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Dignità del lavoro

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Il lavoro dà dignità all’uomo o gliela toglie?
Privato di un lavoro, un uomo può intendere la propria vita inutile. L’essere produttivo, contribuire a realizzare qualcosa, fa crescere l’autostima, fa sentire d’appartenere a qualcosa che è utile per gli altri. Essere partecipe di un processo costruttivo permette d’incanalare energie che se lasciate nell’ozio stagnerebbero portando a un lasciarsi andare e arrugginire le proprie capacità.
Inoltre, senza un lavoro non possederebbe un sostegno economico, venendo privato di servizi e venendo tagliato fuori dalla vita sociale. Purtroppo non possedere soldi in questo sistema limita e non poco quanto un uomo può fare, venendo messo ai margini della società.
Quindi il lavoro si può dire che dà dignità all’uomo.
Ma per avere un lavoro, quanta dignità si deve perdere? Quanto chi è al potere gioca su questa realtà e la utilizza per sfruttare chi sta in basso?
Le condizioni lavorative peggiorano sempre, i diritti sono sempre meno, si devono lavorare più ore per avere stipendi sempre bassi, che non aumentano mai, accettando di tutto per avere un posto di lavoro spesso precario, spesso somministrato da società interinali che pretendono che si lavori sempre per meno e che se ci si ammala mettono fuori, eliminano (un pò come succedeva nei lager tedeschi della seconda guerra mondiale: se un prigioniero si ammalava, veniva tolto di mezzo); un andare al ribasso che porta l’uomo a sacrificare tempo ed energie per avere poco tra le mani.
Il tutto immerso in una società che va sempre peggio, con un’economia stritolante, dove chi governa non fa nulla, ma pretende che la gente faccia sempre sacrifici, si dia da fare. Governanti che pensano solo a se stessi, che mancano di rispetto e prendono in giro, che non hanno mai fatto nulla di produttivo, che sono capaci solo di vivere alle spalle dei lavoratori e di succhiare tutte le loro risorse, facendosi mantenere senza dare nulla in cambio. La realtà è questa: si lavora perché gente del genere possa vivere tra gli agi senza fare assolutamente nulla.
Questa è dignità?

La Paura del Saggio

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Di Patrick Rothfuss ho apprezzato molto Il Nome del Vento, primo volume di Le Cronache dell’Assassino del Re. Lettura che si è rivelata ugualmente piacevole con La Paura del Saggio, secondo capitolo di questa saga: romanzo più corposo del precedente, con l’autore sempre intento a mostrare il percorso d’evoluzione di Kvothe all’interno dell’Accademia e la sua ricerca dei Chandrian. Lo stile di scrittura si mantiene sempre sul livello del precedente romanzo, le avventure del protagonista continuano ad affascinare, tuttavia l’opera presenta dei momenti di stanca: seppur ben scritto, l’avere incentrata tutta l’attenzione su un unico personaggio, può far scendere l’interesse.
Questo è uno dei rischi in cui s’incorre nel focalizzarsi su un solo elemento: allungare la storia, renderla molto particolareggiata, invece di aumentare la suspense, la fa allentare. Aggiungere sempre tasselli che lentamente vanno a formare il quadro della storia può sì arricchire la trama, ma anche stancare il lettore che vede accumulare informazioni che non lo portano all’avvicinarsi alla soluzione del mistero.
Tener viva l’attenzione del lettore non è facile, occorre pianificazione nel creare l’intreccio e saperlo tenere sulle spine, ma non si può mantenere sempre questo stato: una corda non si può tenere sempre tesa, altrimenti, inevitabilmente, s’allenta. Occorre saper dare al lettore un “contentino”, far vedere che la sua pazienza è ripagata.
Elemento ben conosciuto da autori come Jordan, Erikson e Sanderson che in fatto di saghe lunghe dai tomi corposi hanno molto da dire: loro hanno compreso che per non ripetersi e non stancare, per scrivere opere lunghe e mostrare un mondo con la sua storia, occorrono più punti di vista. La diversità, come in tutte le cose, arricchisce e intriga, è la spinta ad andare avanti per scoprire ciò che si trova oltre il già conosciuto.

Welcome back, Spring

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Cambiamento dei tempi

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Notte sul fiume

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Volo sull'acqua

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La legge delle Lande - Brandon Sanderson

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Quando si apprezza l’ambientazione creata da uno scrittore, nel vederla cambiare alle volte si corre il rischio di perdere una parte del piacere avuto nel leggere certe storie.
E’ stato il timore avuto quando mi si apprestato a leggere La Legge delle Lande di Brandon Sanderson. Non che ritenessi che l’autore mi potesse deludere con questa sua nuova opera, ma ho una predilezione per le storie ambientante in mondi medievali o comunque non vicine all’era moderna e leggere di un mondo evoluto con stile vittoriano e western mi lasciava qualche incertezza, anche se la voglia di leggere di nuovo qualcosa di Sanderson c’era ed eccome.
A parte il prologo che in alcuni punti poteva essere scritto diversamente date le capacità dimostrate dall’autore, è stata una lettura scorrevole e piacevole, anche se non ha raggiunto l’epicità dei volumi della saga Mistbron cui appartiene (specialmente di L’Ultimo Impero e Il Campione delle Ere). Tuttavia il finale ha regalo colpi di scena e apparizioni che hanno fatto crescere il giudizio su un libro che nelle intenzioni Sanderson ha gettato le basi per una nuova trilogia nel mondo dei Mistborn. Per scoprire in maniera più approfondita il parere sul romanzo, ecco la recensione scritta per Fantasy Magazine.

Sotto la neve, sopra l'acqua

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