Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Non Siete Intoccabili (romanzo)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

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Il magazzino dei mondi 2

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365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2

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News su Brandon Sanderson in Italia

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Brandon SandersonSui propri social, Fanucci ha annunciato che non sarà più l’editore di Brandon Sanderson; pertanto non pubblicherà più suoi romanzi.
Una notizia data pochi giorni fa, ma da qualche tempo si sospettava che i rapporti tra la casa editrice e l’autore non fossero più quelli di una volta. Nel 2017, in un post su facebook (in quel post rispondeva soprattutto alle proteste di un gruppo di fan che avrebbero contattato direttamente l’autore per il modus operandi della ce nei riguardi delle opere dell’autore), Fanucci aveva fatto sapere che c’erano dei problemi con l’agente di Sanderson e pertanto le pubblicazioni dei libri dell’autore in Italia erano al momento bloccate; sugli store era possibile vedere che le date delle uscite di Le ombre (che doveva uscire a ottobre 2017) ed Edgedancer (che doveva uscire a gennaio 2018), i due libri di Sanderson che dovevano essere pubblicati, venivano spostate da un mese all’altro (attualmente lo store di La Feltrinelli dava entrambi in uscita per il 27 giugno, vedere le immagini sottostanti).
Adesso la situazione è divenuta più chiara e si sa che tali volumi non saranno pubblicati, né ce ne saranno altri (soprattutto il tanto atteso terzo volume delle Cronache della Folgoluce, Oathbringer) da parte di Fanucci.
Si nota che Sanderson è solo l’ultimo degli autori che non verranno più pubblicati da tale editore; prima di lui era toccato a Goodkind, Rothfuss e Hobb, le cui opere sono state poi pubblicate da altri editori italiani. Ai fan di Sanderson non resta che attendere che le sue opere seguano il percorso intrapreso da questi tre autori e vengano tradotte da case editrici decise a puntare su di loro: al momento non c’è ancora alcuna notizia ufficiale, ma stando a un comunicato apparso sulla fanpage italiana di Brandon Sanderson di facebook, i diritti sarebbero stati acquisiti da Mondadori (Folgoluce, almeno per quanto riguarda il terzo volume, e seconda trilogia Mistborn) e Armenia (la nuova serie young adult Skyward).

Fanucci annuncia che non sarà più editore di Sanderson

Edgedancer, una data di uscita che non si verificherà

Edgedancer, una data di uscita che non si verificherà

Agguato nella città in mezzo al deserto

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“Quando incontri un Demone, non cercare di affrontarlo. Pensa solo a fuggire” erano state le parole di Vecchio.
Un consiglio saggio. Un consiglio per la sopravvivenza.
Una regola che aveva seguito come se fosse una bibbia.
Una regola che per la prima volta stava per trasgredire. Un azzardo fatale, probabilmente, ma c’era un limite a tutto.
L’impressione d’essere seguito non era stata errata: chi era alle sue spalle si era mostrato.
Guerriero non era rimasto sorpreso dalla sua natura. E nemmeno si era spaventato; solamente non riusciva a spiegarsi il motivo di tanta perseveranza.
Ma una cosa era certa: era stanco di scappare, di avere paura.
“È tempo di dire basta. È tempo di voltarsi a combattere. Probabilmente sarò ucciso, ma questa specie maledetta per una volta non avrà la soddisfazione di vedere qualcuno scappare al suo arrivo: guarderà invece negli occhi un uomo che non ha nessun timore di lei.”
In fondo, buona parte del potere dei Demoni risiedeva nella paura che facevano provare. Se non si aveva paura di loro, la loro forza si ridimensionava, l’aura d’intoccabilità svaniva.
“Forse non possono essere sconfitti, ma possono essere colpiti. Ed è mia intenzione farlo il più duramente possibile.”
Dal riparo dell’androne buio osservò l’avanzata del Demone nel turbinio della polvere.
“Continua a camminare sicuro di te, bastardo schifoso: è ora che anche tu soffra. I morti reclamano che tu sprofonda nella stessa merda che hai elargito. Potrai anche scatenare oceani di fuoco e far esplodere la terra, ma oggi prenderai tanti di quei colpi da pentirti di essere uscito dal buco da cui nascesti strisciando. Non ti scorderai facilmente di questo giorno.”
Con mani ferme strinse l’impugnatura del cannone al plasma.
Due colpi. L’arma era carica soltanto per due colpi. Peccato non averla al pieno delle sue possibilità: forse avrebbe potuto abbattere il Demone. Forse era stata creata proprio per quello scopo. Purtroppo la tecnologia di supporto a quel genere d’armamenti era andata perduta, rendendoli inutilizzabili. Per questo aveva tenuto quel cannone portatile da parte, da utilizzare solo in caso estremo.
Portò l’occhio sul display, prendendo la mira mentre il Demone si avvicinava.
“Uno, due, tre” contò i passi dell’avanzata. “Avanti, ancora un pochino.” Trattenne la frenesia, aspettando che entrasse nell’area di massima efficacia del colpo.
“Ora.”
Una saetta verde attraversò lo spazio in un lampo, centrando in pieno il bersaglio e sbalzandolo all’indietro. Il Demone si ritrovò seduto sul marciapiede, un’espressione stupita sul volto affilato.
Il secondo colpo lo raggiunse senza farsi aspettare, schiantandolo contro il muro del palazzo e facendolo rotolare in mezzo alla strada.
Non poteva cadere in posto migliore.
Afferrando il telecomando, Guerriero sollevò la prima levetta a partire dall’alto.
L’esplosione fece tremare gli edifici, uno scoppio che spaccò la strada in tante zolle di duro catrame. Un violento getto di sabbia schizzò verso l’alto come un geyser, ricadendo a terra in un denso velo nebbioso.
Guerriero si spostò da dove si trovava, abbandonando il cannone e dirigendosi nella strada con il fucile a pompa spianato. Attraverso la fitta cortina polverosa vide una figura barcollare verso di lui.
“Rialzati pure. So che non ti posso ammazzare, ma ti posso fare male.”
Il Demone uscì dal cratere apertosi in mezzo alla strada, incespicando nelle pareti della buca che sdrucciolavano sotto i suoi piedi. Fu investito da colpi che lo centrarono in ogni punto vitale, squassando i muscoli e costringendolo a indietreggiare. Con un ringhio, scosse la testa, scacciando lo stordimento che l’esplosione aveva causato e gettandosi avanti con furia.
Prevedendo la carica, Guerriero lasciò andare il fucile e si buttò verso il Demone, rotolando oltre di lui. Subito in piedi, sganciò la mitragliatrice assicurata alle spalle e premette il grilletto, scaricandogli il caricatore sulla schiena. Poi scattò sulla sinistra, pronto a mettere in atto l’ultima parte dell’attacco.
Il manrovescio lo colse all’altezza dell’anca, facendolo piroettare su se stesso e stramazzare al suolo. Con una smorfia si costrinse a rialzarsi; dopo un attacco del genere non sperava di averlo ucciso, ma almeno rallentarlo sì. Invece eccolo lì già in piedi, senza averlo nemmeno scalfito. Strisciò sui detriti, pervaso da fitte brucianti all’anca, cercando di allontanarsi il più in fretta possibile.
Sfregandosi gli occhi con un braccio, il Demone protese in avanti quello libero e l’afferrò per la cintola.
Usando la mitragliatrice come clava, Guerriero lo centrò in pieno sulla tempia, facendogli schizzare la testa di lato.
Il Demone lo sollevò da terra con un ringhio, portando i loro visi alla stessa altezza.
Guerriero estrasse i coltelli che portava alla cinta, facendoli saettare verso le orbite lacrimanti del Demone.
Con una torsione innaturale del collo l’essere evitò l’attacco, scagliandolo contro un muro.
Stringendo i denti, con un braccio insensibile, Guerriero estrasse dalla tasca il telecomando.
“Vediamo come te la cavi con questo, bastardo.”
Tutte le levette furono abbassate.
Pietre e muri saltarono in aria come fuscelli, scatenando un’ondata di devastazione che divelse la strada come se montagne stessero emergendo dalla crosta terrestre. In un fragore di tuono i palazzi implosero, vomitandosi sulla via in una slavina di cemento e acciaio.
Coprendosi la bocca e il naso per non respirare la polvere, Guerriero si allontanò zoppicando lungo un vicolo laterale. Andò a sinistra dove l’intreccio di vicoli era più stretto e la presenza di sabbia quasi nulla. Attento a non pestarla per evitare di lasciare tracce, si lanciò in una serie di continue svolte, senza mai andare nella stessa direzione. Il crollo non avrebbe fermato a lungo il Demone, ma se fosse stato fortunato avrebbe avuto il tempo di allontanarsi e far perdere la sua pista. Spingendosi al di là del dolore, continuò a muoversi velocemente.
Le esplosioni cominciarono in serie, una scarica improvvisa che fece tremare i palazzi, facendo piovere cascate di sabbia e detriti.
Si bloccò come un animale in fuga, guardandosi alle spalle. “Non possono essere le cariche che ho piazzato: sono esplose tutte.” Riprese a correre con maggiore forza. “Merda, il Demone si è liberato più in fretta di quanto avessi previsto.”
Le esplosioni non si placarono, ma aumentarono d’intensità, facendo tremare la terra e crepare i marciapiedi.
“Vuole radere al suolo l’intera città pur di riuscire a trovarmi?”
Calcinacci sempre più grossi presero a piovere dai palazzi che a ogni scossa andavano sgretolandosi. “Devo togliermi immediatamente da questi vicoli prima di venire schiacciato.”
Sbucò in una piazza coperta di dune; il pericolo dei crolli era scongiurato, ma in quella maniera il Demone avrebbe potuto vederlo senza alcuna difficoltà. Spasmodicamente prese a girare lo sguardo tutt’attorno. Scappare per le strade era un suicidio. Rifugiarsi in un palazzo pure. Aspettare equivaleva a rassegnarsi a morire.
Lo spostamento di un cumulo di sabbia vicino a un marciapiede gli mostrò la salvezza: il coperchio di un tombino.
Senza esitazione lo spostò e s’infilò all’interno dell’apertura; scese la scala due pioli alla volta, atterrando sul duro pavimento del fondo. Accendendo la torcia tenuta in una delle tasche laterali, si guardò intorno, assicurandosi che le esplosioni non facessero crollare le pareti. Poi prese a muoversi lungo lo stretto cunicolo; il calore del deserto era arrivato fin sotto il terreno, prosciugando quello che doveva essere un canale di scarico ed essiccando muffe e alghe fino a saldarle alle pareti in un grottesco affresco.
Un rombo soffuso lo raggiunse. “Non si vuole dare per vinto. Dovrò restare nascosto per qualche tempo, lasciando che in superficie le cose si calmino. E contemporaneamente trovare una via d’uscita che mi porti il più lontano possibile da qui.”
Claudicante, avanzò nell’oscurità.

5 cm al secondo - Romanzo

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5 cm al secondo5 cm al secondo è il romanzo tratto dall’omonimo film ed è realizzato sempre da Makoto Shinkai. Il regista, come per altri suoi lavori, ha voluto cimentarsi come scrittore in modo da completare con la versione cartacea della sua storia quella cinematografica.
“Ciò che si può rappresentare per immagini è diverso da ciò che si può rappresentare con un testo. Ci sono molte cose più immediate da capire attraverso una rappresentazione per immagini (e musica), ma ci sono anche emozioni che non hanno bisogno di immagini” scrive l’autore nella postfazione del romanzo e ha perfettamente ragione. Avendo sia visto il film, sia letto il libro, posso concordare che le due opere si completano a vicenda e allo stesso possono essere fruite singolarmente; sinceramente però non so se il mio giudizio è stato condizionato dall’aver visto prima il film. Rimane tuttavia il fatto che è stata una lettura coinvolgente, che praticamente mantiene la stessa trama nei primi due capitoli (Fiori di ciliegio e Cosmonauta), mentre con il terzo (5 cm al secondo) da maggiori informazioni sulla vita di Takaki dopo il liceo, mostrando i rapporti con le fidanzate che ha avuto all’università e al lavoro, la sofferenza che ha provato e il tormento di non essere riuscito a far avvicinare nessuno, anche di poco, alla felicità. In questo capitolo è mostrato come Takaki non riesce a comunicare i propri sentimenti agli altri, portandosi dietro una ferita che risale ai tempi delle medie, del suo amore per Akari, così puro e grande che in un qualche modo l’ha bloccato perché l’ha idealizzato. Takaki anche se ha studiato, ha trovato un lavoro dove ha avuto successo e in apparenza ha avuto una vita soddisfacente, in realtà non è riuscito davvero ad andare avanti da quel dolce e fantastico momento, è in un qualche modo rimasto bloccato dal suo ricordo impedendogli di vivere altre relazioni e di poter contraccambiare i sentimenti delle ragazze innamorate di lui (come accade con Kanae, la protagonista di Cosmonauta).
5 cm al secondo è una lettura consigliata, che come il film sa suscitare emozioni, capace di completarlo (per esempio mostrando i sentimenti di Kanae per la sorella maggiore e il mare o rivelando i contenuti delle lettere che Takaki e Akari si erano scritti ma che non erano riusciti a consegnare) e di far godere ancora di più una storia profonda.

Una recensione su Strade Nascoste

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Strade NascosteSu Bostonian Library è possibile leggere una recensione su Strade Nascoste, il primo romanzo che ho realizzato.
Sono trascorsi più di dieci anni da quando ho concluso la prima stesura: che valutazioni fare del percorso inerente alla scrittura?
Continuare a scrivere (e soprattutto a leggere) ha portato ad acquisire una maggiore sintesi, ad avere uno stile più asciutto; ho scritto Strade Nascoste al meglio delle possibilità che avevo in quel periodo, mettendo tutti i mezzi e le risorse a mia disposizione nella realizzazione dell’opera. Se lo scrivessi adesso, lo stile sarebbe differente, ci sarebbero delle migliorie nei dettagli: questo è un fatto normale, una presa di coscienza che qualsiasi scrittore ha nei confronti dei suoi primi lavori. Non rimpiango (e neppure mi vergogno) di quello che ho fatto, perché ci ho messo tutto l’impegno che avevo e quanto fatto è servito per farmi migliorare e arrivare dove sono adesso. E così continuerà a essere continuando nel percorso scrittorio.
Sono rimasto praticamente sempre in ambito fantastico nei miei lavori, ma non sono mai stati semplicemente dei fantasy; Strade Nascoste (e così Strade Nascoste-Racconti) è sicuramente il romanzo che più è fantasy, seppure abbia diversi elementi dell’horror, ma lo stesso non si può dire per L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone. Questi due ultimi lavori hanno trovato in sé lo sviluppo di più generi: fantasy, horror, fantascienza, denuncia sociale, filosofia, spiritualità. Qualcuno potrà storcere il naso, ma a me interessa scrivere storie quanto più interessanti e profonde possibili; non sono un purista dei generi, perché per me è il genere al servizio della storia, non la storia al servizio del genere; qualsiasi elemento di qualsiasi genere può andare bene purché sia utile a scrivere qualcosa di buono.
Tutt’altro discorso per Jonathan Livingston e il Vangelo, che appartiene alla saggistica e che va a toccare argomenti molto diversi dal fantastico, anche se opere appartenenti a questo genere sono utilizzate per mostrare aspetti della vita, perché di essa si parla in quest’opera.
Ancora diverso è il discorso per altre due opere concluse ma al momento inedite: una è un thriller paranormale di denuncia sociale (legata sempre al ciclo della Caduta), l’altra una storia per bambini (ma anche per quelli un po’ più grandi) con protagonisti gli animali.
Finora ho parlato del passato e del presente: il futuro quale sarà? Certezze non se ne hanno: le idee saltano fuori in qualsiasi momento e qualcosa di nuovo può venire creato all’improvviso. Una cosa però è certa: c’è materiale per scrivere altre storie su Asklivion e la Caduta, anzi, ci sono già dei capitoli scritti e la struttura di futuri lavori già imbastita. Però sono ancora lontano dal poter dire che il lavoro è a buon punto: per questo ci vuole tempo. E io sono dell’avviso che per fare dei buoni lavori occorre tempo, perché le cose vanno fatte per bene, senza fretta (la cosa migliore quando la si ha, è andare con calma), altrimenti è meglio non farle.

Il vero volto delle persone

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Il vero volto delle personeLa cacofonia raggiunse Sanjuro sul tetto del palazzo. Un ronzio fastidioso come uno sciame di calabroni. E ugualmente carico di minaccia.
Tutto quello che vedeva bastava per fargli prendere una decisione?
Mark Destin avrebbe detto che non c’era bisogno di tentennamenti, perché farlo significava arrivare troppo tardi.
Ma lui continuava a cercare altre soluzioni.
Mark lo avrebbe redarguito con quei suoi modi privi di emozioni. “La tua mente si sta chiudendo di fronte all’orrore della scelta, ma il tempo della comprensione è finito.” Lui però non c’era più; adesso era solo, con guida le ultime parole lasciate in eredità dall’altro. “Ti convincerai quando vedrai il vero volto delle persone.”
Le urla gli fecero abbassare lo sguardo. Osservò la fiumana di gente che si riversava verso il centro della città: una massa impazzita vestita di nero, risoluta nella sua frenetica possessione.
«Giustizia!»
«Libertà!»
Urlava il lato destro del corteo.
«Condanna per i nemici!»
«La sua innocenza deve essere riconosciuta!»
Strepitava il lato sinistro.
«Fate sentire la vostra voce! Fatevi ascoltare!» Li incitò il capo corteo con il megafono. «Il popolo lo vuole!»
«Il popolo lo vuole!» ruggì il corteo.
Senza più la forza dei soldi, il potere era divenuto quello delle masse: chi aveva il loro consenso dominava, imponendo la sua legge. Era stato normale che fossero i politici a far la parte dei leoni, visti gli appoggi che erano arrivati ad accumulare negli anni. In nazioni dominate dal caos era inevitabile che chi fosse abile con le parole s’innalzasse sopra gli altri. Con gente disperata, che non aveva più lavoro e mezzi con cui sostenersi, era stato facile ottenere consensi facendo leva sul ritorno dell’agiatezza passata. Alla massa non importava che chi li guidava fosse stato condannato per crimini d’ogni sorta contro l’umanità: avrebbe accettato qualunque cosa pur di rimanere negli schemi del conosciuto.
“È questo il vero volto degli uomini?”
Il corteo si espanse come una piovra che allungava i tentacoli. La folla entrò nei palazzi, tornando indietro con i suoi residenti: fatti avanzare a calci e schiaffi davanti al corteo, furono coperti di sputi e insulti.
I volti di quegli uomini erano maschere di violenza e rabbia; le parole che usavano una bestemmia al loro vero significato. Imponevano la legge dei numeri, che con la forza sopprimeva la volontà e uccideva la libertà. Per paura, le vittime si unirono a loro. Ogni compassione per esse svanì.
Ancora però non riusciva a decidersi. Perché farlo avrebbe significato perdere la propria anima. E se non poteva salvare quelle persone, almeno poteva salvare se stesso.
Le urla di protesta e di dolore si trasformarono in urla d’orrore.
Si erano formate delle sacche di resistenza al rastrellamento. Squadroni si erano staccati dal corteo prendendo d’assalto i palazzi. Poi coloro che si erano ribellati furono portati in strada, trascinati perché incapaci di camminare. Uomini, donne, bambini: non avevano fatto distinzione nello spaccare le gambe.
«Loro rifiutano l’innocenza del nostro leader: credono a chi l’ha giudicato colpevole di truffa, sfruttamento della prostituzione, corruzione!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Ritengono che sia la causa della rovina del nostro paese, che abbia pensato solo al suo interesse, promulgando leggi a proprio favore!»
La folla protestò inferocita.
«L’offesa merita il castigo!»
Sanjuro vide le teste degli uomini fatte appoggiare sul marciapiede e colpite con mazze di ferro fino a quando il cervello non schizzò fuori. Le donne furono prese e crocefisse lungo le ringhiere dei giardini, i loro ventri squarciati, mentre con gli ultimi scampoli di vita vedevano i bambini venire sgozzati come maiali strillanti.
«Gli abbiamo dato una possibilità!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Non l’hanno colta! Andate e uccidete chiunque non è di noi! Perché chi non è con noi, è contro di noi!»
La folla sciamò tra le vie come scorpioni, cacciando, stanando. Le scene di mattanza si ripeterono centinaia di volte.
“E io non sto facendo nulla per fermarli. Ho la forza per impedirlo e me ne sto a guardare.”
“Avresti dovuto ucciderlo quando ne avevi l’occasione.” L’eco della voce di Mark diede corpo al senso di colpa d’aver avuto pietà di chi pietà non meritava.
“Se l’avessi ammazzato, nulla di ciò sarebbe successo.” La barriera che finora aveva bloccato la sua decisione prese a sgretolarsi. “Tutto questo sta accadendo a causa di un misero uomo e di chi non ha avuto il coraggio di fare quello che andava fatto.”
Ma anche se aveva il Potere, non poteva salvare tutti: erano troppi i massacri. Doveva scegliere dove intervenire, ma come poteva decidere chi era più meritevole d’essere salvato?
Allibito, osservava teste infilate sopra pali, neonati presi per le gambe e sbattuti contro i muri, uomini cui venivano amputati gli arti e fatti sventolare come trofei.
Un urlo acuto sotto di lui lo riscosse. Una donna con un bambino in braccio correva disperata tenendone un’altra per mano. La folla li inseguiva scagliando pietre. Una centrò la donna alla spalla, facendola barcollare e inciampare, fino a che non rovinò al suolo trascinando con sé la piccola. La folla le fu subito addosso. La bambina fu sollevata in piedi, la testa strattonata all’indietro. Un coltello si levò nell’aria.
Sanjuro si lasciò cadere dal tetto del palazzo, sfondando con un pugno la testa della donna che impugnava l’arma. La folla gli si lanciò contro. Sprigionò il Potere, riducendo gli assalitori a una nebbiolina rossa.
Si voltò verso la donna. «Puoi camminare?»
Tremante, lei assentì.
«Seguitemi.»
Scelse vicoli stretti, ma anche lì i tentacoli della folla li raggiunsero. E con meticolosa freddezza vennero tranciati.
Superato l’angolo di un quartiere, la pianura si stagliò davanti a loro.
«Dirigetevi verso le montagne.»
La donna gli strinse la mano. «Tu non vieni?» domandò con apprensione.
«Altri sono da salvare.»
A malincuore lei lo lasciò. «Grazie.»
«Grazie» ripeté la bambina mentre si allontanavano.
Stava per tornare in città quando udì lo strillo della bambina. Si voltò, vedendo due uomini vestiti di nero saltarle addosso e pugnalarla alla schiena. Pochi metri più in là altri tre stavano finendo la madre e il fratello allo stesso modo.
“Ero sicuro che fossero al sicuro…”sentì un’altra parte di sé sgretolarsi. “Avrei dovuto controllare che non ci fossero di quei folli qua fuori…”
I cinque corsero verso di lui con le lame insanguinate. Furono ridotti in una nebbiolina rossa.
La periferia della città ora era silenziosa. I vicoli erano bagnati e resi scivolosi dal sangue, i corpi delle vittime abbandonati come rifiuti. Nelle vie principali c’erano file di teste impalate e crocefissioni. Le superò tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, puntando al palazzo più alto della città e salendo sulla sua cima, dove troneggiava un’insegna di cui restavano solo le cifre VIII.
Non c’era più nessuno scontro. La gente faceva bivacchi negli incroci, scherzando rilassata, come se non fosse successo nulla.
“Adesso ho visto il vero volto delle persone.” Scese dal palazzo e si allontanò dalla periferia, raggiungendo la donna e i suoi figli per seppellirli. Lanciò un ultimo sguardo ai tre cumuli prima di voltarsi verso la città.
“Uguale a Sodoma e a Gomorra: non c’è più un solo giusto in questo luogo.”
Levò la mano destra al cielo, sentendo i muscoli del volto tendersi mentre serrava la mascella. Le nubi nere del cielo furono percorse da scie luminose.
“Che io sia maledetto per non essere riuscito a impedire tutto ciò.”
La coltre plumbea si aprì in un gigantesco vortice, squarciata da una luce sfolgorante che si allargava sempre più.
“E per non aver avuto prima il coraggio di fare quello che andava fatto.”
La mano si abbassò e la gigantesca lama bianca si abbatté sulla città.
Quando la Spada dell’Apocalisse ebbe purificato tutto, lasciando solamente blocchi di sale, si mise in cammino verso la città successiva.
“Ti troverò figlio di puttana, dovessi ridurre tutto a un mucchio di sale.”

Un ringraziamento a Nerio di WD per la realizzazione della copertina.

Your name

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Your nameYour name per molti è il capolavoro di Makoto Shinkai; personalmente non ne sono sicuro, dato che a mio avviso 5 cm per second ha una profondità (e una malinconia) superiore, tuttavia rimane un ottimo film, sotto tutti i punti di vista: regia, colonna sonora, disegni, fotografia, caratterizzazione dei personaggi. Qualcuno potrebbe obiettare che la trama non è tra quelle più originali, che Shinkai ha voluto strizzare l’occhio al pubblico con certe sue scelte, ma questo non inficia certo la bontà della pellicola.
La storia è incentrata su Mitsuha, una studentessa che vive in una piccola città rurale, e Taki, uno studente di liceo che vive a Tokyo: durante il sonno i due si scambiano di corpo, vivendo l’uno la vita dell’altro. Al loro risveglio ricordano poco o nulla del sogno che hanno fatto, con la memoria dell’altra esistenza che presto svanisce, e per questo cominciano a tenere un diario delle cose che hanno fatto; in questo modo i due si conoscono sempre di più e iniziano a provare dei sentimenti l’uno per l’altra (verrà rivelata la ragione di questo scambio, ma niente spoiler). Il film inizia in modo leggero, con gag divertenti per lo strano modo che hanno di comportarsi nei panni dell’altro, ma con l’avanzare della trama assume maggiore spessore e toni più drammatici quando Taki fa una scoperta sconvolgente.
Your name non è solo una vicenda di liceali e neanche una storia fantastica di sbalzi temporali e viaggi nel tempo alla Steins;Gate unita alla tradizione giapponese, ma un film che scava a fondo nell’animo umano, affrontando il tema della perdita che s’incontra crescendo, quel sentimento che si prova ma a cui spesso non si riesce a dare un nome e un volto. Taki e Mitsuha con il loro non ricordarsi più l’uno dell’altro, ma avendo nel profondo il sentore che qualcosa d’importante hanno perduto, sono metafora proprio di ciò. Makoto Shinkai, specie nella parte conclusiva del film, riprende quanto già affrontato in 5 cm per second, con i due finali sono molto simili a livello visivo: i due protagonisti s’incrociano per caso (in 5 cm per second al passaggio a livello di un treno, in Your name in una stazione di treni) e si riconoscono, solo che in Your name la conclusione non è amara come in 5 cm per second (anche qui niente spoiler).
Con questo film d’animazione Makoto Shinkai ha saputo dare al pubblico una pellicola stupenda, la cui visione è caldamente consigliata.

Fiamme

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FiammeSanjuro osservava il fuoco a pochi passi da lui. Le fiamme si muovevano lente e sinuose; facevano pensare a qualcosa di vivo, anche se in esse non c’era vita.
Si può vivere senza luce, ma senza calore si è destinati a morire; non ricordava chi glielo aveva detto, ma doveva ignorare che anche una cosa buona come il fuoco, se portata all’eccesso, poteva uccidere. “Anche mal riporre la propria fiducia può portare allo stesso risultato.”
Nella danza delle lingue scarlatte ricordò fiamme che si levavano verso il cielo ruggendo e soffiando, stagliandosi alte contro la notte nera, sferzando le facciate dei palazzi, il calore così elevato che sbriciolava il cemento.
Sanjuro si guardò attorno, non nuovo a scenari di distruzione, ma non abituato a quanto aveva dinanzi.
Corpi carbonizzati pendevano dalle finestre nel disperato tentativo di sfuggire alle fiamme. Le auto si erano accartocciate su se stesse, le barre di metallo incandescente che continuavano a piegarsi.
“Questa città non doveva essere colpita.” Avanzò accumulando orrore su orrore. “C’era solo gente innocente che semplicemente cercava di sopravvivere, non era una base di Posseduti.”
Camminò nel crepitio dei vetri che esplodevano, tra i crolli di muri e pilastri.
Una massa fiammeggiante rotolò fuori da un palazzo, contorcendosi al suolo qualche secondo prima di giacere immobile. Dell’uomo che era stato, in pochi attimi erano rimaste soltanto ossa e fiamme che fuoriuscivano dal torace e dalle orbite degli occhi.
“L’Inferno è sceso sulla Terra” pensò stranito. “Ma chi tra noi è stato capace di fare una cosa del genere? Chi ha avuto questo coraggio? No, non coraggio” si corresse. “Follia.”
Avanzò sulle strade roventi, sperando ci fosse ancora qualcuno da aiutare. Ma sapeva che nessuno poteva sopravvivere a quelle fiamme. Nessuno che non fosse dotato di Potere.
Dal lato opposto della strada un uomo avanzava baldanzoso verso di lui.
«Spettacolo grandioso, vero Sanjuro?»
«Furia…»
«Controlli che il lavoro sia stato portato a termine?» Furia gli batté una mano sulla spalla. «Stai tranquillo: nessuno è rimasto in vita in questa città. A parte me e te, naturalmente.»
«Questa città non era da colpire…»
«Certo che lo era: lo sono tutte.»
«Questa città non era da colpire!» scattò Sanjuro.
Furia alzò le sopracciglia. «Perché?»
«Queste persone cercavano solo di sopravvivere! C’erano innocenti! C’erano bambini!» urlò Sanjuro.
«E allora?» domandò senza scomporsi Furia.
Sanjuro si avvicinò minaccioso. «Che colpa avevano i bambini?»
«Il sangue dei padri scorre nelle vene dei figli» rispose tranquillamente Furia.
«Che stai dicendo?» ringhiò Sanjuro.
«Un giorno i bambini cresceranno e saranno come gli uomini che li hanno procreati. Rifaranno gli stessi sbagli, gli stessi crimini, creeranno gli stessi orrori o anche peggio. Quindi meglio eliminarli quando sono una possibile minaccia, che non una minaccia che ha fatto danno.»
Sanjuro socchiuse gli occhi come una belva pronta ad attaccare. «Ma tu chi sei?»
«Uno che fa la tua stessa identica cosa» rispose l’altro.
«Io non uccido bambini!» sibilò Sanjuro sentendo la rabbia montargli dentro.
«Tu uccidi, esattamente come me. Spazzi vite via dalla faccia della terra come fa il vento con le foglie secche.»
«Io non provo piacere nell’uccidere.» Sanjuro strinse i denti. «Tu sì.»
«Solo perché le persone hanno quello che si meritano. Perché gli viene reso quanto hanno fatto. Accetta la realtà: tutti gli uomini sono colpevoli. Nessuno escluso.»
«Neppure tu.»
«Certo. Infatti, non mi reputo una vittima e neppure voglio esserlo. Preferisco essere il carnefice. E come carnefice, apprezzo il sangue che viene versato.» Furia prese a girargli attorno. «Anche tu lo sei e pure a te piace portare rovina, per quanto tu possa negarlo. Non c’è nulla di più sublime dell’avere tra le mani la vita degli altri e poterla spezzare. Abbiamo il potere più grande, quello di dare la morte e non c’è niente che faccia sentire così vivi.» Osservò con disgusto un corpo carbonizzato. «Provi pietà per il decesso di queste persone ma guarda in che modo vivevano, in cosa credevano, cosa inseguivano e capirai che meritavano questa fine.» Gli lanciò un’occhiata di feroce divertimento. «Sai che cos’ha di bello questo potere? È nei momenti in cui uccidiamo che la vita esprime e acquisisce la sua maggiore intensità, ci fa provare il desiderio di continuare a essere, cancellando ogni apatia, ogni non senso.»
«La morte è solo dolore.»
Furia scosse il capo. «La morte è liberazione dal dolore. Il dolore è vivere. Tu pensi di sapere cos’è la sofferenza, ma non hai mai provato quella vera, capace di mutare il tuo essere in ogni suo aspetto.»
Sanjuro sentì la rabbia crescere. «Hai perso il senso dell’essere Usufruitore.»
Furia scoppiò in una bassa risata. «Ho detto di esserlo?»
La frase raggelò Sanjuro, cominciando a comprendere. «Tu non sei un Usufruitore…»
«A costo di ripetermi, non l’ho mai detto. Il fatto che io abbia la vostra stessa forza, non fa me uno di voi.»
«Ma allora…» Sanjuro sentì il peso della rivelazione piombargli addosso di colpo.
Furia sollevò le mani con i palmi rivolti verso l’esterno in segno di discolpa. «La responsabilità non è mia se non sai osservare e distinguere le cose.»
Il respiro di Sanjuro accelerò. «Mi sono fidato di te.»
Furia scrollò le spalle. «Impara a non fidarti di nessuno.»
«Ci hai usato, utilizzando le nostre informazioni per i tuoi scopi.»
«Non ho usato nessuno: ho fatto quello che avrei fatto in tutti modi. Solo che in questa maniera le nostre strade si sono affiancate. Con o senza di voi continuerò sullo stesso percorso. Quindi, non farti il sangue amaro per questo: non puoi farci nulla.»
«Su questo ti sbagli, demone.» Il Potere colpì in pieno Furia e la strada esplose, scaraventando pezzi d’asfalto in tutte le direzioni.
Furia scagliò in avanti le fiamme in colonne ruggenti. I lampioni e le auto si fusero come ghiaccio nel deserto.
Sanjuro rotolò lontano, rialzandosi e scagliandogli contro il proprio Potere.
Il fuoco si erse a difesa formando un muro che disperse l’attacco.
«Dovrai fare di meglio» Furia sbeffeggiò Sanjuro. «Hai scoperto il Potere da poco tempo, mentre io sono antico di secoli e quindi ho più esperienza di te. E l’esperienza è tutto sul campo di battaglia.»
Il muro di fuoco fu perforato da catene che lo centrarono nel petto. Furia rotolò sull’asfalto, sentendo gli abiti inzupparsi di sangue.
“È riuscito a ferirmi” costatò stupito.
Le fiamme furono ricacciate indietro. Sanjuro avanzò deciso.
“Ma che…?”
Catene incandescenti gli salirono sulle gambe, intrecciandosi con altre dagli anelli rosso sangue fin sulle braccia e sul petto, dove divenivano nere.
“Che razza di Potere sta usando?” Furia riuscì a schivare l’attacco delle catene, scagliando in risposta una marea di fiamme.
Le catene crearono un vortice di anelli attorno a Sanjuro; il fuoco fu spinto verso l’alto, disperdendosi nel cielo in nuvole di scintille.
Furia lo incalzò, ma niente riusciva a passare la ferrea difesa. “Non sta usando nessun Potere, eppure quelle catene hanno forza: le mie fiamme non riescono nemmeno a scalfirle.” Prese ad arretrare, sentendo un tintinnio quando il suo calcagno pestò qualcosa di duro.
“Merda.” Tutto intorno a lui era uno strisciare di catene: non vedeva la fine del serpeggiare degli anelli fatti di rosso, nero, arancione. Il buio cominciò a calare, le fiamme soffocate dall’espandersi della misteriosa manifestazione di Sanjuro. Palazzi, strade: tutto era ricoperto di catene che sferragliavano.
“Si mette male.” Furia fece esplodere il potere in una gigantesca colonna di fuoco accecante e poi scattò all’indietro. Sentì il corpo perforato in decine di punti, le catene che cercavano di serrarsi attorno a braccia e gambe per trascinarlo al suolo e stritolarlo in uno spietato abbraccio. Lasciando lembi di carne tra gli anelli, riuscì a liberarsi, scappando nella notte.

La mente di Sanjuro ritornò al presente. Si alzò, risoluto. Era tempo di porre rimedio agli errori commessi.

Promozione maggio

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Per tutto maggio, Jonathan Livingston e il Vangelo sarà in promozione sui vari store con uno sconto del 25 % (ovvero sarà in vendita a 1.49 E).

Campagna contro la pedofilia

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Da anni si stanno svolgendo campagne contro la pedofilia: inutile dire quanto esse siano fondamentali. Importantissimo dare loro il più risalto possibile perché la guardia non è mai alzata abbastanza, perché nella società attuale, così tecnologica, così connessa, così legata alla rete, si tende a condividere di tutto, senza pensare alle conseguenze di questa scelta e come verrà usato quanto condiviso. Molti adulti pubblicano le foto dei propri figli in rete per farle vedere agli amici, per stimarsi, senza considerare che c’è chi le guarda con occhi malati: più del 50% dei contenuti pedo-pornografici deriva dai social network. Prima di condividere le foto dei propri figli è meglio pensare, perché la rete non è solo divertimento, intrattenimento, ma possiede un lato oscuro che sempre più prende piede e sfrutta la semplicità con la quale vengono compiuti certi atti. Occorre sempre essere consapevoli prima di agire per non andare incontro a situazioni spiacevoli: ognuno, nel piccolo può dare il suo contributo a rendere il mondo un posto migliore o se non si vuole essere così ottimisti, può impedire che nel mondo venga aggiunto altro fango. In fondo, in certi casi, non ci vuole niente per dare il proprio contributo.