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Il Crollo di un'Epoca

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L’italiano medio, quello che ha un lavoro, che mantiene la sua quotidianità di ufficio-famiglia-hobby, che ha come unici pensieri il sopportare colleghi e menate del capo, il come e dove andare in ferie, il trovare di come fare sesso se non ha un partner fisso: bada al suo orticello, non si occupa di quanto accade agli altri. “I problemi altrui non mi riguardano” è il pensiero che fa voltando lo sguardo dall’altra parte di fronte a certe situazioni, credendo che se le cose non si vedono non esistano e pertanto non lo debbano toccare.
Una sorta di creare un muro, una barriera che può essere generata da indifferenza, paura, il cercare d’evitare una situazione spiacevole. Una barriera con la quale ci si isola dal mondo esterno e che in apparenza protegge, ma si tratta soltanto di un’illusione, spazzata via quando il corso degli eventi cambia direzione e investe con forza.
Non si tratta di fatalità, ma semplicemente di azione e reazione, di arrivare al punto in cui il conto viene presentato: arriva sempre il momento in cui si paga per le scelte sbagliate. Questo vale per tutti. Solo che chi è rimasto inconsapevole, e ha voluto non vedere, viene colpito con più forza dagli eventi di chi invece era pronto a ricevere il colpo: è come uno che vede una tegola cadere dal tetto dritta verso di lui e non fa niente per evitare l’impatto.
L’essere troppo preso da se stesso ha impedito all’italiano medio d’accorgersi della piena che sta arrivando e che può travolgerlo: l’Italia non è poi così lontano dalla Grecia, in tutti i sensi. Si sente parlare di crisi economica del paese ellenico, delle misure che la comunità europea dovrebbe prendere nei suoi riguardi (si parla anche di uscita dall’Euro), ma sono notizie superficiali quelle che scorrono nei telegiornali, non ci si rende conto della terapia “lacrime e sangue” cui la popolazione di quella nazione è stata sottoposta per risollevare le sorti economiche. Una terapia dolorosa e che forse non basterà a risollevare la Grecia, ma che pesa sempre di più sulla gente comune.
Migliaia di persone ogni giorno perdono il posto di lavoro. Un cittadino su quattro vive sotto la soglia di povertà. Centinaia di migliaia di famiglie sono senza reddito e la disoccupazione giovanile è quasi al 50%. Centinaia di genitori abbandonano i figli a scuola, negli orfanotrofi, perché non sanno come nutrirli e prendersi cura di loro; bambini denutriti perché le madri non mangiano e non possono allattare.
Il piano d’austerità imposto in Grecia taglia tutti i servizi, le pensioni, smantella il dialogo sociale e i salari sono ridotti al minimo: i risultati sono disumani, si richiedono maggiori sacrifici ancora, senza contare che gli aiuti promessi sono bloccati da Germania, Finlandia e Olanda , procrastinati a dopo le elezioni e l’instaurazione del nuovo governo. Tutto in nome dell’economia e dei bilanci.
Cosa che è stata richiesta anche all’Italia, anche se non si è ancora a quei livelli. Ma anche in Grecia è cominciata in questo modo: i sacrifici vengono chiesti alla gente comune, gli si dice di stringere la cinghia, sono costretti a pagare gli errori fatti dalla classe politica, dirigenziale e imprenditoriale del paese. Una classe corrotta, che ha fatto solo il suo interesse a discapito degli altri con vere e proprie truffe (gli esempi sono tantissimi: lo scandalo della Lega, del Calcioscommesse, degli appalti, politici coinvolti in affari illeciti). Tutto sempre in nome dell’Economia.
Per essa, per il guadagno preteso sempre maggiore da alcuni, si è sacrificato di tutto: dignità, libertà. Adesso anche la vita, come stanno mostrando le immagini del terremoto dei crolli delle ditte e di quanti vi sono morti: si è voluto risparmiare sulla costruzione, sulla sicurezza (come diceva un ministro ben conosciuto “la sicurezza non ce la possiamo permettere”: una frase emblematica della mentalità che ha dilagato e si è radicata nel paese), cercando di spendere il meno possibile e avere più di soldi per sé. E grazie a questo piccolo risparmio, oltre alle ennesime morti sul lavoro, si è perso tutto quello che si aveva. Ma la vita rende sempre quello che si fa: è brutto costatare questo fatto, ma lo è ancora di più quando si pensa che per colpa di tali scelte ci ha rimesso la vita chi non aveva responsabilità, chi era innocente.
Purtroppo, quanto sta succedendo, è davvero simbolo del crollo di un’epoca.

Il Mercato dei Libri

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Dalla Fiera del Libro di Torino non giungono dati confortanti: c’è un calo nelle vendite dei libri, anche in quei settori che finora non ne avevano risentito.
Questa non è certo una novità: da tempo si parla di crisi dell’editoria. I fattori da prendere in considerazione sono diversi: chi perde il lavoro o è in cassa integrazione spende solo nel necessario, tagliando tutto ciò che non è strettamente legato alla sopravvivenza. Anche chi ha un lavoro, con il continuo crescere del costo della vita, deve effettuare dei tagli e i libri sono tra le cose che vengono tagliate. Se poi si considera che il popolo italiano non è un popolo di lettori, specialmente dopo un periodo dove si ha avuto una classe dirigenziale che ha tagliato sulla cultura, ritenendola superflua, disprezzando tutto ciò che è arte e spunto di riflessione, dando ampio spazio a reality di bassa qualità e intelligenza che ha condizionato il pensiero comune, il quadro è fatto.
Ma c’è anche un’altro fattore che influisce su questo stato delle cose ed è ben evidenziato dal pezzo dell’articolo Fuori catalogo scritto da Elisabetta Bonucci per il numero 5 di quest’anno di LiberEtà.

Finiti i tempi in cui a scegliere che cosa pubblicare erano personaggi come Croce, Pavese, Vittorini, Calvino, Ginzburg, a proporre le novità erano agenti letterari di fama internazionale come il celebre Linder.
Il mercato globalizzato sforna un profluvio di mediocrità creativa, ingessato in un linguaggio standard su cui invano si scagliano critici di valore. Raffaele La Capria nel suo Letteratura e salti mortali paragona il mercato librario d’oggi alle scatolette da mangiare che dà ai suoi gatti. «Sono talmente disgustati, poveri mici, di questo cibo confezionato – dice – che devo continuamente cambiarlo. Tacchino? No? Pesce atlantico o pacifico? Pollo? Neanche. Infine ,per risvegliare i loro veri istinti ho dato loro pesce fresco, filetto di vitello tagliato a pezzetti, alici di paranza. Niente, perfino quello schifavano. Niente di veramente naturale essi riconoscevano più. Capita la metafora? Anche il lettore medio, ormai assuefatto a confezioni letterarie d’ogni tipo, ma tutte artificiali, anzi industriali, non riconosce più la buona letteratura».

I grandi editori sembrano preoccuparsi più della confezione e distribuzione (cy-book, be-book, e-book) che del contenuto dei testi. Che fine faranno i libri? si chiede Francesco A. Cataluccio (Nottetempo, 6 euro), personaggio di grande esperienza editoriale, illustrando appunto le trasformazioni in corso nel mondo della lettura, la filiera produttiva, gli strumenti dell’offerta e della ricezione libraria. Bisognerà che passi qualche generazione per capire il destino del libro. L’ultima fiera per ragazzi tenuta nel marzo scorso a Bologna fa tuttavia sperare: bambini e giovanissimi. dai tre ai tredici anni, i nipotini di Gianni Rodari, sembrano ancora affezionati a pagine ben stampate e disegnate. Anche se le illustrazioni prevalgono oramai sulla scrittura, scivolando in eccessi pericolosi. Il topo Geronimo Stilton della Piemme invade e rosicchia. Ad esempio, i classici per l’infanzia con risultati discutibili. Tutti i famosi “ragazzi della via Paal” indossano la maschera di topi più o meno “geronimi”. Sono novità difficili da digerire anche se fanno vendere tanto, come i cibi in scatola per gatti.

Come sempre, c’è da riflettere. E’ vero che l’editore è un imprenditore e deve far utile, ma si deve ricordare che il libro non è un semplice prodotto, ha anche il compito di creare cultura: occorre un’etica che nella maggior parte delle pubblicazioni odierne risulta mancante. Non si può pensare solamente a far soldi e basta, a discapito della qualità: un modo di fare simile è un boomerang che ritorna indietro, perché si ha guadagno nell’immediato, ma si brucia il mercato per il futuro. Se il cliente, in questo caso il lettore, lo si tratta bene, con rispetto, continuerà ad acquistare; ma se lo si frega, lo si fa solo una volta e poi non lo si vedrà più.

Venti anni fa: la strage di Capaci.

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23 maggio 1992, ore 17.58

Nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, Giovanni Falcone (magistrato antimafia), Francesca Morvillo (sua moglie) e Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro (agenti della scorta) perdono la vita a causa di un attentato mafioso, fatti saltare in aria con una carica di tritolo di 500 kg posizionata in una galleria scavata sotto l’autostrada.

L’Ultimo Potere – Primo Atto – XI Crolli (parte 1)

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Guerriero si lasciò cadere su una panchina del parco, gli occhi vigili sulla strada oltre la recinzione. Da più di una settimana stava setacciando la periferia e le zone limitrofe, ma come aveva temuto, le ricerche non avevano avuto gli esiti voluti. Giorni e giorni spesi a camminare per ore, girando a vuoto.
Stava sprecando tempo. Lo aveva saputo fin dal primo giorno dopo Natale che con quella linea d’azione non avrebbe cavato un ragno dal buco, essendo solamente un modo per evitare la spinosa questione. Sapeva dove bisognava andare; stava solamente procrastinando quello che prima o poi avrebbe dovuto affrontare, ma che al momento non si sentiva di fare.
Allontanò lo sguardo dalla strada, fissandolo sulla figura da spaventapasseri di Katrin. Sotto lo svolazzante impermeabile più grande di lei e i numerosi strati di vestiti, si nascondeva un fisico minuto ed esile, che poteva essere ridotto a brandelli con un unico colpo.
Non poteva riportarla là. Non poteva esporla a quel pericolo: sarebbe stata spezzata come un fuscello.
Contrasse le labbra. La scelta d’intromettersi nella sua vita e salvarla ora si stava rivelando un problema, un intralcio al suo cammino. La limitazione che aveva portato ai suoi spostamenti non era cosa da poco: non poteva più muoversi come prima. Motivo per cui non poteva tornare là: era già difficile farcela avventurandosi in un territorio ostile come quello se doveva badare solo a sé stesso, proteggere anche un’altra persona la faceva divenire un’azione quasi impossibile.
Naturalmente sarebbe bastato lasciarla nel rifugio per tornare a muoversi liberamente; ma questa soluzione non era attuabile: ormai Katrin lo seguiva ovunque andasse, era diventata la sua ombra; gli si era aggrappata come se fosse un’ancora. Non si sarebbe fatta lasciare indietro: sarebbe andata con lui, oltre ogni ragione. Con l’attaccamento che si era creato nei suoi riguardi, Katrin non voleva più rimanere sola: era terrorizzata dal semplice pensiero. Bastava che sparisse dal campo visivo per farla agitare e renderla irrequieta; se scompariva per più di qualche minuto, lo andava a cercare, non staccandosi più di dosso. Gli correva dietro come un cane impaurito e sperduto che cercava il suo padrone; avrebbe voluto riprenderla, farla smettere con quel comportamento, ma l’espressione scodinzolante che aveva quando tornava a vederlo gli faceva ingoiare le parole dure che gli salivano dalla gola.
Visto come stavano le cose, aveva cominciato a prendere in considerazione un’altra eventualità: lasciare la città. Le cose in quel luogo si stavano facendo pericolose.
Potevano allontanarsi e andare in cerca di un’altra. Oppure ritirarsi lontano dai centri della civiltà e vivere in un luogo tranquillo, vicino a un bosco o a un lago, dove Mutantropi, Chimere, Demoni e Posseduti non avevano alcun interesse ad arrivare. L’idea non gli dispiaceva e per una volta tanto non sentiva la pressante spinta a cercare Luna Azzurra.
Ma la verità, quella più profonda, quella più rivoltante, era che aveva paura. Stava scappando. Era terrorizzato al solo pensiero di riavvicinarsi al centro della città. Non ci voleva tornare.
Non dopo quell’incontro.
Controllò il tremore che sentì fremere nelle membra, mentre un’ombra s’affacciava nella mente. Un’ombra oscura che divampava come un incendio e si protendeva in avanti per afferrarlo.
Un movimento aleggiò al limite del suo campo visivo.
«Katrin, vieni qua.» Intimò a bassa voce.
La ragazza accorse subito al suo fianco. «Cosa c’è?»
«Visite.» Rispose coinciso tenendo lo sguardo oltre la recinzione. «Allontaniamoci.»
«Che cosa sono?» Chiese Katrin mentre attraversavano lo spazio delle altalene arrugginite.
Un mesto cigolio s’alzò quando i sedili spezzati furono mossi dal vento.
«Per il momento solo chimere.»
«Perché per il momento?»
Guerriero si guardò attorno. «La loro presenza avverte le altre creature che ci possono essere delle prede. E le attira nei paraggi.»
«Le chimere sono dei segugi?»
«Non sempre. In generale, possono essere considerati il termometro di un’area: un buon numero di queste creature rappresenta un’alta densità d’esseri viventi di bassa pericolosità, come gli esseri umani. E questo per mutantropi o Posseduti significa un buon territorio di caccia.» Evitò di pronunciare l’altro nome. «Non ne conosco bene le ragioni, ma le chimere sono attratte dagli uomini, come se rispondessero a un qualche richiamo; forse dipende dal fatto che gli esseri umani sono i loro creatori e questo è rimasto impresso nel loro codice genetico o nel loro inconscio.»
«Come l’uomo ricerca Dio?»
«Sì, credo possa essere così.» Riuscì a dire Guerriero, evitando di dare la risposta che subito gli era venuta in mente.
Come poteva dirle che non poteva esistere un Dio in quel mondo infernale? Come poteva riferirle che le sembrava assurdo che un Creatore abbandonasse la sua opera in quello scempio?
Nessun Dio sano di mente poteva fare una cosa del genere, ma l’uomo con la sua follia sì: come un padre che aveva cresciuto la figlia fino a farla diventare una donna e una volta raggiunto il suo compito, l’aveva martoriata e stuprata. Se l’uomo aveva ricercato Dio, l’aveva fatto in tempi dimenticati; ora tutto era andato perso e Dio era un nome vuoto, l’inciso su una lapide persa nei cieli.
Ma Katrin credeva che quelle cose esistessero ancora, gli davano la speranza di andare avanti.
«Sono pericolose?» Chiese nervosamente la ragazza.
«Tutto è pericoloso, se non si fa attenzione.» Guerriero osservò i movimenti furtivi nei vicoli laterali. «Ma a meno di incorrere in specie particolarmente aggressive o affamate, le chimere sono solitamente esseri schivi che seguono il loro particolare istinto; nulla di più.»
«Ma se dovessero attaccare? Potresti batterle?» Insistette Katrin.
Guerriero si voltò a guardarla, cercando di capire dove voleva arrivare. «Se fossi costretto a combatterle, avrei la meglio, certo; sempre che il numero non sia soverchiante.»
Katrin lanciò un’occhiata al di là del parco. «Saresti in grado di affrontare quelle che sono qua intorno?»
Guerriero continuò a scrutarla. «Sì, non sono molte.»
«Perché eviti di combattere quegli esseri, se sai di poterli battere?» Mormorò la ragazza distogliendo lo sguardo da lui.
«Perché è inutile ricercare lo scontro, anche se si ha la certezza di vincere. Si combatte solo quando necessario. Fare diversamente è da stupidi e la stupidità in questo mondo si paga.»
«Ma se li elimini, non possono più tornare.»
Da così vicino poté distinguere il tremito delle sue labbra: paura. Paura che stava montando in un crescendo pericoloso.
«Non c’è motivo di attaccare se non si è attaccati; farlo significherebbe solamente attirare attenzione e risentimento. E non sono cose con cui uno vuole avere a che fare all’interno di una città. Passare inosservati e senza lasciare tracce è il comportamento migliore da seguire.» Guerriero parlò con calma. «Non si possono eliminare tutte le creature che s’incontrano: equivarrebbe a far guerra al mondo intero.»
«Ma loro mi fanno sentire così…»
«Lo so.» La bloccò delicatamente Guerriero prima che il dar voce ai suoi pensieri la portassero ad avere un crollo.
«Vorrei che fossero spazzati via tutti. Li vorrei vedere tutti morti.» Esclamò in un tono acido e rabbioso che non le aveva mai sentito prima. Per un attimo Katrin era mutata, diventando irriconoscibile dalla ragazza che aveva conosciuto; i lineamenti si erano contratti in una smorfia tesa e arcigna, di puro odio. E per un attimo gli era sembrata una sconosciuta, qualcosa di completamente estraneo, con cui non avere a che fare.
Un brivido e un moto di ribrezzo lo raggelarono. La situazione non stava prendendo una buona piega. Era meglio tornare a muoversi.
«Andiamocene da qui. Torniamo a casa.» La esortò riprendendo il cammino sul vialetto invaso dalle erbacce.
Katrin voltò il capo di scatto dalle ombre delle chimere, affrettando il passo per raggiungerlo.
«Il mio angelo.» Sussurrò.
«Che cosa?» Guerriero la guardò, pensando di non aver capito bene.
Katrin sollevò lo sguardo piantato a terra, fissandolo con occhi grandi. L’espressione del volto era tornata quella di sempre.
«Tu sei il mio angelo custode. Un angelo del cielo venuto a proteggermi.» Disse sorridendo.
Un angelo del cielo non è nulla se al suo fianco non ha una stella.
La frase sovvenne alla sua mente prima ancora che la potesse razionalizzare. Ma che cosa significava?
Un angelo del cielo non è nulla se al suo fianco non ha una stella.
Da dove veniva?
Un angelo del cielo non è nulla se al suo fianco non ha una stella.
La frase continuò a martellarlo, lampeggiando come un’insegna luminosa. Colpito più di quanto volesse ammettere, scosse il capo.
«Lascia perdere questi discorsi e affrettiamoci.»
In quel momento ricordò. Aveva letto quella frase di sfuggita mentre effettuava le ricerche, prima di incontrare la ragazza: il libro che gli era capitato in mano non c’entrava nulla con quello che stava cercando, ma mentre lo metteva da parte, le pagine si erano aperte, facendo soffermare il suo sguardo su quelle semplici parole. Chissà perché gli erano rimaste così impresse.
“Lei è la stella?” Pensò stupito.
Che strana coincidenza. Ma più ci pensava e meno credeva che fosse tale.
Troppe cose strane stavano accadendo. Cose che non riusciva a capire.

Figure dai contorni bianchi, disegnate su una lavagna nera. Una lavagna che si apriva come un album, creando pagine nuove quando una veniva riempita dai disegni. Pupazzi, peluche dalle linee tonde e avvolgenti; disegni che correvano all’impazzata in mezzo ad alberi spogli, sbattuti dal vento.
Gli occhi sbarrati dalla paura, in ogni foglio ce n’era qualcuno voltato a guardare indietro, la bocca aperta in un urlo che restava muto e non usciva mai dalle gole.
I disegni non posseggono voce, a meno che non venga donata. E ne sono consapevoli.
Per questo la loro disperazione era tanto marcata: era questo che voleva il loro creatore. Dargli la consapevolezza di quello che non avevano e non potevano avere; nessuno si sarebbe accorto di loro, nessuno avrebbe udito le loro suppliche, accorrendo in aiuto.
Come un burattinaio, l’artista con il tratto della penna creava colline, montagne attraverso le quali far scappare i piccoli pupazzi, continuamente inseguiti da qualcosa che si teneva sempre nascosto oltre la linea del paesaggio. Ma che stava arrivando, facendosi a ogni pagina più vicino.
Gli indifesi peluche correvano come una mandria impazzita, ruzzolando in un’ammucchiata che sembrava sbattere contro la superficie del foglio, premendo, scalciando. I volti paffuti si sgranavano uno sull’altro, implorando che quella tortura terminasse.
Spietata, la mano continuava a disegnare. Imperterrita, creava un mondo d’orrore senza dare ai suoi piccoli abitanti una via di fuga, facendoli correre come topi in trappola. Correvano, correvano senza posa: trottole impazzite in un modo impazzito. Schiacciati contro il foglio, premevano per uscire, una calca di morbide forme che riempiva tutta la superficie.
Il disegnatore se ne stava con la schiena ritta e il capo chino, i gomiti appoggiati al tavolo, continuando insensibile l’opera. Instancabile, riempiva il foglio di denti aguzzi e fauci aperte; bocche gigantesche che si aprivano dietro il cielo e la terra per fagocitare tutto quanto. Una pagina dopo l’altra riempiva l’album, facendo andare avanti la storia senza tregua.
Dall’alto, Katrin guardava spassionatamente i pupazzi: era lei il disegnatore. Fredda e distaccata continuava a lavorare, come se una forza invisibile e più grande guidasse i suoi pensieri e le sue azioni; come se anche lei non fosse che una marionetta, un mezzo usato per la creazione di quel mondo piccolo che aveva sotto i suoi occhi.
Un sorriso si allargava sulle sue labbra. Per un attimo la finzione le era piaciuta: sentirsi un’estranea, inconsapevole e incolpevole delle proprie azioni. La verità era che le piaceva quello che stava facendo. Lo voleva. Si compiaceva di quanto stava vedendo; lo desiderava. Le piaceva il senso di potere e manipolazione che aveva sui disegni; osservava concupiscente le emozioni che scaturivano dall’inseguimento tra prede e predatori. Un brivido di piacere le solleticava il corpo e l’animo, facendole desiderare che la caccia non si fermasse, continuando a sfamare il delizioso desiderio.
Lasciò andare la matita, rimirando l’attimo che era riuscita a cogliere: l’istante sospeso tra il riuscire a scappare e l’essere presi. Il momento sublime che mescolava ansia, eccitazione, terrore e quel piccolo sussurro che era la vita che stava per essere strappata via.
Alzò lo sguardo e si vide riflessa allo specchio.
Si era sollevata dal letto di colpo, il cuore in tumulto, angosciata e sudata; nella sua mente tutto turbinava con estrema chiarezza, rammentando nei dettagli il sogno che aveva fatto. Tutto tranne quanto aveva visto nello specchio quando si era rispecchiata: doveva essersi svegliata prima di vedere il proprio riflesso oppure la sua mente si rifiutava con tutte le forze di ricordare. E forse aveva ragione di farlo; forse era un bene che non ricordasse: dato le sensazioni che aveva provato, doveva essere stato qualcosa di molto brutto.
Aveva provato a scuotersele di dosso, ma per tutto il giorno l’avevano perseguitata. Nelle strade, nei palazzi, nelle gallerie: il ricordo non l’aveva lasciata. Vedeva sempre le dolci figure dai contorni bianchi annaspare in un nero mondo bidimensionale. La loro tenerezza era straziata dal loro essere indifesi. Vedeva la loro sofferenza, ma non poteva aiutarli. Non lo voleva. Vedeva la supplica nei loro occhi…
Ma quegli sguardi non erano lo sguardo di chi terrorizzato chiedeva aiuto: era lo sguardo di chi era terrorizzato da chi aveva davanti.
Era lei il mostro di cui avevano paura. Il mostro che aveva creato quel mondo d’inferno e che poteva far accadere tutto quello che voleva; che li inseguiva e li torturava senza mostrare un minimo di pietà. Un dio malvagio che aveva dato vita a esistenze che non gli avevano chiesto nulla e che ricompensava in quella maniera: forse perché non gli piacevano, forse per capriccio.
Forse perché poteva semplicemente farlo.
O forse perché stava facendo loro quello che veniva fatto a lei.
Il sogno non era altro che lo specchio della sua vita e lei si era vista dalla parte della follia che governava il mondo. Si era vista e vi si era anche riconosciuta, immedesimata; aveva assaporato il gusto della distruzione e della rovina. Affascinata aveva guardato dritto negli occhi la disperazione e vi si era persa; mentre guardava, aveva percepito l’incrinarsi di qualcosa, come il rumore secco di crepe che si diramano sulla superficie ghiacciata, ma era qualcosa di sfuggente, che si portava sempre al di là della soglia della comprensione.
Per tutto il giorno si era sentita strana, a disagio. Una volta, sentendo un rivolo di detriti scendere da un tendaggio, si era voltata di scatto ritrovandosi a guardare in una vetrina un volto spiritato sotto una massa di capelli scarmigliati, come quello di un pazzo; non si era resa subito conto che stava vedendo il suo riflesso. Quando l’aveva fatto, era scappata di corsa, come se fosse stata rincorsa da qualche mutantropo o chimera.
Da allora non si era più staccata da Guerriero. Ma il volto non aveva smesso di perseguitarla.

Come nasce un Mondo

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Per quanto riguarda il mondo reale, la scienza negli ultimi decenni ha dato la sua spiegazione attraverso diverse teorie, tra le quali la più famosa è quella del Big Bang; per secoli invece le religioni di qualsivoglia parte del mondo attribuivano la sua creazione a entità superiori, che con la loro volontà ed energia avevano dato vita a tutte le cose.
Per quanto riguarda invece i mondi immaginari, tutto nasce da un’idea, che può sorgere in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo; ne avevo già parlato in questo articolo narrando come aveva preso vita Storie di Asklivion – Strade Nascoste.
Ci sono autori che prima creano l’ambientazione, poi vi fanno agire i personaggi; altri lo costruiscono in base alla storia sviluppata dai protagonisti. Per me invece è stato un andare avanti di pari passo tra le due cose; mentre scrivevo la stesura di come si sarebbe sviluppata la trama, realizzavo la cartina del mondo, aggiungendo un pezzo alla volta.
E’ stato un piacere vedere come la matita dava forma alla geografia delle terre che i personaggi stavano attraversando o verso i quali erano diretti. E mentre città e regioni sorgevano, nasceva anche la storia che li aveva caratterizzati, episodi che nel passato li avevano resi famosi. Un mondo che si è ingrandito disegno dopo disegno, dando connotazioni sempre più precise e ampie allo scenario dove i personaggi vivono e lottano.
Un lavoro che non si è limitato a dare forma al palcoscenico per le vicende narrate nel romanzo, ma che è continuato, perché la storia che si era vista crescere aveva dato vita ad altre storie ed esse ad altri parti del mondo, lasciando spazio a vicende che sarebbero state narrate nei libri successivi.
Un lavoro che sta ancora crescendo perché ha ancora parti da sviluppare, ma che quando ci si sofferma a guardarlo dà un bel senso di soddisfazione e compiacimento, vedendo che la mappa ha raggiunto l’estensione di quattro fogli A4 ricchi di dettagli.
E’ proprio vero il passo della Genesi: “E Dio vide quanto aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno”. Un passo che rende molto bene i sentimenti nati dall’atto della creazione.

L’Ultimo Potere – Primo Atto – X Canto di Natale (parte 2)

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Fermo sul ciglio della piazza, Guerriero scrutò con piglio corrucciato il quartiere che cominciava in fondo alla strada, sul volto dipinta la convinzione che le lunghe fila di caseggiati tutti uguali gli stessero per fare un qualche scherzo.
«Eppure…»
«Cosa c’è che non va?» Katrin scalpitava al suo fianco, smaniosa di potersi rifugiare in un posto che la togliesse dalla strada.
«Sto cercando di ricordare qual è la direzione da prendere.» Bofonchiò scrutando prima una schiera d’edifici poi l’altra. «Rilassati: non c’è nessun pericolo, altrimenti non me ne starei così in bella vista.»
Per nulla convinta, Katrin continuò a restare sulle spine.
A un cenno di Guerriero, scesero in strada prendendo la prima svolta a destra dopo un centinaio di metri. Seguirono l’intreccio di stradine, addentrandosi nel complesso di costruzioni che si accalcavano una sull’altra, come se al progetto iniziale fossero state costantemente fatte delle aggiunte in corso d’opera. Passando sotto portici invasi da ciuffi d’erba e rampicanti che s’avviluppavano alle colonne, arrivarono in un cortile interno, stretto e umido, simile al fondo di un pozzo abbandonato.
Guerriero arrivò davanti a una spessa serranda abbassata a metà, chinandosi per oltrepassare la soglia della porta mancante. Un balcone polveroso e legnoso li accolse, austero e severo nella sua colorazione mogano. «Come sospettavo.»
«Libri?» Katrin piegò la testa all’indietro per vedere le strette librerie arrivare fino all’alto soffitto. Scale con le ruote erano appoggiate contro di esse, scorrendo su binari fissati alle cornici.
«Esattamente.»
Guerriero si sfilò lo zaino, lasciandolo cadere sul piano del bancone e cominciando a scorrere i titoli delle fila di volumi posti alla sua estremità sinistra.
Katrin lo osservò mentre con metodica cura selezionava i libri, scorrendo velocemente la quarta di copertina e, a seconda dell’esito della lettura, li rimetteva al loro posto o li appoggiava a fianco dello zaino.
«Perché non mi dici cosa stai cercando? Potrei darti una mano.»
Guerriero sollevò il naso dal libro che stava consultando «Credo che cercare di spiegartelo richiederebbe lo stesso tempo della ricerca.» Serrò le labbra, meditando sul da farsi. «Lascia stare; guarda pure quello che vuoi, basta che non intralci il mio lavoro.»
Attenta a non fare rumore, la ragazza si mise a girovagare nel negozio, più grande di quello che poteva sembrare da fuori: un corridoio di dieci metri con librerie su ciascuna delle pareti lunghe, terminante in una porta verniciata di nero, dietro la quale c’era lo sgabuzzino delle scope e dei servizi igienici. Tenendosi lontana dall’uomo chino sui libri, salì una delle scale, curiosa di provare la sensazione di guardare il pavimento da quattro metri d’altezza. Aggrappata al corrimano d’acciaio opaco, si lasciò dondolare avanti e indietro, stendendo le braccia e inarcando la schiena.
Presa dalla piacevole vertigine che le dava l’altezza, poggiò un piede al muro e si diede una spinta, facendo correre la scala per tutta la lunghezza della rotaia. Non fosse stata per la polvere sollevata e l’occhiata in tralice di Guerriero per il cigolio prodotto, avrebbe continuato a lungo con quel passatempo.
Ritornando con i piedi per terra, Katrin si mise a canticchiare un motivetto a bocca chiusa, saltellando con le mani dietro alla schiena.
Guerriero rimase a fissarla tra l’incuriosito e il perplesso. “Di cosa mi meraviglio? Non c’è più niente di normale a questo mondo.”
Segnò il punto dov’era arrivato nel libro con una scheggia staccata dal bancone; una pausa avrebbe fatto riposare gli occhi. «Che cosa stai cantando?»
Katrin si voltò a guardarlo. «E’ un motivetto natalizio.»
«Ah.»
«Fra qualche giorno è Natale.» Specificò vedendolo poco convinto.
«Ah.» Guerriero continuò a guardarla sempre con la stessa espressione.
La ragazza si passò a disagio una mano nei capelli. «E’ tutto quello che sai dire?»
Guerriero sollevò le sopracciglia. «Cosa dovrei dire?»
Questa volta toccò alla ragazza apparire perplessa. «Non lo festeggi?»
«C’è forse qualcosa da festeggiare?» Chiese sardonico Guerriero. «C’è qualcosa di cui essere felici nella nostra condizione?»
«No, non c’è.» La ragazza si schernì sulla difensiva, abbozzando però subito un sorriso. «Ma si potrebbe tentare per un giorno di rendere l’atmosfera diversa. Per alimentare la speranza.»
Guerriero si lasciò andare sulla sedia, pensieroso a quelle parole. «Già. La speranza.»
La ragazza andò a sedersi accanto a lui. «Mio padre credeva in queste cose.» Cominciò a raccontare con dolcezza. «Anche quando le cose andavano male, cercava sempre di preparare qualcosa di speciale per quel giorno. Piccolo pensieri, oggetti senza valore che si preoccupava d’incartare per farci una sorpresa. Niente di che, ma erano sempre cose carine, che potevano farci brillare gli occhi. Come questa.» Da sotto gli abiti estrasse una biglia di vetro con all’interno dei brillantini. «Sono speciali, non per il loro valore, ma per quello che voleva trasmettere mio padre: calore umano. Era così felice quando vedeva sui nostri volti la sorpresa; non ho mai capito dove riuscisse a trovare oggetti del genere in un mondo arido come questo.» Un sorriso triste tirò le labbra screpolate. «Mi mancano quei momenti. Mi manca mio padre.»
Guerriero rimase in silenzio, rimirando la biglia nelle mani sporche di fuliggine. Sembrava rilucere ancora di più in contrasto con il nero polveroso sulla pelle.
«Lo faceva per noi.» Sussurrò la ragazza. «Sapeva che per dei bambini, l’unico modo per avere la forza di andare avanti era riuscire ancora a sognare. Avere per qualche istante la sospensione della realtà.»
«Avevi fratelli?»
«Uno, ma nella piccola comunità in cui vivevo, tutti gli adulti erano genitori dei bambini, quindi si può dire che eravamo tutti fratelli. Un’unica, grande famiglia.» Un risolino di piacere le fece vibrare la gola.
«E festeggiavate quel giorno tutti insieme?»
«Sì, ma solo tra i bambini. Degli adulti, solo mio padre lo faceva; gli altri lo ritenevano uno spreco di tempo, presi dal continuo lavoro della comunità. Erano sempre seri; gentili e premurosi, ma non li ho mai visti né ridere né sorridere.» Gli occhi si colmarono di mestizia. «E tu?» Si riscosse, cancellando i ricordi.
«Mai festeggiato. Quello che so del Natale l’ho letto sui libri o me l’ha raccontato Vecchio.» Disse distaccato Guerriero.
«E non ne hai mai sentito la mancanza?» Domandò Katrin con una vena di malinconica compassione.
Guerriero scrollò le spalle. «Come posso aver sentito la mancanza di qualcosa, se non l’ho mai provata?»
«Quand’eri piccolo Vecchio non te l’ha fatto festeggiare?»
Guerriero rise divertito al pensiero. «Non era il tipo: non si perdeva dietro queste faccende; era sempre impegnato nella sua ricerca, non poteva sprecare tempo per far divertire un ragazzino. Mi ha tenuto in vita e mi ha dato i mezzi per sopravvivere: non potevo pretendere di più.» Il riso si smorzò. «Non mi è mai passato per la testa di chiedergli di festeggiarlo: non credevo che si potesse fare festa.»
«Perché non lo ritenevi possibile?»
«Da quel che so, si fa festa in segno di ringraziamento. Il ringraziamento migliore per noi era arrivare a fine giornata vivi.» Commentò coinciso. «Tutto ciò che mi ha detto Vecchio sul Natale, era che eventi simili non erano altro che memoriali, l’ennesima strumentalizzazione di figure luminose, incentrando il significato della loro vita sulla nascita e sulla morte, ignorando come erano vissute.» La bocca tornò a piegarsi in un sorriso. «Se ne andava borbottando che quelle feste non erano state altro che un modo per sfruttare la gente e riuscire ad avere soldi.»
La ragazza ascoltò le sue parole con attenzione. «Anche mio padre mi ha accennato a qualcosa del genere. Diceva che in quel giorno, nel passato, la gente era solita scambiarsi dei doni, ma era diventato un gesto meccanico, fatto perché tutti lo facevano: i regali non erano donati con il cuore perché nessuno avvertiva più lo spirito di fratellanza e gratuità, perché nessuno riusciva più a essere felice; il piacere di far contenti gli altri sostituito dal fare il regalo più costoso per essere apprezzati.»
«Proprio come diceva Vecchio.» Mormorò Guerriero tornando ad aprire il libro.
«Quindi i tuoi Natali sono sempre stati uguali?» S’affrettò a domandare Katrin, non volendo far cessare la conversazione.
«Pressappoco.» Bofonchiò l’uomo sfogliando una pagina. «Erano giorni come gli altri.»
Rassegnata a passare da sola il tempo che restava per il ritorno al rifugio, la ragazza andò a cercarsi una lettura che la tenesse occupata.

Scuro in volto, Guerriero fissava la mappa sul tavolino.
«Maledizione.» Borbottò seccato.
Katrin sollevò la testa dal libro che stava leggendo. «Che cosa c’è?»
«Occorre trovare nuovi posti per le ricerche.»
«La libreria dove siamo andati in questi giorni non va più bene?»
Guerriero scosse il capo. «Non c’è niente di quello che cercavo.» Si concentrò sul foglio di carta, come se fosse un’equazione algebrica che non riusciva a risolvere. «Occorre guardare altrove.»
Katrin cercò di controllare il sospetto che cominciava a strisciarle nella mente. «Vuoi tornare verso il centro?» Domandò con voce carica d’apprensione.
«No.» Rispose Guerriero dopo qualche istante. «Quella zona non è ancora tranquilla e per un pezzo è meglio evitarla, almeno finché non saprò con certezza come stanno le cose. Ma, per il momento preferisco non fare sopralluoghi.»
La morsa che le stringeva il petto si dissolse. «Allora qual è il problema?»
«Che non so dove andare a cercare.» Poggiò i gomiti sul tavolo. «Significa che devo rimettermi a perlustrare in maniera più dettagliata le zone in cui sono già passato. Detesto fare i lavori due volte.» Concluse irritato.
«Tanto per oggi non puoi farci più niente.» Katrin poggiò lo sguardo sulla luce morente che lentamente andava scemando. «Cerca di non pensarci; domani è un’altra giornata e si vedrà.» Gli lanciò un sorriso d’incoraggiamento.
«Già, un altro giorno.» Appoggiò stancamente la testa allo schienale, chiudendo le palpebre per rilassarsi un attimo. Solo pochi minuti, prima di fare il controllo giornaliero dell’equipaggiamento.
Un pizzicore raschiò l’angolo dell’occhio. Portò la mano sulla palpebra, sentendo sui polpastrelli minuscole asperità sabbiose.
Sollevò il capo di scatto. Si era addormentato.
Ingoiò l’imprecazione che stava per lanciare, seccato per la mancanza commessa. Ma se voleva essere sincero con se stesso, doveva riconoscere che in quell’ultimo periodo il fisico e il sistema nervoso erano stati messi a dura prova; inevitabile che crollasse.
Sospirò, rassegnato ai suoi limiti umani. Stava facendo quanto era nelle sue possibilità, ma evidentemente non era sufficiente. Era stanco, più di quanto potesse immaginare, come se tutta la stanchezza passata si fosse riversata addosso di colpo.
Bloccò il gesto di adagiarsi nuovamente sul divano, i sensi all’erta.
C’era qualcosa di diverso nell’appartamento.
“Non posso pagarla per l’unica disattenzione che ho commesso.” Sentì la furia montargli dentro. “Non mi si può fare questo.”
Si tenne pronto a scattare.
La porta era sprangata, i catenacci al loro posto. Anche le imposte era chiuse, come sempre. Nessuno era entrato, altrimenti i rumori lo avrebbero svegliato. Eppure la sensazione permaneva.
Un luccichio alla parete opposta attirò la sua attenzione. Gli strali di sole che filtravano dalle finestre sbattevano su una sottile corda dai filamenti argentei posta sul piano del mobile a vetro.
Il giorno prima non c’era e mai c’era stato. S’avvicinò, osservando la pagliuzza che gli era rimasta in mano quando l’aveva toccata. Una sottilissima sfoglia che si piegava al minimo soffio.
Seguì la corda luccicante. Tutti i mobili ne avevano una attaccata.
Un prurito gli solleticò il dorso sinistro: alla sua mano ce n’era una legata.
Anche all’altra.
E pure alle gambe.
«Ma cosa…» Borbottò cominciando a guardarsi addosso per vedere se ne aveva altre.
Piroettando su sé stesso, arrivò nei pressi del corridoio che portava alle stanze, fermandosi quando incontrò Katrin sulla soglia.
La risata della ragazza allargò la sua espressione stupefatta, facendola ridere ancora di più.
«Che significa?» Domandò sempre più perplesso.
«Buon Natale.» Riuscì a dire Katrin con le lacrime agli occhi, prima che un altro eccesso di risa la facessero piegare in due.
«Eh?»
Katrin dovette sedersi sul divano.
Circondato dalle risa, Guerriero restò imbambolato al centro della stanza.
«Scusa, scusa.» S’apprestò a dire Katrin quando riuscì a ricomporsi. «Adesso ti do una mano.»
Con il riso strozzato in gola, tolse a Guerriero le funi filamentose, arrotolandole poi insieme a formare una corona e mettendosele in testa.
«Non sembro una principessa?» Chiese con un sorriso abbagliante.
«Che cosa sono?» L’espressione d’incredulità continuò a restare dipinta sul volto di Guerriero.
«Addobbi.» Katrin si mise a giocherellare con un pezzo della corona che le era sceso sulla fronte.
«E dove li hai trovati?» Domandò Guerriero cercando di ricomporsi.
«Sai il bagno della libreria dove siamo stati?» Katrin aspettò che assentisse. «Nel muro c’era un buco, abbastanza grande da far passare un uomo. Sono finita in un vecchio bazar; sai di quei negozi che vendono un po’ di tutto…»
«E che non hanno mai nulla che serve.» Concluse Guerriero.
Katrin arrossì. «Sì, esatto, uno di quelli.» S’affrettò a tagliare corto. «Dentro c’era veramente di tutto; sembrava un piccolo paese delle meraviglie.» Disse entusiasta. «Statuine, collane, perline fluorescenti, ceramiche, porcellane» continuò come un fiume in piena «sembrava d’essere in mezzo a una pioggia di colori. E…» si bloccò vedendo l’espressione accigliata di Guerriero «ho trovato questi addobbi. Li ho tenuti sotto la giacca per non farmi scoprire e farti una sorpresa.» Abbassò lo sguardo mentre le guance si facevano più rosse.
«Una sorpresa.» Mormorò Guerriero.
Katrin reclinò il capo da un lato. «Volevo farti provare cosa significa festeggiare il Natale, dato che non lo hai mai fatto; farti vedere qualcosa di diverso.» Portò le mani dietro alla schiena, come se si trovasse in grave imbarazzo. «Una sorta di ringraziamento per quello che hai fatto per me.»
«Io non ho fatto niente per cui…» Si schernì Guerriero a disagio.
«Mi hai salvato la vita e mi hai protetto senza chiedere nulla. Ti stai prendendo cura di me; come ha fatto mio padre. »
Guerriero guardò da un’altra parte, non riuscendo a sostenere il suo sguardo. «Non potevo lasciarti in quelle…condizioni. Non era…giusto.»
«Questo è per te.» Katrin lo interruppe, mettendogli le mani giunte a coppa davanti al petto.
«Cos’è?» Chiese l’uomo confuso, osservando la scatoletta rosso sgargiante con il fiocco bianco.
«Un’altra sorpresa!» La ragazza sfoderò un nuovo sorriso smagliante.
Colto di sorpresa, Guerriero sentì il cuore perdere un colpo, non sapendo come muoversi. «Cosa devo fare?»
«Prendilo! E’ tuo!» Lo esortò tendendo le braccia per dargli il regalo.
Impacciato, prese il pacchetto tra le mani segnate da calli e cicatrici. Titubante sfilò il fiocco, sollevando il coperchio e togliendo i fogli di giornale appallottolati. Riflessi dorati scintillarono quando un raggio di sole andò a sfiorare la sfera di vetro adagiata su stoffa dalle tinte scozzesi.
Pollice e indice afferrarono la dura superficie dell’oggetto, avvicinandolo al volto. Al suo interno, una stella dalle molte punte luccicava di brillantini aurei.
Rapito, continuò a rimirarla, facendola roteare lentamente tra le dita.
«Ti piace?» Chiese trepidante la ragazza.
«E’ molto bella.» Disse Guerriero assorto nello studiare la piccola sfera. «Dove l’hai presa? Sempre al bazar?»
Katrin scosse il capo divertita. «L’ha trovata tanto tempo fa mio fratello, in uno dei suoi viaggi in città.»
«Ma è tua.» Protestò fiocamente Guerriero.
«Io ho già la mia biglia personale.» Sorrise la ragazza. «Questa è fatta apposta per te. Ah-ah.» Alzò l’indice a monito. «Niente proteste: è molto scortese rifiutare un dono.» Aggiunse con espressione tra il serio e il faceto.
Guerriero continuò a passare lo sguardo dalla ragazza alla biglia.
Una risata cristallina riecheggiò nella stanza. «Beh, visto che ti piace così tanto potresti dire un grazie.»
Guerriero storse la bocca. «E’ da tanto che non uso più quella parola.» Disse seriamente.
La ragazza spostò il peso da un piede all’altro. «Mica l’avrai scordata: è tra quelle cose che una volta imparate non si scordano più.»
«E’ vero.» Ammise Guerriero. «Solo non ci sono più abituato. Come non sono più abituato a stare con un mio simile.»
Un silenzio imbarazzato cadde nella stanza.
«Credo che ormai non lo sia più nessuno.» Convenne in un sussurro la ragazza lasciando che una ciocca di capelli le scivolasse sugli occhi.
Guerriero deglutì per inumidire la gola secca. «Io ti ringrazio.» Riuscì a dire dopo che il primo tentativo era finito in un debole raschiare. «Mi ha fatto molto piacere questa…sorpresa.»
Le gote della ragazza si colorarono di nuovo di un soffuso rossore.
«Bene.» Lo prese per una mano. «Quello che ci vuole ora è una bella colazione.»
«Non credo ci sia poi tanto di bello in quello che abbiamo.»
Katrin lo trascinò divertita. «Tu sottovaluti le mie doti di cuoca. Vedrai cosa sono riuscita a preparare. Siediti.» Dal forno estrasse due piatti.
«Ecco qua la colazione.» Disse mettendogli davanti la propria porzione.
Guerriero fissò stranito il sorriso fatto di gallette che s’allargava nel piatto. Occhi fatti di frutta secca lo fissavano al di sopra di un naso di carne essiccata.
«Questa poi…»
«Te l’avevo detto che ero una brava cuoca.» Sorrise Katrin. «E non hai ancora visto il pranzo.»
«Un’altra sorpresa?» Azzardò Guerriero.
Katrin addentò una delle gallette. «Esatto, ma dovrà aspettare.»
Guerriero guardò fuori della finestra. «Il sole si sta alzando da un pezzo; meglio muoverci.»
«Oggi niente lavoro.» Disse categorica Katrin. «Non il giorno di Natale; un po’ di riposo ti farà bene.»
«Ma…»
«Niente ma.»
Guerriero la fissò contrariato. «Allora stiamo tutto il giorno chiusi qua dentro a non fare niente?»
«Possiamo far finta di essere una famiglia e passare la giornata a farci compagnia.» Allungò una mano per prendere il libro appoggiato sul piano del forno elettrico. «L’ho preso alla libreria: sembra carino. Ci leggiamo un racconto a testa. Come facevo con mio fratello quando siamo rimasti soli, per ricordare quello che mio padre faceva quando era ancora con noi.»
Guerriero fu sul punto di protestare, ritenendo insensato perdere un giorno per quella futile motivazione. Qualcosa però nei suoi occhi lo bloccò; anche se sorrideva, lo stava implorando di accontentarla. Disperatamente. Probabilmente se si fosse imposto avrebbe fatto quello che diceva lui, ma gli parve una cosa sbagliata. Nonostante rimpiangesse di non potersi occupare delle solite faccende, acconsenti.
«D’accordo.»
«Grazie.» Katrin tornò ad addentare le gallette con rinnovato appetito, come se stesse mangiando il miglior cibo del mondo.
Solo qualche ora dopo, mentre stavano leggendo i brani del libro, Guerriero s’accorse che senza fare nulla, le aveva fatto un dono; glielo leggeva negli occhi. Vedeva come lo guardava e come il suo sguardo era irradiato da un’espressione diversa dal solito: involontariamente aveva fatto rivivere per un giorno il passato, riportando uno spirito dimenticato in un appartamento di una città abbandonata.
Aveva reso felice Katrin.
Mentre la ascoltava dar voce alle parole scritte, cominciò a provare una sensazione strana, probabilmente dovuta al fatto di restare fermo a non fare niente. Ma presto cominciò a pensare che fosse altro: era il fare qualcosa di diverso. Era inusuale quello che avvertiva: soffuso e avvolgente.
Quando il sole s’apprestò a sorgere, Katrin portò in tavola la cena, fischiettando lo stesso motivetto che aveva cantato nella libreria. Guerriero sorrise di fronte al pasticcio fatto con carne e piselli in scatola; incredibile come il solito cibo potesse apparire sotto una luce diversa. Avevano riso commentando i racconti, continuando a parlare a lungo prima di coricarsi.
Nel buio della notte, rimase sorpreso d’avvertire la malinconia della fine di quel giorno. Era stato piacevole. Per un attimo si trovò a desiderare che tutti i giorni potesse essere Natale, che ci fosse sempre quella pace.
Osservò il cielo limpido.
Quando avrebbe raggiunto Luna Azzurra, sarebbe stato così.
Nel silenzio della stanza, con Katrin che dormiva acciambellata sul divano, guardando le stelle attraverso le assi delle imposte, gli parve di sentire un canto lieve levarsi nell’aria. Tese l’orecchio per sentire meglio, ma il suono era svanito.
Scosse il capo.
Doveva essergli rimasto impresso nella mente il motivetto della ragazza e magari anche qualcos’altro.
Quello era stato un giorno proprio strano. Ma gli era piaciuto.

Pudore e Vergogna

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Mondi Fantastici - Effemme 5

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Perché il nuovo possa nascere, il vecchio deve morire.
E’ una legge che la sapienza trasmessa dalla saggezza da sempre insegna, il principio che sta alla base del cambiamento e dell’esistenza.
Così è per l’uomo (che dopo ogni esperienza, anche se in apparenza rimane uguale, muta perché ciò che era stato scompare e viene sostituito da ciò che è divenuto), così è per i mondi.
Spesso si parte dall’idea che il nuovo sia qualcosa di positivo e migliorativo rispetto a quanto è stato; un’evoluzione che abbia rafforzato gli aspetti buoni e sia andata a correggere o eliminare i lati negativi.
Una linea di pensiero corretta, basta avere una conoscenza e una consapevolezza tali da permettere di muoversi in maniera costruttiva e mirata. Se vengono a mancare queste condizioni, l’esito può non essere quello preventivato, ponendo in una condizione peggiore di quella che si era conosciuta.

Questo è l’inizio dell’articolo che ho scritto per Effemme sulla trilogia dei Mistborn di Brandon Sanderson. Infatti, il numero 5 della rivista è dedicato alla tematica dei mondi fantastici e ho voluto approfondire la conoscenza dello scenario creato dallo scrittore americano, sfruttando questa opportunità per parlare della nascita di un mondo, dello sviluppo della sua cultura, delle sue leggende e di quanto della propria storia va smarrito. Un fatto davvero grave, dal quale gli esseri umani hanno solo da perdere, dimenticando lezioni importanti che li portano sovente a ripetere gli stessi errori, se non a commetterne dei più gravi: la mancanza di conoscenza è sempre un male, l’ignoranza non porta mai a nulla di buono.
La letteratura fantastica un’altra volta ancora dimostra che non solo è un modo per passare ore piacevoli, ma anche per apprendere insegnamenti, come si fa con la storia; non importa che sia la storia di un mondo che esiste nell’immaginazione e non nella realtà, perché la forza del sapere in essa racchiusa è la chiave per far sì che il cambiamento sia qualcosa di positivo, che porta il frutto dell’evoluzione e del miglioramento.

L’Ultimo Potere – Primo Atto – X Canto di Natale (parte 1)

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La nebbia se n’era andata nel cuore della notte, lasciando un cielo stellato sopra i tetti squadrati dei palazzi somiglianti a merli di mura ciclopiche.
Alle prime luci dell’alba, Guerriero svegliò la ragazza, ignorando le sue proteste. Passando di nuovo per lo scantinato, risalirono le scale della botola, ritrovandosi nell’intrico del giardino abbandonato.
Con le braccia strette attorno al petto per proteggersi dall’aria pungente, Katrin aspettò che l’uomo sistemasse il pannello per non mostrare segni del loro passaggio.
«Chissà perché hanno murato la porta.» Mormorò persa nei suoi pensieri mentre fissava la facciata della casa.
Guerriero la superò districandosi nel groviglio di vegetazione. «Farebbe differenza saperlo?» Fermo sul marciapiede, aspettò che Katrin scavalcasse il cancello. «Se hai qualche domanda da fare, falla adesso; una volta in marcia, non ci sarà possibilità di parlare.»
«C’entra la nebbia?» Domandò con apprensione la ragazza.
Guerriero scrutò la strada. «No: siamo ancora in zona calda e ci sono sempre orecchie in ascolto.»
«Ah.» Rispose la ragazza impacciata.
«Allora? Nessuna domanda?» Si voltò impaziente Guerriero.
«Nessuna.» Sobbalzò Katrin come se dovesse scattare sull’attenti.
«Bene. Andiamo.»
I due s’inoltrarono nella penombra lattiginosa che evaporava con il passare dei minuti, camminando come fantasmi che cercavano di rifuggire la luce del giorno. Figure solitarie entravano di continuo nel loro campo visivo: sagome senza volto con code e tentacoli, irti di pelo o glabri come nudi bambini che scivolavano da un palazzo all’altro in una danza di cui non si capiva il senso.
Katrin si tenne sempre a un passo da Guerriero, spaventata dall’ambiente delle strade. Quei luoghi la sera precedente le erano sembrati una città di mostri: quella mattina le sembravano la città dei morti. Ma appartenevano sempre all’incubo che aveva cominciato a vivere nel mettere piede nell’urbe che aveva sempre osservato dalla sommità delle colline. Luogo in cui sarebbe rimasta, se non fosse stata mossa dalla necessità di trovare cibo. Una decisione necessaria, di cui ora però era pentita, ritrovandosi a pensare che era meglio sopportare i morsi della fame, piuttosto che quelle sensazioni allucinanti: ogni passo all’interno della città era una discesa verso l’inferno, attraversando gironi sempre più terrificanti. La sua incoscienza l’aveva spinta troppo avanti, troppo in profondità, al punto che non era più stata capace di risalire. Sarebbe stata perduta per sempre, se non fosse stato per l’apparizione dell’uomo: un improbabile Virgilio che aveva incrociato il suo cammino.
Aveva sempre ritenuto che la storia in quel linguaggio antiquato e difficile fosse solo un’invenzione. Una storia di cui riusciva a capire solo i disegni agli inizi dei capitoli, quando la leggeva da sola e nessuno gli spiegava il senso delle frasi arcaiche: troppo difficile il testo da seguire, la lingua troppo antica. Poesia, diceva suo padre. Poema, declamava suo zio.
Ora però si ritrovava a scoprire che quella storia parlava di realtà.
Dopo aver vissuto di persona l’esperienza terrificante, si rendeva conto di quante somiglianze ci fossero tra il disegno che aveva visto nel libro e la forma della città. Quand’era stata sulla collina non aveva fatto caso alla sagoma che i contorni della periferia gli conferivano: un triangolo allungato che ricordava uno stretto imbuto. La sua attenzione si era soffermata sull’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano sembrare la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali.
La titubanza della vista di rovine d’acciaio e cemento, simili a lame smussate e dentellate, era stata vinta dalla certezza che dove c’era fumo, c’era anche fuoco. E se c’era fuoco, significava che c’erano degli esseri umani, con la concreta possibilità che avessero del cibo con loro.
Un’ingenuità che l’aveva spinta nell’incubo.
Una volta entrata nell’area urbana, aveva subito perso l’orientamento, smarrendosi senza avere più alcuna possibilità di tornare indietro. Brancolando per le strade, aveva continuato ad andare avanti, spaurita da versi che mai aveva sentito e che l’aggredivano con la loro durezza. Con lo sguardo levato al cielo, aveva usato le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle.
Gli umori acuti e penetranti generati dai peti dei tombini l’avevano circondata, invadendo le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si era sentita sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi.
Cercando di schivare i vapori sulfurei che uscivano in zaffate dai fori dell’asfalto, era finita in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si erano trasformate in budelli tortuosi, dove ogni via, ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi l’avevano scrutata dalle fessure delle barricate, seguendo ogni sua mossa.
Il vociare si era fatto sempre più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e il cozzare di corpi che venivano sbattuti contro i muri. Aveva visto quello che un tempo era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa.
Trascinata dal vortice di percezioni sensoriali, si era smarrita, ritrovandosi a brancolare in uno stato di catatonia. Era stata afferrata da qualcosa e costretta a muoversi in fretta; solo quando aveva visto le maschere di gomma gialla con le grandi lenti scure nelle quali si era riflessa, aveva capito cosa stava succedendo.
Per un aiuto insperato era riuscita a uscirne viva, allontanandosi dal gorgo di follia. Anche se breve, l’esperienza l’aveva però segnata: non sarebbe più riuscita a guardare il fuoco allo stesso modo. Il fumo che aveva visto salire al cielo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo veniva cotto: era l’esalazione di roghi di pile d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. Gli sembrava che ci fosse dell’altro, ma la sua mente si era rifiutata di registrare quanto gli occhi avevano visto.
Adesso si ritrovava a seguire Guerriero, il suo salvatore, concentrandosi solo sul tenere il passo. Quando la periferia fu raggiunta, facendo intravedere gli spazi aperti della piana desertica, fu come se fosse tornata a respirare. Il sollievo la pervase in maniera quasi dolorosa. Sentì i muscoli distendersi, la tensione abbandonarla e una voglia crescente di ridere.
«Ce l’abbiamo fatta.» Disse reprimendo il riso che sentiva sulle labbra.
Guerriero la degnò appena di uno sguardo. «Fatta a far cosa?»
«A uscire dalla città, a esserne fuori.»
«Non si è mai fuori: la città arriva dappertutto.» Disse stroncando la momentanea gioia di Katrin. «Non molla mai la presa: in questi luoghi è solamente più debole.»
La ragazza rimase scossa dall’atteggiamento compassato dell’uomo. «Non sei sollevato di essere riuscito a scappare da quei luoghi, di aver trovato una via d’uscita?»
«Anche se è più difficile che entrarci, non è cosa impossibile uscirne. Ci vuole solo un po’ di pratica.»
Katrin sgranò gli occhi. «Vuoi dire che tu entri volutamente in quelle aree?»
Guerriero socchiuse gli occhi scrutando l’ombra di un vicolo. «Lo faccio per necessità.»
«Tu entri ed esci continuamente in quell’inferno?»
«Sì.» Guerriero riprese a muoversi.
Bloccata dalla rivelazione, rimase indietro di diversi passi prima di tornare a raggiungerlo. Affiancandosi, restò a guardarlo con un misto d’ammirazione e convinzione di aver a che fare con un pazzo.
«Come fai a farlo?»
«E’ la mia vita.»
«Questa?» Domandò stupita.
«Sì.»
«E come fai a viverla?» Katrin era sempre più incredula.
«E’ l’unica che ho. Che altro dovrei fare?» Rispose semplicemente Guerriero. «Non sei della città, vero?»
Katrin si ritrasse, allontanandosi di qualche passo. «Vivevo nelle colline, in una piccola comunità: vedevo la città da lontano. Solo alcuni di noi s’addentravano nell’area urbana e solo in caso di necessità.» Si strinse il bavero della giacca attorno al collo. «Questa è la prima volta che mi sono spinta quaggiù.»
«Non è stata una gran scelta; sarebbe stato meglio che fossi rimasta dov’eri.»
«Sono stata costretta.» Mormorò in un sussurro. «Dovevo procurarmi da mangiare e da quando sono rimasta sola non ho più avuto nessuno su cui fare affidamento.»
Guerriero non ribatté, proseguendo verso il rifugio. Non c’era nulla da commentare in una storia che si ripeteva all’infinito e di cui ormai si era vista ogni sfumatura. Non era stato così anche per lui? Certo non si poteva fare un paragone, dato che Vecchio gli aveva dato ogni mezzo per sopravvivere; ma questo non aveva evitato che incontrasse difficoltà: solamente, aveva saputo affrontarle. Quella ragazza stava pagando per non sapere come fare: o imparava o soccombeva. Semplice e crudele: se non si era capaci, non bisognava neppure tentare.
Alle volte, però, si doveva giocare anche se non si voleva. Un gioco maledetto, adatto a luoghi maledetti.
L’inferno, Katrin aveva definito la città. Un’analogia facile da fare, quasi scontata. Se era così, in quel momento si trovavano in un limbo; un mondo dove non si era ancora morti, ma non ci si poteva neppure definire veramente vivi, dato che quello era un semplice sopravvivere. Così vicini a essere fuori, eppure ancora dentro in quel luogo maledetto.
La foschia bassa che si scorgeva al limitare della piana era come un fiume che lambiva e racchiudeva l’area cittadina; una cerchia che delimitava il dannato territorio e che sembrava non andarsene mai, anche con il sole allo zenit, anche quando soffiava il vento. Una sorta di guardiano che prendeva nota di chi entrava e usciva. Solo una mente ingenua poteva entrare in un luogo simile con la speranza d’incontrare qualcosa di buono: non c’era posto per esso in mezzo alla civiltà decaduta e morente. Solo una lotta continua.
Imboccò il viale che conduceva al rifugio, lanciando occhiate penetranti a destra e sinistra.
Odiava quella città.
Odiava tutte le città.
Maledetta l’umanità che aveva creato un mondo dove la vita era come le foglie d’autunno, pronta a cadere al primo soffio; un giorno avrebbe varcato le porte di una città per l’ultima volta e non avrebbe più messo piede in nessuna di esse.
La penombra dell’appartamento li accolse all’interno dell’angusto spazio.
«Entra.» Con fare pressante Guerriero fece passare Katrin, sbarrando la porta appena superata la soglia d’ingresso.
Posò lo zaino e le armi sul divano, andando nel ripostiglio e ritornando con un paio di barattoli e un cucchiaio che posò sul tavolo.
«Mangia.» Disse in modo spiccio, prima di rivolgere l’attenzione al controllo dell’equipaggiamento.
Impacciata, Katrin si mise seduta davanti al cibo, tirando le linguette dei barattoli e affondando la posata nella carne avvolta dalla gelatina. In pochi minuti spazzolò l’intero contenuto.
«Ce n’è ancora?» Chiese con imbarazzo spazzandosi la bocca su un fazzoletto.
«Hai visto dove tengo le cibarie. Serviti pure.» Rispose Guerriero senza guardarla. «Ma prendine soltanto un altro.»
Vergognandosi, Katrin restò a giocherellare con il cucchiaio, prima che il buco che aveva nello stomaco la spingesse a servirsi del cibo in scatola.
«Da quanto vivi in questa città?» Chiese quando ebbe finito il pasto.
«Qualche settimana.» Mormorò Guerriero mentre controllava l’allineamento della canna del fucile.
«Oltre a te, ci sono…altri esseri umani?» Domandò a fatica, spaventata dalla possibile risposta.
«Certo. »
Katrin sospirò, sentendosi un peso sollevarsi dal petto.
«Avevi forse dei dubbi?» Guerriero le lanciò un’occhiata obliqua.
«Ecco…io, non…insomma, non sapevo…non ne ho visto nessuno…solo…» Deglutì a fatica, non riuscendo a trovare le parole «ho solo incontrato quelle creature…»
«Mutantropi e chimere.»
«Come?»
«Gli esseri con cui hai avuto a che fare.» Spiegò Guerriero. «Incroci tra umani e bestie i primi, tra più bestie le seconde. Brutti incontri, ma poteva andarti peggio.»
Katrin si rannicchiò sulla sedia. «Peggio? C’è qualcosa di peggio?»
Guerriero sospese il proprio lavoro, fissando l’arma che aveva in mano. «I Posseduti. I Demoni.» Si riscosse. «Ma non è un argomento da affrontare adesso.»
Katrin si mise a girovagare lungo il corridoio, sbirciando all’interno delle stanze. «Carino il tuo rifugio; una volta deve essere stato un appartamento con tutte le comodità.»
«Ormai tutto è allo sfascio. Che serve il superfluo, se non si ha la possibilità di avere l’essenziale?» Brontolò caustico. «Quello che vedi…Non toccare!» Sbottò seccamente.
Katrin ritrasse la mano dall’interruttore, come se si fosse scottata.
«Non lo toccare.» L’ammonì severamente. «L’impianto elettrico funziona perfettamente.»
«E allora perché rimani nella penombra?»
«Perché la luce rivelerebbe dove ci troviamo. E se vuoi sopravvivere, devi far credere di non esistere.» Guerriero la tenne sotto osservazione finché non si fu scostata dalla minaccia.
Katrin continuò ad aggirarsi per l’appartamento, osservando le mensole pendenti e i mucchi di ragnatele negli angoli. «Potresti renderla un po’ più accogliente.»
Guerriero sbuffò. «Il rifugio serve come magazzino per l’equipaggiamento che non posso portarmi dietro e per le scorte di cibo, oltre che per dormire la notte; nient’altro. Passo tutta la giornata fuori. Sarebbe una fatica inutile perdere tempo in qualcosa che so che prima o poi abbandonerò.» L’espressione del volto ebbe un guizzo. «O pensi che abbia intenzione di piantar radici in un luogo del genere?»
«No, certo che no.» S’affrettò a convenire con lui. «Era solo per fare un po’ di conversazione.» Tornò a sedersi presso il tavolo, osservando con una certa apprensione il lavoro dell’uomo. «Ti stai preparando a uscire di nuovo?»
«Controllo sempre l’equipaggiamento ogni volta che rientro.»
Katrin si sentì più sollevata.
«Temevi che ritornassi per le strade?» Scosse il capo. «Domani.»
«E mi lasci qui da sola?»
«Certo che no: mi accompagni.»
Il sollievo di Katrin sparì di colpo. «Io non voglio…»
«Inutile che protesti.» Fu categorico Guerriero.
«Prometto che starò attenta.» S’affrettò a dire Katrin. «Non accenderò la luce…me ne starò ferma in un angolo ad aspettare…»
«No.» Guerriero stroncò subito le suppliche. «Và a dormire, ne avrai bisogno: domani si parte presto.»
«Vuoi proprio tornare là fuori?» Katrin fece un ultimo disperato tentativo.
«Non possiamo starcene barricati qua dentro per sempre. Ma stai tranquilla, per un pezzo eviteremo le aree del centro: le acque si devono calmare. Andremo in zone vicine, abbastanza tranquille.»
«Perché?»
«Ho delle ricerche da fare.»
«Che tipo di ricerche?»
«Domani vedrai.» Guerriero richiuse la borsa e si lasciò andare contro lo schienale del divano. «Ora dobbiamo solo riposarci.»