di una volta, con i suoi sapori, le sue emozioni, e una genuinità e un’innocenza che si sono perse nei decenni a seguire. A qualcuno potrà sembra un po’ retorico il rimpiangere il passato perché si viveva meglio, ma è anche vero che sarebbe bello avere una seconda opportunità per apprezzare di più quello che è stato, perché spesso non si sa vivere appieno il tempo in cui si vive, rimpiangendolo quando non c’è più. Per gli appassionati d’investigazione, la parte in cui Jake studia i movimenti di Oswald è ben fatta.
22.11.63 scorre bene, ha un bel ritmo e non è prolisso come in certi romanzi di King, dove s’incontrano dei momenti di stanca. Non mi ha coinvolto in tutte le sue parti come successo con altre opere di quest’autore (Il miglio verde e It), ma 22.11.63 ha delle parti molto belle e nel complesso è una lettura davvero valida, con un finale dolce e amaro, che regala sia sollievo sia tristezza (non aggiungo altro perché altrimenti dovrei rivelare come vanno le cose con Kennedy e questa è una cosa che in un qualche modo rovinerebbe la sorpresa, anche se chi legge molto può intuire che piega fa prendere King alle vicende che ha scritto).