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La Biblioteca

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Il ragazzo pareva essersi calmato: ora si aggirava tra gli scaffali, lanciando ogni tanto occhiate fuori dalla vetrata, ma senza più l’apprensione di quando era entrato in biblioteca, quasi vi fosse stato catapultato.
“Un altro Bastiano Baldassarre Bucci” costatò Matteo prima di volgere lo sguardo ai quattro che si aggiravano oltre la recinzione del piccolo parco: non si erano ancora dati per vinti che il ragazzo uscisse. “Il mondo è pieno di Bastiani, come è pieno di oppressori e persecutori, di persone che si sentono in diritto di sopraffare gli altri.”
Fissò gli spostamenti dei quattro: stavano diventando impazienti. Presto si sarebbero stancati e sarebbero andati in cerca di un’altra preda su cui volgere le loro attenzioni. Scosse il capo. “ I soliti vigliacchi che se la fanno con chi non è capace di reagire, ma che si defilano appena uno mostra di avere un po’di carattere.”
Tornò a guardare il ragazzo. “Ma questo lui non l’ha ancora capito: per farlo, prima deve trovare fiducia in se stesso. Oppure incontrare qualcuno che gliela faccia scoprire.”
Si sistemò gli occhiali che gli erano scivolati un poco sul naso, cercando d’inquadrare il carattere del giovane.
“Introverso. Dotato d’intelligenza e curiosità.” Osservò i suoi occhi che guizzavano da una corsia all’altra, soffermandosi ogni tanto su un volume che aveva attirato la sua attenzione. “E anche una certa ansia.” Studiò le spalle irrigidite: sembrava pronto a scattare da un momento all’altro.
Prese a tamburellare con le dita della mano destra il piano della scrivania. “Sì, penso proprio che quel libro faccia al caso suo.”
Si diresse verso il ragazzo con calma, sfoggiando un sorriso quando si volse verso di lui. «Trovato qualcosa d’interessante?»
«Ehm…» fece il ragazzo impacciato.
Il sorriso di Matteo si allargò. «Ti capisco: c’è un’ampia scelta e non si sa cosa prendere. Meglio saggistica o narrativa? Filosofia o psicologia? Qualcosa di contemporaneo o del passato?»
«Ehm…» ripeté il ragazzo.
«Potrei sbagliarmi, ma per me sei uno da narrativa» Matteo fece un cenno d’assenso col capo. «Occorre però individuare il genere» si portò l’indice alla tempia guardando gli scaffali. Prese un grosso tomo e lo rimirò per qualche secondo. «It è un capolavoro, ma forse non è quello giusto da cui partire.»
Il ragazzo si schiarì la voce. «Non leggo molto.»
«È così per tutti all’inizio» Matteo rimise il volume a posto. «Ma una volta che si parte con il piede giusto, non ci si ferma più.» Avanzò di qualche passo, facendo scorrere l’indice sulle coste dei libri. «1984 te lo consiglio fra un paio d’anni… idem La casa del tempo sospesoNorwegian Wood per quando sarai all’università… eccolo qua» prese un libro con copertina rigida, sulla cui superficie color porpora c’erano due serpenti che si mordevano la coda; lo porse al ragazzo, che prese a sfogliarlo con titubanza, osservando i paragrafi scritti con inchiostro rosso e verde e le figure che c’erano all’inizio di ogni capitolo. Solo dopo aver scorso qualche decina di pagine, diede un occhio al titolo.
«La Storia Infinita» mormorò.
«Non potrebbe esserci inizio migliore» assicurò Matteo.
«Quanto tempo ho per riconsegnarlo?» domandò il ragazzo.
«Un mese, ma penso che sarai qui a cercarne un altro prima della scadenza.»
Il ragazzo fissò per qualche istante il libro e poi guardò fuori dalla vetrata: oltre la recinzione del parchetto i quattro non si scorgevano più.
«Beh… allora a presto» disse il ragazzo avviandosi verso l’uscita.
«A presto!» rispose con brio Matteo.
Lo tenne d’occhio mentre si allontanava sul marciapiede, ma per quel giorno era al sicuro: aveva visto i quattro allontanarsi in direzione opposta alla sua.
Passò l’ora successiva a spazzare il pavimento, spolverare scaffali e sistemare i libri che un gruppo di universitari aveva lasciato sui tavoli dopo averli consultati. Giunto l’orario di chiusura, spense il pc e le luci e si avviò verso la porta d’ingresso ma non uscì: la chiuse a chiave e tornò sui suoi passi. Accompagnato dalla luce del tramonto che colorava d’arancio le pareti bianche, scese le scale che portavano al seminterrato, raggiungendo la porta del ripostiglio. Girò la chiave al contrario e l’aprì. Davanti a lui, invece del solito spazio angusto per scope e stracci, larghe scale scendevano verso un massiccio portone di quercia che si aprì al suo avvicinarsi.
La bibliotecaAnche se la vedeva ogni giorno, rimaneva ammaliato dalla sua grandezza. Quella di sopra non era che una sua misera ombra, un barlume d’idea di quella che era la conoscenza nella sua totalità: davanti a lui migliaia di librerie scorrevano parallele fin dove i suoi occhi potevano vedere, ergendosi verso un soffitto fatto di stelle e galassie.
La Biblioteca non finiva mai di stupirlo: antica quanto l’uomo, eppure sempre nuova, in costante espansione.
Andò a sistemarsi nella sua postazione, dando una veloce occhiata ai titoli che doveva visionare quel giorno: giornali, diari di adolescenti, blog, romanzi e saggi pubblicati da case editrici, ma anche testi che sarebbero stati letti solo dai loro autori, tenuti nascosti nel cassetto della scrivania.
Sbuffò. Anche grazie al Tocco, il dono della Biblioteca che gli permetteva, sfiorandolo, di conoscere in un istante quanto contenuto in un testo, il lavoro di catalogazione sarebbe stato lungo.
Il portone si aprì, facendo entrare il collega belga e quello indiano, che lo salutarono mentre raggiungevano la loro postazione.
“Per fortuna devo occuparmi solo della sezione italiana: altrimenti ci sarebbe da impazzire.”
Aveva cominciato il lavoro partendo dai quotidiani, quando si bloccò di colpo. Non era che un misero trafiletto di poche righe in una delle ultime pagine della cronaca cittadina, ma apprendere della morte di quell’uomo fu un fulmine a ciel sereno che lo lasciò sconvolto. Il senso di colpa che lo accompagnava da quando l’aveva conosciuto, ma che in qualche modo era riuscito a tenere sotto controllo, esplose in tutta la sua forza.
“È colpa mia” continuò a ripetersi per tutta sera, non riuscendo più a portare avanti il suo lavoro.

Il sole non si era ancora alzato sui tetti delle case quando Matteo uscì dalla Biblioteca, diretto al cimitero. C’erano il silenzio tra le tombe e la rugiada che bagnava l’erba. Si fermò davanti a una lapide senza nessuna foto e abbellimenti, ma solo il nome e le date di nascita e di morte. Nessun fiore era posato davanti a essa.
L’ultima volta che aveva visto l’uomo, era seduto su una panchina di un parco dove di solito dormiva.
“Se non mi fossi intromesso, ora non sarebbe sottoterra, ma avrebbe una bella vita” pensò amaramente.
Gli tornò in mente il pezzo di una canzone che aveva registrato nella Biblioteca appena il suo autore l’aveva scritta.
e dopo un piccolo volo
camminare monca e rapida
avrete anche voi visto
camminare le aquile.
“Ci sono persone che sono fatte per la grandezza, nel bene e nel male, per volare alto e lontano. La normalità non fa per loro. Se provano a seguirla, li porta inevitabilmente a una vita d’infelicità e patimenti, quando non la rovina.”
L’uomo, che sarebbe stato uno scrittore di successo se lui non fosse intervenuto, aveva ascoltato quello che lui gli aveva rivelato sulla Biblioteca, sul Tocco e su che cosa sarebbe accaduto se avesse pubblicato il suo libro; non si era meravigliato della rivelazione avuta.
«Mi aspettavo che una cosa del genere potesse esistere» aveva mormorato l’uomo, senza dare spiegazioni di come avesse avuto questo sospetto.
Matteo aveva creduto che sarebbe stato difficile da convincere, che avrebbe dovuto usare su di lui il Tocco per mostrargli il futuro, invece l’uomo si era subito convinto a non intraprendere il percorso che lo avrebbe portato al successo.
«Ci sono altre strade da percorrere» gli aveva risposto.
“Già, ma non sono adatte a tutti” pensò Matteo.
L’uomo aveva continuato la vita di sempre. Una vita in un mondo che non ringrazia gli altruisti e gli eroi. Aveva perso il lavoro, come tanti, e si era arrabattato come poteva con piccoli lavoretti e qualche saltuario contratto di lavoro somministrato. Per lui che aveva superato i quaranta e si avvicinava ai cinquanta, trovare un lavoro stabile era qualcosa di veramente difficile, se non impossibile: le ditte volevano solo giovani per pagare meno tasse e avere più sgravi fiscali. Per gente come lui non c’era più spazio nel mondo del lavoro. E se non si era utili e produttivi, se non si avevano soldi, si veniva abbandonati da parenti e amici. L’uomo era stato dimenticato quasi da tutti, a parte lui che lo andava a trovare e gli portava qualcosa per cercare di placare il senso di colpa che non gli dava pace; veniva disprezzato e deriso, considerato un fallito, un perdente. Eppure viveva serenamente, sempre con il sorriso sulle labbra.
“Come faceva ad affrontare la vita in questo modo? A non essere arrabbiato con una società che gli aveva solo dato calci in faccia?”
«In fondo, so che il mio sogno avrebbe avuto un successo. Come so che anche se distruggerò l’opera che ho scritto, non andrà perduta, ma sarà custodita nella Biblioteca per quando l’umanità sarà pronta per leggerla» gli diceva l’uomo tutte le volte che toccavano l’argomento. «Questo mi basta.»
Matteo sapeva di aver fatto la scelta giusta nel parlargli. Anche l’uomo era stato d’accordo con lui. E allora perché il senso di colpa non lo lasciava?
Forse perché in fondo sapeva che sarebbe andata a finire in quel modo, anche se il Tocco non glielo aveva mostrato: solo in casi eccezionali faceva qualcosa del genere.
“Perché proprio a me doveva toccare questo peso?”
Eppure, all’inizio la decisione gli era sembrata semplice. Solo dopo si era reso conto che di semplice non c’era nulla.
«È colpa mia se hai fatto questa fine» sussurrò alla lapide.
«Tranquillo, va tutto bene» lo rassicurò l’uomo. «Non ho nessun ripensamento.»
«Potevi fare una vita stupenda. Avere ricchezza, fama. Ogni tuo desiderio sarebbe stato esaudito. Saresti stato felice fino alla fine dei tuoi giorni» obiettò Matteo.
«Ma avrei vissuto con la consapevolezza di cosa sarei stato responsabile: non avrei potuto mai essere felice con una simile ombra nella mia mente.»
«Il tuo sogno…»
«Alle volte occorre rinunciare ai propri sogni per qualcosa di più importante. Mi è sufficiente sapere che quanto ho scritto sarebbe stato letto da tante persone. Peccato che i tempi non siano ancora maturi. L’umanità non ha ancora la consapevolezza necessaria perché gli sia rivelata la sua vera natura. La verità ha questa capacità: o ti fortifica o ti spezza. Gli uomini non sono ancora pronti per essere forti.»

Il Tocco, quando aveva preso in mano il libro scritto dall’uomo, gli aveva rivelato proprio quello e a causa di quell’opera, l’umanità avrebbe portato, nel giro di un paio di generazioni, alla fine di ogni forma di vita del pianeta. Doveva agire, lo sapeva, ma il suo compito di Custode era semplicemente osservare e registrare, preservare la consapevolezza che nasceva da quanto veniva scritto, nient’altro; questo gli creava dei contrasti interiori. Non sapendo che cosa fare, aveva deciso di confrontarsi con il collega tedesco.
«Non ti è mai venuto il dubbio, quando hai letto il Mein Kampf, che sarebbe stato meglio fermare Hitler prima che desse il via a tutto quell’orrore? Il Tocco ti ha mostrato dove le idee scritte in quel libro avrebbero portato.»
«Mi stai facendo la domanda che milioni di persone si sono poste, ovvero se Hitler andava ucciso prima che salisse al potere.»
«Sì. Con la differenza che noi Custodi possediamo dei mezzi che ci permettono di sapere con certezza l’avverarsi di certi eventi.»
Il collega scosse il capo. «La lunga vita che ci conferisce il Tocco e la conoscenza che la Biblioteca ci mette a disposizione, non ci conferiscono una saggezza divina, capace di prevedere tutto. Uccidendo Hitler le cose potevano andare anche peggio. Il Tocco ci elargisce un certo tipo di potere, ma come ogni potere è limitato: non ci mostra tutto.» Si sistemò la cravatta. «Senza contare che, alle volte, gli uomini devono assistere all’orrore per divenire più consapevoli»
«Ed è servito?»
«Questo non ci è dato ancora saperlo. Ma ricorda: è nella natura dell’uomo autodistruggersi. Per quanto tenti di salvarlo, prima o poi l’inevitabile accadrà.»

La voce del collega era stata ferma, ma nei suoi occhi aveva visto la pena che stava vivendo per quella scelta. Gli era servito per decidersi: non avrebbe fatto quella fine, non avrebbe portato il fardello di miliardi di vite sulle sue spalle.
Eppure eccolo lì, schiacciato dal peso che aveva voluto evitare. Aveva salvato il pianeta, ma questo non lo consolava. E come poteva, vedendo come l’umanità s’imbarbariva ogni giorno che passava, diventando sempre più brutale e distruttiva? La vita di un uomo era stata rovinata perché tutti gli altri vivessero; un uomo che avrebbe meritato molto di più di quei tanti che stavano rovinando il pianeta. Nessuno avrebbe saputo che il mondo continuava a esistere grazie alla sua scelta. Nessuno lo avrebbe ricordato o ringraziato. Anzi, era stato ripagato con miseria, ammazzato di botte da balordi istigati da politici estremisti che avevano lanciato una campagna d’odio contro immigrati e senzatetto.
“Visto come vanno le cose, sarebbe stato meglio che le avessi lasciate andare come dovevano andare senza che mi intromettessi” pensò amaramente. Ma a quel punto ci avrebbero rimesso anche gli animali e non era giusto che pagassero per le colpe degli uomini, anche se, in parte, questo stava già avvenendo. “Che senso ha tutto il lavoro che facciamo nella Biblioteca, se questi devono essere i frutti che raccogliamo? Se non c’è mai nessun cambiamento?”

Matteo vide il ragazzo avvicinarsi camminando normalmente lungo il viale, non come la prima volta, un po’ correndo e un po’ muovendosi di soppiatto dietro gli alberi. C’erano anche i quattro da cui allora era scappato, che lo guardavano dal lato opposto della strada; parlottarono un po’ tra loro, ma poi si allontanarono quando il ragazzo si fermò e si voltò a fissarli senza mai abbassare lo sguardo.
Erano trascorse due settimane da quando l’aveva incontrato la prima volta, le stesse della morte dell’uomo che non aveva voluto coronare il sogno di scrittore per salvare il mondo. Non aveva più pensato a lui. A dire la verità, non aveva più pensato a nulla salvo il suo senso di colpa; era andato avanti per inerzia, facendo le cose meccanicamente. Anche il lavoro che faceva alla Biblioteca, ritenuto fino a quel giorno così importante e affascinante, aveva perso sapore.
Il suo essere Custode del patrimonio delle conoscenze raggiunte nei secoli, gli pareva qualcosa di vuoto. Conservare la saggezza umana, ma anche le sue insensatezze, gli appariva così inutile.
Ma vedendo il ragazzo entrare nella biblioteca con passo sicuro, e non titubante come la prima volta, sentì il guscio in cui si era rinchiuso cominciare a incrinarsi e fargli rivedere il mondo attorno a lui. Lo osservò mentre si avvicinava alla sua scrivania: nei suoi occhi c’era una luce diversa.
«Mi ha detto che It non era il libro da cui partire» disse restituendo il libro prestato. «Così ho fatto. Ma ora sono partito e adesso sono curioso di leggerlo. Ho l’impressione che abbia molte cose da insegnarmi» aggiunse sorridendo.
Matteo si alzò in piedi. «Una giusta impressione» disse mentre si avviava a prendere il libro richiesto.
Com’era giusta la sua impressione che qualcosa era cambiato nel giovane, anche se ne era sorpreso. “Certo, ha ancora tanta strada da percorrere” pensò mentre si muoveva tra gli scaffali. “Eppure, anche se sapevo che il libro poteva aiutarlo, non mi aspettavo, anche se piccolo, che ci fosse già un cambiamento. Mi domando come….”
In quel momento Matteo trovò la risposta che aveva cercato in quelle due settimane, così semplice da essere stata dimenticata: i cambiamenti che avvenivano per piccoli passi erano quelli più duraturi e che portavano più lontano. La verità doveva venir scoperta per gradi perché potesse essere compresa appieno. Ecco l’insegnamento della consapevolezza custodito dalla Biblioteca e che lei dava a chi sapeva cercare.
Rimirò il grosso volume che stava tenendo tra le mani.
“Non è poi così scontato che sia della natura umana l’autodistruggersi. E forse un giorno l’umanità riuscirà a essere migliore di quello che era e che è, pronta a conoscere tutta la memoria custodita nella Biblioteca. Quel giorno però è ancora lontano.” Sospirò. Ma mentre tornava dal ragazzo, riprese a sorridere. “Per il momento, accontentiamoci dei piccoli passi, sognando che ci avvicinino a un futuro migliore.”