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Vokid il piccolo virus

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virusC’era una volta Vokid, un piccolo virus che cercava disperatamente di trovare il proprio posto nel mondo. Nonostante i percorsi formativi fatti a scuola e i vari corsi d’indirizzamento seguiti, non sapeva che strada prendere. I suoi genitori non facevano altro che dirgli di non crucciarsi, di non prendersela in quella maniera, che prima o poi avrebbe trovato la via da seguire.
La facevano facile, loro, che avevano già raggiunto una bella posizione tra i virus. Ma lui come avrebbe fatto a riuscire con una famiglia ingombrante come la sua?
Zio Eb era uno dei migliori cecchini in circolazione: difficilmente sbagliava bersaglio. “Un colpo, un morto” non faceva che stimarsi. E a ragione: chi riusciva a sopravvivergli portava i suoi segni per tutta la vita.
Per non parlare di zia Colly che aveva imperversato in intere nazioni, facendo scappare tutti quanti quando arrivava.
O nonno Pes che, nonostante fosse ormai in pensione, la faceva fare sotto a chiunque appena metteva il naso fuori dalla porta e andava a fare un giretto.
Come poteva essere alla loro altezza? Come poteva fare qualcosa che fosse al livello delle imprese dei suoi parenti?
Ci pensava e ripensava, ma ogni idea che aveva impallidiva dinanzi all’agire di chi l’aveva preceduto. Più s’impegnava a trovare qualcosa d’eccezionale e più capiva che non sarebbe stato altro che la loro misera ombra. Si deprimeva sempre di più.
Poi un giorno era in compagnia dei suoi cugini Influ e Raffy. Taciturno e di umore nero, ascoltava i due che facevano i fenomeni l’uno con l’altro.
«Ne ho mandati due milioni a letto con la febbre» si stimava Influ.
«Seeeeee… quisquilie» diceva Raffy. «Io ne ho fatti ammalare quindici milioni.»
«La tua è poca roba: i miei devono stare a letto con un bel male alle ossa» ribatteva Influ.
«Ma sai quanto è più fastidioso avere il naso chiuso, o che cola, e il mal di gola?» controbatteva Raffy.
Il piccolo Vokid smise di seguire il confronto tra i due per vedere chi ce l’aveva più lungo, fino a quando sentì, quasi per caso, un commento di Influ.
«Peccato che solo gli stupidi non si ammalino mai.»
Lì per lì, tutto quello che Vokid pensò, fu che non era giusto che si ammalassero solo gli intelligenti: era qualcosa di discriminatorio. Non dovevano esserci privilegiati, tutti dovevano essere uguali, senza disuguaglianze. Mentre faceva queste riflessioni, fu colto da un’illuminazione: se gli stupidi non si ammalavano mai, allora lui sarebbe stato il primo virus a farlo. Sarebbe riuscito dove altri avevano fallito e tutti allora avrebbero riconosciuto il suo valore.
Più determinato che mai, dimentico della tristezza e del malumore che per tanto gli avevano fatto compagnia, si mise al lavoro. Gli ci volle del tempo, ma alla fine riuscì nel suo intento: un numero sempre maggiore di persone prese ad ammalarsi per merito suo. Stupidi, imbecilli, deficienti, mentecatti, minchioni cadevano sotto i suoi colpi.
In men che non si dica divenne l’orgoglio della famiglia. Zia Colly e Nonno Pes facevano a gara a fargli i complimenti. Zio Eb gli aveva regalato una delle sue medaglie. I suoi genitori andavano in brodo di giuggiole quando leggevano il numero di contagi cui dava vita. Per Influ e Raffy era diventato un eroe, l’esempio da seguire.
La sua fama non faceva che crescere, fino a quando sorse un problema: tutta la popolazione umana si era ammalata e il numero di morti cresceva a dismisura giorno dopo giorno.
La preoccupazione nella comunità dei virus cominciò a crescere: andava bene far ammalare le persone, ma se fossero tutte scomparse, loro cosa avrebbero poi fatto?
Il presidente della comunità lo convocò.
«Siamo orgogliosi di te, hai fatto un ottimo lavoro, però a tutto deve esserci un limite: dicci come annullare il tuo operato, quale medicina o vaccino si deve usare.»
«Niente di più facile» spiegò Vokid. «Per guarire, le persone devono fare cose intelligenti.»
Purtroppo, la specie umana aveva smesso di essere intelligente da tempo e non era più in grado di usare la testa. Non ci fu nulla da fare per lei: si estinse in un batter d’occhio.
Vokid, così esaltato per un certo tempo, venne insultato ogni volta che veniva incontrato perché aveva reso disoccupati tutti quelli della sua specie.

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